Autore: Maria Di Biase

La Capa. Ama le imprese, meglio se grandi e ancora da fare, e i racconti,
meglio se brevi e americani. È una Gemelli e tende a farlo notare.

Il posto dove nascono i racconti

Photo by Jon Tyson

La differenza tra romanzo e racconto è tutta nello spazio di una parete. Secondo Paolo Cognetti, se il romanzo aspira a: «contenere tutto – se non proprio tutto almeno tutto un mondo – costruendo per noi una casa in cui abitare (…). Il racconto è piuttosto una finestra sulla casa di qualcun altro [1]». La casa di chi? Parafrasando una poesia di Carver, Cognetti aggiunge: «(Il racconto) è una finestra su casa nostra quando abbiamo dimenticato le chiavi». Ricapitolando: il romanzo è una struttura che si sviluppa intorno a noi; dalle fondamenta, mattone dopo mattone, raggiunge il soffitto. Sappiamo perché vediamo, siamo coinvolti nell’evoluzione della storia dall’inizio alla fine. Il racconto esiste già, ecco perché è più difficile entrare, più faticoso. A porte chiuse quel mondo ci è estraneo, come noi siamo estranei a noi stessi. Quando però riusciamo a guardarci dentro (e qualche volta succede), veniamo travolti da un’autentica rivelazione.

Ma se la fine coincide con uno svelamento, qual è l’inizio? Dove nascono i racconti? Proviamo a partire dallo scrittore, inseguendo il processo creativo fino a trovare il punto in cui le storie accadono.

Quando ho cominciato a scrivere storie fantastiche non mi ponevo ancora problemi teorici; l’unica cosa di cui ero sicuro è che all’origine d’ogni mio racconto c’era un’immagine visuale. (…) Dunque nell’ideazione d’un racconto la prima cosa che mi viene alla mente è un’immagine che per qualche ragione mi si presenta carica di significato, anche se non saprei formulare questo significato in termini discorsivi o concettuali. [2]

I racconti di Italo Calvino nascevano da un’immagine che si presentava all’improvviso, “per qualche ragione”. Questa citazione è tratta dalla lezione americana della Visibilità, che lo scrittore intendeva come la capacità di visualizzare immagini più o meno collegate alla realtà empirica. L’immaginazione, spesso confusa con la fantasia, è sempre stata fonte di grandi dibattiti. Per anni, a partire da Aristotele, si è discusso sul rapporto tra immaginazione e conoscenza; se alcuni individuavano nell’immaginazione una chiave d’accesso all’apprendimento, anche di tipo scientifico, per altri era l’esatto opposto: l’immaginazione era un offuscamento del razionale, un’esperienza sensoriale tesa a una rivelazione più profonda, qualcosa che riusciva a ingannare la ragione e a mettere in atto una comunicazione con «l’anima del mondo». In ogni caso, fosse anche per una concessione divina – come suggeriva Dante appellandosi all’alta fantasia –, lo scrittore è vittima della sua capacità visionaria: è il mezzo attraverso il quale l’immagine diventa parola. Ma un testo scritto non è ancora un racconto perché scrivere è solo la prima fase.

Pierre Menard (autore del Chisciotte) è una delle finzioni di Jorge Luis Borges, un racconto del 1944. È la storia di uno scrittore che in realtà non è mai esistito. Borges vuole farci credere che Pierre Menard abbia provato a riscrivere due capitoli del libro di Cervantes. Pare che sia riuscito a restare fedele al testo originale, sebbene abbia deciso di riproporlo in chiave contemporanea. Borges si diverte a recensire questo esperimento letterario, che definisce eroico e impareggiabile, e ci fornisce molti dettagli per validare il lavoro di Menard, citando anche nomi di nobili e contesse che potrebbero giurare di aver visto il catalogo dello scrittore inesistente. Come ogni racconto di Borges, Pierre Menard è un brano pieno di riflessioni trasversali. Quella che a me interessa è questa: «Pensare, analizzare, inventare non sono atti anomali, sono la normale respirazione dell’intelligenza [3]». Ma poi, qualche riga più avanti: «non v’è esercizio intellettuale che non sia finalmente inutile». Borges sembra suggerirci che ogni atto d’invenzione, come la scrittura, resta soltanto una prova d’intelligenza fine a se stessa, un’esibizione di fronte a una platea vuota, se non si evolve in qualcosa di diverso. Se, attraverso un procedimento di rielaborazione, non viene ricondotto a uno scopo più alto.

Leggendo, calati nella logosfera, ci si può persino sentire, ad occhi aperti, in un sogno più vero e più vivo della realtà circostante. E tuttavia questo spazio sono io a costruirlo, per animarlo lo reinvento di continuo partecipando del suo movimento nello specchio attivo dell’immaginazione (…). Allo stesso modo, mentre percorro le frasi di un libro, pur leggendo in silenzio investo la mia voce, ossia qualcosa che viene dal profondo dell’intimità corporea (…) e nel momento in cui si trasforma, quasi sdoppiandosi, per mettersi alla prova della parola altrui, ecco che la voce può scoprire un nuovo aspetto di sé, una forza che non si riconosceva.

Ezio Raimondi, nel suo saggio Un’etica del lettore, ci dimostra quanto la lettura sia una fase fondamentale dello sviluppo narrativo. È compito del lettore percorrere l’altra parte del ponte, riconvertire la parola in un’immagine più efficace di quella dello scrittore, perché vista “da fuori”. Il timbro, la cadenza e il respiro sono i nostri strumenti, i coltelli con i quali frughiamo in noi stessi.  È così, allora: il racconto inizia e finisce in un’unica immagine, scritta e interpretata, che nell’incontro tra lettore e scrittore diventa sublime, in quello «slancio intimo della coscienza affettiva, che può valere anche come un atto d’amore». È il momento in cui, guardando attraverso la finestra, riconosciamo finalmente la nostra casa.


[1] Paolo Cognetti, A pesca nelle pozze più profonde, Minimum fax, 2014 (pag. 17)
[2] Italo Calvino. Lezioni americane, Mondadori, 2000 (pag. 90)
[3] Jorge Luis Borges, Finzioni, Einaudi (2015). Traduzione di Franco Lucentini.

I racconti sono giochi di luce

editoriale
Photo by Jakob Owens – www.directorjakobowens.com

La prima volta che ho letto un racconto di J. D. Salinger non l’ho capito. Non l’ho sentito, ancora meglio: non l’ho visto. Non riuscivo a spiegarmi cosa ci trovassero tutti di così eccezionale. Prendiamo The bananafish, Un giorno ideale per i pescibanana, uno dei celebri Nove racconti. La storia è quella di un uomo, un reduce di guerra, che va al mare con sua moglie. Incontra una bambina, i due hanno una conversazione un po’ particolare, e quando lui torna in albergo si uccide con un colpo di pistola. Interessante, inquietante forse, ma non eccezionale. Cosa c’è di strano, di bello, mi chiedevo. Niente in apparenza, niente per chi non ha l’occhio allenato.

È tutta una questione di luce.

C’è un passaggio, nel racconto, nel quale Seymour – il nostro protagonista – è in acqua con Sybil, la bambina. I due scherzano tra loro. Seymour ha appena detto a Sybil di stare attenta perché potrebbe vedere un pescebanana. «Questo è un giorno ideale per i pescibanana». Sybil si guarda intorno e Seymour sorride, le prende una caviglia. Ecco, il momento: la luce. Il tocco, il palmo che sfiora la pelle, qualcosa di così semplice, naturale, così concreto, porta Seymour a sentirsi davvero felice. Com’era prima, prima della guerra, quando ancora poteva ridere di niente e inventare animali che non esistono per bambine appena conosciute. Ma nello stesso istante Seymour si accorge di provare una tristezza incontenibile, la nostalgia per una leggerezza d’animo che si rende conto, mentre ancora stringe la bambina, che in realtà non può più avere. Libero un solo istante e prigioniero per sempre. Io avevo letto ma non avevo visto perché tutto questo non c’era scritto.

La vita in un solo bagliore: è questa la bellezza, lo splendore di un racconto.

I racconti sono giochi di luce. È un attimo. Il resto, quello che accade, è solo un riflesso. Il tono della voce più basso, uno sguardo ricambiato: è tutto già successo o sta per succedere, ed è compito del lettore inventare un prima e un dopo. Victor Pritchett, uno scrittore britannico del ‘900, diede una delle definizioni di racconto più azzeccate di sempre. Un racconto, disse, è: «a fragment of life, a part that stands in for the whole, something glimpsed from the corner of the eye in passing». Un racconto è un frammento di vita, una parte di un tutto, qualcosa di intravisto con la coda dell’occhio. Cogliere quei frammenti è difficile ma anche stimolante. Succede che poi diventa una vera sfida.

Tre racconti nasce per questo: perché vogliamo giocare a rincorrere la luce. Il nostro obiettivo è farci un po’ di spazio e promuovere la lettura e la scrittura di storie brevi.

Tre racconti è una rivista digitale, a cadenza trimestrale, che conterrà ogni volta tre racconti inediti. Abbiamo deciso di dare voce a scrittori, anche esordienti, e a tutti quelli che desiderano confrontarsi con le sfide della narrazione.  Solo tre racconti, come nelle raccolte migliori. Contiamo di presentare il primo numero tra qualche mese, avete tutto il tempo di scrivere le vostre storie più belle. Tre racconti è anche un sito web di approfondimento: articoli, interviste e rubriche avranno come comune denominatore la forma del racconto, in tutte le sue interpretazioni.

Soprattutto, Tre racconti è un progetto collettivo, ideato da nove lettori che hanno deciso di catturare l’intravisto, e di provare a raccontarvelo.

Buona lettura.