Sul treno della letteratura

Treno in India Giulio Cesare Grandi
Foto di Giulio Cesare Grandi

Inizio con un fatto piuttosto distante dal treno e dalla tematica ferroviaria che caratterizzerà questo articolo. Inizio con un film, un vecchio film di Michalkov con protagonista Marcello Mastroianni. Mi riferisco a Oci ciornie, film uscito alla fine degli anni Ottanta ispirato ad alcuni racconti di Anton Čechov. Be’ qualche giorno fa, dopo aver riletto ancora una volta La signora con il cagnolino, mi è venuta una certa voglia di riguardare anche quel film, anzi, a dire il vero, mi è venuta voglia di guardare il film per entrare ancora di più in quelle atmosfere dei racconti di Čechov, quelle atmosfere tardo ottocentesche, di Russia e di amori tormentati. Ecco, allora, apparire sullo schermo un Mastroianni con dei baffetti sale e pepe e una cera da uomo che ha passato certi tormenti e ha bisogno di raccontarli. E in effetti il personaggio interpretato da Mastroianni è lì per raccontarli, questi tormenti; e li racconta a un russo che incontra in occasione di un viaggio in piroscafo (ecco, comincio già bene, vi dovrei parlare di treni e vi parlo di piroscafi, ma capirete che è lo stesso), un russo di mezz’età che dice di essere in viaggio di nozze con l’amore della sua vita, una donna che ha inseguito per anni e che infine è riuscito a sposare. Be’ ecco, ora non vi dirò nulla della trama, se volete sapere come va il film vi invito a guardarlo, perché è un omaggio sincero alle atmosfere cechoviane e perché Mastroianni offre l’ennesima interpretazione magistrale della sua carriera, ma mi soffermerò solo su una battuta che mi è rimasta bene impressa, una battuta che nell’economia del film non è affatto determinante, ma che mi ha ispirato a scrivere questo articolo.

È ancora così difficile spostarsi in Russia?

Immaginate un luogo in cui siamo provvisori per definizione. Un luogo che abitiamo per alcune ore (a volte con una certa frequenza: tutti i giorni, almeno una volta a settimana). Immaginate di sentirvi in quel luogo come a casa, ma di non poterlo abitare completamente, perché non è un luogo fermo, è un luogo che attraversa lo spazio per portarvi da un luogo a un altro. Ecco, per me il treno non è un mezzo, ma un luogo. Provvisorio, certo, non abitabile, se non per poche ore, ma un luogo. La differenza tra luogo e mezzo, per quel che mi riguarda, è nella capacità di poter contenere o generare storie uniche. Pensateci un po’: quante storie vi vengono in mente che senza treno non sarebbero state le stesse? Storie che non avremmo potuto leggere? Certo, questo potrebbe valere anche per altri mezzi di trasporto, come l’automobile o la motocicletta, ma ecco, a differenza di queste due il treno a me è sempre passo quantomeno più rivoluzionario nel suo impatto nella letteratura. Per questo preferisco parlare di luogo e non di mezzo, nel caso del treno.

Credo sia per via del fatto che il treno non ha semplicemente accorciato le distanze, come gli altri mezzi di trasporto, ma ha prodotto una nuova dimensione dell’esistenza. Questo vale per il treno o per la nave 1 e non (o molto meno) per l’automobile o la motocicletta. Sul treno (o sulla nave) viviamo un tempo sospeso in cui accadono cose diverse da quelle che possono accadere altrove. Per esempio: quanto è più semplice iniziare una conversazione con una persona che non si conosce mentre si viaggia in treno rispetto che iniziare una conversazione con uno sconosciuto in un bar o in attesa dal medico? Sul treno (o su una nave) ci sentiamo forse più provvisori ed esposti che in altri luoghi o momenti della nostra vita e proprio per questo più disposti a raccontare o ascoltare.

Torno quindi a Oci ciornie: quando il russo compare nella sala da pranzo del piroscafo, è il suo accento ad attirare l’attenzione del personaggio interpretato da Mastroianni. Questi chiama il russo, si sincera di aver colto bene l’accento e quindi si presenta come un italiano che conosce il russo perché qualche anno addietro era stato in Russia alla ricerca di una donna eccetera eccetera. Ecco, nel corso del suo racconto, il personaggio interpretato da Mastroianni a un certo punto dice al russo: «Non so come vadano le cose adesso, ma qualche anno fa, in Russia non era facile per uno straniero spostarsi da una città all’altra». Si riferisce ai permessi e alle autorizzazioni che erano necessarie all’epoca (il film è ambientato a inizio Novecento) per spostarsi nell’Impero Russo, autorizzazioni che potevano essere concesse soltanto da aristocratici e funzionari dello stato zarista (cosa che quasi sempre coincideva). Tuttavia, forse perché questa battuta cade mentre vediamo dei soldati a cavallo e una carrozza, ho cominciato a pensare a anche una difficoltà ulteriore, ovvero la difficoltà di percorrere i vasti spazi della Russia, distanze che per noi italiani risultano ancora oggi notevoli ma che, a inizio Novecento, dovevano essere di natura davvero eccezionale. Ecco, allora, che ho pensato al treno, al modo in cui ha cambiato prima le vite delle persone e poi la letteratura, e ho pensato che, anche se in tutto il film non appare alcun treno (o se appare, lo fa in maniera così inessenziale da passare inosservato), quella che stavo vedendo era una storia profondamente influenzata dai treni. Da questo punto di vista la battuta del personaggio interpretato da Mastroianni allora potrebbe essere interpretata come il punto di vista di un uomo che ha osservato un mondo che non è ancora stato modificato dalla modernità (un mondo in cui le distanze sociali e/o geografiche sono ancora marcate, quasi insormontabili). La risposta del suo interlocutore – apparentemente un tipico rappresentante di quel mondo – segna invece il cambio di paradigma: «Ora più facile». Ora è più facile ottenere i permessi per spostarsi da una città all’altra, intende, ma è anche più facile spostarsi perché i tempi cambiano in fretta e il vento della modernità comincia a soffiare anche in Russia 2.

Giulio Cesare Grandi Treno in India
Foto di Giulio Cesare Grandi

Poemi ferroviari (prima di Erofeev)

Uno dei romanzi russi 3 più importanti della seconda metà del Novecento si intitola Mosca-Petuškì: poema ferroviario 4 e lo ha scritto Venedikt Erofeev. È forse l’ultimo (o tra gli ultimi) romanzo di quella letteratura che si possa già considerare un classico. E leggendolo – lo sto leggendo giusto in questi giorni in cui sto scrivendo queste parole – non posso che pensare che gli scrittori russi siano stati fondamentali nell’interpretare il treno come un elemento che agisce attivamente nello spazio artistico del testo. Questo accadeva già nell’Ottocento, soprattutto nelle opere di Tolstoj più che di altri autori. Pensate, a tal proposito, a quanto siano centrali le pagine di Anna Karenina ambientate nelle stazioni o nei vagoni dei treni. Tolstoj è stato tra i primi autori ad accorgersi delle possibilità artistiche offerte dal treno, di come possa agire sul personaggio rivelandone alcuni risvolti psicologici («Incessantemente l’assalivano momenti di dubbio, se il treno procedesse avanti o indietro o fosse completamente fermo. Era Annuška quella accanto a lei o un’estranea? “Che cosa c’è lì, sul bracciolo, è una pelliccia o una bestia? E io sono io che sto qui? Proprio io o un’altra?” La spaventava abbandonarsi a questo oblio. Ma qualcosa la risucchiava in esso… 5») o di come possa essere cornice ideale per lo spazio di una narrazione (La sonata a Kreutzer).

Anche Čechov aveva intuito quanto il treno abbia rappresentato per la società dell’Ottocento un elemento di cesura con il passato. C’è un prima dell’era dei treni e un dopo. Le città che si doteranno di una stazione sono destinate ad entrare in una nuova epoca: quella della modernità. Quelle che non saranno attraversate dai treni saranno condannate all’oblio.

Il protagonista del racconto La mia vita è un giovane che non accetta gli impieghi borghesi che gli procura il padre architetto. Preferisce i lavori umili e dignitosi, come il lavoro da operaio. Questo è motivo di grande scandalo per la società in cui vive, una società ancora piramidale, ancora ancorata a un sistema di caste. In quella società si può solo salire i gradini, non si può scendere. E non si tratta di questioni di denaro: meglio essere nobili o borghesi decaduti che essere diventati operai per scelta. Ma anche in quel mondo sta arrivando la modernità e il treno è uno dei primi sintomi del futuro. Tuttavia, il treno non arriva dappertutto, per accedere alla modernità bisogna essere disposti a pagare un prezzo:

La stazione si costruiva a cinque chilometri della città. Dicevano che gli ingegneri, per far passare la ferrovia vicino alla città, avevano chiesto una tangente da cinquantamila rubli, ma la giunta comunale aveva accettato di versarne solo quarantamila, non si erano messi d’accordo per diecimila rubli, e adesso i cittadini se ne pentivano, perché bisognava costruire una strada fino alla ferrovia, che veniva a costare di più, secondo il preventivo.

La modernità, rappresentata dall’arrivo del treno in città, è un ricatto, ma è un ricatto a cui non si può non sottostare perché la modernità è inesorabile. Non casuale è il fatto che il protagonista del racconto di Čechov diventerà, a un certo punto, un operaio della ferrovia. Il suo “comportamento scandaloso” è sintomo della modernità almeno quanto lo sono il treno e la ferrovia.

Straordinarie attese

Prima di salire sul nostro treno è importante dedicare anche qualche parola alle attese. Attese che possono consumarsi in una stazione o semplicemente lungo i binari. E anche in queste attese l’ombra di un treno in arrivo o di passaggio può agire generando letteratura. Uno dei più celebri racconti in cui è nell’attesa di un treno che si consuma la narrazione è Colline come elefanti bianchi di Ernest Hemingway. Il treno, simbolo stesso del movimento, non può essere presente in un testo che pare il manifesto del tempo sospeso. Eppure senza l’ombra lunga del treno (rappresentato dalla stazione, ma anche dalle valigie su cui «c’erano attaccate le etichette di tutti gli alberghi dove avevano passato la notte») quel tempo sospeso in cui avviene il dialogo non avrebbe lo stesso peso. L’attesa del treno in una stazione sperduta della Spagna è uno stop forzato nel viaggio che sta facendo la coppia protagonista del racconto.

Generalmente si può pensare che ciò che conta nel viaggio è l’azione, ossia il viaggio stesso. Tuttavia anche i momenti sospesi, le attese sono importanti, soprattutto quando è tempo di fare bilanci. Nel corso del viaggio il panorama intorno a noi scorre troppo veloce per accedere a certe intuizioni. Intuizioni che, invece, sono figlie dell’attesa. In Colline come elefanti bianchi Hemingway, concentrandosi sull’attesa in stazione permette alla protagonista di ragionare apertamente sulla situazione che sta vivendo con il suo compagno («La ragazza si alzò in piedi e camminò fino in fondo alla stazione. Dall’altra parte, di là dei binari, c’erano dei campi di grano e degli alberi sulle rive dell’Ebro. Lontano, oltre il fiume, c’erano delle montagne. L’ombra di una nuvola passava sul campo di grano e tra gli alberi si vedeva il fiume. “E potremmo avere tutto questo” disse la ragazza. “E potremmo avere tutto e ogni giorno lo rendiamo più impossibile”»). Invece, lasciando il treno fuori dalla cornice del racconto, Hemingway lascia fuori il viaggio. Tuttavia, il tempo delle attese non è infinito, con l’arrivo del treno arriverà una nuova stagione nel rapporto di coppia, oppure tutto continuerà ad andare avanti come prima. Hemingway questo non lo dice, lascia al lettore il compito di capire o immaginare, e per questo motivo, simbolicamente non chiude il racconto sull’arrivo del treno, ma pochi minuti prima che quest’ultimo arrivi in stazione.

Lui raccolse le due pesanti borse e girando intorno alla stazione le portò sugli altri binari. Guardò in fondo ai binari ma non riuscì a scorgere il treno. Tornando indietro passò attraverso il bar, dove stavano bevendo i passeggeri in attesa del treno. Bevve un Anis al bar e guardò i passeggeri. Aspettavano tranquillamente il treno. L’uomo uscì attraverso la tenda di bambù. La ragazza era seduta al tavolo e gli sorrise.
“Ti senti meglio?” domandò lui.
“Mi sento bene” disse lei. “Non ho niente. Mi sento bene”.

Giulio Cesare Grandi India treni
Foto di Giulio Cesare Grandi

Di incontri e di mandala

Poco fa ho scritto: quanto è più semplice iniziare una conversazione con una persona che non si conosce mentre si viaggia in treno. Ecco, I treni che vanno a Madras di Antonio Tabucchi è un racconto che mette in scena proprio l’incontro e il dialogo tra due sconosciuti. In breve: il narratore, durante un viaggio in treno per Madras, conosce un uomo che dice di chiamarsi Peter Schlemihl, come il personaggio inventato da Adalbert von Chamisso. Il narratore capisce che si tratta di un trucco, così il compagno di viaggio racconta un episodio riguardante la propria storia personale. L’uomo non rivela il suo vero nome, ma rivela il motivo per cui sta andando a Madras: sta cercando una statua di Shiva danzante che ha visto molti anni prima sulla scrivania di un medico incaricato di visitarlo per “il progresso della scienza tedesca”. Il medico tedesco, vedendo che l’uomo era particolarmente colpito dalla statuetta presente sulla sua scrivania, aveva spiegato che si trattava di una rappresentazione del «circolo vitale […] nel quale tutte le scorie devono entrare per raggiungere la forma superiore della vita che è la bellezza». Il medico aveva aggiunto: «Le auguro che nel ciclo biologico previsto dalla filosofia che concepì questa statua lei possa avere, in un’altra vita, un gradino superiore a quello che le è toccato nella sua vita attuale». Il racconto si chiude con il narratore che, al termine del soggiorno a Madras, legge su un giornale locale la notizia di un omicidio: un cittadino di nazionalità argentina che viveva a Madras dal 1958 è stato ucciso con un colpo di pistola al cuore. Sul giornale c’è una foto della vittima e accanto a quella foto c’è la statuetta di Shiva danzante. Il narratore intuisce che la vittima e il medico tedesco di cui aveva parlato il suo compagno di viaggio sono la stessa persona.

Tuttavia, al di là della trama, ho scritto di questo racconto per due piccoli cerchi concentrici che Tabucchi ha costruito intorno al testo. Due cerchi, proprio come in un mandala. Il primo, quello più vicino al nucleo del racconto, è una sorta di giustificazione dell’esistenza del racconto stesso:

Con l’aereo, diceva, farete un viaggio comodo e rapido, ma salterete l’India dei villaggi e dei paesaggi indimenticabili. Con i treni di lunga percorrenza vi sottoporrete al rischio di soste fuori programma e potrete anche arrivare un giorno più tardi del previsto, ma vedrete la vera India. Però, se avrete la fortuna di prendere il treno giusto, sarà puntualissimo e confortevole, avrete cibo eccellente e un servizio perfetto, e un biglietto di prima classe vi costerà meno della metà di un biglietto aereo. E poi non dimenticate che sui treni indiani si possono fare gli incontri più imprevedibili.

Senza treno non ci sarebbe quel racconto, sembra dire Tabucchi. Tuttavia, passando da questo primo cerchio a quello successivo, scopriamo che per l’autore pisano senza una certa letteratura di India, non esisterebbe il suo racconto:

Vorrei solo dire che Aspettando l’inverno avrei preferito fosse stato scritto da Henry James e I treni che vanno a Madras da Kipling. I risultati sarebbero stati indubbiamente migliori. Più che un rammarico per quanto ho scritto è un rimpianto per ciò che non potrò mai leggere. 6

Giulio Cesare Grandi Treno India
Foto di Giulio Cesare Grandi

Sui binari del fantastico

A volte un viaggio in treno può rivelarsi un’avventura singolare. Lo sanno bene due grandi esponenti della narrativa surreale e fantastica come Friedrich Dürrenmatt e Julio Cortázar. Tuttavia, se il primo approfitta della sua Svizzera per mettere in scena un viaggio in treno attraverso una inquietante e oscura galleria che pare simboleggiare l’inevitabile catastrofe a cui va incontro ogni vita (Il tunnel); per quel che riguarda lo scrittore argentino, i riflessi nei finestrini di un vagone del metrò possono rivelare la natura molteplice e labirintica della realtà (Manoscritto trovato in una tasca). Ma lascio che sia lo stesso Cortázar a raccontare questa particolare sensazione che si può avvertire in una stazione del metrò 7:

E poi c’è quel fascino che il passeggero funzionale e frettoloso ignora, il richiamo più profondo, l’invito a restare, a essere metrò. Si tratta ancora una volta dell’attrazione del labirinto, ricorrente maelstrom di pietra e di metallo. L’insolito vi si esprime come un richiamo che esige la rinuncia alla superficie, la ricodificazione della vita. Poveri Ulisse legati dall’urgenza degli orari e degli appuntamenti, i passeggeri si tappano le orecchie con ogni tipo di oggetti o esercitandosi nella vuota contemplazione della carrozza o del binario. Alcuni, però, ascoltano il canto delle sirene degli abissi e io ho imparato a riconoscerli, sono quelli che mentre aspettano un treno voltano la schiena alla stazione e fissano le tenebre del tunnel. Fra loro si potrebbe individuare il protagonista del Manoscritto trovato in una tasca, una persona capace di capire e di accettare l’implacabile rituale di un gioco di vita o morte con cui si cercherà una donna dentro un sistema di codici implacabili che lui pensa di aver inventato, ma che viene dal metrò, dalla fatalità dei suoi percorsi, dal suo potere totale sul passeggero non appena si scendono i gradini che allontanano dal sole e dalle altre stelle.

Un solo treno per due storie (e capolinea)

Siamo arrivati al capolinea. È ora di scendere dal treno! Spero sia stato un bel viaggio e che si legga sul vostro volto il piacere di aver percorso con me questo tratto di strada.

Prima di salutarvi, però, vi lascio con un’ultima piccola informazione: c’è un celebre Accelerato delle cinque e quarantotto che sta per partire dal binario sette. Si dice che sia uno dei treni preferiti da John Cheever. Prendetelo: pare che faccia capolinea in un racconto di Raymond Carver. 8

  1. La nave è simile al treno: per questo che il film di Michalkov sia ambientato su un piroscafo e non su un treno per me è la stessa cosa. L’aereo, invece, è su un altro piano ancora: appartiene al sogno e all’avventura, alla sfida pura alla natura. L’aereo è più alpinismo che quotidianità (se amate gli aerei vi invito a leggere Staccando l’ombra da terra di Daniele Del Giudice). L’astronave, purtroppo, è ancora fantascienza. Chissà, invece, cosa potrebbe produrre il teletrasporto.
  2. È marginale rispetto al discorso, ma scrivendo mi sono tornate in mente le modalità con cui i tedeschi fecero rientrare Lenin in Russia durante la Prima guerra mondiale, nella speranza che Lenin rovesciasse il potere zarista e firmasse l’armistizio della Russia con gli Imperi Centrali. Uno dei cambiamenti chiave per la storia russa del Novecento arriva su rotaia.
  3. Avrei dovuto definirlo sovietico, per l’epoca in cui è stato scritto (1970). Ma dato che all’epoca il libro circolò in URSS in maniera clandestina, come samizdat, ed è piuttosto distante da quella che era la letteratura sovietica ufficiale, lasciamo russo.
  4. Il libro è uscito con (almeno) due differenti titoli in italiano. Questo è il titolo dell’edizione Quodlibet curata da Paolo Nori.
  5. Questo estratto, e relativa traduzione, è mediato dalla lettura delle Lezioni di letteratura russa di Vladimir Nabokov.
  6. Tratto dalla nota introduttiva della raccolta Piccoli equivoci senza importanza.
  7. Testo tratto da Carte inaspettate, ma che è possibile leggere per intero qui.
  8. Provate a leggere di seguito L’accelerato delle cinque e quarantotto di John Cheever e Il treno di Raymond Carver.
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