Tra i boschi e i fuochi del Wisconsin. Sotto il falò di Nickolas Butler.

«And was there a grudge
Up from the dust
Inconceivable lie».1

Nickolas Butler Sotto il falò
Foto di John Westrock su Unsplash

Esiste un luogo in America dalla storia un po’ particolare; in realtà quest’affermazione vuol dire tutto e non vuol dire niente perché di posti con storie atipiche in giro per il mondo ce ne sono tanti. L’America è infatti un luogo talmente vasto ma anche così diverso in tutta la sua estensione, geograficamente parlando ma non solo, da renderne facilmente delineabili i tratti attraverso pochi, talvolta pochissimi, dettagli e da rendere riconoscibili anche coloro che cercano di scriverne.

L’ovvio risultato è che spesso è molto facile associare ai luoghi gli autori che se ne sono fatti cantori attraverso la propria scrittura. Basti pensare solo per citarne alcuni alla California di Fante, all’Iowa della Robinson, alle terre di frontiera di McCarthy o McMurtry o al Sud di Faulkner, ed è grazie alle loro descrizioni che riusciamo a figurarci paesaggi che non si è mai visto prima ma che attraverso il loro filtro iniziano a prendere consistenza nel nostro immaginario comune.

Parlando di scrittori visceralmente legati ai propri territori non possiamo quindi non parlare di Nickolas Butler, l’autore del romanzo Shotgun Lovesongs, edito da Marsilio, e della più recente raccolta di racconti Sotto il falò. Se però il romanzo è principalmente la storia di un ritorno in cui che il protagonista si lascia alle spalle il clamore e l’ecletticità del grande centro urbano americano per tornare nella sperduta provincia in cui è cresciuto, i racconti sono l’affresco di individui che hanno scelto di restare o che dal proprio territorio non hanno potuto distaccarsi.

Nei racconti irrompe prepotentemente il luogo come un personaggio aggiunto da cui è impossibile prescindere, perché è proprio la sua conformazione a influenzare la vita e le scelte di chi vi abita, e come in Shotgun Lovesongs l’appartenenza a Little Wing, cittadina immaginaria del Wisconsin, era un marchio impresso a fuoco sulla pelle dei personaggi, anche nella raccolta il Wisconsin gioca un ruolo chiave, ma soprattutto lo gioca la Driftless Area, questa regione un po’ oscura e anomala che è forse una delle più riconoscibili e altrettanto sconosciute d’America.

Brevi cenni sulla formazione geomorfologica della Driftless Area (che poco hanno a che fare con i racconti)

La Driftless Area (letteralmente drift-less ossia senza detriti), è la vasta regione abbracciata a Est da Wisconsin e Illinois e a Ovest da Iowa e Minnesota che, a differenza di tutto il paesaggio circostante, è scampata misteriosamente agli effetti della glaciazione.

Le ipotesi sulla sua formazione sono molte e per anni sono state fatte ricerche per comprendere il fenomeno alla base di una simile anomalia geomorfologica. Una tra le più quotate dagli esperti, il fattore principale che avrebbe provocato la mancata glaciazione della Driftless Area, è la presenza di un substrato permeabile assente nelle altre regioni che avrebbe drenato l’acqua proveniente dai ghiacciai e contribuito a far sì che la zona sfuggisse a quei fenomeni di dilavamento e deposito che hanno invece appiattito e uniformato il resto del territorio.

Questa particolarità, unita ai ben più comuni meccanismi di erosione, ha pertanto portato alla formazione di un’area che è unica nel suo genere; laddove il ghiacciaio avrebbe lasciato una massiccia quantità di detriti destinati a ricoprire come una coperta il territorio per come era stato fino a quel momento, costringendo le acque dei fiumi a scolpire nuovi letti in un ambiente pressoché piatto e uniforme, la Driftless Area è invece un concentrato variegato di bellezze naturali tra grotte, strapiombi, corsi d’acqua sotterranei e valli tortuose.

Perché la scelta della Driftless Area è così importante nei racconti di Butler

Proprio perché Butler è così immerso nel suo territorio, quest’ultimo non può essere trascurato, anzi. La forza della sua presenza spiega l’atipicità dei suoi co-protagonisti umani. Come questa precisa parte di America è stata risparmiata da una “singolarità” mentre tutto il Midwest veniva livellato da uno spesso strato di ghiaccio dando origine a uno scenario naturale talmente di rottura con tutto ciò che c’è attorno da sembrare quasi artificiale, allo stesso modo i suoi abitanti sono cresciuti in totale simbiosi con un ambiente la cui anomalia ha finito col formarne il carattere e i rapporti interpersonali.

Nel racconto Spugnole il rapporto di amicizia che lega i protagonisti è infatti descritto in questo modo, come un prolungamento naturale del mondo esterno:

«[…] erano legati proprio come lo sono i fratelli o le strane molecole che tengono insieme la pioggia o i frammenti di un masso».2

L’interazione tra ambiente, il cosiddetto habitat, e l’essere umano che lo abita è un vincolo destinato a persistere e a plasmarlo nello stesso identico modo in cui i rami e i fiumi hanno eroso il paesaggio; non può esistere l’uno senza l’altro, e allo stesso modo le storie raccontate da Butler non possono essere slegate dall’ambiente invisibile ma onnipresente in cui sono calate.
L’ambiente cui i personaggi appartengono è un luogo in cui la caccia fa da collante sociale, in cui l’apice della settimana è spararsi una birra dopo essere andati in cerca di funghi; è quell’America in cui la legna profuma ancora di pioggia e in cui una baracca è una casa per la vita.

«Erano cresciuti insieme su quelle colline mai gelate, in quella parte di mondo risparmiata dagli ultimi ghiacciai che avevano schiacciato la regione circostante lasciandola completamente piatta. La Driftless Area, una cartolina di quello che era stato. Era un luogo senza pari sul pianeta, e da ragazzini lo avevano usato solo come parco giochi, un posto dove nuotare o andare a caccia o costruire fortini segreti. Avevano fatto zattere difettose per guardare fiumi e corsi d’acqua, avevano inseguito le creature della foresta per mettere alla prova la propria invisibilità. Da ragazzini avevano corso insieme come un piccolo clan, scoprendo le caverne, le gole, i crepacci, le cave, le sorgenti che uscivano dalla terra gorgogliando come una bella ferita, e regalando l’acqua più fredda e più dolce».3

È un luogo in cui c’è ancora posto per la gentilezza, dove l’amicizia è un patto firmato col sangue e un falò imbastito sulla superficie gelata di un lago è un accordo di pacifica convivenza stilato con la Natura.

«A volte un bar è un bozzolo, un grembo, un posto che non vorresti lasciare mai. C’è tutto quello di cui hai bisogno: birra fresca, musica familiare, pizza surgelata sottile come carta e arachidi tiepide, se sei fortunato. Partite di baseball o football alla tv. Stringhe di manzo conservate in un barattolo. Piedi di porco in salamoia. Se sei una brava persona, se fai suonare il jukebox e ti fai gli affari tuoi, anche gli altri si prendono cura di te, il che in genere non succede nel mondo reale. Magari i proprietari ti offrono da bere. La barista ti dice che le piacciono i tuoi gusti musicali e ti allunga una moneta perché l’aggeggio continui a pompare».4

Il bosco ha insegnato fino a che limite ci si può spingere, il ghiaccio il confine da non oltrepassare nel rispetto di un territorio che non può essere domato. Non ha importanza quanto ci si possa sentire soli o isolati dal resto del mondo, l’appartenenza al quel luogo preciso è ciò che spinge ad andare avanti giorno dopo giorno, anche quando il mondo là fuori ha poco da offrire, anche quando sembra tutto sbagliato. È una promessa che non può essere infranta.

«Con Deere sposato e fuori dal mondo, erano rimasti a vivere sulle colline, due coyote rumorosi che andavano di bar in bar inseguendo donne, ammaccando furgoncini, spaccando motociclette. Quando quelle serate finivano, accendevano un falò in riva al fiume e restavano a fissarlo, cercando nelle fiamme cose di cui non erano a conoscenza».5

Nickolas Butler non è originario del Wisconsin ma nasce in Pennsylvania per poi  trasferirsi in Wisconsin soltanto successivamente; ha quindi l’occhio attento di un individuo che scopre un mondo con altre fattezze che lo ha adottato nella propria comunità.

Le sue parole hanno il suono dell’onestà perché sono le parole di un uomo che sta raccontando il volto dell’America di provincia che ha conosciuto, e i racconti sono veri e propri brandelli fallati di esistenze comuni proprio perché sono esattamente le storie che uno può aspettarsi in provincia.
In ogni storia che racconta, come un sottofondo folk nostalgico, si respira la difficoltà imposta dal vivere in un contesto del genere, che stimola la capacità di adattamento e acuisce l’istinto di sopravvivenza fino all’estremo.

«Quelle notti, quando le dicevo che l’amavo, pronunciando parole che facevano quasi male per quanto erano vere e grandi, credevo in loro quanto credevo nel fiume. Ma non credevo in Sunny. Non credevo, per esempio, che mi sentisse davvero, quindi la maggior parte delle volte in cui le dicevo che l’amavo era come parlare a qualcuno che è già morto e ti manca da impazzire, qualcuno con cui vuoi ancora confidarti ma ha lasciato il mondo, tranne che nel ricordo o nell’idea che ne hai tu, e ti assale come un fantasma».6

  1. Tratto dalla canzone The Wild, Delta, dei Mumford and Sons
  2. Tratto da “Spugnole”, in Sottò il falò di N. Butler
  3. Tratto da “Spugnole”, in Sottò il falò di N. Butler
  4. Tratto da “Sven e Lily”, in Sottò il falò di N. Butler
  5. Tratto da “Spugnole”, in Sottò il falò di N. Butler
  6. Tratto da “La gente dei treni va piano”, in Sottò il falò di N. Butler
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