Tempo, oggetti e ossessioni. I racconti di Daniele Del Giudice

Il nostro essere è essere nel tempo.[1]

La prima volta che ho letto qualcosa di Daniele Del Giudice mi sono sentita disorientata, attratta da un testo che al contempo mi allontanava. Le parole, messe in fila una dopo l’altra con una precisione e una puntualità certosine, sembravano dedurre più che addurre informazioni, e io volevo saperne di più, volevo scavare in profondità, ma ad ogni tentativo mi veniva negato l’accesso ad una comprensione più ampia.

È così che Nel museo di Reims è diventata una lettura che nel corso degli anni ho ripetuto spesso, perché ogni volta scorgevo dettagli nascosti che venivano improvvisamente rivelati, in base allo stato d’animo, all’attenzione o alla predisposizione di quel momento; più le parole venivano alla luce, più gli spazi tra di esse prendevano forma e si espandevano, a volte negando a volte confermando un’idea precedente.

Foto: Martino Pietropoli su Unsplash

 

In questo racconto Barnaba, ex ufficiale di Marina che sta progressivamente perdendo la vista, è ossessionato dall’idea di dover imprimere nella memoria, prima che sia troppo tardi, le immagini di alcuni quadri che per lui hanno un qualche significato:

È un peccato che per me, proprio per me, la luce si stia cambiando in ombra.[2]

Del Giudice descrive una condizione estrema, allegorica: la cecità reale del protagonista, destinata a peggiorare di giorno in giorno, si amalgama con la malattia nascosta, oscura e invisibile di Anne, la ragazza che accorgendosi della sua difficoltà decide di raccontargli i quadri presenti nel museo; il loro rapporto riesce a svilupparsi e prendere forza solo per la presenza dell’opera d’arte, un oggetto che resiste al tempo e alla malattia, e permette a lei di essere gli occhi di lui, e a lui di personificare l’accettazione di lei. Il quadro dovrebbe essere il fine ultimo e il linguaggio un mezzo per descriverlo, ma in realtà accade il contrario; l’oggetto è soltanto lo strumento che direziona ciò che conta davvero, le parole e la persona che vi si nasconde dietro, anche quando sembra descrivano una realtà che non esiste, anche quando è certo che sia una menzogna.

Non si direbbe che lei menta per mentire, né perché la situazione le offre l’immunità da ogni riscontro; e c’è sicuramente un tempo, magari breve, in cui lei stessa è del tutto convinta di quel che dice, e lei stessa vede chiaro ciò che nei quadri non c’è, ciò che soltanto il desiderio o l’immaginazione di Barnaba producono, e lo fa suo, ed è con lui almeno in questo.[3]

Del Giudice mescola l’ossessione, le manie (sostantivo che al singolare è anche il titolo della prima raccolta di alcuni suoi racconti), sia dei protagonisti che la propria, con realtà visionarie e parole attente dall’elevata connotazione scientifica, con l’intento di dimostrare che anche nelle attitudini più incontrollate, è possibile trovare massima condivisione attraverso il linguaggio:

Ma poi, alla fine, che importanza ha sapere se c’erano veramente? Che importanza può avere se questi quadri li ricorderò come sono, o come ho cercato di vederli, o come lei me li ha descritti?[4]

La vista, il senso che più di tutti ritorna nel corso della lettura, è piegata alla descrizione dell’oggetto, che perde però di oggettivazione divenendo rappresentativo della persona che lo descrive e dei suoi comportamenti, in un’alternanza di luce e ombra, perché «far venire fuori un modo di essere da un modo di vedere, cioè un nuovo rapporto tra le cose osservate e l’io, produce cambiamenti soprattutto nella soggettività di chi le osserva»[5]; secondo Del Giudice quindi «uno scrittore “vede” veramente soltanto quando scrive»[6].

In un’intervista, l’autore spiega:

Ho sempre pensato che ogni parola che scriviamo fa un cono di luce e questo cono di luce crea una zona d’ombra. Io fin qui ho cercato di avere cura di questa zona d’ombra senza renderla esplicita, perché mi auguravo che proprio in quell’ombra passasse il mistero, passasse la zona notturna di una scrittura, la mia, che è apparentemente molto luminosa, molto nitida, netta. Nel museo di Reims, invece, ho provato a tirare l’ombra dentro allo spazio, a conservare cioè una struttura di frase che fosse sì luminosa, ma che avesse dentro di sé delle zone d’ombra, e lungo la narrazione, ne prendesse sempre di più.[7]

Trovare informazioni su Daniele Del Giudice è molto difficile, un po’ per la produzione letteraria non così cospicua, un po’ per la riservatezza dell’autore, che in ambito culturale ha fatto molto pur rimanendo sempre in posizione defilata, nascosto anche a se stesso da se stesso, nascosto poi agli altri da una malattia che ha tolto a lui la possibilità di potersi rivelare, e costringendo noi lettori, che per primi troppo spesso sottovalutiamo ciò che la letteratura italiana offre, a tentare di conoscerlo esclusivamente attraverso quelle opere già in nostro possesso.

Quando poi, nel 2016, è uscita la raccolta I racconti, edita da Einaudi, ho avuto la conferma di qualcosa di cui già mi ero accorta. Le storie, pur essendo state concepite in un arco temporale di molti anni e riportando nel testo elementi che le fissano ad un preciso periodo storico, riescono a riadattarsi ad epoche diverse, senza perdere di credibilità, ma anzi dimostrando quanto la letteratura possa precorrere i tempi, e saperceli spiegare ancora prima che accadano.

Il tempo è quindi uno dei veri protagonisti della raccolta: nell’interessante prefazione, infatti, Tiziano Scarpa sottolinea quanto la parola “tempo” sia un leitmotiv, comparendo più di duecento volte; gli avverbi temporali sono disseminati in ogni racconto. La parola “adesso” è ingannevole, e anziché fissare la storia ad un unico contesto rende quel momento un momento universale, destinato a ripetersi. La fugacità del tempo e il suo essere perennemente descritto come un qualcosa che sfugge dalle mani è solo l’illusione figlia di un’epoca in cui siamo soggetti a cambiamenti continui e alla più totale transitorietà materiale e tecnologica. In tutto ciò è diventato una risorsa indisponibile, evanescente, ma che in una storia visionaria come quella di Mercanti del tempo può essere addirittura prodotto, venduto, acquistato:

Adesso ne comprerei quanto basta per finire in tempo questo racconto.[8]

Un altro esempio di come siano il linguaggio e la comunicazione ad essere importanti è l’intera costruzione del racconto Evil Live, in cui l’utente Evilive, narratore della storia, ha uno scambio virtuale epistolare con l’utente Timetoloose. Lottando contro un tempo che sembra essere sempre sul punto di scadere, viene sottolineato come il male, attraverso la scrittura, si traduca in azione vera e propria, perdendo di vista ciò che è reale e cosa non lo è. In un contesto instabile come quello di una conoscenza esclusivamente virtuale, due individui, incapaci di distinguere quale sia il falso nelle parole dell’altro, trovano un naturale lenitivo per le loro ossessioni all’interno della narrazione stessa. Fa riflettere pensare che questo racconto sia stato scritto molto prima dell’avvento dei moderni social network, perché il contenuto vale oggi più che mai.

Ma se la lingua può essere falsificazione, in fondo chi può dire cosa sia reale e cosa no? E se non è legittimo saperlo, cosa rimane cui aggrapparsi se non il modo e la forma, o almeno le parole?

È come un limone? Come un pappagallo? Come un girasole?

Lei risponde:

Giallo come il tradimento e l’incostanza, come l’amore legittimo e l’adulterio che lo rompe.[9]

Il gioco letterario viene tessuto ad arte con continui dualismi che si ripropongono per tutto il testo: realtà e mondo virtuale, luce e ombra, assoluto e relativo, menzogna e verità, ma soprattutto il più forte di tutti, vita e morte.

In «Com’è adesso!», dove la morte viene grottescamente ridotta ad oggetto spettacolare, troviamo anche un pensiero risolutorio:

 Mi dica, oggi chi ha il coraggio di guardare in faccia la morte? Oggi non si muore, si crepa. E non solo da oggi ma in tutto questo secolo. Non legge i filosofi? Abbiamo perso non solo il significato della morte, ma anche l’intimità con la morte, che una volta c’era. Il pesce come lei sa puzza dalla testa, se va a male il senso della morte va a male anche il senso della vita.[10]

Il silenzio a cui è stato condannato l’autore corrisponde al vuoto lasciato in una letteratura che si impoverisce sempre di più, e che avrebbe avuto ancora bisogno del suo contributo. Le parole di Del Giudice sono perciò ancora più preziose, per il loro significato visibile e per quello che, in ombra, aspetta solo di essere rivelato.


[1] Tratto da L’ordine del tempo di C. Rovelli, Adelphi
[2] Tratto da “Nel museo di Reims”, in I racconti di D. Del Giudice                                                           
[3]  Tratto da “Nel museo di Reims”, in I racconti di D. Del Giudice
[4]  Tratto da “Nel museo di Reims”, in I racconti di D. Del Giudice
[5] Tratto da In questa luce di D. Del Giudice           
[6] Tratto da In questa luce di D. Del Giudice
[7] Tratto da Intervista a Daniele Del Giudice di Roberto Ferrucci, comparsa su Doppiozero         
[8] Tratto da “Mercanti del tempo”, in I racconti di D. Del Giudice
[9] Tratto da “Nel museo di Reims”, in I racconti di D. Del Giudice           
[10] Tratto da “«Com’è adesso!»”, in I racconti di D. Del Giudice   

 

 

 

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