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La notte dei pesci (e tutto quello che ci attraversa)

Texas, deserto

Di Mariano Macale

Nel suo Diario bizantino, la poetessa Cristina Campo (alias Vittoria Guerrini) scriveva, lapidaria: «Due mondi – e io vengo dall’altro».

Sono sempre stato personalmente convinto (Lavoisier forse sarà clemente se parafraserò il suo postulato fondamentale) che in letteratura “nulla è separato, ma si connette”, in un ciclo perpetuo di idee, nomi, cose, quasi che potessimo leggere costantemente e sempre lo stesso libro. D’altronde già il commediografo Publio Terenzio Afro ebbe a dire: Nullum est jam dictum, quod non dictum sit prius.

Quando, svariati anni fa (era il 2009), mi stavo dirigendo alla Sapienza per una lezione, deviai con piacere verso un’altra facoltà, quella di Lettere e Filosofia, dove, mi era stato riferito la mattina stessa, un tale, uno scrittore venuto dal Texas, Joe R. Lansdale, avrebbe tenuto un incontro con gli studenti.

Devo essere sincero: non sapevo chi fosse e cosa scrivesse. Passai in libreria, comprai al volo una sua antologia di racconti (non uno dei romanzi cui comunque deve gran parte della sua celebrità) dal titolo Maneggiare con cura (Fanucci Editore). Sono sempre stato convinto che un racconto dica più di uno scrittore di quanto possa dire un romanzo, per certi versi.

Quella mattina Lansdale raccontò del Texas, di come compendiasse la sua passione per le arti marziali (ha creato anche un suo stile personale, il Maverick Kenpo) con l’arte altrettanto combattiva della parola scritta. Parlò del padre che aveva vissuto la Grande Depressione, e della sua madre lettrice che gli aveva trasmesso l’amore per Mark Twain. Soprattutto, disse una cosa che mi colpì che appuntai, cioè che in Texas molte persone si narravano le storie: c’era una buona tradizione orale.

E forse deriva anche da questo la coloritura della sua scrittura, il suo “parlare per immagini” tale che la trasposizione cinematografica di alcune sue opere è risultata quasi naturale (l’ultimo lavoro è proprio una serie TV, Hap and Leonard, ispirata ai due personaggi frutto della sua penna e alle loro storie).

Ma di Maneggiare con cura, ricordo (e rileggo) avidamente soprattutto un racconto La notte dei pesci. Una perla che quasi si distingue dagli altri brani, pure pregevoli e che, se letta isolatamente, non dà indice della scrittura di Lansdale, approssimativamente associata all’etichetta di letteratura pulp o al genere horror.

Trovo che queste siano classificazioni a posteriori e, per capire davvero Lansdale, non bisogna rifarsi ad altro che a quell’arcaica esigenza di narrare, di trasmettere oralmente un fatto, vero o immaginato che sia, che appartenga a questo mondo o a quell’altro: la letteratura riunifica la cesura degli eventi, il bivio delle scelte, fornisce una chiave di mezzo.

Ed è quello che avviene anche ne La notte dei pesci: c’è un vecchio e, quasi di conseguenza, necessariamente un giovane. Il primo è un piazzista porta a porta, che non fa soldi e che è stanco di vedere «nient’altro che una città dopo l’altra, un motel dopo l’altro, una casa dopo l’altra, a guardare attraverso le porte con la zanzariera la gente che fa di no con la testa». Il giovane è un universitario, uno che sbarca il lunario aiutando solo per un’estate il vecchio nel suo lavoro di venditore di apriscatole porta a porta.

Già dalla terza pagina si avverte un senso apocalittico: «I giorni del rappresentante porta a porta sono finiti, figlio mio». E il senso della fine imminente, di qualcosa che sta per volgere, è anche nell’incipit «Era un pomeriggio bianco come un osso», ma anche nella cravatta del giovane «sciolta, come un serpente domestico morto nel sonno».

Si ritrovano entrambi nel deserto, la Plymouth in panne su una strada secondaria, distante dalla statale principale. E allora il vecchio inizia a raccontare. Dice: «Ho dei ricordi, lì fuori… e mi vengono ancora a trovare». E in questi ricordi, lui narra di molti anni prima, in una notte come questa, nello stesso posto, una macchina in panne.

Aveva preso a camminare e d’un tratto «sono usciti fuori i pesci. Nuotavano nella luce delle stelle, così belli, così naturali… di tutti i colori dell’arcobaleno».

È la notte dei pesci: un’antica leggenda indiana dei Navajo narra che tutte le cose possiedono uno spirito, il manitù. E così i pesci vengono fuori dal passato, come fantasmi, perché in altri eoni di tempo, ere geologiche prima, quel deserto era stato un oceano, e i fantasmi degli esseri che lo popolavano, al momento giusto, uscivano fuori.

I giovani sono fatti per dubitare: in fondo anche in Hemingway è il vecchio che va fino in fondo. Arriva la notte e arrivano anche i pesci, fantasmi di ogni genere e colore e dimensione, che attraversano il cielo, il deserto, i loro stessi corpi nella Plymouth, e il vecchio sveglia il giovane e ha come un’illuminazione.

Dice che i pesci sono puri, che lui appartiene a quel mondo (come nei versi di Cristina Campo), che se i pesci hanno fatto tutta quella strada, dal passato al futuro, allora forse si può andare nel passato.

«Questo non è il mio mondo. Io sono di quell’altro mondo. Voglio nuotare libero nel ventre del mare, lontano dagli apriscatole e dalle automobili…». E, davanti agli occhi del giovane, si denuda di tutte le bardature della civiltà (i vestiti, la dentiera) e balza in alto come una lepre e…

E non svelerò il finale.

Perché i finali, in un racconto prezioso come questo, sono la parte più delicata, da maneggiare con cura.


Mariano Macale ha pubblicato Rudimenti per biografie casuali sul quarto numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf oppure sfogliare la rivista.

Di cosa parliamo quando parliamo di amore… e racconti?

amore racconti
Photo by Darwin Vegher, Unsplash

Domani è San Valentino.

Era ben presto di mattina

quand’io fanciulla innocente,

bussai alla tua finestra

per essere la tua Valentina.

(Amleto, atto IV scena V, di William Shakespeare)

 

Ogni anno, il 14 febbraio a San Valentino, si celebra la festa degli innamorati, in un tripudio di cuori di cioccolato, baci perugina, rose rosse, cene a lume di candela, dediche alla radio, canzonette stucchevoli e filmetti romantici in tv. Tutte attività che fanno molto bene al commercio e che hanno sostituito, nel corso del tempo, il semplice – e certamente desueto – scambio di biglietti d’amore d’origine anglosassone da cui è nato questo carosello: le c.d. Valentine.

E se invece volessimo scambiarci un racconto d’amore o sull’amore? Ecco… non fatevi troppe illusioni, spesso l’amore sta ai racconti come le acciughe stanno alla pizza Margherita: è del tutto assente!

Forse perché l’amore è difficile raccontarlo in poche pagine? O perché per scrivere un buon racconto occorre quella freddezza d’esecuzione, di cui parlano spesso gli autori di short stories americane, che le intermittenze del cuore e le sue mille implicazioni non favoriscono? Eppure, si dice spesso che un buon racconto dovrebbe prendere spunto da un particolare e condurre il lettore verso una piccola verità universale. E cosa c’è di più universale dell’amore?

O forse è vero che l’amore, con le sue mille sfaccettature, è meglio lasciarlo ai romanzieri, alla loro capacità di costruire intrecci complessi, malintesi fuorvianti, trame contorte, storie corpose che tanto servono a rendere quanto siano complicate le vicende del cuore, immaginando situazioni che possono culminare, a seconda dell’esigenza narrativa, in un finale felice o in una conclusione straziante?

Camus, ne L’uomo in rivolta, sosteneva che

Il mondo del romanzo non è che la correzione di questo mondo, secondo il desiderio più profondo dell’uomo. Perché si tratta proprio dello stesso mondo. La sofferenza è la stessa, e la menzogna e l’amore. I suoi eroi hanno il nostro linguaggio, le nostre debolezze. Le nostre forze. Il loro universo non è più edificante e più bello del nostro. Ma essi almeno corrono fino in fondo al loro destino e anzi, non ci sono eroi più commoventi di quelli che vanno all’estremo della loro passione». [1]

Ma nei racconti, invece, cosa succede quando di mezzo c’è l’amore? Il primo racconto a cui ho pensato mentre riflettevo sull’argomento, forse perché già il suo titolo è un invito a farlo, è stato Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Carver, un racconto che molti di voi conosceranno, per via di quella fortunata circostanza che qualche anno fa – tra il 2014 e il 2015 – lo portò alla ribalta, insieme al pluripremiato film Birdman di Iñarritu.

Nel film, di quel racconto veniva proposta una riduzione teatrale ad un gruppo di attori, e gli stessi si stavano preparando per portarlo in scena a Broadway; durante le prove, le due coppie protagoniste si vedono costrette, loro malgrado, a fare i conti con le domande piuttosto provocatorie e imbarazzanti che Carver pone, o fa porre, ai personaggi del racconto, passando così dalla finzione della recitazione teatrale a quella cinematografica, da una storia all’altra, in un continuum. Una di queste domande potremmo riassumerla così: dov’è che va a finire l’amore che abbiamo provato per qualcuno che ora non amiamo più?

C’eravamo messi a parlare d’amore. Secondo Mel, il solo vero grande amore era quello spirituale. (…) In effetti che ne sappiamo noi dell’amore? – ha proseguito Mel – Secondo me, siamo tutti nient’altro che principianti, in fatto di amore. (…) C’è stato un momento in cui credevo di amare la mia prima moglie più della vita. Invece ora la detesto con tutto il cuore. Davvero. Voi come lo spiegate? Che cosa è successo a quell’amore? (…) come se sapessimo di cosa parliamo quando parliamo d’amore. [2]

Già… dove va a finire? Certo, oggi non sarebbe proprio il giorno adatto per chiederselo, però si sa che noi di Tre racconti siamo un po’ lettori e un po’ samurai.

Comunque, un altro aspetto interessante è che nei racconti l’amore non è mai quello impacciato del corteggiamento o infuocato dell’innamoramento e gli eventi, di solito, precipitano in fretta: un tradimento, un terribile segreto, una morte improvvisa, un abbandono… insomma, in quattro e quattr’otto, tutto si compie! Qualche volta c’è il lieto fine, il più delle volte si consuma la tragedia.

E poi, i titoli! Non sono d’aiuto nemmeno quelli, alcuni sono perfino ingannevoli. La prima volta che ho letto Primo amore di Turgenev, ad esempio, sono rimasta un po’ delusa – da quella inguaribile romantica che sono -, perché è la storia di un sedicenne che s’innamora, per la prima volta e con ardore adolescenziale, di una principessina di cinque anni più grande di lui, e quindi uno si prefigura un’iniziazione amorosa mentre invece, nel giro di poche pagine, si passa dallo struggimento d’amore all’attraversamento della linea d’ombra che trasforma un ragazzo in un adulto, un Otello geloso in uno scolaretto: il giovane scopre che la ragazza, di nome Zinaida, è l’amante del padre e che questi è dunque il suo improbabile rivale in amore.

Altri sono fin troppo letterali. È il caso di Amore cieco di Pritchett. Dal titolo potremmo pensare ad una travolgente ed accecante passione amorosa, invece, è proprio la cecità in senso stretto a far incontrare e poi unire due persone che, altrimenti, forse non si sarebbero mai incrociate.

Poi ci sono i titoli fuorvianti. Anche la Welty, per esempio, ha intitolato un suo racconto Primo amore ma, in quel racconto, di amore in senso stretto non ce n’è traccia; il tema centrale è, in realtà, il fascino subito e l’ammirazione provata da un orfanello, sordo e dodicenne, che si trova casualmente a vivere la Storia con la esse maiuscola, niente baci e languide carezze.

Ma i miei racconti preferiti sono quelli in cui l’amore, se c’è, si tinge di grottesco e i personaggi diventano ridicoli, perché credo che non ci sia niente al mondo che ci renda più ridicoli dell’amore, o forse dovrei dire dell’innamoramento. Per il grottesco, chiamo in causa la regina del genere, Flannery O’Connor. In Brava gente di campagna c’è uno dei dialoghi amorosi più bizzarri che io ricordi: lui, venditore porta a porta di bibbie, ha furbescamente circuito una ragazza disabile con una gamba di legno, la porta in un fienile perché vuole una prova d’amore e quello che le chiede è di mostrarle la sua gamba di legno:

«Lo sapevo», brontolò lui, rizzandosi a sedere, «tu mi prendi in giro».
«Oh no!» gridò Hulga. «Si attacca al ginocchio, solo al ginocchio. Perché vuoi vederla?».
Il ragazzo le lanciò uno sguardo lungo e penetrante. Perché è quella, che ti rende diversa. Non sei come nessun’altra. [3]

Anche Cortázar mi ha regalato dei bei momenti col racconto Circe. Delia, una ragazza di ventidue anni, già al secondo lutto per via di due fidanzati morti stecchiti per cause non del tutto chiare, è oggetto dei pettegolezzi a mezza bocca di tutto il vicinato; si lascia corteggiare da Mario, che ha tre anni meno di lei; presto inizierà anche lui a frequentare la casa dei Mañara, in qualità di terzo fidanzato. Lei aveva una strana abitudine: preparare cioccolatini e bon bons (non necessariamente per una ricorrenza, tanto meno per San Valentino!) e farli assaggiare solo e soltanto al proprio fidanzato di turno. Be’, il fatto è che i cioccolatini di Delia erano molto particolari: contenevano un ingrediente segreto, croccante e munito di zampette… che lo sventurato fidanzato scopre al primo morso, giusto in tempo per darsela a gambe e lasciare la povera Delia ancora una volta senza fidanzato ed irrimediabilmente proiettata verso il nubilato perpetuo.

Il racconto si chiude con queste parole: «Gli fecero molta pena i Mañara che erano lì acquattati sperando che lui – finalmente qualcuno – facesse tacere Delia che piangeva, facesse finalmente cessare il pianto di Delia».

Parenti serpenti!

Insomma, per farla breve, se cercate qualcosa di romantico nei racconti (una frase, un’immagine) da dedicare a qualcuno, di romanticismo ne troverete sempre ben poco. Per quello, meglio rivolgersi alla poesia oppure sfogliare un bel romanzo che ruoti intorno all’amore. Però, attenzione: siate originali, niente frasi dal Piccolo Principe, troppo inflazionato.

Parola di Lettrice!

 

P.S. Oggi è anche il Mercoledì delle Ceneri, quello della locuzione latina memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris, che per tutti è quel famoso “polvere sei e polvere ritornerai”, il giusto richiamo per ridimensionare i nostri slanci e i nostri afflati amorosi.

 

____________________

[1] Albert Camus, “L’uomo in rivolta”, Bompiani, p. 287.

[2] Raymond Carver, “Da dove sto chiamando”, Einaudi, pag. 170 – 186. 

[3] Flannery O’Connor, “Tutti i racconti, Bompiani, p. 314. 

Richard Brautigan. I fantasmi, l’ironia e il surrealismo

Foto di Eleonora Paulicelli

 

«Do you see what I’m getting at? Brautigan is a loser. Trout Fishing in America is a loser book. Most of the people who will buy it are probably losers. (I should mention that the first time I met Brautigan we got into a poker game with some people and everybody in the game lost)».

Con queste parole Don Carpenter recensisce Pesca alla Trota in America[1] di Richard Brautigan, il suo libro più famoso ristampato da Einaudi nel 2017. Brautigan nasce a Tacoma (Washington) nel 1935 e arriva a San Francisco negli anni in cui si legge Howl di Ginsberg (1955) alla City Lights Bookstore di Lawrence Ferlinghetti e si pubblica On the road di Jack Kerouac (1957). Anni davvero importanti per la letteratura americana. Diventa poi famoso per aver fatto parte della controcultura californiana degli anni ’60 e ’70.

Il suo romanzo più celebre è appunto Pesca alla Trota in America, pubblicato dalla Delacorte Press nel 1969 dietro suggerimento di Kurt Vonnegut dopo che alcuni studenti del suo corso di Harvard gliene fanno leggere una copia. La pubblicazione per una casa editrice così importante a quei tempi lo espone ad un pubblico molto ampio e gli fa vendere quasi 400mila copie in tutto il mondo. Successo che purtroppo Brautigan non riuscirà più a replicare con nessuna delle altre opere cadendo nell’oblio.

Tra le opere ingiustamente dimenticate c’è Revenge of the Lawn[2] una raccolta di racconti uscita nel 1971 contenente i racconti scritti tra il 1962 e il 1970. Narrazioni piene di ironia, surrealismo e metafore senza alcun senso alla prima lettura (forse anche alla seconda) in cui ad essere protagonista è la vita di tutti i giorni tra la costa americana del Pacifico e Tacoma. Per la loro struttura, molti di questi ricordano un diario personale poiché spesso non sono più lunghi di un paio di pagine, mentre altre volte sembrano riflessioni su articoli di giornale, come se l’autore avesse voluto fermare in queste pagine i suoi pensieri.

Alcuni parlano di temi più intimi come l’infanzia, l’amore e il sesso, altri raccontano di un amico da consolare perché lasciato dalla ragazza. Tutti, però, contengono il “marchio di fabbrica” di Brautigan: l’ironia (ed è questo il motivo per il quale spesso li ho riletti quando avevo bisogno di sorridere). Alcuni, come Coffe, ti conquistano già alle prime righe: «Sometimes life is merely a matter of coffe and whatever intimacy a cup of coffee affords» mentre altri sono surreali, come nel caso di The Ghost Children of Tacoma, in cui bambini uccidono soldati immaginari, affondano navi immaginarie, abbattono aerei immaginari.

A colpire, però, è che i protagonisti sono dannatamente “normali” e così, tra file in banca, chiacchierate con il macellaio e la dattilografa di Hemingway pagata 120$ al giorno, succede che il lettore riesce facilmente ad entrare nella vita quotidiana di un paesino qualunque degli Stati Uniti e ad ascoltarne i dialoghi surreali.

La mia curiosità verso Brautigan è arrivata anche grazie alla recente ristampa del suo ultimo romanzo American Dust[3], libro in cui prosegue il suo racconto della vita di provincia americana con la sua immancabile ironia e il suo talento per la narrazione delle situazioni surreali. Come quando racconta di una coppia che ogni sera si reca al lago per pescare portandosi letteralmente tutti i mobili di casa: divano, tavolo, cucina, lampade.

Ogni sera la stessa storia e ogni volta che inizia la descrizione del montaggio dei mobili in riva al lago il lettore non può fare a meno di ridere. Proprio il lago, tra l’altro, è uno dei palcoscenici intorno al quale si svolge la vita del giovane protagonista, da molti considerato una proiezione autobiografica dello stesso autore.

La capacità di Brautigan di usare situazioni paradossali per raccontare un’America che stava cambiando è evidente ad esempio quando riporta i pensieri del ragazzo che, nascosto alla vista, osserva la coppia stramba in riva al lago mentre pesca comodamente seduta sul proprio divano:

Me ne stavo lì seduto, a fissare il loro salotto che risplendeva nel buio, vicino al lago. Sembrava quasi una fiaba a lieto fine nel cuore gotico dell’America del secondo dopoguerra, prima che la televisione menomasse l’immaginazione collettiva e rinchiudesse la gente in casa, impedendole di vivere con dignità le proprie fantasie.
A quei tempi la gente aveva un’immaginazione tutta propria da coltivare, e del resto i piatti si preparavano in casa. Ora i nostri sogni si incarnano in una qualunque strada americana, costellata di ristoranti di catena. A volte mi viene da pensare che perfino la nostra digestione sia una colonna sonora registrata a Hollywood da una delle tante reti televisive.

L’utilizzo che Brautigan fa di questi “fotogrammi surreali” permette al lettore di dare la propria personale interpretazione alla scena, interpretazione che non sarà mai falsa e che anzi riuscirà a raccontare con maggiore forza cosa è andato perso del grande sogno americano.

Della sua amicizia con Don Carpenter rimane purtroppo il triste e identico epilogo: entrambi si suicidarono a undici anni di distanza l’uno dall’altro. Si racconta che dopo la scoperta del cadavere di Brautigan, scrittori, attrici ex mogli e amici si ritrovarono tutti nel famoso ristorante Enrico’s per parlare di alcool, donne e fantasmi. Fantasmi che erano già presenti nei suoi racconti e che forse avrebbero dovuto far presagire quel triste epilogo.

 

[1] Pesca alla Trota in America, Richard Brautigan, Einaudi, Maggio 2017

[2] “Revenge of the Lawn”, Richard Brautigan, Canongate, 2009 (Digital Edition)

[3] American Dust, Richard Brautigan, minimum fax, 2017

 

 

Le formiche di Boris Vian

Pillole di surrealismo dalla Parigi del secolo scorso

Le formiche di Boris Vian è una raccolta di racconti, edita da MarcosyMarcos in un agile volumetto dalla copertina rossa che raffigura un pesce intento a godersi, con tanto di  soffice guanciale, un pisolino all’interno di un lavandino. L’inizio di questo 2018, complici i sonnacchiosi giorni di ripresa dal capodanno, ha fruttato scoperte inaspettate e mi ha portato a fare la conoscenza di un sacco di autori interessanti. Uno dei più sorprendenti tra questi è stato certamente il signor Vian, che ha saputo regalarmi qualche ora di intrattenimento piacevolissimo.

Boris Vian le formiche
Immagine by emkanicepic via Pixabay

Classe 1920, Boris Vian viene definito dalla Wikipedia inglese con il bellissimo termine di polimath che con una perifrasi, brutta come tutte le perifrasi, possiamo tradurre più o meno come: esperto di diversi campi dello scibile umano. Oltre ad essere uno scrittore Vian è stato infatti un valente trombettista jazz e paroliere di numerose canzoni, traduttore, autore di lavori teatrali. Membro del Collège de Pataphysique, ma anche attore, inventore e ingegnere. Tra un impegno e l’altro trovò pure il tempo di aprire un locale dove si radunavano artisti, letterati e musicisti. Uno di quelli che tanto sono cari all’immaginario collettivo della Parigi dei primi anni del Novecento.

Se siete lettori di Tre racconti la probabilità che conosciate gli Scratchreaders, il gruppo di lettura fondato dalla nostra titanica capa, è piuttosto alta. Se non li conoscete invece, conosceteli. In compagnia di questi valentissimi compagni abbiamo occupato il mese di gennaio con la lettura di Tutto il ferro della Torre Eiffel romanzo di Michele Mari che ha come protagonista proprio la Parigi degli anni di Boris Vian. Approfitto della felice coincidenza (le coincidenze non esistono, direbbe sempre la capa) per proporvi una citazione da Mari che calza a pennello per introdurre il lavoro letterario di Vian.
A interrogarsi sul mondo editoriale è Robert Denoël, l’editore di Louis-Ferdinand Céline. Un autore che quando pubblicava qualcosa non passava propriamente inosservato:

Pubblichi un tale il tal anno, sei un mostro! Gronda sangue quel testo, come hai potuto! Corruttore! Traditore del popolo! Lo pubblichi trenta, cinquant’anni dopo, bravo! Si doveva! Un classico del Novecento, e che diamine! Con tutti i servigi della filologia, bravo editore! […] Mah… Chissà se ci sarà tempo perché si rivoltino ancora le cose, se verrà il giorno in cui, proprio perché reietti, i miei libri avranno un valore superiore ai tomi della Plèiade…[1]

Le analogie tra le preoccupazioni di Denoël e la carriera letteraria di Vian sono molte. Il nostro Autore infatti scrisse diverse opere, accolte tiepidissimamente da pubblico e critica e tutte caratterizzate dal più totale insuccesso dal punto di vista commerciale.

La notorietà arriva nel 1945, quando in Europa impazza la moda per gli hard boiled americani. Vian, convinto di poter fare meglio degli autori d’oltre Pacifico, scrive in soli quindici giorni Sputerò sulle vostre tombe pubblicato inizialmente con lo pseudonimo di Vernon Sullivan e che costa al suo autore un fiume di critiche e l’accusa di corruttore della pubblica morale. Nel 1946 Vian inizia a frequentare stabilmente i circoli letterari della capitale francese, in compagnia di personaggi come Simone de Beauvoir, Albert Camus e Jean-Paul Sartre. Per quest’ultimo in particolare Vian prova profonda stima tanto da farlo comparire come personaggio nel suo La schiuma dei giorni. Dal canto suo Sartre, con la grazia che spesso lo ha contraddistinto, prova a fregargli la moglie.

boris vian sartre le formiche
Jean-Paul Sartre, Boris Vian, Michelle Léglise, Simone De Beauvoir

I racconti che compongono Le Formiche, sono cinici, satirici e surreali, uniti tra loro da un umorismo nero che l’autore usa per descrivere con occhio distaccato fatti a volte terribili. Il nonsense la fa da padrone in più di una scena, ed è lo strumento che Boris Vian usa per spiazzare il lettore e per imporre brusche sterzate narrative alle sue storie. Il titolo della raccolta viene dal primo dei racconti, che narra in maniera satirica e distaccata quello che può essere facilmente riconosciuto l’arrivo degli Alleati nella Francia occupata. Il soldato protagonista non sembra eccessivamente turbato dagli orrori che lo circondano, e mentre è intento a cercare di salvarsi la pelle registra fedelmente quanto accade:

Arrivavano pallottole un po’ dappertutto, e a me non piace il disordine così tanto per. Siamo balzati in acqua, ma era più profonda di quanto sembrasse, sono scivolato su una tolla di conserva. Il tizio appena dietro di me si è ritrovato tre quarti del volto spazzati via da un ananas in transito, ho tenuto la tolla in ricordo. Ho messo i brandelli del volto nell’elmetto e glieli ho dati, lui se n’è ripartito per farsi curare, mi sa tanto che non ha imboccato la strada giusta, è entrato in acqua fino a dove non si toccava e non credo proprio che sul fondo ci veda abbastanza bene per non perdersi.[2]

Le formiche del titolo sono quelle che tutti noi conosciamo, quelle che vengono ai muscoli quando restano troppo tempo nella stessa posizione, e che hanno un loro ruolo all’interno del racconto. Tutti  i racconti della raccolta sono ambientati in Francia, molti a Parigi. Spesso vengono messe in scena situazioni paradossali, ma Boris Vian ci tiene a rassicurare il suo pubblico, le storie sono: “totalmente reali, perché me le sono inventate da capo a piedi”. Oltre a qualche piacevole ora di divertimento alla fine della lettura quello che resta è il ricordo di una moltitudine di personaggi che con le loro stravaganze si conquistano un posto sicuro nel cuore del lettore. Cinici e distaccati, menefreghisti un po’ sadici, anime derelitte, timidi patologici e distruttori impenitenti. Come se dovesse scrivere uno spettacolo teatrale Vian mette in scena un circo di personaggi tutti assolutamente caratteristici e che sanno bene come catturare l’attenzione di chi legge. Su tutte mi resterà impressa a lungo la figura del Maggiore, un personaggio che come un novello Rodomonte fa la sua comparsa sulla scena solo per distruggere tutto quello che trova sul suo cammino. Psicologicamente ma anche fisicamente:

Allora la sagoma del Maggiore, furioso perché non faceva parte del racconto, si drizzò dietro di lui e lo prese per il colletto, con le spalle sollevate, le braccia tese, la testa in avanti. André gesticolava qualche centimetro al di sopra del parapetto e gridava: «Mi lasci!» Ma era il solo a sapere che era stato il Maggiore a sollevarlo, perché questi si era appena reso invisibile.[3]

Come fai a non ricordarti di un personaggio così? Che come se saltasse da una pagina all’altra del libro va a insinuarsi in un racconto non suo e in un’altra linea narrativa. Per di più offeso per non essere stato nominato.
Ecco, i racconti di Boris Vian sono tutti così: deliranti, divertenti e assolutamente geniali. Se amate il genere non potete perderveli.

 


[1] Michele Mari, “Tutto il ferro della Torre Eiffel”, Einaudi, 2002 (pp. 63-64).

[2] Boris Vian, “Le formiche” in “Le formiche”, MarcosyMarcos, 2013 (p. 9)

[3] Boris Vian, “La nebbia” in op. cit. (pp. 171-172)

New York è un racconto di Hubert Selby Jr.

 

Qualche anno fa, proprio in questo periodo, Paolo Cognetti tornava in libreria con una nuova casa editrice e un progetto molto interessante. Parlo di progetto perché New York Stories non è solo un libro; è un prodotto complesso, qualcosa di più di una raccolta di racconti: è la città di New York in tutta la sua evoluzione (storica, politica, culturale), raccontata dagli scrittori. I racconti scelti spaziano dagli anni ruggenti fino al periodo della “luminosa decadenza”, passando per l’era delle grandi migrazioni, due conflitti mondiali e due riprese economiche, lo spartiacque del 2000 e il crollo delle torri gemelle. Nella raccolta ci sono grandi nomi, molti degli scrittori che amo: John Cheever, Richard Yates e Truman Capote. Ci sono anche un paio di esponenti della nuova generazione, come Nathan Englander e Colson Whitehead. Ogni raccolta, però, è frutto di una selezione, e selezionare vuol dire includere alcuni nomi a discapito di altri. New York Stories non fa eccezione perché all’appello manca uno scrittore importante. È Cognetti stesso ad ammetterlo:

Ora che il libro esiste penso sopratutto a quelli che mancano, perché non ce li hanno lasciati pubblicare. Joseph Mitchell. Jay McInerney. E in particolare Hubert Selby Jr.

Hubert Selby Jr. era figlio di un minatore del Kentucky che si trasferì con sua moglie a Bay Ridge, Brooklyn, New York, intorno agli anni Trenta. Selby Jr. nasce nel 1928 e cresce frequentando la scuola pubblica in quartiere multirazziale. Non ancora ventenne si arruola nella marina mercantile ma nel 1947 gli viene diagnosticata una tubercolosi che lo costringe a tornare a casa. I suoi problemi di salute si aggravano anche a causa dell’eroina che usa come analgesico. Per dieci anni rimane a letto, senza lavoro e senza prospettive, finché un amico d’infanzia gli suggerisce di cominciare a scrivere. Selby Jr. pensa che non sia una cattiva idea (cos’ha da perdere?); ma sa di non avere talento, quella dote innata che tocca in sorte ai più fortunati, e allora comincia a fare quello che fa la gente normale quando vuole ottenere le cose: lavorare duro, che nel suo caso significa scrivere tanto, ogni giorno.

La sua prosa non segue regole grammaticali o sintattiche: Selby Jr. va a intuito, prendendo un po’ di quella spontaneità che ha ereditato dalla generazione dei beat; come quella di Kerouac, la sua è una scrittura che non bada troppo alla forma. Così i dialoghi non sono preceduti da virgolette ma qualche volta si chiudono con quattro punti interrogativi, le onomatopee sono scritte in maiuscolo, maiuscolo che non è detto che ci sia dopo il punto, gli spazi, i rientri e le interlinee diventano elementi narrativi determinanti. Il lessico è essenziale: è facile trovare più “robe” che termini ricercati e gli uomini si rincorrono con appellativi pittoreschi del tipo “loffio chiappesecche”.

Intuito, abbiamo detto, ma non è del tutto corretto. Selby Jr. va soprattutto “a orecchio”: «Ascolto, oltre che vedere e averne sensazioni, quello che sto scrivendo. Sono sempre stato innamorato della musica che sento nei discorsi che si svolgono a New York [1]» . Qual era la musica che si parlava a New York negli anni sessanta?

In quel periodo, la città aveva perso il baricentro. New York aveva attraversato la seconda guerra mondiale, il fisiologico periodo di ripresa, e stava cercando di costruirsi una nuova identità. Le persone abbandonavano la città e a New York restavano quelli molto ricchi e quelli molto poveri a guardarsi da un lato all’altro del ponte. Gli uomini di Selby Jr. sono i proletari, quelli che vanno a fare la spesa il fine settimana coi bambini che si agitano nei passeggini, in mezzo al trambusto dei carretti, dei camion e delle macchine. Selby Jr. ha scritto di operai frustrati, ubriaconi e prostitute, di tutta l’umanità che restava ai margini a fissare la risolutezza di Manhattan riflettersi nell’East River. Nel suo libro più celebre, Ultima uscita per Brooklyn (1964), Selby Jr. ha riversato gran parte della violenza che aveva visto e sentito, storie che tra le altre cose gli costarono un processo per oscenità a causa della durezza di alcuni passaggi.

Leggere Ultima uscita per Brooklyn è un’esperienza scioccante, un’immersione con un respiro solo nel degrado più cupo. Il romanzo, composto da capitoli che hanno l’impronta di racconti, è pieno di uomini e donne che non hanno alcuna prospettiva se non quella di stordirsi abbastanza (con sesso, droga, alcol, spesso contemporaneamente) e arrivare un po’ meno tristi al giorno dopo.

Georgette, la protagonista del capitolo È morta la regina, interpreta molto bene questo meccanismo. Georgette è una transgender che si rifugia dalle sue amiche a Manhattan in piena crisi d’astinenza dopo una brutta esperienza con alcuni tipi in un bar. Di lì a poco, gli stessi uomini raggiungeranno l’allegra compagnia per far festa. Tutte loro sono ipereccitate. Con un sorso di caffè bollente, Georgette butta giù sei o sette pasticche di benzedrina: «Non voleva che si dissolvesse e venisse assorbita dal sangue e pompata in tutto il corpo; voleva sentirsi accelerare il cuore adesso; voleva i brividi adesso; voleva la bugia adesso; Adesso!!!». Eppure poco dopo, quando gli uomini arrivano e la situazione degenera in quello schifo che è l’essere umano al suo livello più basso, Georgette, la Regina, si alza e comincia a recitare i versi di Edgar Allan Poe. Tutti smettono di fare quello che stavano facendo e la guardano come se fosse un alieno; qualcuno la prende in giro ma lei non si lascia confondere. Georgette sa che quel momento è un’illusione che si concede, lo sa anche quando scappa dalla casa e nessuno si accorge della sua assenza: sa che ritornerà perché quella è la sua vita e in un certo senso crede di volerla, e comunque è tutto quello che ha, e se è tutto quello che ha è perché forse se l’è meritata.

Quello che ne esce peggio dalle storie di Selby Jr. è sempre il corpo, come quello della prostituta Tralala che muore in un lurido parcheggio, mezza nuda e coperta di sangue, dopo che una fila di uomini, una ventina o più tra ubriachi e adolescenti, si sono serviti di lei come la più perversa fantasia ha suggerito. È una trasfigurazione, un parallelo biblico: è come se attraverso le pene della carne l’anima si purificasse.

Nei racconti, compresi nell’unica raccolta che Selby Jr. ha pubblicato (Canto della neve silenziosa, 1986), il protagonista è un Harry, un uomo qualunque che assomiglia un po’ a tutti e che si trova a fronteggiare piccoli fallimenti quotidiani. È un ragazzino (nel racconto Pubertà) che si sente invadere da un senso d’angoscia inspiegabile, una voglia e una paura insieme, e mentre gioca con la palla all’improvviso sente su di sé «la tristezza dell’intero mondo». Diventa un genitore (in San Martino), un uomo che vorrebbe passare la domenica a vedere la partita dei Jets, vivere un giorno tranquillo perché poi lunedì deve tornare al lavoro, e invece si ritrova al parco con una bambina, sua figlia, che sembra non appartenergli affatto, o con un bambino (nel racconto Un po’ di rispetto) che lo guarda puntandogli una pistola giocattolo con aria di sfida. «Lavoro tutto il santo giorno come un dannato (…) tutto quello che chiedo è un po’ di considerazione, nient’altro che un po’ di considerazione». La rabbia emerge dai personaggi di Selby Jr. ogni volta che i figli non ubbidiscono, le mogli non comprendono, quando bevono troppo e una giornata cominciata male finisce peggio. I pensieri esplodono nel cranio, trafiggono occhi, naso e orecchie. Impotenti di fronte alle ingiustizie del mondo, gli uomini diventano esplosivi.

EB: La rabbia?

HSJ: Sì, la rabbia.

(…)

EB: E questa rabbia è una cosa che provi spesso?

HSJ: Sempre.

EB: Davvero?

HSJ: Sì, ma ormai non la scarico più sugli altri. Mi viene un attacco di rabbia che dura un paio di secondi e poi mi passa. Permetto a me stesso – a quella parte della mia umanità – di perdere il controllo per qualche secondo perché è l’unica cosa che mi dà sollievo, a volte. Vengo travolto dal dolore di vivere.[2]

La rabbia poi passa, dice Selby Jr., riferendosi a se stesso ma un po’ anche a tutti quelli di cui ha scritto. Questo è il problema: i molti Harry vivono in uno stato di rassegnazione latente, convinti che il destino non giocherà mai a loro favore. Quando la vita comincia a girare nel verso giusto sembra quasi un miracolo, così incredibile che finiscono per rovinarsi con le proprie mani.

Emblematico, in questo senso, è il racconto Ciao campione. È la storia di un ragazzo che vuole conquistare una ragazza ma non sa come fare colpo su di lei. Decide di portarla a cena nel locale di Jack Dempsey, ex campione mondiale di pesi massimi. Per una settimana, prima dell’appuntamento, Harry va a mangiare da Dempsey per trovare il coraggio di chiedergli se, per favore, quando sarebbe tornato con la sua ragazza, per piacere, avrebbe potuto far finta di conoscerlo. Dempsey sorride e accetta. Così, quando arriva la sera tanto attesa, il pugile saluta la coppia rivolgendosi a Harry come se fosse un vecchio amico. La ragazza, Rita, resta piacevolmente colpita. I due passano una bellissima notte insieme, Harry non aveva mai vissuto un’esperienza come quella, un momento così perfetto, ed ecco che appena resta solo comincia a indietreggiare. Così facile? Non può essere. Harry decide che non vedrà più Rita perché lei gli ha mentito, perché era stata con lui solo perché conosceva Dempsey (perché, altrimenti? Perché una ragazza così avrebbe scelto uno come lui?).

La felicità è uno scherzo del destino, «nient’altro che una maniera per torturare la solitudine che se ne sta nascosta in ogni cuore».

La musica della New York che racconta Selby Jr. è un urlo soffocato. È il rumore che spia attraverso la finestrella di un ospedale penitenziario; avanza spaventoso mentre si è in preda a una crisi d’astinenza (nel racconto Un rumore). Sono due ragazzi innamorati che attraversano la strada ma quel lui non sei tu: «Michy che sentiva le loro risate e s’infastidiva non perché non li volesse felici ma perché voleva che quelle risate chissà come gli attutissero il dolore» (in Leibesnatch). Oppure sono due amici che vanno al cinema e si scambiano battute rovesciandosi il vino sui pantaloni. La musica è un tintinnio:

(…) afferrando la bottiglia (tintinnio), guardando il vino che cadeva nel bicchierino (plop plop plop plop) […] – OOOOO Che? Sei pazzoscemo? AHAHAH – non ce n’è più, finito, tre bottiglie vuote – UHUHUHHHHH – ehi, babbo, voglio il gelato. Zitto e beviti la birra.  – lo schermo s’agita e si confonde… le immagini si sparpagliano – AHEHEHUHOHOHRHUHUHOHOH… Per cortesia, signore, faccia silenzio (il racconto è Doppio programma).

La musica è in una domanda bisbigliata (Che pensi?), posta a lui, Harry, che guarda la ragazzina con le gambe belle che ha notato l’altro giorno alla stazione e che adesso gli passa così vicina che può sentirne l’odore, e allora allunga il collo per vederle i seni, solo per capire la forma che hanno sotto al capotto – ma perché non se lo leva quel capotto?–, così può immaginarsela meglio mentre abbraccia sua moglie. Voci invadenti che hanno le sembianze del passato, voci che vorresti che non tornassero: «Quando ci svegliano viene una donna e strilla e io ho paura che il sole non sorge. sono così stanca. ma il sole sorge vero Harold?» (nel racconto Sto buona).

Ma, a differenza di quell’oscurità senza soluzione che emerge da Ultima uscita per Brooklyn, in quel famoso racconto che è Canto della neve silenziosa, Selby sembra suggerirci che New York può diventare una melodia meno struggente. Il nostro Harry è un po’ diverso dagli altri: si è trasferito in una zona residenziale del Connecticut, ha comprato una casa di proprietà. Ci mette quindici minuti per raggiungere la stazione e poi un’ora di treno per arrivare alla Grand Central. Allo stesso tempo, dei vecchi Harry porta l’angoscia che non lo fa dormire la notte se non prende una doppia dose di tranquillanti. Ha imboccato un’altra strada, ha provato a cambiare vita; i ragazzi hanno più spazio per giocare e sua moglie è contenta della cucina nuova. Qual è il problema, allora? «Esistevano per caso dei tipi di morte di cui lui non sapeva niente?». È una giornata di marzo e Harry si avvolge nel torpore del mattino, i farmaci attutiscono la volontà e intorpidiscono i sensi. Da parecchi giorni, dopo essere tornato dall’ospedale a causa di un esaurimento nervoso, non è in grado di lavorare. Sdraiato nel suo letto, sa che la sua famiglia è al piano inferiore, impegnata a fare quelle cose che fanno le famiglie la mattina: la moglie prepara la colazione, il figlio dimentica lo zaino. Ma la sua famiglia è diversa: tutti cercano di non fare rumore per non svegliarlo e Harry soffre di quel silenzio fittizio perché è un rumore che non esiste.

Cade la neve, forse è l’ultima neve della stagione. La neve fa sempre uno strano effetto: anche se sappiamo esattamente cosa sia, quando viene giù ha l’aria di un evento inspiegabile. Come una magia. Harry decide di fare una passeggiata, una delle poche cose che il dottore gli ha concesso. Cammina nella neve, il piede sprofonda e fa un piacevole scricchiolio, poi più niente: «I suoni di tutti quei fiocchi si (…) fondevano invece in un canto, quello della neve, che lui sapeva che pochi avevano mai udito». Harry prova una pace assoluta e pensa che potrebbe restare lì per sempre, coi piedi nella neve e nella luce che lo avvolge e lo attraversa come un prisma, trafitto da una gioia che gli alleggerisce l’anima. Per la prima volta, dopo tanto tempo, riesce a respirare senza affanno. La sensazione di abbandonarsi è fortissima. Poi però arriva un richiamo più forte e ha il suono di tutto quello che avrebbe dovuto abbandonare: Alice, i ragazzi, la famiglia. Per dolce che fosse, il canto della neve non era la musica di casa.

Esiste la rabbia di una giornata andata storia, di una vita che non si risolve come avresti voluto. Puoi prendertela con la sfortuna, con chi ha più potere di te, con chi doveva proteggerti e non l’ha fatto. E forse non c’è soluzione alla solitudine che abbiamo nel cuore, o forse è solo che dovremmo smetterla di portarla sul petto come se fosse una medaglia. Può sembrare banale ma cos’abbiamo da perdere? Rita era una ragazza molto saggia e Harry ha sbagliato a lasciarla andare perché lei l’aveva capito: «Non chiedeva molto, no? Solo uno con cui dividere quello che aveva. Strano come a volte sembra semplice essere felice e ancora più semplice confondere ogni cosa». E anche Selby Jr., alla fine, l’aveva capito:

A mia moglie Suzanne
che quel canto ha intonato con me
.

 

 


[1] Citazione tratta da The night spirits told my wife I was dying, un articolo del 12 gennaio 2001 che Selby Jr. scrisse per il The Guardian.

[2] Ho tratto questo passaggio dall’intervista che Ellen Burstyn, attrice della trasposizione del romanzo di Selby Jr Requiem for a Dream, fece allo scrittore. Voi leggetela dall’inizio alla fine perché sarebbe da citare per intero.

Epifanie per una scrittura politica

Di Claudio Correggioli

Quando Vanni Santoni, nell’intervista che ha concesso a Gaia Mutone, ha detto che «gli scrittori godono ancora di un certo ascolto, e questo rende il mestiere intrinsecamente politico, anche quando non si fanno libri-inchiesta o di intervento diretto» io ho fatto un salto sulla sedia. Sì, perché avrei voluto urlarlo con lui al mondo, mentre ovunque mi volti vedo, nelle classifiche di vendita, in televisione, e a profusione nel mare magno della Rete, che le scritture di oggi nascono principalmente per raccontare intrecci di cliché. Che non spingono quasi mai i lettori a porsi domande e a uscire dalla propria comfort zone. Quello che credo è invece che anche l’arte abbia come fine quello di confortare gli afflitti e disturbare chi sia già comodo, come diceva Finley Dunne alla fine del diciannovesimo secolo a proposito della religione. E così non ho resistito, ho preso in mano la penna e ho scritto ai ragazzi di Tre racconti. Ragazzi che devo ringraziare per non essersi sottratti alla discussione e, anzi, per averne voluto approfondire alcuni aspetti. Il primo dei quali è se ci sia una responsabilità condivisa tra scrittori e lettori, in mezzo a tutti coloro che propongono la cultura.

La risposta è certamente positiva. La narrativa ha, a mio parere, una funzione precisa: quella di metterci nella condizione di fare esperimenti sociali di tipo mentale. Quello che intendo è che nessuno ha il potere di effettuare due scelte diverse, a fronte di un dilemma, per verificare oggettivamente quale sia la scelta migliore; l’unica nostra arma sono le supposizioni, pur sapendo che “è molto difficile fare previsioni, specialmente riguardo al futuro”. Dunque la narrativa ha (dovrebbe avere), nel campo della vita e delle emozioni, la stessa funzione che occupa un teorema in matematica o in fisica; questo significa che chi scrive ha l’obbligo di metterci la propria visione del mondo, nonché una qualche proposizione che ci insegni qualcosa sulle verità della vita. Quantomeno sulle sue verità. Come vedete, la struttura è identica: c’è un’ipotesi, che è la visione del mondo e c’è una tesi, che sono le conseguenze – in quel mondo – di una certa verità sulla vita. La narrazione non è altro che la dimostrazione, a volte per assurdo, attraverso cui l’autore ci mostra quanto sia vera la sua verità. Le storie che l’uomo si racconta da millenni nascono proprio per questo: altrimenti che senso avrebbero le favole, l’ira funesta del più prode degli eroi, le vicende di un capitano pazzo alla caccia di una balena bianca?

Per fare un esempio, prendiamo una storia noir come tante che si trovano in libreria. Mettere in scena il solito commissario e centellinare indizi è (dovrebbe essere) la scusa per mostrare al lettore come funzioni la vita, magari dicendo che la giustizia vince sempre perché… e i perché dipendono proprio dalla sensibilità dell’autore. Che potrebbe credere al fatto che i cattivi siano sempre stupidi, almeno più dei commissari. Che, magari, i commissari siano più duri e cattivi dei cattivi stessi. Oppure – dimostrazione per assurdo – che il crimine paghi solo quando la giustizia è ingiusta e corrotta. Come è facile capire queste sono tutte istanze di tipo politico, inteso nel senso più alto, perché mostrano uno spaccato di vita idealizzato, ripulito dal caos che regna sovrano nella realtà, in cui sono resi evidenti le catene di conseguenze che derivano dall’assunto iniziale.

Con questo non sto dicendo che la scrittura debba essere asservita solo alla denuncia, tanto meno a quella di un presente che, a parere dello scrittore, non funziona o dovrebbe essere diverso. A tal proposito, Paolo Zardi qualche settimana fa ha twittato: «Quando uno scrittore parla di precariato, fake news o bullismo, be’, è arrivato troppo tardi: lo scrittore dovrebbe muoversi nello spazio dell’inesplorato». Chi scrive narrativa e presume, di conseguenza, di poter far parte in una qualche misura della comunità artistica, ha il dovere di anticipare la vicende umane a favore di tutti coloro che non hanno il privilegio di condividere quella vocazione. L’artista può chiamarsi tale proprio perché vede e comprende prima degli altri, con una sensibilità che al resto delle persone fanno difetto. Si dice che a ogni giorno basti la sua pena. Ma se è vero che chi scrive pensa di possedere una qualche verità sul mondo, allora non può fare a meno di vedere la pena di oggi che proietta la propria ombra sul domani.

Ecco perché l’arte e lo sviluppo della cultura sono tanto importanti. Ecco perché è fondamentale che chi scrive non abdichi ai propri doveri e che chi pubblica non insegua solo il mero ritorno economico a breve termine: sono chiari a tutti i motivi per cui un libro è un prodotto industriale, almeno quanto un fon, ma, a differenza di quest’ultimo, un libro non si limita alla superficie e smuove quello che c’è sotto, vale a dire pensieri e coscienze. Tenendo ben presente una cosa: la cultura non esclude il profitto. Non è forse vero che Se questo è un uomo è stata una delle più grandi operazioni commerciali di Einaudi?

Allo stesso modo, alla fine di questa catena, c’è anche una responsabilità in chi legge, messa in campo quando si sceglie il prossimo libro da aprire. Scelta che non deve premiare con l’acquisto sempre e solo il volume meno impegnativo o le storie facili, perché proprio la narrativa d’intrattenimento è il miglior terreno per imparare giocando: dunque è sacrosanto leggere cose divertenti, persino frivole, ma senza per forza rinunciare a quella patina di denuncia che obbliga il lettore a riflettere su di sé e sul mondo che lo circonda o lo circonderà.

In questa rivista però amano la letteratura, quella che produce storie e racconti, assai più della teoria. D’altronde, come diceva Giacomo il Giusto: «tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere e io, con le mie opere, ti mostrerò la mia fede». Era inevitabile che mi facessero una domanda diretta: «Data una situazione X cosa dovrebbe fare lo scrittore Y? Cosa fai tu, o cosa pensi di fare, o cosa vorresti poter fare?».

I temi che mi stanno a cuore, e che auspico debbano stare a cuore a molti, sono parecchi e vorrei lasciar parlare prima il Claudio lettore, base fondante del Claudio che scrive. Dopo una china lunghissima in cui abbiamo subito più di altri gli andamenti economici, oggi assisto con sgomento alla rinuncia a diritti che trenta o quaranta anni fa erano normali, con scontri che mettono i padri contro i figli e le popolazioni l’una contro l’altra. Scontri che finiscono per ledere, quando non strappare, il tessuto sociale. Mi piacerebbe leggere scrittori che non si limitino a dirci in quante spanne d’acqua siamo: dovrebbero bastare giornalisti e saggisti a mostrarci quanto ci sia di sbagliato in tutti quei comportamenti che fanno perno sull’egoismo e sulle paure della gente, e a smantellare tutte quelle reti in cui contano di più le conoscenze e le affiliazioni invece delle capacità. Vorrei leggere scrittori che ci mostrino da che parte sia giusto puntare il timone della nostra vita comunitaria. Perché la Storia ha già mostrato molte volte quanto sia irragionevole pensare di salvarsi rinchiudendosi in una specie di protezionismo egoistico.

Come scrittore, invece, posso dire che non accendo il computer se non ho, dentro di me, l’urgenza di dimostrare una tesi. Altrimenti la scrittura non è altro che esercizio, al pari delle parole crociate: divertenti per chi le costruisce ma noiosissime da compilare. Anni fa, per esempio, ho scritto diversi racconti che avevano come sfondo la Grecia perché la cultura e la società greche erano molto simili, pur se non identiche, a quelle italiane: un mix interessante di come eravamo qualche decina d’anni prima unita al come avremmo potuto diventare nel giro di qualche anno. Ho utilizzato queste differenze come cartina di tornasole, perché l’Italia così com’è non mi piace più; nel caso foste curiosi, uno di quei racconti è finito sul primo numero di questa rivista.

In questo momento, invece, sto scrivendo di intelligenze artificiali: uno dei tanti ambiti sui quali sarebbe criminale non riflettere con opportuno anticipo, posto che si sia ancora in tempo per farlo. Per un verso è un’ottima scusa per porsi di nuovo l’antica domanda su cosa sia la coscienza e, subito dopo, domandarsi se una macchina possa pensare e se abbia persino senso fare queste domande. Dal lato opposto, invece, c’è una speculazione di tipo diverso: in un universo che ci appare desolatamente vuoto, in cui il paradosso di Fermi la fa da padrone, è probabile che il nostro primo contatto lo avremo con qualcosa che avremo creato noi stessi.

Il tema è estremamente complesso e alieno; per rendersene conto basta guardare lo stesso pezzo meccanico progettato e costruito dall’uomo e quello invece perfezionato da una IA. Non credo sia necessario specificare chi ha disegnato cosa. Questa invece è una scheda per computer mentre questa è una mappa della metropolitana, le cui tratte sono disegnate con angoli multipli di 45 gradi per aumentarne la leggibilità. Si vede a colpo d’occhio quanta umanità ci sia in quel computer. Ora immaginate cosa possa fare una IA che progetta un computer specificatamente concepito per contenere al proprio interno una IA di seconda generazione; immaginate quanta distanza finirà per esserci tra il nostro modo di pensare e quello di una macchina siffatta. E poi pensate che macchine del genere, aiutate dai robot, saranno (ma in realtà sono, non dimenticatelo) impiegate in tutti gli ambiti umani, dalla medicina alla vendita, ai social network, al lavoro, alla guerra.

Gli impatti già oggi sono devastanti, tanto che questa nuova tecnologia sta prendendo sempre più i contorni di una religione: è ubiqua attraverso i nostri smartphone, la preghiamo per avere delle cose, è all’apparenza onnisciente. Insomma: possiede molte delle caratteristiche che la scolastica attribuiva a Dio. E l’uomo, che Dio ha costruito a propria immagine e somiglianza, e che forse ha costruito Dio a propria immagine e somiglianza, sta per trovarsi di fronte a qualcosa di nuovo senza avere davvero una possibilità di un confronto o persino di uno scontro: non si può vincere una gara di corsa contro un treno.


Claudio Correggioli ha pubblicato Il geco sul primo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

 

 

Ogni storia ha il suo stile. Intervista a Vanni Santoni

vanni santoni intervista

 

Capire se un testo funziona o meno (e perché) è sempre una sfida. Chiunque legga un libro, si tratti una raccolta di racconti o di un romanzo, e abbia il compito di esprimere un giudizio il più possibile argomentato deve resistere alla tentazione di ricondurre il tutto a schemi prefissati, a correnti e a tendenze in voga o, insidia ancora più forte, al proprio gusto personale. D’altra parte, chi invece le storie le scrive ha davanti a sé sterminate praterie di possibilità. Infinite opzioni che imparerà a scartare o a scegliere a mano a mano che il racconto, i personaggi e i luoghi della narrazione prenderanno forma staccandosi dal magma caotico e istintivo delle prime bozze. La maturazione di una voce, in altre termini, arriva quando si comprende come e cosa scartare.

In questa intervista a Vanni Santoni, scrittore e curatore tra le altre cose della fortunata collana Romanzi di Tunué, abbiamo toccato buona parte delle questioni che stanno più a cuore a noi di Tre racconti. Aspetti che tornano sempre in ogni fase di lettura, scrittura e valutazione; aspetti che presi singolarmente rappresentano altrettanti punti di partenza per riflessioni ampie e articolate. In primis sullo stile, su cosa definisce una prosa di qualità, sugli elementi che rendono una storia coerente, fluida, credibile e di valore. Agli occhi allenati di un editore e a quelli esigenti dei lettori.

Tra le tante valide risposte contenute in questa intervista ci sentiamo di evidenziarne una in particolare che ha a che fare con cosa ancora si fatica a raccontare. Una sfida che ci piacerebbe fosse colta da chi scrive, esordienti e non, e compresa da chi legge. I tempi sembrano maturi.

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Tre racconti è una rivista online nata per promuovere le voci nuove e originali che si cimentano con la forma del racconto breve. Tu stesso hai esordito scrivendo su Mostro, una rivista autoprodotta. Cosa è cambiato secondo te rispetto a dieci anni fa per uno scrittore che vuole esordire ed essere notato distinguendosi dalla miriade di cose pubblicate sul web?

Credo sia importante dire che quando ho cominciato a scrivere su Mostro, alla pubblicazione neanche ci pensavo: la rivista era fieramente militante e non guardava con particolare interesse al mondo dell’editoria, quanto al creare un proprio progetto letterario coerente. Per me Mostro è stata un luogo di formazione, non una vetrina.
Vero è però che dieci anni fa c’era qualcosa che oggi non c’è: un mondo dei blog – mi riferisco ai blog personali, non a quelli collettivi che sono, di fatto, riviste – capace di interessare molto l’editoria. In quel momento storico, pubblicare contenuti letterari sul proprio blog poteva essere utile per essere notati da un editore, e in effetti il mio esordio, dopo vari tentativi andati male, si deve proprio al blog Personaggi precari, che avevo su Splinder: alcuni testi tratti da lì vinsero un concorso “per il miglior testo venuto dal web” e mi permisero di esordire con un piccolissimo editore milanese, RGB, che oggi neanche esiste più. Altri blogger dell’epoca arrivarono anche a case editrici più grandi. Oggi tutto questo ha smesso di accadere, e il luogo a cui l’aspirante scrittore deve guardare sono nuovamente le riviste. Il che, peraltro, è anche più sano, perché le riviste sono anche luoghi di confronto, e quindi oltre a essere utili per far girare il proprio nome e i propri testi tra gli addetti ai lavori – la rivista è ancora il luogo principe dello scouting editoriale: è lì che gli editor vanno a vedere chi ha qualcosa da dire e i mezzi stilistici per farlo – portano chi ci collabora anche a una prima crescita professionale.

Da scrittore hai sperimentato molto giocando con generi, archetipi e immaginari e da editor non hai mai rinunciato a portare avanti un discorso strutturato sulla forma e sul linguaggio.

Lo stile, nella mia visione della letteratura, è tutto. Non esistono storie abbastanza buone da poter essere scritte in qualunque modo. E a volte l’autore deve anche avere la capacità di “ribassare” la propria prosa: ad esempio nel recente L’impero del sogno, essendo un romanzo fantastico-avventuroso, non ho spinto la lingua agli estremi toccati in alcuni passaggi di Muro di casse o della Stanza profonda, dato che la struttura mossa anzitutto dalla trama e il campo immaginario di riferimento richiedevano una lingua più semplice e diretta, rispetto alla quale ho derogato solo nel momento in cui il protagonista Federico Melani guarda in faccia per la prima volta la bambina-dea ed esperisce una violenta teofania.

vanni santoni l'impero del sogno

Un felice esito di questi sforzi è Orazio Labbate che prima con Lo Scuru e poi con Suttaterra, da te presentato a Più Libri Più Liberi, si è distinto per idee molto chiare sul modo di usare le parole e uno strumento complesso come il dialetto. Come si fa ad avere un’idea così definita e personale del linguaggio? Come fa un autore a forgiare la propria voce?

Come dichiarato fin dall’inizio, il parametro centrale nella selezione dei testi per la collana Romanzi di Tunué è la qualità della prosa. Il resto, anche quella particolare attenzione agli esordî che ci caratterizza, viene dopo.
Ogni autore di valore sviluppa i propri percorsi per forgiare la propria voce, ma evidentemente il fatto centrale sono le letture. Chi vuole diventare uno scrittore professionista deve prima costruirsi una base solida leggendo quantità enormi di classici e capolavori contemporanei, ma poi dovrà anche cominciare a “mirare” le proprie letture verso quelle che gli sono utili per ciò che deve scrivere. Anche altri autori Tunué che pur essendo esordienti assoluti hanno mostrato una voce riconoscibilissima – penso ad esempio al Sergio Peter di Dettato o al Luciano Funetta di Dalle rovine – sono prima di tutto lettori molto attenti, che hanno saputo costruire percorsi di lettura altamente strutturati e volti allo scopo che si erano dati come scrittori.

Veniamo alla forma racconto. Diversi autori ci hanno confermato che la lettura del racconto rispetto al romanzo è più lenta e profonda perché deve fare i conti con un “non detto” o un sottetesto che non sempre è immediato da cogliere. Può essere questo un fattore respingente per i lettori abituati a leggere romanzi?

Non c’è dubbio sul fatto che il racconto sia una forma letteraria più “concentrata” del romanzo, e che ciò si possa tradurre in un minor venduto medio, specie presso quei lettori che dall’esperienza di lettura cercano anzitutto immersività. La poesia, che è ancora più concentrata del racconto, vende infatti ancora meno. Tuttavia sarebbe ingenuo attribuire solo a questo fatto il pregiudizio che il racconto patisce nel nostro paese: da diverso tempo si è consolidata nel mondo editoriale l’idea che le raccolte vendano poco, il che ha creato una sorta di “profezia che si autoavvera”, portando gli editori a pubblicare meno racconti, a spingerli meno, e a “camuffarli da romanzi” anche quando li pubblicano. Esistono però le eccezioni: case editrici come Neo o Minimum fax da sempre danno molto spazio ai racconti nei loro cataloghi, e recentemente sono nate altre realtà che spingono con forza in questa direzione, come Racconti Edizioni, dedicata addirittura alla sola forma breve, e che ha fatto pure esordire un raccontista – Elvis Malaj con la valida raccolta Dal tuo terrazzo si vede casa mia – o Black Coffee, che si è presentata alle librerie e ai lettori anche con raccolte di racconti, e recentemente ha pubblicato quella, davvero eccellente, di Joy Williams, L’ospite d’onore. E poi, appunto, ci sono le riviste, che del resto costituiscono l’ambiente naturale per la forma breve. Anche fra quelle nuove ci sono cose interessanti, penso all’esperienza di The FLR, del cui comitato di redazione faccio parte, che propone in due lingue racconti inediti di alcuni dei maggiori autori italiani non ancora tradotti in inglese, al bel lavoro che stanno facendo altre cartacee come Effe o Carie, o qui a Firenze Street Book Magazine, Con.tempo o A few words, o anche online come Crapula, dove recentemente hanno trovato spazio due dei migliori raccontisti italiani ancora sotterranei, Gregorio Magini e Gregorio Meier.

In una delle sue ultime interviste Philip Roth ha detto: «Non concordo sul fatto che la narrativa sia morta — in questo momento in America sono attivi molti romanzieri di prim’ordine. Quello che sta diminuendo è il bacino di lettori seri, attenti e impegnati, e continuerà a diminuire a causa dell’incommensurabile popolarità dello Schermo». Potresti commentarla?

Concordo in pieno sulla prima parte, anche se mi sembra che il pallino del romanzo negli ultimi anni, dopo una nettissima supremazia americana, sia tornato in Europa. Sulla seconda ho qualche dubbio: non sono sicuro che sia mai esistita un’epoca d’oro in cui orde sterminate di lettori si accapigliavano per le uscite di più alto profilo letterario.
Mi pare, piuttosto, che l’editoria abbia delle responsabilità nell’aver inquinato collane con contenuti non all’altezza, o ridotto il lavoro sul catalogo rispetto a quello sul singolo libro, ma in prospettiva storica anche questa potrebbe essere solo una fase.

Tenuto conto che oggi si esordisce spesso pubblicando online, pensi che la leggibilità intesa come semplicità di costruzione della frase o anche di vocabolario possa essere un valore in sé? 

Non è un parametro che utilizzerei, sebbene la complessità non sia di per sé garanzia di qualità. Né credo che un aspirante autore debba scrivere sulle riviste perché spera poi di pubblicare un libro. Deve scrivere sulle riviste per esercitarsi, sviluppare la propria poetica, confrontarsi con un primo filtro editoriale, con i pari e soprattutto con i lettori. E farlo in modo continuo e consistente. Se lavorerà bene, il resto verrà da solo (si veda, in merito, la lettera di Umberto Eco che riporto a margine di questa intervista).

È legittimo porsi il problema della concorrenza rappresentata dalla narrazione espressa dalle serie tv?

Certamente no. Le serie TV, pur esprimendo contenuti di indubbia qualità, specie se confrontate coi vecchi telefilm, stanno facendo cose che la letteratura faceva già duecento anni fa. Il romanzo è molto, molto più avanti: basta guardare alla complessità di capolavori contemporanei come Infinite Jest di Wallace, Austerlitz di Sebald, 2666 di Bolaño o Abbacinante di Cărtărescu per capire che la letteratura non ha niente da temere se la televisione ha finalmente imparato a fare quello che facevano Hugo o Puškin. L’incremento di narrazioni di qualità su più medium è, anzi, un fatto positivo, senza contare i casi in cui una serie rende popolarità a romanzi significativi, come è accaduto per Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood.

Un altro nodo molto delicato per chi scrive è il rapporto con la tradizione e con i propri modelli letterari. Umberto Eco evidenziava alcune trappole nelle quali lo scrittore, il narratore o il poeta possono facilmente cadere; una di queste trappole era proprio «l’angoscia dell’influenza». Come ci si barcamena in questo sottile gioco di equilibrio di forze creative e influenze?

Sono processi difficili da isolare e analizzare, dato che si basano su un misto ad assetto variabile di intuito ed esperienza. Credo che anche qui la soluzione sia la lettura: incrementando le letture (e le riletture), differenziandole, leggendo in più lingue, si sviluppano strumenti atti a schivare simili trappole.

Come si misura la “bontà” di un racconto? Esistono dei parametri oggettivi che aiutino sia chi scrive sia chi legge a valutare e valutarsi?

Non esiste un parametro unico, e anche quelli principali – potremmo cominciare citando, che so, qualità della prosa, complessità dei temi, portata immaginifica, spessore filosofico, impatto emotivo, universalità… – sono tutti passibili di diverse interpretazioni, oltre che di avere un diverso peso rispetto al tipo di storia che si sta raccontando. Quello che sappiamo è che alcuni libri e racconti sono capolavori, e che altri non lo sono. E lo sappiamo perché abbiamo letto molto. Leggendo, si sviluppa la capacità di distinguere la qualità.

Cosa cerchi in un testo? Quali caratteristiche deve avere un manoscritto per spingerti a sceglierlo e a pubblicarlo?

Come detto, l’unica cosa a cui guardo veramente è la qualità della prosa. Ora che, dopo dodici libri (e altri due in arrivo), la collana Romanzi di Tunué ha assunto una sua fisionomia, entrano in campo anche considerazioni su quanto un testo sia adatto a essa, ma sono comunque secondarie rispetto alla qualità. Se un testo è eccellente, faccio volentieri eccezioni, come è avvenuto con Tabù di Giordano Tedoldi, che ha una lunghezza che normalmente non facciamo, o con La stanza di Therese di Francesco D’Isa, che ibridando immagini e testo è decisamente lontano, ancorché affine tematicamente, da qualunque cosa avessimo pubblicato fin lì.

vanni santoni

C’è qualcosa che oggi si fatica a raccontare o non si racconta proprio?

Come nel resto della società, le donne continuano a essere sottorappresentate. Basti guardare a quanti personaggi femminili significativi ci sono, in media, nel grosso dei romanzi scritti da autori maschi.

Quale può essere oggi il ruolo dello scrittore? Sembra molto difficile non parlare dei problemi che abbiamo ora in quanto esseri umani calati in una società globalizzata e non risolta.

Per fortuna, anche se non quanto un tempo, gli scrittori godono ancora di un certo ascolto, e questo rende il mestiere intrinsecamente politico, anche quando non si fanno libri-inchiesta o di intervento diretto. Anche l’attuale popolarità delle narrazioni distopiche mi pare riconducibile alla volontà di molti scrittori di lanciare un allarme.

Fuggire dalla realtà è ancora possibile o sta diventando un lusso per gli artisti?

Mi sembra che sia l’opposto, che si viva in un contesto di virtualizzazione diffusa al quale molta gente non si è ancora abituata, e che gli effetti di tutto ciò siano piuttosto bizzarri.

Consigli di lettura. Quali sono gli autori, i romanzi o le raccolte che ti hanno colpito di più in questi anni o che secondo te hanno aggiunto dei tasselli importanti nell’attuale panorama letterario?

Prendendo solo libri recenti, e riprendendo quel discorso sul ritorno in Europa del fronte d’onda del romanzo, sicuramente sono da segnalare l’immenso Abbacinante di Mircea Cărtărescu – una buona notizia è che Il Saggiatore nel 2019 pubblicherà Solenoid, l’opera che l’autore stesso considera addirittura superiore a tale capolavoro –; Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov, anch’esso edito da Voland; la recente edizione Bompiani (l’originale è del 1985) di Satantango di László Krasznahorkai; Terminus radioso di Antoine Volodine, uscito per 66thand2nd; e ancora le opere dell’inglese Tom McCarthy. Restando sull’Isola, da ricordare è anche la prima edizione italiana del Lanark di Alasdair Gray, opera capitale della letteratura scozzese e della speculative fiction in generale, pubblicata da Safarà. Tutto ciò non significa che la fonte americana si sia esaurita: ho apprezzato moltissimo, tra le cose uscite di recente, la trilogia di Gilead di Marilynne Robinson, Lincoln nel bardo di George Saunders e, parlando di raccolte di racconti, È così che la perdi di Junot Díaz. Tra i titoli italiani, il mio libro dell’anno è stato senz’altro Leggenda privata di Michele Mari, mentre tra gli esordî che non ha lanciato Tunué mi è parso significativo Libro dei fulmini di Matteo Trevisani, pubblicato da Atlantide, realtà che merita un plauso anche per la cura editoriale e gli arditi “recuperi” che sta mettendo in atto.

 

 

Dago Red di John Fante

Conoscere un autore partendo dai suoi romanzi di successo e concludere con i suoi scritti d’esordio è a tratti un fatto scomodo, ma molto, molto diffuso. Così è accaduto a me, che di John Fante pensavo di conoscere tutto, la fotografia dell’autore sulla copertina dell’opera omnia a squadrarmi da un ripiano della mia libreria, quando Dago Red mi si è parato davanti al naso una mattina, in libreria, non quella di casa bensì quella enorme del centro. È la raccolta dei primi racconti di Fante, che dal 1932 cominciano a comparire su alcune riviste di punta dell’epoca, andando a comporre le salde radici dei suoi romanzi più noti, primo su tutti Aspetta primavera, Bandini.

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Dago Red è celebrazione e ferita, il palco su cui John Fante mette insieme una povertà tragicomica, quella delle sue radici famigliari, un motore inesauribile; ma è anche malinconica rievocazione di una dimensione che sempre e inevitabilmente dimorerà nella sua carne – come nel pranzo in famiglia di Casa, dolce casa.

E insomma, sarò di nuovo tra la mia gente, lì, al pranzo di benvenuto preparato da mia madre, e mio padre, mia sorella e mio fratello saranno radunati intorno al tavolo. L’altro fratello, quello più piccolo, che ha tredici anni, se ne sarà andato via ridendo del linguaggio zoppicante di mio padre, che di anni ne ha cinquantadue. Al suo fianco sarà seduta mia sorella, che ne ha diciassette, e vicino a lei mio fratello Mike, diciannovenne, ed entrambi mangeranno in silenzio come mia madre, che ha gli occhi troppo, troppo grandi, quarantanove anni, un corpo spezzato, i capelli ingrigiti sulle tempie, una sordità che avanza. Io ho ventuno anni, e capisco tutti loro più di quanto si capiscono l’uno con l’altro.

Una delle figure che con maggior potenza emerge dalla penna dell’autore è quella del padre, Nick Fante, muratore umorale e beone. Il suo è il personaggio dello squilibrio, l’incarnazione forte e disperata di un autoritarismo figlio dell’ignoranza, ancorato ai valori e alle gerarchie del meridione italiano trapiantato in America. Nick Fante sa parlare la lingua dei suoi quattro figli, incarna quella goliardia e quel senso di gioco proprio dell’infanzia, ma è una bomba a orologeria, un padre che decide per tutti il tempo e il modo di ogni cosa. C’è, in lui, la struggente condizione dell’alcolismo, il limite precario tra realtà e illusione, e l’angoscia, costante, della povertà imminente.

Ogni inverno, mio padre fioriva di risolute intenzioni e nuove idee per liberarsi dai debiti e migliorare le condizioni della casa. Arrivava a casa a metà pomeriggio con un secchio di vernice e si metteva a tinteggiare una stanza. Per un paio d’ore se ne stava lì a lavorare fischiettando e canticchiando. Era felice, e riusciva a far risuonare la casa di quel suo spirito cordiale, sicché tutti ne eravamo contenti. Poi a un tratto la stanchezza s’impadroniva di lui. Rimetteva il coperchio alla vernice e si sedeva di fronte alla finestra, a rimuginare sulla neve che gli impediva di guadagnare. Tornava a essere pericoloso. Non ci potevamo avvicinare. L’indomani avrebbe completato il lavoro. Ma quell’indomani non arrivava mai.

Con una prosa ancora acerba ma già in grado di fotografare la cornice ironica e instabile dell’esistenza umana, John Fante ci racconta i conflitti famigliari, i lutti improvvisi, le storie della sua infanzia e la fortissima componente cattolica, l’educazione scolastica che sembra più votata al pentimento che all’istruzione; una dimensione, quest’ultima, che l’autore traccia su carta con prepotenza, infilando una parola dietro l’altra come se fosse tutto contenuto nel medesimo respiro. Ed è forse in questi racconti, in particolare, che affiora la vera natura dell’autore, quella straordinaria capacità di corrodere fino al midollo le sue esperienze, trasformarle in materiale per raccontare una verità in qualche modo rinnovata e intrisa di quell’umorismo privo di speranza che caratterizza tutta la sua opera di scrittore, e di colui che fino alla fine è rimasto sempre il figlio di un muratore emigrato in America.

E allora, alla fine di tutto, dopo aver chiuso il libro, mi sono ritrovata a pensare che in fondo sia stato un bene aver incontrato John Fante molto presto nella mia vita, averlo amato con lo stesso fervore di chi sceglie un esempio da seguire per non ritrovarsi smarrito o fatto a pezzi da sé stesso, e che Dago Red sia arrivato al momento opportuno, per ricordarmi che alcuni scrittori sono una scoperta sempre, e che tornare all’inizio partendo dalla fine, toccare le radici quando già si son ammirati i fiori, può essere una vera fortuna, la conferma che a volte ritrovare le origini può donare nuova luce alle cose.

 

Bianca Bertazzi ha pubblicato Polvere sul terzo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

 

«Ogni racconto nasce a modo suo, è un continuo reinventarsi». Intervista a Elvis Malaj

Elvis Malaj Dal tuo terrazzo si vede casa mia
Elvis Malaj (Oblique studio)

Ho scoperto Elvis Malaj circa un anno e mezzo fa, grazie a un frammento di racconto che avevo letto su Grafemi, il blog di Paolo Zardi. Il racconto in questione era Il televisore, contenuto nel quarto numero della rivista effe. Quello che mi aveva colpito, allora, era stato il punto di vista di Elvis Malaj, davvero unico nel panorama della letteratura italiana. Zardi sul suo blog aveva scritto:

[…] è impossibile non vedere che qui c’è un mondo nuovo, qualcosa che fino a una decina di anni fa non esisteva e che solo adesso qualcuno sta iniziando a raccontare. Leggendolo, ho improvvisamente avvertito la distanza tra quanto viene scritto e pubblicato dagli “italiani da sempre” e questo racconto – e ho provato a immaginare come sarà la letteratura italiana tra venti o trent’anni, e poi ho provato a domandarmi come vorrei che fosse, e ho iniziato a sperare che le opere di Malaj non siano un caso isolato, che esista, o che inizi a formarsi, una letteratura nuova, piena di contaminazioni, dove non è diversa la lingua, o l’intenzione, o la struttura, ma la materia stessa di cui si compone.[1]

Leggendo Il televisore ho pensato la stessa cosa che ha scritto Zardi. Tra le righe di quel racconto di Elvis Malaj c’era il seme di qualcosa di inedito nella nostra letteratura. Qualcosa di impossibile da raccontare per un “italiano da sempre” come dice Zardi. Qualcosa che mi incuriosiva e mi affascinava moltissimo. Così a ottobre, quando ho scoperto che Dal tuo terrazzo si vede casa mia di Elvis Malaj sarebbe stato presentato proprio da Paolo Zardi alla libreria Zabarella di Padova, non ho potuto fare a meno di andare ad ascoltare quello che Malaj aveva da dire sulla sua opera d’esordio.

Devo dire che dalla presentazione ho avuto solo conferme: ho scoperto un autore con un tono di voce originale, con uno stile ricco di sfumature ritmiche (procuratevi il libro, cominciate a leggere ad alta voce l’incipit di Vorrei essere albanese, il primo racconto della raccolta, e capirete) e una consapevolezza sulla propria scrittura davvero rara per un esordiente. E nei giorni successivi, leggendo Dal tuo terrazzo si vede casa mia, tutte le buone aspettative che avevo intorno ai racconti contenuti in questa raccolta sono state ulteriormente confermate. Allora ho pensato di scriverci qualcosa su, ho provato a buttare giù una recensione, ma poi ho pensato che per raccontare al meglio questo libro e chi è Elvis Malaj sarebbe stata più opportuna un’intervista. Così ho contattato Elvis e ne è venuto fuori questo dialogo.

 

 

Elvis, da qualche settimana è nelle librerie Dal tuo terrazzo si vede casa mia, il tuo libro di esordio per i tipi di Racconti edizioni. Al di là del tuo punto di vista unico e originale sulla nostra società, leggendo i tuoi racconti non ho potuto fare a meno di apprezzarne lo stile. Nei tuoi racconti la storia sembra seguire una certa direzione e poi sterza all’improvviso e intraprende una nuova strada, perfino più plausibile della prima. Questo aspetto dona ai tuoi racconti un gran bel ritmo e dà carattere alla tua scrittura. La trovo una capacità rara, davvero singolare per quanto riguarda la forma racconto (forse i romanzi ci hanno abituato di più alle “sterzate”). Mi piacerebbe sapere da dove nasce la tua scrittura, quali sono i tuoi riferimenti letterari.

Diciamo che cerco di assorbire quello che c’è di buono, e che a me piace, da ogni libro e autore che leggo. Non so dirti un nome che mi ha influenzato più di altri, cosa che, invece, era molto evidente nella mia fase iniziale di scrittore, cioè il mio stile assomigliava dannatamente allo stile dell’ultimo autore che avevo letto. Comunque sia a me piacciono le soluzioni semplici, dinamiche e dal ritmo incalzante; probabilmente è dovuto anche a una mia sana fobia: la paura di annoiare. La mia scrittura è caratterizzata da continui cambiamenti di prospettiva ma non di colpi di scena, le storie quasi sempre finiscono in maniera pacata o, come dici tu, plausibile. Non c’è un voler stupire o un voler sorprendere, anche se dall’inizio alla fine del racconto il lettore non sa mai cosa aspettarsi e alla fine rimane stupito e sorpreso da quella che, col senno di poi, era la soluzione più plausibile. Comunque, penso che i miei riferimenti letterari rimangano quelli della mia fase iniziale – e più intensa – di lettore: Kafka, Svevo, Čechov, Schnitzler, Pirandello, Tozzi, Hesse, eccetera.

 

Be’ direi che la tua scrittura non annoia affatto. Anzi, già dal primo racconto, Vorrei essere albanese, c’è un bell’assaggio della musicalità della tua penna: «Avevo una ragazza, un lavoro, una busta paga di mille e tre netti al mese, e con gli straordinari, che di solito rifiutavo, potevo arrivare benissimo superare i mille e sei. Avevo un permesso di soggiorno, avevo amici quanti ne volevo, avevo un letto a una piazza e mezza…». [2] Mentre leggevi questo incipit ad alta voce, durante la presentazione del tuo libro alla libreria Zabarella, non ho potuto fare a meno di cominciare a battere il piede. La ripetizione di quell’avevo, avevo, avevo, che va avanti per quasi due pagine, descrive un bel crescendo, come si direbbe in linguaggio musicale, e al massimo dell’intensità culmina in «Avevo un nome ricco di significato, era il delirio e il dramma di un popolo». [3] Poi punto e a capo e si incontra il primo cambio di prospettiva di tutto il libro. Trovo che Vorrei essere albanese sia stato la scelta migliore per aprire il libro, un piccolo assaggio di alcune cose che il lettore potrà ritrovare negli altri racconti. Ma non parlo solo di temi, parlo soprattutto del tuo modo di strutturare i racconti e di come sono disposti nella raccolta. A questo punto mi è venuta la curiosità di sbirciare nel tuo “laboratorio” di scrittore: come nasce un tuo racconto e come si è sviluppata questa raccolta?

Sì, alla fine mi sono convinto anch’io che Vorrei essere albanese sia stata la scelta migliore. Però, ti confesso, delle perplessità c’erano; questo è l’unico racconto di tutta la raccolta in cui il tema del razzismo viene affrontato. Che poi, alla fine, non viene neanche affrontato, viene solo lambito. Non c’è un episodio di razzismo, c’è un episodio di mancato razzismo. Quindi c’era la perplessità che potesse dare un idea sbagliata del libro, ossia che i temi fossero l’immigrazione, il razzismo, l’integrazione e altre problematiche sociali, che ovviamente io non ignoro, però al centro dei miei racconti c’è l’individuo, la persona.

Come nasce un mio racconto? Non c’è una formula o una procedura, ogni racconto nasce a modo suo, è un continuo reinventarsi. Dovrei prenderne ognuno singolarmente e dirti com’è nato. Però la cosa che accomuna le mie storie è che quasi sempre sono dei frammenti di vissuto, sono delle istantanee in cui cerco di cogliere dei momenti di frattura del quotidiano, il fragile equilibrio che governa le vite dei mie personaggi salta, o minaccia di saltare. L’orco da cui scappano i miei personaggi non è il razzismo, la povertà eccetera, ma la loro inadeguatezza e il non senso delle situazioni in cui si cacciano.

 

Sì, infatti, leggendo gli altri racconti emerge proprio quello che dici: al centro ci sono prima di tutto le persone: il fatto che siano albanesi, italiani, o di qualsiasi nazionalità non è così importante. Il racconto Il televisore mi sembra un buon esempio. In quel racconto il tema dello straniero e della differenza tra la cultura albanese e quella italiana all’inizio sembra centrale. Poi, mano a mano che si procede con la lettura, la storia finisce par parlare dei rapporti tra le persone, in questo caso un rapporto sentimentale che va avanti nonostante un equilibrio precario e singolare. E sembra essere lo stesso equilibrio precario e singolare che il protagonista vive nel rapporto con la società. Quel televisore rotto che gira per tutta la città passando di mano in mano, e che il protagonista incrocia più volte durante la giornata, sembra diventare sempre più un marchio di diversità. Diversità che il protagonista non ha mai sentito così evidente e che invece vedendo quel televisore sembra percepire con una certa intensità. In questo racconto torna la parola “razzismo”, ma in realtà si parla più che altro del disagio esistenziale dell’individuo e di una certa sensazione di inadeguatezza di fronte alle meccaniche dei rapporti personali nella società di oggi. E quest’ultimo mi sembra un tema che si ritrova in quasi tutti i racconti.

Il televisore è anche il primo racconto tuo che ho letto e mi aveva già colpito molto. Ero davvero curioso di leggere altro di tuo. Quando ho saputo che una tua raccolta sarebbe stata pubblicata da Racconti edizioni devo ammettere che è stata una bella notizia. La pubblicazione di un tuo racconto su rivista ti ha aiutato a farti conoscere. Raccontaci un po’ come è andata.

Probabilmente, se non avessi pubblicato su effe#4, non avrei pubblicato questa raccolta. Il mio editore mi ha scovato sulle pagine di questa rivista. Paolo Zardi, uno dei primi che ha cominciato a parlare di me e a promuovermi, l’ho conosciuto perché l’anno scorso ci siamo trovati fianco a fianco nella libreria Limerick di Padova a presentare la rivista effe. Confesso che in un primo momento non le avevo dato la giusta importanza, ma col senno di poi posso dire che è stata una tappa fondamentale nel mio percorso, non solo per farmi conoscere ma anche per il confronto con il pubblico. Le persone hanno cominciato a leggere ciò che io scrivevo. Ecco, effe è stato un piccolo ma fondamentale passo. Poi per me ha anche un valore romantico perché è stata la mia prima pubblicazione cartacea.

 

L’anno scorso, qui su Tre racconti, abbiamo intervistato Philip Ó Ceallaigh, tuo compagno di collana, e gli abbiamo chiesto un parere sulla differenza di linguaggio tra racconto e romanzo. Lui ci ha risposto: «La differenza sta nel diverso livello di attenzione richiesto al lettore. I testi più corti sembrano suggerire una lettura più lenta. Per questo quella dei racconti è una forma più letteraria e meno popolare. Richiede un’attenzione speciale anche rispetto al come è costruito. Per la poesia vale ancora di più. La poesia richiede una lettura ancora più lenta. All’opposto, più ci si avvicina al romanzo, più si scivola in una forma di narrazione commerciale». Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi anche tu su questo tema, visto che oltre aver pubblicato una raccolta di racconti, ti sei misurato anche sulla lunga distanza scrivendo un romanzo (che al momento è ancora inedito).

Sono d’accordo con Philip in quanto in un racconto non puoi usare tutte le parole che vuoi, devi dire tante cose in poche parole, e quindi, in un certo senso, la lettura è più lenta. Poi il testo corto richiede un tipo di lettore più coraggioso perché i personaggi non li possiedi fino in fondo, non li conosci del tutto. Ma neanche lo scrittore stesso li possiede fino in fondo, almeno per quanto mi riguarda. Io conosco i miei personaggi solo per quello che racconto nella storia, non ne so di più. E spesse volte non so perché fanno ciò che fanno o perché succede quello che succede. Sì, ovviamente posso avere una mia idea in merito, però non la reputo più attendibile di quella di qualcun altro. Quindi tocca al lettore tirare le somme di ciò che ha letto, il che è impegnativo e non adatto al lettore a cui piace essere imboccato dall’autore. Nonostante generalmente si pensi il contrario, è più difficile scrivere un bel racconto che un bel romanzo. Ci vuole maestria per raggiungere la completezza con poche parole.

 

Sono d’accordo con te. A questo punto ti chiedo un’ultima cosa: tre racconti che consiglieresti di leggere a un aspirante scrittore. 

Bartleby lo scrivano di Melville, Acqua d’oro di Tyrewala e Corsia n. 6 di Čechov. Sono i primi tre racconti che mi sono venuti in mente, anche se ci sono molti altri che mi piacerebbe mettere nella lista, tra cui lo stesso Ó Ceallaigh che abbiamo citato prima.

 

Elvis Malaj è il primo autore italiano pubblicato da Racconti edizioni. Nato in Albania nel 1990, si è trasferito in Italia con la sua famiglia all’età di quindici anni. È stato finalista al concorso 8×8, e ha pubblicato racconti su effe e nella rassegna stampa di Oblique. Dal tuo terrazzo si vede casa mia è il suo esordio.

 


[1] Paolo Zardi, “Lo sguardo dello straniero”, grafemi.wordpress.org, 11/09/2016.
[2] Elvis Malaj, “Vorrei essere albanese”, in Dal tuo terrazzo si vede casa mia, Racconti edizioni, 2017 (Pag. 7)
[3] Elvis Malaj, “Vorrei essere albanese”, in Dal tuo terrazzo si vede casa mia, Racconti edizioni, 2017 (Pag. 8)