Francis Scott Fitzgerald. I racconti perduti

 

Nessun grande libro o racconto è figlio della quiete. Nessun grande autore ha mai fatto a meno di quella “discesa negli inferi” di cui parlava Calvino nelle sue Lezioni americane. Tuttavia, a dispetto del pregiudizio che vuole gli artisti assimilabili a spiriti maledetti, tutti i grandi scrittori hanno sempre saputo anche un’altra cosa: attingere al proprio buio personale, alla disperazione delle infinite notti dell’anima, va di pari passo con il saperne prendere le distanze. In altre parole, ciò che salva chi decide di raccontare storie è la capacità di bilanciare gli inferi. La capacità di destreggiarsi tra pesantezza e leggerezza con una buona dose di trasformismo e tanto artigianato sopraffino. Esigenza che ha sempre fatto del processo di creazione una ricerca continua e faticosissima di un equilibrio.

Francis Scott Fitzgerald fa parte di quel ristretto gruppo di autori capaci di muoversi su quel filo con grazia e sostanza. Di lui sappiamo praticamente tutto. Conosciamo la sua biografia fin nei minimi dettagli. Le vicende che lo portarono alla scrittura dei suoi primi romanzi e alla nascita dell’Età del Jazz (etichetta che poi gli si rivoltò contro), la sua breve parentesi come pubblicitario, il piglio con il quale decise di licenziarsi per mettersi a scrivere a tempo pieno dopo aver ricevuto 120 lettere di rifiuto tutte uguali da altrettanti editori. Gli alti e i bassi del suo matrimonio con Zelda, la macchina che guidava, la sua tendenza a compilare liste di qualsiasi cosa, la vita parigina e le sue amicizie, le canzoni che fischiettava e le ultime parole che scrisse prima di morire[1].

Conosciamo bene anche il suo “buio”. L’alcolismo, la tubercolosi che ogni tanto tornava, il rimpianto di non essere diventato un campione di football e di non aver combattuto in guerra, l’insonnia che lo torturò già a partire dal 1926 in Costa Azzurra, i soldi che non bastavano mai, la gelosia nei confronti della moglie, il vuoto lasciato dai soggiorni di Zelda nei manicomi in giro per l’Europa e negli Stati Uniti. Sappiamo perfino della cartolina che a un certo punto si spedì da solo in albergo («Caro Scott, come va? Volevo passare a trovarti. Abito al Garden of Allah. Tuo…»). E sappiamo anche della depressione, il suo sentirsi «un piatto crepato», e del tentato suicidio.

Quel buio Scott lo mise su carta a più riprese toccando il vertice, o meglio il fondo, con quella straziante autopsia autoinflitta pubblicata in tre puntate sull’Esquire nel 1936, quel trittico di testi che noi conosciamo come Il Crollo (The Crack-Up)[2]. Aveva già scritto Di qua dal paradiso, Belli e dannati, Il grande Gatsby, Tenera è la notte e tre raccolte di racconti, ma da quel momento divenne altro. Fitzgerald la farfalla che aveva esaurito la polvere magica sulle sue ali. Fitzgerald che aveva sprecato il suo talento per correre dietro alla bottiglia. Fitzgerald che si era esposto troppo, come disse l’indelicato Hemingway. L’amico-rivale di sempre[3].

Eppure, nonostante tutto, chi lo ama non si arrende alla tentazione di leggere la sua opera attraverso quelle lenti. Soprattutto perché Fitzgerald lottò fino alla fine per difendere la sua scrittura e non cedere ai direttori delle riviste che continuavano a chiedergli sempre lo stesso prodotto, le solite storielle disimpegnate buone per rifiatare dalle angosce post-‘29. Lottò per smentire le brutte voci che giravano sul suo conto e che lo davano per «alcolizzato», finito, spacciato. Una penna scarica. Solo l’ombra di quell’uomo che nei primi anni Venti aveva incantato i giovani con storie di notti stellate, brezze profumate e bagliori di luna su capigliature ramate o dentro un paio di occhi verde smeraldo.

E serve proprio a capire un po’ di quella lotta leggere oggi Per te morirei[4], volume che raccoglie i suoi ultimi racconti. I racconti scartati, quelli che per un motivo o per un altro non furono mai pubblicati. Quelli ai quali Fitzgerald si rifiutò di apportare le modifiche richieste nonostante navigasse in cattivissime acque. Per amor proprio e del suo lavoro. Le storie che aveva in testa e che in alcuni casi scrisse come fossero soggetti cinematografici, pensando di tornare a bussare per l’ennesima volta alle porte in stucco dorato di Hollywood. L’ultima chance per risalire sulla cresta dell’onda.

Leggendo questi racconti tutti insieme si può avere un’idea abbastanza chiara delle tensioni che ribollivano nel loro autore. Alcuni sembrano guardare al passato, altri sono quasi degli studi in vista di altro. Tutti, però, anche se con diverse intensità, contengono piccole gocce del talento poetico di Fitzgerald. Quel particolarissimo modo di guardare il mondo e di esprimere i sentimenti usando i colori, la curva di una strada, il taglio di un viso.

Un giorno libero dall’amore, il settimo della raccolta, è particolarmente significativo. Scritto tra il 1935 e il ’36, è solo un abbozzo di ciò sarebbe dovuto diventare il primo capitolo di un libro. Lungo appena cinque pagine, ruota intorno ad una coppia di giovani fidanzati che stringono un patto: per evitare di cadere nella noia, i due decidono di prendersi un giorno a settimana di libertà l’uno dall’altro, libertà dall’amore appunto. Ma questa è solo l’idea di fondo, poi c’è l’artigianato sopraffino.

Lui è definito in meno di due righe: «Era uno di quegli uomini che sembrano sempre stolidi e disattenti – e poi annunciano il punteggio esatto». Lei, sfuggente e forse inquieta come una piccola Madame Bovary, sta tutta in una battuta: «Credo che una donna debba avere un posto dentro di sé in cui potersi chiudere – un po’ come un uomo deve avere le sue ambizioni».

E poi, nella voce del narratore calato nella mente di Sam, troviamo un distillato di Fitzgerald:

Indossava una cintura d’argento con intagli a forma di stella, così che le sagome c’erano e non c’erano al contempo – e osservandole Sam comprese che non l’aveva ancora capita del tutto. Per un attimo desiderò non essere così ricco, o Mary così desiderabile – desiderò che fossero entrambi un po’ a pezzi, in modo da doversi aggrappare l’uno all’altra.

Per concludere con un fulminante «l’amore è ciò che decidi di farne». Peccato non sia andato oltre il primo capitolo… Peccato davvero.

Un’altra perla, scoperta tardivamente, è Grazie per questa fiamma, il racconto che chiude Per te morirei. Giudicato troppo bizzarro per i tempi (siamo ancora nel 1936), è stato pubblicato con molto successo nel 2012 dal New Yorker, la stessa rivista alla quale era stato originariamente proposto. Come mai fu scartato? Basti dire che la protagonista è una donna sui cinquant’anni, una rappresentante di biancheria intima di Chicago, che entra in una chiesa per accendersi una sigaretta su un cero… Assurdo ma davvero delizioso. Troppo avanti per i tempi, forse. Quattro pagine in cui si distingue il tocco del maestro nell’abbozzare un mondo o un’atmosfera:

Era una di quelle giornate piene di attese, tutti erano impegnatissimi, o erano in ritardo, e quando si materializzavano erano sempre uomini col volto affilato di chi non tollera le debolezze altrui, o donne che volenti o nolenti si adeguavano alle idee di quegli uomini.

In questi e negli altri racconti, ci sono frasi che suonano decisamente familiari. Frasi in cui pare quasi vederlo Fitzgerald, mentre le scrive. Una volta alle prese con le strettoie del mercato editoriale, altre con il fantasma di Zelda. Altre ancora in cui risuona ostinata la speranza di un uomo che, nonostante tutto, rimase fondamentalmente un onesto e nostalgico romantico. Eccone qualcuna in ordine sparso:

Faccio l’editore. Pubblico libri di qualunque tipo. Sono in cerca di un libro che venda cinquecentomila copie. (…) Se possibile preferirei di gran lunga un romanzo scritto da un fervente materialista, che parli di uomini di classe e tenebrose Apache – o qualcosa che parli d’amore. L’amore funziona sempre – per amare bisogna essere vivi. Il “pagherò”, 1920.

È solo che è impossibile lottare se non ci si sente in possesso delle proprie facoltà. Incubo. (Fantasia in nero), 1932.

Guidò a tutta velocità verso nord, e durante il tragitto pensò (…) che il romanticismo era roba da bambini e che la cosa migliore che poteva sperare era che a fine giornata qualcosa di diverso e di più soffice lo attendesse laggiù, alla fine della strada. Che ci vuoi fare, 1933.

Le tornarono in mente una decina di piccoli complimenti che le aveva fatto – di quelli che nel ricordo luccicano così bene. Per te morirei (la leggenda del Lake Lure), 1935-36.

Era bello pensare ad Atlanta, che per così tante persone era una stella nella notte, che dormiva al sicuro nella sua stanza, a un centinaio di iarde da lì…. Per te morirei (la leggenda del Lake Lure), 1935-36.

E così via. Lo sguardo del poeta, acciaccato e preso a botte dalla vita e da se stesso, tutto sommato è ancora vivo e riconoscibile. Solo la palette dei colori talvolta si incupisce in quei difficili anni Trenta. Anni di oblio, di bevute devastanti, lontano dal grande pubblico. Anni in cui Scott incassava e metteva da parte rifiuti con la dicitura «Archiviare alla voce false partenze», come fece per Le donne di casa (Febbre). Anni in cui redattori delle riviste scrivevano frasi del tipo «il signor Fitzgerald è ancora in grado di scrivere una semplice storia d’amore, senza appesantirla con i risvolti drammatici visti negli ultimi manoscritti». Salvo poi rimanere a bocca asciutta perché i tagli chiesti non arrivavano…

Insomma una lotta estenuante alla quale Scott aveva deciso di fare buon viso a cattivo gioco, quel tanto che bastava a sopravvivere. Più volte nelle sue lettere aveva confessato di non amare scrivere racconti, che per lui erano un mezzo di sostentamento necessario tra un romanzo e l’altro. Eppure diceva anche che il pubblico andava rispettato e che il mercato non andava riempito di «bidonate». Verso la fine, si rammaricava di non riuscire a scrivere perché non riusciva più a sentire le persone. Di sicuro non si risparmiò mai e per noi vale ciò che disse alla figlia, l’adoratissima Scottie, che a sua volta tentava di esordire con la scrittura:

È il tuo cuore che devi vendere, le tue reazioni più viscerali, non le cosucce che appena ti sfiorano, le minute esperienze che potresti raccontare a cena. (…) La letteratura è uno di quei mestieri che vogliono un impegno senza riserve. Che impressione ti farebbe un soldato che fosse soltanto un po’ coraggioso?.

L’impegno senza riserve. Il cuore. Niente di meno. Fino alla fine. Anche quando gli mancò il suo lieto fine: Zelda.


[1] Il 21 dicembre 1940 Fitzgerald stava compilando un elenco di giocatori di football su una pagina del Princeton Alumni Weekley. Sul margine di un articolo di Gilbert Lea di cui aveva cerchiato un paragrafo scrisse «Buona prosa». Poco dopo morì.

[2] Fitzgerald, Il Crollo, Adelphi.

[3] «Ti scrivo per segnalarti un giovane, di nome Ernest Hemingway, che vive a Parigi (è americano), scrive per la Transatlantic Review e ha un brillante avvenire di fronte a sé… Lo terrei d’occhio fin d’ora: c’è del buono davvero». (Da una lettera di Fitzgerald all’editore Max Perkins, 1924).

[4] Fitzgerald, Per te morirei e altri racconti perduti, Rizzoli, 2017.

Le voci americane di Ring Lardner

 

«Il mio scrittore preferito è mio fratello D.B., e subito dopo viene Ring Lardner. Mio fratello per il mio compleanno mi ha regalato un libro di Ring Ladner, subito prima che io andassi a Pencey. C’erano queste storie davvero pazze e divertenti, e c’era quella storia di quel poliziotto addetto al traffico che si innamora di una ragazza carina che corre sempre troppo in macchina. Solo che il poliziotto è sposato, così non può né sposarla né niente. Alla fine la ragazza muore, proprio perché corre troppo. Quella storia mi ha praticamente ucciso».

Il giovane Holden, J.D. Salinger

Ring Lardner non andava a genio solo al pestifero Holden Caufield. Le «storie davvero pazze e divertenti» che scriveva per le riviste con le quali collaborava piacevano anche ad una vastissima schiera di lettori che con il personaggio di Salinger non avevano proprio nulla da spartire. Uomini e donne della buona borghesia americana che ritrovavano nei suoi racconti quel grappolo indefinito di emozioni e sensazioni che provavano ogni giorno, una volta essersi chiusi alle spalle le porte delle rispettive case o in tutti quegli spazi sociali in cui, ieri come oggi, ci si prendeva le misure a vicenda, si facevano paragoni e si tiravano le somme delle proprie esperienze di vita. Un club per signore, la sala d’attesa di un parrucchiere, la tribuna di uno stadio durante una partita di baseball, una località di vacanza non proprio di lusso…

Il punto che interessa a noi, però, è che i racconti di Lardner non solo illustravano ciò che la letteratura di quegli anni stava lentamente portando alla luce, ma lo facevano con un taglio satirico che si accompagnava alla freschezza di un linguaggio nuovo. Una lingua per la prima volta americana. Autenticamente americana e contemporanea.

Ma chi era Ring Lardner? Chi era questo illustre sconosciuto intimo amico di Fitzgerald[1], tanto apprezzato sia dal virile Ernest Hemingway[2] che dalla sofisticata e britannicissima Virginia Woolf? Elio Vittorini ce ne offre un ritratto in miniatura nella piccola biografia scritta per l’antologia Americana, nella cui sezione “Il rivolgimento delle forme” troviamo Il dente, tradotto da Alberto Moravia, e Un magnate del teatro, tradotto da lui stesso:

«Nacque nel 1885 a Niles, Michigan, studiò a Chicago, si diede al giornalismo sportivo, poi, verso il 1917, cominciò a pubblicare racconti. Non scrisse che racconti. E un’autobiografia. Morì nel 1933, quando gli si era riconosciuta la funzione di scrittore satirico ufficiale».

Lardner il giornalista. Lardner lo scrittore satirico, dunque.

Ora, qui lo confesso: ho un debole per i giornalisti scrittori. Di Lardner, in particolare, mi piace il fatto che nonostante l’indubbio talento artistico non si prese mai troppo sul serio come scrittore di storie considerando i suoi racconti alla stessa stregua delle cronache con le quali si guadagnava il pane. Le considerava delle cose destinate a passare.

Prove di questa sua tendenza a trascurare il proprio archivio sono le vicende legate al modo in cui nacquero i suoi libri. Quando si trattò di raccogliere i racconti per farli uscire in volume, a cura di quel famoso Maxwell Perkins che grazie al recente film Genius molti di noi oggi collegano facilmente a Fitzgerald e Thomas Wolfe, Lardner fu costretto a chiedere in giro copie dei giornali sui quali erano stati originariamente pubblicati perché non ne aveva conservata nessuna copia. Questo l’uomo.

Tornando ai nostri giorni, invece, un sunto significativo dell’approccio di Lardner alla narrazione lo offre Prima di sposarti ero molto più in forma, raccolta di tre racconti che riprende nel titolo una frase tratta dal primo di questi, Una seconda luna di miele, la semplice “cronaca” del soggiorno estivo dei coniugi Charley e Lucy Frost in una località a buon mercato della California.

Già in questo primo racconto, apparentemente semplice, notiamo subito il mestiere di Lardner. Quel suo naturalissimo dare spazio ai personaggi, in questo caso a Charlie che è gli occhi, le orecchie, la mente e la voce narrante della storia. Charlie, infatti, è perfettamente verosimile. È un uomo anziano, che riporta i fatti esattamente come farebbe un uomo anziano, con le ripetizioni (quel suo «riesce sempre ad avere l’ultima parola» riferito alla moglie), i giri di parole e le fissazioni tipiche di un uomo della sua età.

La mano di Lardner qui non si avverte. Scompare per lasciare la sua creatura libera di instaurare con il lettore un legame che dura fino alla fine. Fino a quel suo complice e umanissimo «Ma adesso sta arrivando mia moglie, sarà meglio che chiuda».

La stessa abilità di giocare con il linguaggio la ritroviamo anche nel secondo racconto, Adesso e allora, in cui scopriamo un’altra voce altrettanto ben caratterizzata; quella di Irma, giovane sposa alle prese con le amare contraddizioni del matrimonio, uno dei soggetti più frequenti dei racconti a tema non sportivo di Lardner.

Piccolo capolavoro di spietata satira, Adesso e allora è costruito attraverso la successione cronologica delle lettere spedite da Irma all’amica Esther in due momenti diversi: durante il viaggio di nozze alle Bahamas e, tre anni dopo, nel corso della sua (demoralizzante) replica organizzata per festeggiare l’anniversario di matrimonio. Il lettore non può leggere le risposte di Esther e concentra quindi tutta l’attenzione su Irma, che appare tragicamente incapace di vedere le cose attorno a sé, ingenua fino all’inverosimile persino nelle situazioni più mortificanti.

Lardner in questo caso è spietato: ad ogni “meraviglioso”, “meravigliosamente”, “una meraviglia” che Irma scrive a Esther è come se la vedessimo sprofondare sempre più in basso. Le parole le si ritorcono contro. È la satira che si scrive da sola. La più potente. Quella che fotografa un fatto crudele ma vero: nonostante tutto, ognuno vede la realtà con i propri occhi. Non dico altro per non rovinare il finale a chi volesse leggere.

Bellissimo, anche se in modo diverso, è anche il terzo racconto, Anniversario. Una storia in cui prende il sopravvento la volontà di mostrare in maniera chiara e inequivocabile la cappa soffocante e spersonalizzante che rappresenta il matrimonio. Anche qui, però, mi fermo per non guastare il piacere della lettura.

Tirando le somme, in Prima di sposarti ero molto più in forma si riconosce quello che ad oggi è il principale lascito di Lardner: aver compreso che la sete di storie che avevano i lettori dei quotidiani e delle riviste di inizio Novecento poteva essere soddisfatta solo recuperando autenticità, solo cominciando finalmente a far parlare i personaggi come americani.

Virginia Woolf aveva intuito qualcosa del genere notando che Lardner scriveva le sue storie «often in a language which is not English». Quello che invece molto probabilmente non sapeva era che il suo lontanissimo collega aveva alle spalle chilometri e chilometri di strada fatta insieme ai giocatori di baseball di tutto il Paese. Non sapeva che Ring, da giornalista “embedded” al seguito delle squadre in trasferta, aveva seguito i giocatori nei ritiri pre partita, si era seduto accanto a loro nei pullman sui quali avevano viaggiato per ore e ore e aveva quindi avuto modo di abituare il proprio orecchio a decine di slang e ad altrettante parlate da contadinotti.

In quelle trasferte aveva insomma capito cosa rendeva vere le persone: la lingua che parlavano. E quella consapevolezza, intrecciata con uno humor pungente e con un’indubbia capacità narrativa, fu una scoperta che a modo suo contribuì a plasmare il canone delle short stories made in U.S.A. Le storie sulle quali si formò il gusto, tra gli altri, di Ernest Hemingway.

Il risultato più immediato fu che i campioni, veri e fantasiosi, di cui in seguito scrisse risultarono più autentici che mai. E non solo loro, ma anche i personaggi che nacquero fuori dalle colonne dei pezzi di cronaca. Lardner imparò a creare mogli, mariti, amanti, poliziotti, bambini, parrucchieri e molti altri tipi americani. Gente che suonava vera perché parlava americano. Finalmente.

 

 


[1] Lardner ispirò a Fitzgerald il personaggio di Abe North di Tenera è la notte.

[2] Hemingway utilizzò il nome di Ring Lardner Jr. come pseudonimo per firmare le sue cronache sportive sul giornalino scolastico. Il vero Ring Lardner Jr, invece, fu il figlio del nostro autore e vincitore di un Oscar nel 1943 per la miglior sceneggiatura per il film Woman of the year, con Katharine Hepburn e Spencer Tracy.