Una storia d’amore e malattia

Nel 2015, in seguito alla pubblicazione de Il libro delle cose nuove e strane, ho avuto il piacere di incontrare Michel Faber. Faber era, ed è, uno dei miei autori contemporanei preferiti e parte di questo fascino nei suoi confronti deriva dal suo eclettismo. Non ci sono, nella sua bibliografia, due libri che potrebbero essere messi a fianco. Non ci sono due storie che potrebbero andare a braccetto. C’è per esempio Sotto la pelle che racconta di un’aliena a caccia di autostoppisti, ma c’è anche I centonovantanove gradini dalle tinte gotiche. In A voce nuda si parla di un coro polifonico che, in ritiro per le prove di un nuovo brano, si ritrova a vivere e condividere necessità e temperamenti compressi tra le mura di uno spazio ristretto. C’è Il vangelo di fuoco, che pare una sorta di presa in giro i thriller religiosi alla Codice Da Vinci ma che si rivela essere altro e c’è, ovviamente, Il petalo cremisi e il bianco, un romanzone in stile vittoriano con una prostituta come protagonista. E poi è uscito Il libro delle cose nuove e strane, che racconta di una coppia separata da uno spazio infinito, perché il marito è andato a fare il predicatore su un altro pianeta. Ed è a questo punto che ho incontrato l’autore.

Si è trattato di un incontro particolare e molto intenso. Eravamo tre blogger, l’interprete e lui, e si è molto parlato della moglie, Eva Youren, che era mancata da poco a causa di un cancro al midollo osseo. Da parte mia è stato impossibile non collegare la coppia divisa e in disfacimento de Il libro delle cose nuove e strane e la sua realtà. E mi è stato impossibile fare a meno di percepire tutto l’amore e tutto il dolore che quella simbiosi di coppia conclusasi nel dolore portava con sé. Non è stato strano, quindi, vedere Faber pubblicare, poco tempo dopo, una raccolta di poesie che raccontavano proprio quel rapporto fatto di amore e di malattia. 

La poesia è una forma di letteratura più… eterea, mi viene da dire, rispetto alla narrativa. È un genere più ‘leggero’, nel senso che si tratta di qualcosa di più inafferrabile rispetto alla pesante massa di un romanzo. Ma Faber fa un lavoro particolare che, come da sua abitudine, non può rimanere confinato a un genere ed ecco quindi che le sue poesie si ancorano pesantemente al suolo. La sua è un’operazione di documentazione e di conseguenza la scrittura non è mai onirica, ma tremendamente concreta. Faber non sta dipingendo, sta fotografando i particolari in maniera a tratti disturbante. Il risultato di questo documentare è Undying. Una storia d’amore che è, in fin dei conti, un racconto, il racconto di un malato di cancro visto dagli occhi di chi gli sta vicino e lo ama.

Nella sua introduzione all’antologia, l’autore racconta di come non avesse mai sentito la necessità di scrivere poesia, prima, tanto che esisteva solo una sua opera in versi risalente al 1999. Poi, nel 2014, “il 27 giugno, nove giorni prima che Eva morisse, quando stava svanendo anche l’ultima speranza che i suoi plasmocitomi potessero sciogliersi, ero seduto come al solito accanto al suo letto. La neuropatia che aveva alle mani era a tal punto avanzata che non riusciva a suonare il campanello per chiamare gli infermieri e così ero io a occuparmi di lei, giorno e notte, stando attento a ogni mormorio. In quel momento però lei dormiva tranquillamente. Sul computer portatile di Eva, in fondo a un documento Word senza titolo, che utilizzavo per svariati scopi, come la revisione definitiva del mio ultimo romanzo e le bozze di mail di risposta a chi mandava gli auguri di guarigione, di colpo scrissi due poesie, Cowboy e Capezzoli. Erano tutte e due cupe in maniera allarmante, eppure erano imbevute di ciò che, qualunque cosa sia, debbono avere le poesie per scendere più nel profondo di quanto facciano le parole.”

Da bambino, quando guardavo un western in TV,
sapevo che i cowboy
potevano essere colpiti e non
morire.
Morivano soltanto quando
un rivolo di sangue appariva al lato
della loro bocca
e scendeva lungo il mento.
Questo rivolo significata:
Fine.

Adesso ti guardo dormire
e, all’angolo della tua bocca,
ecco la stessa cediglia scura.
Insieme, la notte scorsa, abbiamo
faticato per lavarti i denti.
Tu con le tue mani spastiche,
io con lo spazzolino e lo scovolino di plastica.
Un frammento di pollo tra i molari
se ne stava là cocciuto come il tuo cancro.
Abbiamo vinto
alla fine
ma abbiamo combattuto un po’ troppo
duramente.

Quasi tutte le poesie presenti nella raccolta, eccetto una manciata, sono state scritte dopo la morte della moglie, per via di quell’esigenza di scrivere versi che non voleva affievolirsi. Nel volume sono state inserite non seguendo l’ordine di scrittura, ma con l’intento di dare loro un ordine che potesse rispettare l’evolversi della storia di Michel e Eva e della malattia che si è trasformata in dolore e perdita.

Come dice l’autore in più interviste, non si tratta di un racconto emotivo del doloro ma una vera e propria osservazione dell’evento e questo si concretizza in alcuni pezzi veramente ‘crudi’ e a tratti anche disturbanti.
Il sottotitolo della raccolta, però, ci ricorda che è anche una storia d’amore. Tra i versi più cupi, quindi, ecco che spuntano gesti di estrema delicatezza e grande amore:

Nei ventisei anni trascorsi insieme,
abbiamo fatto cose davvero intime.
Ma non credo ci siamo mai
spinti tanto innanzi quanto quella volta
che eri seduta nuda fino alla cintola
su una sedia della nostra camera,
io in piedi dietro di te
con le forbici in mano,
tu che guardavi fisso davanti a te
le cime dei tetti di Edimburgo
dicendo: “Fallo. Fallo e basta.”
E quelle ciocche di capelli fragili e scuri
che ancora restavano, appiccicate
al tuo cranio pallido e disfatto dalla chemio –
le presi tra le dita, le sollevai
e con meticolosità cancellai il tuo sesso.

È strano leggere cose così dolorose ma allo stesso tempo così ‘tenere’. È straniante trovare bellezza dove c’è tanta sofferenza. Eppure è per questo che si tratta di una storia d’amore.

Durante quell’incontro del 2015, Faber ci mostrò alcune opere della moglie, che si occupava soprattutto di arti visive. Era palese, tangibile l’affetto che quell’uomo provava per quella donna che ora non c’era più. Una volta, fuori, solo, non ho potuto fare a meno di chiedermi se sarei mai stato in grado di poter amare in quel modo, con quel trasporto… dopo aver letto le sue poesie, uno spera di non doverlo mai scoprire.


Indubbiamente, però, Michel Faber ha saputo rendere reali quei sentimenti che così potentemente lo riempivano, ha saputo trasformarli in qualcosa di particolare: una lunga sequenza di polaroid, di istantanee di momenti così terribili e così intimi, così interni alla coppia ma allo stesso tempo così universali, da poter essere condivisi e condivisibili.
Faber ha dichiarato che questa scrittura non è stata una terapia, non è stata utile a scacciare il dolore. Lui voleva raccontare della moglie. Forse, nel farlo ha saputo raccontare qualcosa di più, qualcosa che può essere di tutti.

Non sapevamo mai
quando sarebbe stata
l’ultima volta.
Era importante
non saperlo.

Facevamo l’amore
la penultima volta,
sempre la penultima volta,
tante volte
quanto il tempo ne concedeva.

Andavamo a letto
e accostavamo le teste
cercando di scoprire
dov’eri andata.

La tua malattia era un terreno
vasto ma, in un modo o nell’altro,
ancora e sempre,
ti trovavamo.

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