Joseph Roth. I suoi racconti, i suoi coralli

Provo una certa irritazione ogni volta che Joseph Roth, autore austriaco dell’ultimo periodo asburgico, viene confuso con Philip Roth, quello americano. Sia perché anagraficamente distanti – quando il primo moriva, l’altro aveva solo sei anni -, sia perché pur avendo avuto cognome, origini ebraiche e mestiere in comune, tali elementi hanno avuto un peso decisamente diverso nella biografia di ciascuno. E mentre di Philip ne parliamo e ne scriviamo sempre, soprattutto in prossimità del conferimento annuale del Premio Nobel per la letteratura, di Joseph non ce ne rammentiamo quasi mai, purtroppo. Dunque, eccomi qua a rendere omaggio e merito ad uno degli autori che hanno reso ricca e universale la letteratura mitteleuropea del primo Novecento, insieme a Canetti, Kafka, Musil, Schnitzler e Zweig.   

Joseph Roth
Un ritratto di Joseph Roth

Joseph Roth è stato giornalista, oltre che scrittore, e metà della sua produzione ne è la testimonianza; l’altra metà è composta di romanzi, saggi, novelle, racconti e poesie. Mi sono accostata a lui, per la prima volta, alcuni anni (decenni?) fa, quando da giovane studentessa universitaria, figlia di emigranti italiani rimpatriati cresciuta nel Nuovo Mondo, cercavo nelle mie letture quegli autori capaci di raccontare mondi perduti, società sgretolate, esili forzati, case dimenticate a cui non si poteva fare più ritorno. Li sentivo vicini, amici, provavo la loro stessa nostalgia, il loro stesso smarrimento, e leggerli mi era di grande conforto. Poi, gli anni sono passati, io sono cresciuta, e alcuni amici li ho dimenticati.

Poche settimane fa, insieme ad alcuni scratchreaders, ho riletto per combinazione uno dei suoi romanzi più famosi, La Cripta dei Cappuccini. Be’… è stato come ritrovare un vecchio amico che non è cambiato affatto, rimasto giovane e al tempo stesso saggio, così come lo avevo lasciato. Non ricordavo molto né delle sue storie né del suo stile, ma ricordavo di aver provato una bella sensazione quando lo avevo letto in passato: quella di poter credere nei miracoli. Solo chi ci crede veramente riesce a trasmettere ad un lettore una tale sensazione, la stessa che ho ritrovato nei giorni scorsi sfogliando, come fossero vecchi album di fotografie, tutti i libri che di lui possiedo. E così, subito dopo le vicende della famiglia Trotta, ho rispolverato una vecchia raccolta di racconti, otto in tutto, scritti da Joseph Roth nel corso di vent’anni, pubblicata in Italia per la prima volta da Adelphi negli anni settanta e intitolata Il mercante di coralli.

J. Roth è stato uno scrittore dallo stile generoso: ognuno di questi racconti, infatti, ruota intorno ad un personaggio e di ciascuno ci offre, sia pure in poche pagine, un passato che spiega il presente e che talvolta lascia intravedere un futuro, un insieme di storie utili a comporre quella grande casa con molte porte e molte stanze che Roth nella vita reale aveva perduto, in seguito al crollo dell’Impero Asburgico guidato dall’Imperatore Francesco Giuseppe, nel 1918.

I suoi personaggi abitano quella porzione di mitteleuropa che, sotto la guida degli Asburgo, racchiudeva popoli, religioni e tante lingue diverse, avvezza a coltivare le proprie radici senza rinunciare alla propria cultura, ad esprimere il proprio credo qualunque esso fosse, a preservare le proprie tradizioni identificandole con la terra in cui si è cresciuti e con il contesto in cui si è stati amati, educati e sorretti, cioè, la famiglia, a venerare il proprio imperatore, ad accettare, infine, lo smarrimento e la nostalgia conseguenti alla caduta della monarchia austro-ungarica.

Il castello di Schönbrunn (Vienna), residenza dell’imperatore Francesco Giuseppe

Tuttavia, i personaggi creati da Roth non sono degli eroi, ma un campionario di varia umanità. Anton Wanzl, in L’allievo modello, è ambizioso e falso, per tutta la vita offrirà di sé un’immagine contraria – di rettitudine e fedeltà -, aspettando di svelare finalmente se stesso in modo grottesco, tra le pareti della sua bara, con una risata, ridendo forte della credulità degli uomini e della stupidità del mondo. La piccola Fini, invece, protagonista de Lo specchio cieco, è l’immagine di chi crede ciecamente nelle false promesse di una vita migliore, per poi ritrovarsi sola e abbandonata, per di più senza poter fare ritorno a casa. In Aprile, la storia di un amore, un io narrante racconta una strana vicenda amorosa, dai toni vagamente surreali, che condurrà il protagonista a maturare la decisione di fuggire e di salpare verso New York, più per sottrarsi alle proprie responsabilità che per un sincero desiderio di scoperta.

Poi c’è Il capostazione Fallmerayer (uno dei miei racconti preferiti), di lui scopriremo che «distrusse la sua vita che, del resto, mai sarebbe stata brillante – e forse neanche a lungo andare felice – in un modo sorprendente»… il dottor Showronnek testimone, nel racconto Trionfo della bellezza, di ciò che seduzione e bellezza possono far ottenere e di ciò che la gelosia può invece distruggere, metafora di una società decadente… il conte Morstin, fedele al sovrano decaduto e a Il busto dell’imperatore, che una volta rimpatriato al termine della Grande Guerra, si domanda se quella sia davvero ancora la sua patria, poiché in realtà «si sente il cadavere di se stesso» ed è fermamente convinto che non sia «della politica mondiale che il popolo vive – e in ciò si differenzia simpaticamente dai politici, ma della terra che coltiva, del commercio che esercita, del mestiere che sa fare. Eppure, vota alle elezioni, muore nelle guerre, paga le tasse all’erario». Il conte rimarrà talmente fedele al suo passato da lasciare disposizioni testamentarie affinché la sua salma venga sepolta accanto alla fossa in cui giace il busto (non il corpo) di Francesco Giuseppe, busto rimosso dal giardino di casa sua per ordine delle democratiche autorità cittadine e sepolto non lontano da lì.

Ma è sugli ultimi due che vorrei soffermarmi: Nissen Piczenik – protagonista de Il leviatanoe Andreas Kartakquello de La leggenda del santo bevitore.

Il primo è un mercante di coralli, rispettato da tutti, «un ebreo di pelo rosso, la cui barbetta caprina color rame faceva pensare a una varietà di alga rossigna e conferiva a tutta la persona una sorprendente somiglianza con un dio marino». Un uomo convinto che i coralli fossero minuscoli animali marini che «solo per accorta modestia si fingevano alberi e piante, così da non essere attaccati o divorati dai pescecani». Piczenik è nato e cresciuto in pieno continente ma anela al mare e farà di tutto per trasferirsi laddove sente che il suo destino si potrà compiere, compreso imbrogliare i propri clienti vendendo loro coralli di plastica. Perderà tutto: clienti, denaro e moglie.

Alla fine, conscio di essere stato raggirato da un ciarlatano suo concorrente, di aver accettato di vendere chincaglieria pur di avere maggiori guadagni e di non aver più nulla da perdere, parte in un giorno d’aprile dal porto di Amburgo alla volta del Canada ma, pochi giorni dopo la partenza, la nave affonderà. Ma di lui non diranno mai che è annegato, solo che è «tornato dai suoi coralli, sul fondo dell’Oceano dove si torce il potente Leviatano».

Questo racconto, pubblicato per intero dopo la sua morte, è una struggente metafora di ciò che in vita Joseph avrebbe desiderato: ritornare in patria, dal suo imperatore, lui che era nato nel 1894 sotto l’Impero asburgico ed è morto in esilio dopo l’avvento del nazismo, nel 1939.

E se II Leviatano è una metafora, La leggenda del santo bevitore è una sorta di premonizione. Andreas Kartak, il protagonista, è un vagabondo che vive sotto i ponti lungo la Senna. Un giorno, incontra un misterioso benefattore che gli porge duecento franchi e che lui si impegnerà a restituire la domenica successiva, non allo stesso donatore ma come obolo da versare alla statuetta della piccola Santa Teresa di Lisieux – santa a cui l’ignoto benefattore è molto devoto -, che si trova nella cappella di Santa Maria di Batignolles.

Da quel momento in poi, prende il via un susseguirsi quasi ininterrotto di miracoli, il vagabondo sente di essere stato toccato dalla grazia ma non per questo inizierà a condurre una vita sana e proba, anzi, spenderà ogni franco in donne, alcol e cibo, rimandando di domenica in domenica la restituzione promessa fino a quando, colto da improvviso malore mentre si sta recando finalmente in chiesa, si accascia e viene trasportato di peso fino ai piedi della piccola statuetta della santa, dove poco dopo morirà. Il racconto si conclude con questa frase: «Conceda Dio a tutti noi, a noi bevitori, una morte così lieve e bella». Un auspicio personale?

Joseph Roth era un uomo di fede, nato ebreo ma morto cattolico, dopo essersi convertito al cristianesimo. Roth nella sua vita beveva, viaggiava e scriveva senza sosta. Un giorno, mentre era seduto al tavolino di un caffè parigino, dove spesso annotava i suoi pensieri, si è accasciato all’improvviso, morendo quattro giorni dopo.

Un passaggio sotto un ponte sulla Senna (Matt J Herring su Flickr)

A raccontarlo è Cees Nooteboom nel suo libro Tumbas, libro dedicato alle tombe di poeti e pensatori, tra cui figura quella di Joseph Roth. Riporta anche alcuni versi composti da Roth stesso proprio lì, in quel caffè, ora scolpiti in una targa ricordo:

Un’ora è un lago,
un giorno un mare,
la notte un’eternità,
il risveglio l’orrore dell’inferno,
l’alzarsi una lotta per la chiarezza.

Joseph Roth è stato un “mercante di coralli” che amava i suoi coralli, e i coralli erano le sue storie, nate dal suo vigile occhio osservatore, avvezzo a distinguere il vero dal falso, come un buon mercante deve saper fare.

Joseph Roth è stato un gran bevitore, a modo suo “santo” poiché credeva nei miracoli ed era convinto che all’interno di un miracolo non c’è nulla di cui ci si possa stupire.

Joseph Roth è stato un uomo d’onore anche se senza indirizzo, come il suo personaggio Andreas Kartak, costretto a vagare da un paese all’altro senza mai poter far ritorno a casa.

Mi auguro che alla fine Dio gli abbia concesso ciò che desiderava e che abbia trovato requie almeno nella patria celeste in cui credeva.


Nota: tutte le citazioni in corsivo sono tratte da Il mercante di coralli, Adelphi, 1981. Tranne quella di Nooteboom tratta da Tumbas, Iperborea, 2015

Help America Love Again

Help America Love Again. Il racconto globale dell’immigrazione

«Help America Love Again». È con questo auspicio che Viet Thanh Nguyen, scrittore vietnamita naturalizzato americano, chiude l’introduzione a It occurs to me that I’m America[1], la raccolta di racconti nata come risposta ad uno degli eventi più controversi avvenuti nella storia recente degli Stati Uniti: l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

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david szalay Tutto quello che è un uomo

Raccontare l’uomo. Le storie di David Szalay e Joshua Ferris

Da un po’ di tempo a questa parte, capire e raccontare l’uomo, nel senso proprio di maschio, è una faccenda delicatissima. Un percorso irto di trappole anche per chi prova a intraprenderlo con le migliori intenzioni. Quando poi si tratta di testi che aspirano a sopravvivere al tempo e a diventare letteratura, le cose si complicano ancora di più perché occorre sintetizzare, costruire e comunicare con una certa sensibilità giocando con i fili di un immaginario culturale comune, sforzandosi di uscire da ciò che racconta la cronaca pura, soprattutto da certi toni.

Ci eravamo lasciati la volta scorsa con una bella intervista e l’auspicio di leggere in futuro più storie che raccontassero la complessità dell’essere donna e il confronto con la girandola di ruoli assegnatele da una società ancora evidentemente irrisolta. E invece eccomi qua ad occuparmi di uomini che scrivono di uomini. Nel mezzo, la bomba atomica del caso Weinstein, i cartelli e le manifestazioni in piazza, le dive in nero e i social invasi di hashtag a sostegno di un femminismo sfaccettato quanto complicato da decifrare.

Ecco perché, come fanno i lettori appassionati che cercano nei libri non tanto le risposte ma le domande giuste, ho puntato su due raccolte recenti: Tutto quello che è un uomo di David Szalay[1] e Invito a cena di Joshua Ferris[2]. Due raccolte molto apprezzate da pubblico e critica; molto diverse per stile ma accomunate da alcuni temi che scorrono in maniera sotterranea nelle loro storie e che per fortuna finiscono per raccontare molto più di ciò che ci si aspetterebbe.

David Szalay, l’architetto elegante

David Szalay racconti
David Szalay

Tutto quello che è un uomo non è una raccolta convenzionale ma un romanzo di racconti composto da nove storie di altrettanti uomini, ciascuno “fotografato” in una fase diversa della vita. Una progressione che inizia con il diciassettenne Simon, in viaggio in interrail con il coetaneo Ferdinand, e si conclude con il settantatreenne Tony, tra decadimento fisico, rimpianti e bilanci. Tra i due Bernard (22), Balázs (30), Karel (30 e qualcosa), Kristian (38), James (44), Murray (55) e Aleksandr (65).

Particolarmente interessante è la genesi del libro. Come ha raccontato lo stesso David Szalay nel corso del suo bell’intervento alla manifestazione romana Libri Come, l’origine della raccolta va rintracciata nel terzo racconto. Scritto per Granta UK, il racconto aveva una lunghezza inusuale di circa 40 pagine, «giusta per dare profondità al personaggio ma insufficiente a cogliere il contesto. Come se si rimanesse bloccati nel tempo presente». Una considerazione che ha spinto David Szalay a scrivere altre storie della stessa lunghezza per creare una sorta di affresco unico delle fragilità maschili. Qualcosa che gli ha permesso di «far esplodere l’idea di mortalità, di invecchiamento». Una scelta che effettivamente, al di là delle differenze tra i singoli protagonisti, ha finito per dare vita ad un unico personaggio composito.

E in effetti a pronunciare tutte queste frasi potrebbe essere la stessa persona: un essere umano rincorso dal tempo che passa. La vera chiave del libro.

«C’è uno strano senso di spreco, un senso di spreco senza un oggetto chiaro» (Simon); «Quasi come se, per la prima volta, comprendesse esattamente cosa c’era in ballo: tutta la sua vita, tutto quanto» (Balázs); «Si trasformerà in altro. Lentamente; troppo lentamente perché chi ci vive se ne renda conto. E sta già accadendo, accade di continuo. È solo che non lo vediamo. Come i mutamenti fonetici, come la lingua parlata» (Karel); «Un giorno mi sono svegliato e mi sono reso conto che era troppo tardi per cambiare le cose. Quelle grosse intendo. (…) Non sono più giovane. Quand’è che è successo?» (James); «Pensiamo di essere speciali e invece siamo tutti uguali» (Murray); «Dovunque vadano i suoi pensieri, sbattono contro qualcosa che fa male. (…) Aveva dedicato tutta la sua vita a qualcosa e gli era andata male» (Aleksandr); «È così che finiamo tutti: dissolvendoci?» (Tony).

david szalay Tutto quello che è un uomo
Photo by Andrew Spencer

Ecco perché tutti i protagonisti sono uomini: l’effetto finale è quello di un monologo corale di maschi tutto sommato confusi e soli che tentano di fare i conti con loro stessi e con l’incapacità di progettare e concludere con il sesso opposto, nel senso più ampio del termine. Un tema che tuttavia non può essere ricollegato automaticamente all’attualità visto che il libro è stato terminato nel 2015, ben prima che esplodessero gli scandali globali e i “#MeToo” invadessero stampa e social. Piuttosto, Tutto quello che è un uomo è un libro che secondo il suo autore:

«registra una dissonanza con cui si scontrano gli uomini di tutte le età: quella tra un immaginario maschile tipicamente aggressivo, predatorio e dominante e l’esperienza quotidiana nella realtà, in cui si trovano molto più spesso sulla difensiva. È forse solo in questo senso che il libro può agganciarsi alla lotta alla quale stiamo assistendo. C’è un senso di frustrazione che ingabbia l’uomo. Forse si potrebbe dire che se la donna storicamente è sulla strada della progressiva emancipazione, l’uomo può solo perdere…».

Insomma delicate questioni storiche ed esistenziali che si intrecciano nelle vite più o meno ordinarie dei personaggi e con diverse sfumature di maturazione. Un altro aspetto da sottolineare, tra l’altro, è proprio l’efficacia nella resa della progressione temporale e la capacità di Szalay di alzare il volume della consapevolezza dei suoi personaggi attraverso l’utilizzo della lingua.

Se all’inizio la voce narrante sembra essere poco più di un registratore di sensazioni (percezione aumentata dall’utilizzo del tempo presente), nelle fasi di vita successive passare degli anni si avverte il cambiamento. Come se la voce di David Szalay si riscaldasse all’aumentare della consapevolezza esistenziale dei suoi personaggi. Fino alla bellissima metafora inserita nel racconto finale, dove il mosaico della basilica di Sant’Apollinaire Nuovo di Ravenna diventa l’immagine dell’inquietudine metafisica: quella di un qualcosa/qualcuno in bilico sul niente dopo aver vissuto una vita intera.

«Sull’orlo delle lacrime, smette per un attimo di mangiare e solleva lo sguardo. In parte, ne è certo, si infila da solo in questa sensazione che tutto incarni qualcosa di infinito ed eterno. Sono la paura e la tristezza a costringerlo a inventarsi qualcosa. Qualcosa con cui alleviare l’incubo dell’invecchiamento e della morte. Questi pensieri sull’eternità del tempo. Nell’eternità del tempo si cela solo un mistero – l’idea che contenga qualcosa che non conosceremo né comprenderemo mai. Uno spazio vuoto inconoscibile. Come, a Sant’Apollinaire Nuovo, quel mosaico con le tende che si aprono sul niente, su una distesa di semplici tessere dorate».  

Un’inquietudine che come sappiamo non conosce genere, né età. Ed è per questo che Tutto quello che è un uomo riesce ad essere molto più di un affresco al maschile.

Joshua Ferris, ovvero come fai sbagli

Joshua Ferris a New York. Foto di Caroll Taveras
Joshua Ferris a New York. Foto di Caroll Taveras

Se Szalay è ordine e progressione, Joshua Ferris è quasi un’immersione nel caos. Mentre Tutto quello che è un uomo è il frutto di un sofisticato progetto di architettura da comprendere nella sua interezza, Invito a cena è un mondo a tratti frammentario.

La stessa scrittura di Ferris è l’esatto contrario di quella di David Szalay: una lingua meno controllata che qua e là cede ad un vago sentimentalismo intriso di ironia e sarcasmo con frasi del tipo «un brivido le aveva percorso la spina dorsale fino all’anima…» (ripetuta due volte) o «il nutrimento giungeva ai tavoli come un destino». Un miscuglio in cui entra spesso anche la voce narrante, che non è solo un punto di vista distaccato ma quasi un elemento posto sullo stesso piano dei suoi personaggi, ancora una volta uomini in difficoltà nel loro percorso di realizzazione personale, spesso tardiva e a tratti utopica perché imbevuta di stereotipi e aspettative drogate.

Molto significativo in questo senso è il racconto La brezza, una piccola summa del mondo maschile di Ferris. Da una parte c’è una donna che vuole «fare qualcosa» per dare una scossa al rapporto e dall’altra c’è un uomo che a fine giornata non vuole o non è interessato a trovare una soluzione. Una dinamica di coppia comunissima che l’autore si diverte a declinare in tanti possibili scenari che alla fine si concludono tutti con un nulla di fatto per un motivo o per un altro. La tovaglia di un ristorante che non va bene o la metropolitana che si blocca o il buio che arriva troppo presto. Come a dire: qualunque iniziativa si prenda uomini e donne non vedranno mai la stessa cosa e non capiranno mai cosa vogliono gli uni dalle altre.

«…il niente che tutto divora del decidere cosa fare. (…) era lei, e lei sola (…)? Oppure erano le imperfezioni e i paraocchi di una vita intrecciata a quella di un altro, cioè Jay, lo squilibrio di dover tenere in considerazione quello che voleva lui, qualunque cosa fosse? Perché lui quella cosa se la teneva per sé, o gli era sconosciuta, e quindi lei come poteva sperare di identificarla? Oppure il mistero non esisteva affatto. Forse era solo un uomo che voleva vedere un film».

Joshua Ferris Invito a Cena
Photo by GoaShape on Unsplash

Insomma è il trionfo dell’incomunicabilità, della nevrosi o dell’ansia di non fare mai la miglior cosa possibile in quel preciso momento. Qualcosa che somiglia vagamente alla sensazione di spreco su cui Szalay torna più volte, esprimendola in maniera esplicita o lasciandola intravvedere. Forse questo è un terreno comune tra i due: il trascorrere del tempo e la sensazione di stare sprecando i momenti migliori o le potenzialità che prima c’erano e improvvisamente non ci sono più perché ormai la scelta di vita è fatta, piccola o grande che sia.

Parlando di ansia, probabilmente a qualche lettore non sfuggirà una possibile analogia con un ambiente molto familiare a tutti noi e che proprio sull’ansia costruisce le sue fortune: il mondo delle app. Un’analogia che mi è tornata in mente dopo aver letto un articolo sulle tecniche utilizzate dagli sviluppatori di app per aumentare la nostra dipendenza dalle loro creature.

Una delle leve sulle quali si gioca la lotta per la conquista dell’utente – si leggeva nel pezzo – è quella dell’effetto FOMO, che letteralmente significa “Fear of missing out”, la paura di perdersi qualcosa…

Ora, potrà essere un ragionamento azzardato ma questa “paura di perdersi qualcosa” somiglia molto all’ansia con la quale si cerca la cosa migliore da fare e poi una cosa ancora migliore subito dopo, o la bella persona e poi una persona ancora più bella. In una spirale che va avanti all’infinito e si autoalimenta della sua stessa fame rendendo uomini e donne sempre più esposti alle proprie fragilità e in preda all’inevitabile insoddisfazione.

Ma forse, semplificando e uscendo da Tinder, siamo un po’ tutti come la donna nel racconto Il figliastro che confessa il suo malessere esistenziale ad un attore che conosce appena, un uomo per il quale sta pensando di mollare tutto per cambiare vita.

«Sei molto determinata».

«No» ripose lei. «Solo terrorizzata».

«Di che?»

«Di non riuscire a finire un altro quadro. Di perdermi nella maternità. Di uscire completamente di testa, cazzo».

Una confessione che poggia su una paura comune a tutti: quella di rinunciare a pezzi di sé, a strade possibili. La paura di sbagliare percorso e di mettersi definitivamente dietro le spalle tutti i “se” e tutti i “ma” di ogni strada mai presa.


[1] David Szalay, Tutto quello che è un uomo; Adelphi, Milano, 2017.

[2] Joshua Ferris, Invito a cena; Neri Pozza, Vicenza, 2017.

Natura morta con custodia di sax di Geoff Dyer

Ho comprato Natura morta con custodia di sax di Geoff Dyer un po’ a scatola chiusa, nel senso che non sapevo bene cosa aspettarmi. In realtà è sempre così quando ti ritrovi per le mani qualcosa di Dyer. Essendo uno scrittore in grado di muoversi con grandissima abilità su qualsiasi terreno narrativo, non sapevo se avrei trovato storie di jazzisti, vere e proprie biografie, veri e propri racconti, oppure dei “classici” pezzi di non fiction ricchi delle sue impressioni ma molto vicini ad uno stile saggistico. Iniziata la lettura mi sono reso conto che le sue intenzioni erano proprio quelle di andare ad abbracciare tutte queste cose, come spiega lui stesso nella prefazione:

Quando cominciai a scrivere questo libro non sapevo esattamente che forma avrebbe preso. Mi trovavo dunque in una posizione di notevole vantaggio perché ero costretto a improvvisare (…). Ben presto mi accorsi infatti di essermi allontanato da qualsiasi tipo di critica convenzionale. A mano a mano che inventavo dialoghi e azioni capivo di avvicinarmi sempre di più al racconto.[1]

Natura morta con custodia di sax Geoff Dyer
Mikefoster – Pixabay

I nove mostri sacri su cui Geoff Dyer costruisce i suoi racconti, e attorno ai quali ruotano svariati altri musicisti più o meno importanti, sono Lester Young, Thelonious Monk, Bud Powell, Ben Webster, Charles Mingus, Chet Baker, Duke Ellington e Art Pepper. Non penso di osare troppo nel dire che, in un certo senso, Dyer rimodella il concetto di narrazione biografica soprattutto attraverso la sua capacità di immedesimazione nelle vite altrui, mescolando in maniera coerente e credibile realtà e finzione.

Lei guardò il suo volto reso spugnoso dal bere, e si domandò se le loro vite non avessero contenuto in sé il germe della rovina fin dalla nascita, una rovina di cui si erano presi gioco fin dalla nascita, una rovina di cui si erano presi gioco per qualche anno, ma che in realtà non avrebbero mai potuto eludere. Alcol, roba, prigione. Non è che i jazzisti muoiano giovani, è che invecchiano più in fretta. Aveva vissuto mille anni nelle canzoni che aveva cantato. Canzoni di donne ferite e dei loro uomini.[2]

Nel racconto The President ecco un esempio dello stile e della costruzione delle storie. L’incontro tra Lester Young e Billie Holiday, che si conoscevano realmente (fu proprio lei a dargli il soprannome The President), è lo spunto per una riflessione sulla rassegnazione per la direzione presa dalle rispettive vite, forse fin dalla nascita destinate ad essere così. Qualcosa che il jazz aveva aiutato a far venire fuori, lei con la sua voce e lui col proprio strumento.

Alcol e droghe sono stati fattori comuni di un gran numero di jazzisti importanti, praticamente tutti quelli di questa raccolta. Le conseguenze sono state a volte il carcere e a volte anche le cliniche psichiatriche. Tante morti premature, certo, ma più che altro un consumare se stessi ad una velocità impressionante. Come ci fa notare Geoff Dyer nell’altrettanto ricca postfazione, i musicisti erano continuamente sotto pressione e al lavoro, proprio perché composizione, jam session e concerti erano fluidi che si mescolavano continuamente, diventando una cosa sola, serata dopo serata. Il jazzista, oltre che artista, era anche un mestierante che si ritrovava a suonare spesso con band sempre diverse, mettendosi in viaggio dopo ogni concerto. Non poteva concedersi il lusso di aspettare l’ispirazione per suonare.

Charles Mingus Geoff Dyer
Charles Mingus – Bi Centenial, Lower Manhattan, 1976 – Tom Marcello

E proprio come i musicisti, Geoff Dyer è davvero attento alla dinamica delle sue storie, modulando il tocco e l’intensità della sua scrittura, nell’alternanza tra gli episodi di vita quotidiana e i momenti in cui i protagonisti si legano e si fondono con il proprio strumento. Amante anche della fotografia, alla quale ha dedicato vari scritti, Dyer sostiene che proprio il jazz sia stato uno dei massimi beneficiari dell’arte fotografica, perché in grado di cogliere tanto l’estetica della frenesia sul palco quanto la calma, talvolta la malinconia, nascoste sui volti dei musicisti nei momenti di attesa nei camerini o durante la composizione di nuovi pezzi.

Una delle caratteristiche migliori di Geoff Dyer è però la sua capacità di vedere spiragli in qualsiasi altra forma d’arte oltre alla scrittura, sfruttando qualsiasi particolare per attaccarci una storia, costruendoci un racconto.
Ed è anche partendo dalle immagini, oltre che da aneddoti ed episodi raccolti nelle varie biografie ufficiali o libri sulla storia del genere, che Dyer alimenta la propria immaginazione. La narrativa prende così le sembianze del jazz in cui, parafrasando l’autore stesso, il rapporto sfuggente tra composizione e improvvisazione continua a permettergli di autogenerarsi continuamente. Parte da un punto fermo, statico, come una foto appunto, per poi aprire completamente la scena dandole movimento, immaginando l’azione dei corpi e le loro parole. Anche gli oggetti prendono vita attraverso i dettagli, così come i tanti flussi di pensieri. Ecco come descrive Thelonious Monk, che le cose preferiva suonarle con quella sua fisicità unica, più che dirle:

Suonava con le mani spalancate, appiattite sui tasti, le punte delle dita quasi rivolte all’insù anziché piegate a martello. […] Non gli piaceva uscire dal suo appartamento, e le parole non ne volevano sapere di uscirgli di bocca. Invece di venirgli fuori dalle labbra, gli ritornavano in gola, come un’onda che rotolasse all’indietro verso il mare aperto anziché infrangersi sulla spiaggia. In musica non faceva concessioni, aspettava solo che il mondo capisse il suo lavoro, e con il linguaggio era la stessa cosa: aspettava che la gente imparasse a decifrare i suoi grugniti e i suoi ugolii modulati.[3]

Con una metafora bellissima ci fa capire immediatamente il soggetto, la sua attitudine nella musica e nella vita.
Non servono date di nascita, o di concerti o incisioni di dischi. Non c’è nulla di cronologico, ma solo a volte nomi di canzoni o di artisti da cui ciascun protagonista è stato ispirato, oppure con i quali ha suonato. La sostanza di queste storie è l’amore assoluto per questo genere di musica, perché per loro è la cosa più importante di tutte, l’unica a cui attaccarsi davvero, fino entrarci dentro, perché semplicemente non sembra esserci altra soluzione o via di fuga, come ci suggerisce Monk:

Vedi, il jazz ha sempre avuto questa cosa, il fatto che tutti si dovesse avere il proprio sound; per questo c’è un sacco di gente che magari non ce l’avrebbe fatta nelle altre arti: gli avrebbero appiattito le loro idiosincrasie, per così dire […] E così c’è un mucchio di gente nel jazz che la sua storia e i suoi pensieri sono diversi da quelli di tutti gli altri, tantoché senza il jazz loro non avrebbero mai avuto nessuna possibilità di tirare fuori tutte le loro idee e tutta merda che avevano dentro. Ragazzi che in qualsiasi altra professione – come banchieri o anche idraulici – non ce l’avrebbero mai fatta: con il jazz potevano essere dei geni, senza sarebbero stati niente.[4]

Thelonius Monk Geoff Dyer
Thelonious Monk, Minton’s Playhouse, New York, 1947 – Wikimedia

Leggendo i suoi racconti, ho avuto anche un po’ l’impressione che non si possa mai davvero raggiungere la profondità di quest’arte, in cui l’improvvisazione di uno o più elementi può cambiare continuamente la posta in gioco durante un concerto, in cui cogliere l’istante è fondamentale per capirsi vicendevolmente nei guizzi e nelle intuizioni, quella sensazione di immersione fisica e mentale così totale. E non è una questione di qualità, di perdersi qualcosa a livello qualitativo, ma è soltanto che il solo ascoltare forse vuole anche dire in qualche modo non esserci dentro per davvero. Dannie Richmond, all’epoca giovanissimo batterista, racconta questo tipo di esperienza suonando con il poco accomodante Charles Mingus:

Stando con lui c’erano delle volte in cui eri terrorizzato, ma c’erano anche le volte quando suonavi con un’esaltazione che non potevi provare altrove, quando ci sentivamo, più che una band, un branco lanciato alla carica sotto le urla e gli insulti di Mingus che si trasformavano in grida di incoraggiamento.
“Dai che ci siamo, dai che ci siamo, dai che ci siamo”.
La sua voce schioccava come la frusta sulla groppa dei cavalli: “Yah, yah, yah”.[5]

La necessità di dover suonare spesso, in qualsiasi luogo e locale e con qualsiasi band con la quale non si era mai suonato prima, in orchestre più o meno numerose, unita alla necessità artistica di distaccarsi dai propri maestri per dare vita al proprio sound diversificando gli stili, hanno creato le condizioni ideali per una continua freschezza e rinascita del genere.

Composizioni originali che diventano degli standard (in quale altro sistema comunicativo può accadere che un grande classico sia preso a modello, da adottare e adattare a proprio piacimento?). Provate a pensare a Tolstoj in una collana di stereotipi letterari.[6]

Natura morta con custodia di sax Geoff dyer
Flikr

Quello che le storie di Natura morta con custodia di jazz ci dicono è quanto in realtà il jazz sia stato popolare e presente ovunque in tutto il Novecento, benché oggi sia forse considerato un ascolto per orecchie “colte”, sempre che questo genere di cose abbiano un senso (e mai come nella musica non ce l’hanno). Genere che ha letteralmente sfondato, sbriciolato le barriere razziali, scavalcando anche la censura dei regimi di destra e di sinistra che hanno provato ad ostacolarne la diffusione e che, nonostante abbia in moltissimi musicisti neri le proprie punte di diamante, ha subìto, inglobato ed elaborato qualsiasi tipo di contaminazione, contaminando a sua volta altri generi, in un’evoluzione e cambiamento continui, con buona pace di tutti quei puristi che forse lo preferirebbero come intoccabile e immobile nel suo essere considerato ascolto esclusivo.

Non a caso, Geoff Dyer cita lo storico Eric Hobsbawm che nel suo libro Storia sociale del jazz, scriveva: «il jazz ha avuto il privilegio di reclutare le proprie forze in una riserva di potenziale umano molto più vasta di qualsiasi altra forma d’arte del nostro tempo».[7]

 


[1] Geoff Dyer, “Prefazione”, in Natura morta con custodia di sax, Einaudi, 2013
[2] Geoff Dyer, “The President”, in Natura morta con custodia di sax, Einaudi, 2013
[3] Geoff Dyer, “Melodious Thunk”, in Natura morta con custodia di sax, Einaudi, 2013
[4] Geoff Dyer, “Melodious Thonk”, in Natura morta con custodia di sax, Einaudi, 2013
[5] Geoff Dyer, “Mingus Fingus”, in Natura morta con custodia di sax, Einaudi, 2013
[6] Geoff Dyer, “Postfazione”, in Natura morta con custodia di sax, Einaudi, 2013
[7] Geoff Dyer, “Postfazione”, in Natura morta con custodia di sax, Einaudi, 2013

Scrivere come osservare. Intervista a Rossella Milone

Quando nel 2013 Alice Munro vinse il Premio Nobel che la consacrò come “maestra del racconto breve contemporaneo”, invece del tradizionale discorso di ringraziamento tenne un’intervista. In quell’occasione, la Munro raccontò che la prima volta che aveva inventato una storia era stato un gesto riparatore: aveva appena finito di leggere La sirenetta di Hans Christian Andersen e il finale le era sembrato ingiusto e molto triste. Allora era uscita in giardino, aveva fatto un paio di giri intorno alla casa e aveva inventato un lieto fine per la sua eroina. «Non mi preoccupavo del fatto che il resto del mondo non conoscesse mai la versione nuova», rivelò la scrittrice «perché dopo averla pensata mi sembrava che esistesse comunque».

Se si comincia a scrivere non si smette mai, che è come dire che non smette mai di osservare perché, secondo Rossella Milone, lo sguardo allenato è una qualità imprescindibile per uno scrittore, ancor più quando decide di scrivere racconti. Nell’intervista che segue abbiamo parlato di persone e di personaggi, di donne e di lottatori. Le ho chiesto delle sue storie e delle storie degli altri e abbiamo cercato di trovare una risposta comune a quell’annosa faccenda dei racconti “che non si vendono”. «Il racconto vuole che tu lo guardi» dice Rossella; così anche la lettura diventa un modo di guardare, e a guardare s’impara.

 

Rossella Milone intervista
Photo by Rino Bianchi

 

Nei racconti della raccolta Il silenzio del lottatore, la voce narrante che hai scelto assomiglia sempre un po’ a se stessa: è una donna che attraversa le varie fasi della vita, dall’adolescenza, in Operazione Avalanche, fino alla maturità, nel racconto che titola e chiude la serie; di conseguenza è un libro che può essere inteso anche come un romanzo. È stata una scelta aprioristica o un’evoluzione naturale?

È una scelta che ho fatto quasi a metà libro. Quando, cioè, avevo le idee molto più chiare che in partenza – anche se mancavano ancora parecchi racconti. All’inizio sapevo solo che avrei fotografato una donna in un determinato momento della sua vita. Poi, piano piano, ho capito che questa donna poteva essere sempre la stessa – ma anche no; che i racconti potevano susseguirsi secondo un tempo cronologico preciso – ma anche no; che queste storie potevano contenersi in un’unica grande storia – ma anche no. Ecco, a questo ‘anche no’ ci tenevo, perché volevo di certo due cose: che i racconti mantenessero la loro autonomia, e che il lettore facesse di queste possibilità quel che ne voleva.

Il silenzio del lottatore è un percorso teso a raccontare le dinamiche di coppia ma è anche una riflessione sulla natura più complessa dei legami femminili; in ogni racconto c’è una donna che cerca d’imparare dall’altra, di solito hanno età ed esperienze diverse, ed è come se tra loro ci fosse un segreto, una specie di patto che non chiariscono mai ma che le tiene insieme. È così?

Spesso sì, ma non in tutti i racconti. In Questioni di spazio per esempio non è così. In genere mi piace raccontare la natura complessa dei legami, che siano femminili o maschili, e nei racconti ho cercato di porre l’attenzione su questo, su cosa capita quando le persone interagiscono: che siano maschi o femmine, dipende solo da cosa sta accadendo loro in quel preciso momento.

La sensualità accomuna le tue protagoniste; che ne abbiano piena consapevolezza oppure no, il corpo diventa la chiave per accedere a una verità superiore e sembra un congiungimento in cui l’uomo c’entra fino a un certo punto. È questa presa di coscienza che fa vincere il lottatore?

Secondo me non c’è nessun lottatore che vince, e non c’è nessuna verità superiore da raggiungere! Nel senso che il libro è una lente che osserva – attraverso lo sguardo puntiglioso del racconto – quel che accade in un momento delicato della vita di chiunque: quando si sceglie. Quel che mi interessava raccontare non è tanto la risoluzione di questa scelta, ma quel che accade quando si sta fermi a decidere. Quando il peso di quella decisione ci fa capire che dobbiamo tirare fuori gli artigli, oppure soccombere, oppure arrenderci, oppure fermarci prima di ripartire. Il corpo fa parte di tutto questo smottamento; perché i miei personaggi non si staccano da quello che fisicamente sentono, sia in termini erotici che emotivi. Non riesco a immaginare dei personaggi che agiscano senza contemplare loro stessi anche in relazione alla propria fisicità – ma forse questo dipende dal mio passato di ballerina.

Nei tuoi racconti la musica è un elemento fondamentale, capace di calmare un attacco d’ansia o agganciare un ricordo perduto. Le relazioni cominciano e finiscono, e c’è sempre una canzone in sottofondo. Che rapporto hai con la musica? Come influenza la tua scrittura?

Non credo la influenzi. Cioè, pur amandola molto (sono anche sposata con un uomo che si occupa di musica per mestiere), è una delle cose con cui ho più difficoltà nella scrittura, una delle cose che trovo più difficili da raccontare. Infatti non ne scrivo mai, infatti mi stupisce questa domanda: forse la risposta sta in quello che ti ho detto prima: nella danza, nel movimento, che ha sempre a che fare con un ritmo, e probabilmente in quest’ottica si sviluppa anche il mio rapporto con la musica quando scrivo, un rapporto che si articola sempre passando prima attraverso il corpo.

Rossella Milone e Anna Maria Ortese
Anna Maria Ortese dopo la vittoria al premio Viareggio (agosto 1953)

Tu sei nata a Napoli. In un articolo di qualche settimana fa, Diego De Silva scriveva che: «Napoli […] si rivela nel corpo a corpo: è una città, come poche altre, che fin dal primo momento coinvolge fisicamente chi l’attraversa». Raffaele la Capria aveva descritto questa sensazione parecchio tempo prima, in un libro bellissimo che è Ferito a morte, quando scriveva come Napoli, “la Foresta Vergine”, riesca a entrarti “fin dentro le budella”. In un’intervista avevi dichiarato che per tanto tempo non sei riuscita a scrivere di Napoli. Come vanno le cose tra voi? Avete trovato un compromesso?

Sì, certo, da parecchio tempo, e grazie ad Anna Maria Ortese, una delle più grande raccontatrici di Napoli, secondo me, se non la migliore, oltre a Fabrizia Ramondino. È lei che mi ha dato una lente per farci pace – con la scrittura, intendo – e questa cosa è successa tanto tempo fa, perché il primo libro che ho pubblicato raccontava già ampiamente Napoli. Questa pace benefica risiede nella mia scrittura sin da allora, e sta in tutto quello che scrivo, anche quando non scrivo di Napoli.

Scrivere è anche una questione di sguardo, inteso come capacità di soffermarsi su alcuni dettagli. Non a caso una delle lezioni di Eudora Welty, in Come sono diventata una scrittrice, s’intitola “Imparare a guardare”. Com’è cambiato il tuo sguardo da quando hai cominciato a scrivere?

Questo testo di cui parli lo amo molto, e durante i miei corsi e le presentazioni lo cito spesso, perché secondo me lo sguardo è una delle qualità imprescindibili per uno scrittore – forse, molto forse, ancora più dello stile. Era Cechov a dire: Non importa cosa guardi, ma come lo guardi. Per me questa cosa è Bibbia, perché è lì che risiede il luccicore di uno scrittore, la sua capacità empatica, la sua comprensione delle cose e delle persone. Insieme, ovviamente, al modo in cui poi saprà riporre nelle parole quello che ha visto. Quindi il mio sguardo si modifica nel tempo, è questione di allenamento come con le parole; lo scrittore non smette mai di scrivere, si dice, ed è vero nel senso in cui lo scrittore non smette mai di imparare a osservare.

Hai scritto diversi racconti, l’ultimo è contenuto nella raccolta L’età della febbre, pubblicata da minimum fax nel 2015. Del 2013 è il romanzo Poche parole, moltissime cose. Quale forma letteraria preferisci da scrittrice? Quale da lettrice? (ammesso che ci sia una distinzione tra un’anima e l’altra. C’è?).

La novella. Cioè una cosa che sta a metà tra il racconto e il romanzo, che in altri paesi come in Sud America è una forma codificata, nominata, assimilata; da noi invece dobbiamo tutto mascherare da romanzo, o da romanzo in racconti, o da altro… Insomma: il mio modo di scrivere è un respiro in apnea, e le storie che osservo più spesso e che mi interessa raccontare stanno in quella forma lì. Ma questo non significa che mi sento più una cosa o l’altra: se scriverai un romanzo o un racconto non lo decidi tu, lo decide la storia che vuoi raccontare.

Nel 2014, insieme ad Armando Festa, hai ideato Cattedrale, un progetto dedicato interamente al racconto, un osservatorio nato dall’esigenza di restituire dignità letteraria a una forma che ha sempre goduto di minor autorevolezza rispetto al romanzo. In questi anni di attività pensi che qualcosa sia cambiato?

No. E lo dico con molta convinzione. La percezione potrebbe essere diversa perché si respira un’aria buona intorno ai racconti, più benevola: in effetti si parla molto di più di narrativa breve, e, forse anche grazie a Cattedrale, sono sorte molte realtà che vogliono investigare questo aspetto della letteratura. Grazie anche a tutte queste realtà che fanno bene il loro lavoro (penso a Racconti Edizioni, solo per dirne una), sicuramente è partito un processo che serve prima di tutto a educare, a sensibilizzare, ad allenare il lettore al racconto breve. Ma in termini pratici ancora non è cambiato nulla: in soldoni gli editori investono poco o nulla sulle raccolte (tranne alcune realtà virtuose, di cui Cattedrale si occupa ampiamente che però continuano ad avere enormi difficoltà sul mercato), e gli scrittori continuano a dover scrivere romanzi se vogliono vendere.

Rossella Milone Racconti

La differenza tra la lettura di un racconto e quella di un romanzo è nello sforzo d’immaginazione richiesto, lo stesso che distingue la nostra esperienza quando guardiamo un film o una fotografia. I racconti sono più difficili da comprendere perché non siamo così abituati a ragionare sull’intravisto?

Il racconto vuole che tu guardi. E guardando, ti costringe a trovare. Se un racconto incontrerà un lettore attento e allenato, quel racconto farà il suo dovere. Se un racconto non troverà un lettore che avrà voglia di far parte del libro, sarà un racconto sfortunato.

“I racconti non vendono” perché “i racconti non si leggono” o i racconti non si leggono perché non vengono comunicati nel modo giusto?

I racconti non vendono perché non si investe sui racconti. E poiché non si investe sui racconti ne scrivono in pochi; quei pochi devono essere molto bravi, perché come dicono i grandi, da Piglia a Welty, se non sai scrivere bene in un racconto si noterà. Meno scrittori buoni scriveranno racconti, meno si pubblicheranno, più i lettori non saranno abituati a leggerne.

Da Cattedrale è nato Trenta Cartelle, un laboratorio permanente che si occupa di promuovere la forma breve con un lavoro formativo specifico. Quali sono, secondo te, gli errori più comuni tra gli aspiranti scrittori? C’è qualche consiglio che senti di poter dare?

Trenta Cartelle è il fiore all’occhiello di Cattedrale: è un laboratorio, e in quanto tale è uno spazio per me bellissimo in cui si parla, si discute, si ragiona sui racconti; e poi sì, si scrivono anche, ma solo dopo averne molto parlato e letto. Sono assai orgogliosa di questo spazio, perché finora è stato un luogo di altissima condivisione e passione, dove certo si scrive, ma si fa anche molto altro: si fa bottega, si cerca di restituire dignità al racconto partendo da lì, dalla formazione, da una profonda comprensione, e dalla lettura, prima di tutto. In questo ci fa da spalla anche il gruppo di lettura Il bestiario della Cantina, che, in collaborazione con la libreria Assaggi, ogni settimana permette alle persone di leggere e discutere dei racconti che più amano. Per cui l’unico consiglio che posso dare a un aspirante scrittore di racconti è: leggere racconti. Ma questo vale per chiunque voglia scrivere, qualsiasi cosa voglia scrivere.

 

 

Amami, di Tiziano Scarpa

Di Alessandro Busi

ATTO I: VENEZIA

Ci sono alcune scelte, nella vita, che ce le spieghiamo solo se andiamo a fondo. Sono quelle scelte apparentemente controintuitive; quelle che, quando le raccontiamo, gli altri sgranano gli occhi e, in base al grado di confidenza che ci unisce, reagiscono con sorrisi di circostanza, pacche sulle spalle o considerazioni non richieste.

Se noi spiegassimo il momento in cui abbiamo fatto quella specifica scelta e il nostro modo di vedere le cose, se li avessimo chiari noi per primi, allora anche gli altri potrebbero comprenderne il senso. Invece, restiamo noi col dubbio di aver fatto qualcosa di assurdo e chi ci ascolta con la convinzione che siamo un bel po’ strani.

Se dovessi applicare questo ragionamento a una città fra tutte, lo applicherei a Venezia.

Spesso, passeggiandovi, le ho chiesto perché esistesse, come diamine fosse venuto in mente a qualcuno di andare a vivere sull’acqua.

tiziano scarpa racconti amami
Photo by Craig Philbrick on Unsplash

“Erano tutti aspiranti Gesù Cristi i tuoi fondatori?”, le ho chiesto, perso nelle calle della Giudecca. Ma non ho ottenuto risposta. Mi pare che Alberto Angela abbia affrontato questa questione in una trasmissione dedicata alla città, ma non ho mai verificato: stavolta sono io a scegliere di non approfondire.

Mi piace tenermi questo interrogativo, ma soprattutto, mi piace pensare a Venezia come a una città stramba, costruita in modo strambo, vissuta da persone strambe.

A Venezia si vive sulle spalle dei turisti ma si odiano i turisti. A Venezia si cammina sempre con i piedi storti perché tutte storte sono le pietre che pavimentano le calle[1]. A Venezia, se conosci un percorso alternativo a quello segnato per raggiungere uno specifico posto, ti senti fiero come Angus MacGyver. A Venezia, durante un aperitivo pubblico, una signora un po’ agè ti potrebbe raccontare la sua vita e confessarti che nel cassetto del comodino tiene una pistola, ma mica per fare del male agli altri, no!, per farla finita quando sarà il momento. A Venezia sono tutti aristocratici e tutti decaduti. A Venezia, se ci scrivi o se ne scrivi, hai a che fare con eredità un po’ ingombranti quali quelle di Carlo Goldoni e Thomas Mann. A Venezia, se c’è la nebbia, è Morte a Venezia. A Venezia, se c’è il sole, è Arlecchino.

Il 16 maggio del 1963, mentre l’astronauta LeRoy Gordon Cooper ammarava dopo aver stabilito il record di tempo speso nello spazio – trentaquattro ore e venti minuti -, mentre la cabina metallica coi comandi fuori uso veniva recuperata nel mezzo dell’Oceano Pacifico, a Venezia stava nascendo un bambino che immagino avesse pochi capelli biondi in testa e una voce che usava per gridare. A Venezia, questo bambino sarebbe stato registrato in anagrafe con il nome di Tiziano Scarpa.

ATTO II: TIZIANO SCARPA

Se nasci e cresci in un posto con eredità letterarie come quelle di Goldoni e Mann – già detti – nonché di Shakespeare e Pound – quest’ultimo, nel dubbio di non aver lasciato il segno, a Venezia ci si fece pure seppellire -, come diavolo ti viene in mente di fare lo scrittore?

La città è raccontata, la strada è segnata, l’impresa è impossibile. E questo è vero quanto è vero che non si costruiscono case sull’acqua.

Mi piace immaginare che questi siano stati i dubbi del giovane Tiziano Scarpa, quando sentiva di voler scrivere, ma carpiva, ovunque si voltasse, segnali chiari che gli consigliavano di evitare.

Meglio bersi un’ombra che scrivere.

Meglio leggere su una panchina di qualche campo.

Meglio fare il gondoliere, o il soffiatore di vetro, o il caricaturista a San Marco.

Assunto che, potrei metterci la mano sul fuoco, Scarpa sapeva dell’esistenza di queste alternative, come avrà deciso di perseguire comunque il suo sogno?

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Photo by Cristina Gottardi on Unsplash

Non lo so e, non conoscendolo di persona, anche qui lascio che l’incerto faccia la sua parte. Quello che so è che, da questa scelta controintuitiva, nacque una delle migliori penne che abbiamo oggi in Italia. Sempre presente e mai allineato, fu una delle più interessanti voci cannibali, senza aver fatto parte dei Cannibali. Nel corso della sua carriera ha attraversato la narrativa, la poesia, la saggistica, la scrittura per il teatro.

Ha creato una lingua ad hoc per il proprio bestiario poetico. Ha portato in scena domande scomode come “Pensa di essere attualmente la persona che avrebbe voluto diventare, o non ancora?”. Si è azzardato a presentare la sua Venezia, nel suo primo romanzo, tingendo il paesaggio con una scarica di diarrea. Ha dedicato pagine commuoventi a centrifughe di lavatrici e lettere rotanti di vecchi cartelloni ferroviari. Si è fatto portavoce dei desideri di una giovane vergine del ‘700 e del suo maestro di violino e della loro relazione complicata. Ha scomposto la sua città in parti anatomiche e l’ha esaminata come si può fare con un pesce[2].

E poi, assieme a quello che immagino essere un suo amico illustratore, Massimo Giacon, nel 2007 ha pubblicato un libro senza capo né coda, un libro che nessun editore saggio e attento al ritorno economico avrebbe dovuto pubblicare: Amami.

ATTO III: AMAMI

Amami (Mondadori, 2007) è un libro che non troverete più in libreria. Mondadori non lo stampa più. Amazon lo dà “inaccessibile”, mentre per LaFeltrinelli è “fuori catalogo”.

Se state continuando a leggere con l’idea di scrivermi per prestarvelo, non pensateci nemmeno, ne sono gelosissimo. Se siete solo curiosi e se leggete queste righe nonostante, agli occhi di molti, possiate fare ben di meglio, mi fa piacere, ma occhio a raccontarlo in giro.

“Amami” è una raccolta di racconti scritti da Tiziano Scarpa e illustrati da Massimo Giacon a tema amore, o meglio, sesso, o meglio, perversioni, o meglio, relazioni, o meglio: relazioni talvolta amorose con una forte componente sessuale.

Quello che fa Tiziano Scarpa, rinforzato dai disegni chinini di Giacon, è esplorare l’animo di sessanta personaggi nell’intimità delle loro abitudini più bizzarre, quelle che forse non avrebbero raccontato a nessuno, quelle che li svelano, quelle che li rendono contraddittori e umani. Il richiamo è ai Personaggi Precari di Vanni Santoni e alla letteratura pulp, scritture animate dall’intento di rappresentare elementi al limite per raccontare tutti.

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Venezia, Italia, 30 aprile 2015. Tiziano Scarpa – Wikimedia Commons

Così: Elena Reale mangia i suoi amanti per restare meno sola. Valerio Pieraschi, dopo la morte della sua famiglia, è diventato uno zombie. Tiberio Forni soffre perché ha degli organi sessuali troppo grandi, mentre Gianmarco Mililli vorrebbe un corpo meno imponente, che bilanci i suoi testicoli troppo piccoli. Gelinda Favretto ha sessantacinque anni e vorrebbe innamorarsi di una coppia di persone, da chiamare mamma e papà.

Sono storie brevi, quelle di Amami, prose poetiche, accenni, ritratti fatti da poche pennellate. Ogni vita è messa a nudo e ogni disegno lancia l’appello del titolo: una richiesta tanto semplice quanto difficile da pronunciare. Amami. Ognuno dei personaggi vive situazioni in cui la sua intimità viene messa in crisi, in cui l’incontro fra pubblico e privato genera incomprensione. Come se nessuno, a parte l’autore e i lettori, sapesse andare a fondo per capire le ragioni che portano queste persone a fare queste scelte controintuitive.

Come se con le loro storie, Tiziano Scarpa ci mettesse di fronte alle nostre richieste d’affetto, alle nostre contraddizioni apparenti, al nostro desiderio di seguire la strada che non sarebbe da seguire, al nostro intento più intimo e inespresso di costruire la nostra personale città sull’acqua.

 

Alessandro Busi ha pubblicato Trenta Ottobre sul quinto numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf oppure sfogliare la rivista.


[1]   Queste pietre sono detta in gergo maségni e questa considerazione sui piedi storti è tratta da Venezia è un pesce, libro di un certo autore veneziano che scopriremo tra poco.

[2]   Il bestiario è Groppi d’amore nella scuraglia (Einaudi, 2005). La domanda è tratta da I maggiorenni (regia di Giorgio Sangati, produzione Teatro Stabile del Veneto 2015-2016). La diarrea è in Occhi sulla Graticola. Breve saggio sulla penultima storia d’amore vissuta dalla donna alla quale desidererei unirmi in duraturo vincolo affettivo (Einaudi, 1996). Le centrifughe e le lettere sono in Il brevetto del geco (Einaudi, 2015). La vergine del ‘700 è in Stabat Mater (Einaudi, 2008). La città divisa in parti anatomiche è in Venezia è un pesce (Feltrinelli, 2000).

«Non risponde mai nessuno». I racconti di Simone Ghelli

Simone Ghelli, Non risponde mai nessuno
Simone Ghelli, Non risponde mai nessuno. Immagine di copertina del libro (photo by Nihat on pexels)

 

Se penso a una caratteristica che descriva cosa ci rende umani, la prima cosa che mi viene in mente è l’empatia. Trovo una grande umanità nella capacità di porsi nello stato d’animo o nelle condizioni di un altro essere che non siamo noi. Sia che si tratti di gioia, che di dolore. Tuttavia ci sono due nodi. Per prima cosa l’empatia non è un sentimento proprio solo dell’essere umano: anche gli animali sono in grado di provare empatia. Secondo: il mio modo di pensare all’empatia tiene conto soprattutto delle qualità positive. Se penso all’empatia, penso ad esempio a una persona in difficoltà e al farsi carico di almeno un pezzetto di quello che sente; oppure penso al partecipare con gioia alla gioia altrui.

Ma, a pensarci bene, mi accorgo che non basta solo l’empatia per descrivere che cosa ci rende umani. Allora mi viene da aggiungere che siamo umani nell’essere di continuo in contraddizione con noi stessi; sono umane le menzogne che ci raccontiamo e quelle che raccontiamo agli altri; è umana la vergogna che proviamo quando un certo cinismo, o un certo sentimento che cerchiamo di nascondere anche a noi stessi, viene messo a nudo. E poi ci metto anche l’inquietudine. Soprattutto quella che proviamo quando cerchiamo di capire quale sia la ricetta giusta per la nostra vita (se esiste davvero una ricetta) e quali siano le giuste strategie per evitare passi falsi (se esistono davvero delle strategie). Infine lo smarrimento che proviamo quando capiamo che la strada che abbiamo intrapreso porta a un vicolo cieco, e la ripercorriamo all’indietro per cercare vanamente di capire il punto dove abbiamo mancato il bivio giusto. Ecco, i racconti di Non risponde mai nessuno di Simone Ghelli (Miraggi edizioni) si muovono in questi territori.

La citazione di Gilles Deleuze in esergo ci avvisa: «La vergogna di essere uomo: c’è una ragione migliore per scrivere?». E riprende questo filo anche Wu Ming 2 nella prefazione: «I racconti di questa raccolta esplorano un sentimento simile, e a più riprese lo confrontano con altri, che portano lo stesso nome ma sono al fondo molto distanti»[1]. La vergogna è ad esempio quella provata da «un ragazzo imbottito di idee romantiche sulla follia, che nel rapporto quotidiano con i matti scopre di non essere “più buono degli altri”»[2] (I tafani della Merse), oppure quella che accompagna la rassegnazione di Cesare, protagonista del racconto Non risponde mai nessuno «che vergognandosi di un padre ormai demente, subisce l’immobilismo degli assistenti sociali, fatto di “tempi tecnici” e “sorrisi d’ordinanza”»,[3] come dice ancora Wu Ming 2.

Ma i racconti di Simone Ghelli non esplorano solo il sentimento della vergogna. Qualche volta è il ricordo di un passato a fare da filo conduttore. Il passato che riemerge da una fotografia ritrovata (sempre I tafani della Merse). Altre volte sono case diroccate (Natura in versi) o disabitate da tempo (Il borro), a cui spesso si arriva seguendo percorsi che attraversano come piccole selve oscure, a mettere in contatto i personaggi con emozioni, ricordi e con antichi rimorsi.

«Per quanto Livio cercasse di completarli con la memoria, non erano che oggetti abbandonati. Pensò che il tempo fosse proprio come il borro e che dentro vi precipitassero i ricordi.
Si chiese che cosa avesse amato mai di quelle pietre, di quelle montagne. Da bambino la casa era stata per lui un luogo meraviglioso e al tempo stesso terribile, abitato da bizzarre creature come le scolopendre e gli scorpioni, che col buio uscivano dai loro nascondigli per minare le sicurezze degli umani. L’immagine di quella notte in cui suo padre ne aveva scoperto uno vicino alla sua testa, a pochi centimetri dal cuscino, non si era mai spenta. Come una spia pronta a segnalare il pericolo, gli era rimasto quella specie di sesto senso che con gli anni lo aveva reso un codardo. Gli era rimasta la paura, anche quando era ormai un adolescente, di tutto quel dolore che avrebbero trovato al loro arrivo; delle condizioni in cui vivevano i nonni e il loro ultimogenito: lo zio Pietro».[4]

Infine ci sono l’inquietudine e lo smarrimento di cui scrivevo poco fa. Quello che si prova quando ci si trova di fronte una situazione che pare senza risposte né immediate vie d’uscita. Questo è un tema che emerge dai pensieri di Milena di Che bel sole, Milù!, un spaccato vivo, attuale, della vita di una coppia alla prese con le difficoltà di un’esistenza caratterizzata dalla precarietà e da aspettative che tardano a concretizzarsi:

«Quel tempo la spaventava, le ricordava troppo da vicino lo scenario dei propri incubi. La rendeva incapace di pensieri razionali e incline al fatalismo. Di fronte a quel cielo funesto la sua vita gli sembrò davvero una piccola cosa indifesa, rimboccata in un vaso sempre in procinto di cadere. In fondo, non avevano costruito ancora niente. Avevano una casetta, non era poco; ma tutto il resto? Chi si sarebbe ricordato di loro, di due giovani vite sprecate nei lavori anonimi, tra le file dei supermercati?»[5]

Ecco, nei racconti di Non risponde mai nessuno di Simone Ghelli c’è tutto questo. Ma vorrei aggiungere ancora una cosa, per chiudere. Ho apprezzato la scrittura leggera ed esatta, che non si perde mai in orpelli estetici. La prosa di Simone Ghelli è in grado di affrontare tematiche complesse senza mai perdere contatto con uno stile semplice e una pulizia formale che rende certi racconti dei meccanismi perfetti, in cui tutto è essenziale e messo nel posto giusto.

 


[1] Simone Ghelli, “Prefazione a cura di Wu Ming 2”, in Non risponde mai nessuno, Miraggi edizioni, 2017 (Pag.7)
[2] Simone Ghelli, “Prefazione a cura di Wu Ming 2”, in Non risponde mai nessuno, Miraggi edizioni, 2017 (Pag.8)
[3] Simone Ghelli, “Prefazione a cura di Wu Ming 2”, in Non risponde mai nessuno, Miraggi edizioni, 2017 (Pag.8)
[4] Simone Ghelli, “Il borro”, in Non risponde mai nessuno, Miraggi edizioni, 2017 (Pag. 25)
[5] Simone Ghelli, “Che bel sole, Milù!”, in Non risponde mai nessuno, Miraggi edizioni, 2017 (Pag. 78)

Nel bosco di Akutagawa Ryunosuke, scrittore di racconti

Akutagawa Ryunosuke nacque nel 1892 e visse una brevissima vita a cavallo dei due secoli. Era di una generazione nata quando la transizione del periodo Meji era già compiuta e si potevano già godere i frutti della missione che i governanti nipponici avevano avuto nei decenni precedenti: modernizzare il paese con “tecnologia occidentale e spirito giapponese”. Akutagawa aveva studiato nella massima università di Tokyo e conosceva in modo profondo la letteratura inglese e francese del secolo che era appena trascorso. Allo stesso tempo però facevano parte del suo bagaglio non solo la letteratura tradizionale giapponese, ma anche quella cinese, il vero e unico riferimento culturale prima dell’apertura al mondo.

Prima di togliersi la vita, riuscì a pubblicare alcuni tra i più memorabili racconti della letteratura giapponese, che non solo vengono tuttora letti e commentati nelle scuole, ma che hanno avuto diffusione ancora maggiore come adattamenti cinematografici. Rashomon, il film che consacrò Akira Kurosawa come regista di fama mondiale e che gli valse l’Oscar come miglior film straniero, doveva la trama al racconto Nel bosco, mentre il titolo proviene da un’altra storia breve dello stesso autore.

Akutagawa Ryunosuke
Akutagawa Ryunosuke

La forma letteraria dei racconti brevi funziona in questo modo. Su cento racconti, se dieci sopravvivono per le generazioni seguenti, si potrà parlare di un grande successo.

Questo è quello che scrive Murakami Haruki, forse il più importante scrittori giapponesi viventi e tra i più famosi in assoluto, proprio nell’introduzione alla raccolta di Akutagawa Rashomon e altri racconti curata da Einaudi. E non riescono infatti tutti i suoi lavori a superare il passare del tempo. Suddivisa grossomodo in due parti la sua produzione, emergono con prepotenza i suoi primi lavori, rielaborazioni di antiche storie tradizionali, contrapposti ai suoi ultimi lavori, frammenti introspettivi, lirici e autobiografici influenzati da quello spirito che in Giappone si fa chiamare “il romanzo dell’Io”.

Una delle fonti principali di Akutagawa era il Konjaku monogatarishū una raccolta di mille racconti di origine indiana, cinese e ovviamente giapponese composta poco dopo l’anno 1000. Saccheggiato con meticolosa costanza, questo enorme bacino di storie già raccontate fornì idee e personaggi a moltissimi racconti. Ed è proprio da una di queste storie, riguardante un furto e uno stupro, che nacque il racconto Nel bosco. Il racconto è la storia di un omicidio, raccontata attraverso la testimonianza di sei diversi personaggi: una donna e suo marito sono aggrediti da un ladro. Un monaco, un boscaiolo, un vigilante e la madre della donna, completano le voci della composizione.

akutagawa nel bosco racconto
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Pubblicato nel 1922 è un perfetto esempio di modernismo giapponese, niente affatto lontano da quello che stava succedendo nel resto del mondo, mentre Faulkner ancora provava senza troppa convinzione a lavorare in posta. Ma a quanto pare neanche questa è un’idea di Akutagawa. Ci aveva già pensato nel 1868 Robert Browning, poeta laureato vittoriano, a scrivere un poema drammatico con la stessa struttura. Basato su un vero e intricato caso di omicidio nella Roma degli anni intorno al 1700, il poema L’anello e il libro affida a vari personaggi la narrazione dei fatti mentre essi accadono.

In entrambe le narrazioni i testimoni raccontano ciò che hanno visto o sanno riguardo al crimine di cui si cerca di venire a capo attraverso un processo. Ogni personaggio parla attraverso un monologo drammatico, rivelando così il proprio carattere, limitazioni, intenzioni. La strada però ad un certo punto si divide e mentre i personaggi di Browning vanno alla ricerca del colpevole e della verità, quelli di Akutagawa cominciano a rivelare una realtà molto più complessa, in cui si arriva a dubitare che l’omicidio stesso sia mai accaduto. Con precisione ed eleganza l’autore rende ogni singola testimonianza, anche quelle più banali o apparentemente affidabili, contraddittorie l’una con l’altra.

Il lettore, solo difronte ai monologhi e alle risposte a domande fantasma fatte da un narratore inesistente, entra in crisi, nell’impossibilità di arrivare alla soluzione di questo giallo. Cosa è successo nel bosco? E la risposta non può essere ottenuta senza mettere in discussione la qualità stessa della verità e della natura umana.

Nel bosco racconto akutagawa ryunosuke
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Qui a Tre racconti non scriviamo solo articoli, ma passiamo anche molto del nostro tempo a leggere storie brevi e voci nuove per la nostra rivista letteraria. La proporzione dei racconti che dalla selezione arrivano alla pubblicazione è forse più bassa di quella indicata da Murakami per il canone. Ma questo non accade perché ci arrivino racconti particolarmente brutti o perché noi siamo particolarmente cattivi (solo un pochino) ma perché sempre più spesso incontriamo le stesse situazioni, luoghi, meccanismi, parole, topoi.

Akutagawa Ryunosuke, nonostante abbia copiato la storia da una antica novella giapponese, da un poeta vittoriano come Robert Browning e persino rubato un’idea a un trascurabilissimo autore come Ambrose Bierce, è stato in grado di realizzare un suo racconto. Ci è riuscito grazie all’attenzione per i dettagli, che hanno tenuto insieme quel mosaico di fonti. Oggi si tenderebbe a chiamare questo riuso “postmodernismo”, ma anche Shakespeare aveva letto qualche cronaca danese per scrivere l’Amleto. Io in questo caso lo chiamerei Letteratura.

L’Atlante delle meraviglie. Viaggio nel mondo di Danilo Soscia

atlante delle meraviglie danilo soscia
photo by Joao Silas, Unsplash

 

«L’orrore visibile è niente se paragonato all’idea dell’orrore.

I miei pensieri, assassini virtuali,

scuotono la mia indivisibile natura di uomo

a tal punto che funzione e immaginazione si mescolano.

E nulla è, se non ciò che non è».[1]

 

Le epigrafi poste a introduzione dei libri sono sempre degli animali molto strani: a volte passano del tutto inosservate, ma in altri casi, come in questo, somigliano molto ad una dichiarazione di intenti dell’autore. Una dichiarazione che, anche se viene letta a posteriori, svela e riassume il carattere dell’intera opera che ci troviamo tra le mani.

Danilo Soscia, classe 1979, nato a Formia ma pisano di adozione, già autore di una raccolta di racconti intitolata Il condominio (Manni, 2008), progetta il suo Atlante delle meraviglie sulla falsariga della Wunderkammer, parola tedesca che significa letteralmente “stanza delle meraviglie”, andando ad arredare per noi un museo immaginario con sessanta storie ispirate ai più disparati ambiti, ai miti, alla letteratura o alla storia mescolando volti noti e sconosciuti con fatti reali o fittizi e dando vita a una collezione eterogenea di straordinaria bellezza.

I racconti che ne fanno parte sono infatti, anche per la loro brevità, delle immagini (da qui probabilmente la scelta della parola Atlante) o dei veri e propri frammenti che l’autore riprende, stravolge e rielabora lasciando al lettore il compito di destreggiarsi in uno scenario sempre mutevole. È un viaggio che prosegue orizzontalmente, passando di stanza in stanza, perché per quanto i personaggi scelti non siano sempre contemporanei tra loro (si salta da Gesù a Gagarin, da Walter Benjamin a Hitler, da Arianna e Teseo a un postino), è come se tutto accadesse nel presente e l’autore ci raccontasse con le sue parole una storia nuova. Una versione dei fatti rimasta per molto tempo inascoltata che ognuno di noi può assorbire in maniera personale e soggettiva.

L’apertura del libro avviene con Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino, in cui Danilo Soscia scrive:

Da giovane sono stato anche innamorato, ma per fortuna nulla è rimasto di quell’amore. Ho amato chi mi ha dato da mangiare, le femmine che mi hanno allattato quando ero un niente, inerme agli assalti del cielo e della sua luce, inesperto di ogni cosa, ignorante del mondo e della mia stessa volontà. Quelli come me nascono con la malattia della saggezza, e non guariscono, al più tardi si aggravano, galvanizzati dalla scoperta che la morte arriva per ciascuno, ma non è un evento di cui curarsi. [2]

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I racconti, nonostante la loro apparente diversità, hanno molti elementi in comune. In primo luogo c’è il tema della morte, che ritorna di continuo sotto forma di fantasmi, ombre e cerimonie funebri, oppure in contrapposizione alla vita, mettendo a nudo l’uomo (o l’animale, come nel caso di Bao Bao, il panda protagonista di questo primo racconto) e “slatentizzando” le sue paure più profonde, dando voce a nuove e dolorose consapevolezze.

Nessuno di quelli che mi ha visto nascere e cadere è sopravvissuto. Se avessi saputo allora che sarei stato uno degli ultimi testimoni di me stesso, avrei digiunato anch’io fino a morire. Nemmeno le circostanze infelici del mio essere vivo mi hanno favorito nella conquista del coraggio. La solitudine non è uno stile, è un rito. Facilita l’invenzione delle cose, aiuta nel superare le curve strette del dolore, dei quotidiani dispiaceri. Sono stato visitato da milioni di volti. Seduto davanti ai miei ospiti con il ventre rigonfio, all’infuori, senza alcuna vergogna, venivo interrogato ed ero privo di risposte. […] Nel rumore sordido e agitato di organismi altrui, nel fluire dei liquidi, e nel gracidio croccante delle ghiandole salivari, intuii che ogni vocazione è una condanna. Ma l’aspetto compiuto della mia distanza, oggi che sto per morire, è il premio più grande. [3]

L’illusorietà della vita e lo scendere a patti con se stessi, che è necessariamente l’accettazione della parte marcia dell’Io, è il perno intorno a cui sembra ruotare tutto il progetto dell’autore. Sembra dire che la vita è un viaggio vano, senza uno scopo apparente o risposte, ma questa rassegnazione finisce per donare nuova forza alle parole, che come schegge si infilano sotto pelle per fare male a lungo.

In Tirannicidio, ad esempio, leggiamo:

Uscivo solo per raggiungere un telefono e chiamare mio marito. Le nostre chiacchierate avevano un sapore buono allora. Io mi stringevo alla cornetta come fosse l’ultima verità inconfutabile, e domandavo a quell’uomo ignaro, la cui idea delle cose era basata sui miei addolorati racconti, Perché? Perché tutto questo? Bastano i nostri dubbi sentenziosi a definire una verità che ci faccia finalmente rassegnare? E lui non rispondeva, mi diceva, Piccola scimmia. E io respiravo di nuovo.[4]

Un altro elemento comune è il modo di narrare queste storie, un tono quasi elegiaco che restando sullo sfondo esalta il ricordo e il rimpianto. Elemento che ben si concilia con il ricorso frequente alla forma epistolare perché l’atmosfera dominante è quella di una confessione, di un’ammissione di colpa, come se la lettera, di volta in volta, costituisse una sorta di testamento esistenziale istantaneo e fulmineo.

Bello in maniera dolorosamente puntuale è il racconto Blatta:

Quando io non ci sarò più, diffida degli uomini e delle donne che ti diranno che il mondo è diventato un luogo più grande. Quando io non ci sarò più, diffida di chi oserà parlare di fratellanza. So bene che mi dimenticherai. È un evento ovvio. La mia voce cesserà, e così il calore, le briciole di pane. E le parole, quelle trovate per bisogno, quelle che ho detto a mezza bocca per non farti svegliare, quelle escogitate con cattiveria nel desiderio morboso di diventare il perno infinito della tua esistenza. Quando ti dicevo che eri bella, quando ti dicevo che sentivo la tua mancanza, mentre dormivi, quando ti voltavi dall’altra parte perché la vita, questa nostra vita, non è fatta per coltivare affetti. [5]

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La disillusione, che aleggia continuamente nelle stanze di questa raccolta, coinvolge tutti, gli animali e le persone, con un continuo rovesciamento delle parti: l’animale viene umanizzato dalle continue riflessioni, mentre talvolta con una operazione di smascheramento è l’uomo a rivelare l’aspetto bestiale e la ferocia che lo contraddistinguono.

In Incitamento alla lotta di classe, l’ultimo dei sessanta, Antonio Gramsci, ormai vicino alla morte, afferma infatti:

Non ho certo la pretesa di essere l’unico testimone di quanto accade in questo carcere, in Italia, nel resto del pianeta. Fuori di qui uomini mangiano altri uomini, è molto semplice. Un processo millenario che avrà un esito solo: l’effimera sopravvivenza di colui che avrà mangiato tutti. Alla fine, costui morirà di fame, o mangerà se stesso.[6]

È una chiusa potente, come potente è l’immagine che evoca, la storia scelta per essere l’ultima in ordine di lettura. Ma questa raccolta non è pensata per essere letta soltanto in questo modo. Al caos dilagante ma ordito con cura, infatti, Danilo Soscia contrappone delle liste, presenti all’inizio e in calce al libro, venendo in soccorso al nostro bisogno di lettori di dare una forma e un ordine a tutto. Aiutandoci a dare una direzione consapevole e nostra a questo viaggio.

Oggi ho steso una lista degli eventi che rendono felice. La tengo ripiegata in quattro, nella scarpa. Ho steso una lista per non dovermi più preoccupare di cosa è buono e di cosa è nocivo per me. Non debbo usarla, niente e nessuno mi obbliga a farlo, nemmeno le circostanze terribili della quotidianità. La lista è la mia pistola. È lì, immemore e quieta, e ogni volta che avrò bisogno di morire, sparerò un colpo in aria. [7]

La raccolta di Danilo Soscia è insomma una collezione di piccole perle. Si può scegliere di leggerle un po’ alla volta o tutte di un fiato, ma il risultato in ogni caso è lo stesso: continueranno a parlare a distanza di tempo e staranno benissimo nella Wunderkammer delle librerie personali di ciascuno di noi.

«Da quando siamo nati mendichiamo qualcosa. L’amore, un lavoro, il tempo». [8]

 


[1] Tratto da Macbeth di W. Shakespeare
[2] Tratto da “Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia                     
[3] Tratto da “Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia    
[4] Tratto da “Tirannicidio”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia
[5] Tratto da “Blatta”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia
[6] Tratto da “Incitamento alla lotta di classe”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia           
[7] Tratto da “Ciclotimia”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia
[8] Tratto da “L’ultimo orso polare di Buenos Aires”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia