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«Stelle ossee» di Orazio Labbate

Una raccolta in diciassette inquietudini notturne

Andrea Siviero Notturno per Orazio Labbate
Andrea Siviero. Notturno.

 

Questa non è una vera è propria recensione. È solo un piccolo gioco. Direi una sorta di autopsia. Come un anatomopatologo ho esaminato Stelle ossee di Orazio Labbate (LiberAria, 2017), ho raccolto degli indizi e ho scritto alcuni appunti. Non ho stabilito nessuna causa di morte, state tranquilli. Non c’era nessun cadavere: solo una raccolta di racconti davvero originale. Stelle ossee è composto da diciassette racconti brevi, tetri e inquietanti, a loro modo innovatori di una tradizione letteraria che affonda le proprie radici nelle migliori suggestioni gotiche ottocentesche.

Per esaminare Stelle ossee sono partito dall’incipit del racconto Luce accesa, si trova proprio a metà raccolta. Sono solo due frasi, molto semplici, ma in queste poche parole mi è sembrato di scorgere l’essenza di tutta la raccolta.

«Scrivo nel buio della mia camera. Devo fuggire da essa e accendere la luce perché possa smettere di sentirmi solo».[1]

Scrivo

Innanzitutto scrittura. Quella di Orazio Labbate suggerisce una profonda attenzione alla parola. In tutti i racconti si avverte una ricerca sul linguaggio: a tratti è una voce che ha il sapore del passato, ma che si contamina di inquietudini contemporanee.

«Il ragazzo si affacciò alla finestra e sorrise. Mite, era mite. Dietro di lui, sul bracciolo del divano, riposavano pillole bicolore, un vegetale selvaggio senza radice e una specie di cucchiaino piegato, il cui fondo bruciato era di un marrone annerito. Rinfilò la testa dentro la camera. Fece discendere le persiane. Dai fori rettangolari, come in una cella urbana, entrava la strada; i colori artificiali che, fulminei, dentro un tubo fittizio di luce, raggiungevano punti sparsi della camera, l’aggressione del freddo della notte e una brevissima scossa di vento che rappresentava l’aria. Aveva dolori al cranio».[2]

Buio

Il buio regna: sia quello della notte che quello dell’anima. L’inquietudine che permea Stelle ossee è sempre notturna. È nel buio che i personaggi labbatiani espiano il proprio senso di colpa. Ed è un senso di colpa che affonda le radici nella tradizione cristiana, nei riti e liturgie secolari. Ma il senso di colpa di questi personaggi non riesce a godere di redenzione, scivola spesso in un sentimento di dannazione perpetua e infinita.
Infinito è anche il tempo della sofferenza. Infinito e statico è il tempo che si trovano a vivere i personaggi. E in alcuni racconti, lo spazio e il tempo sono dimensioni così sospese e rarefatte da descrivere certe allegorie cupe, una sorta di purgatorio dei vivi, uno spazio onirico e di delirio in cui uomini e animali in carne e ossa stanno per liberarsi della loro dimensione terrena per trasformarsi in pure presenze.

«Ogni notte, a letto, a cinque anni dalla dipartita, con in mano il crocifisso, chiamavo Dio ché me la facesse vedere da fantàsima, o che mi riportasse da lei, negli Inferi o nella gola nera del Mediterraneo, era lo stesso».[3]

Camera

I luoghi sono quasi sempre spazi chiusi. Bare, camere da letto, lo spazio angusto tra il pavimento e la rete del letto, il ventre di una nave diretta in America. Ma anche gli spazi aperti hanno il loro lato claustrofobico. Che si tratti di cimiteri di periferia o una campagna deserta, interviene sempre l’elemento notturno a frustrare l’ampiezza dello sguardo.

«Le luci delle case, nella pianura gelese, singhiozzano come candele spente dal respiro spaventoso di un bambino. Mi fermo davanti all’ingresso delle abitazioni e prego affinché queste si spossessino dei demoni dentro gli armadi, delle persone sotto le lenzuola impaurite dal buio conchiuso anticamente sul soffitto».[4]

Qui emerge un altro particolare che caratterizza la raccolta. Negli episodi in cui l’universo letterario di Labbate sfiora i luoghi reali (Corsico, New York, la Sicilia) l’immaginario onirico fagocita i luoghi per restituirli trasfigurati. È palese nel caso della Sicilia: lontanissima dalle oleografie solari e dai panorami da cartolina, sostituita da un territorio nero, primitivo, inquietante.

Fuggire

La fuga è un elemento che ritorna. Può essere una fuga dalla vita, come nel caso del protagonista di Dentro una bara e la sua singolare scelta di attendere la morte da sepolto vivo, ad esempio. Ma la fuga è anche l’unico modo per evadere il tempo fermo. I personaggi di Stelle ossee spesso vagano, sperduti, senza bussola, avvolti dalla notte alla ricerca disperata di un’illuminazione risolutiva.

«Il mio amico muove la testa a studiare quelli che ci vengono pian piano incontro. Dice che dobbiamo fuggire, che arriveranno, mi tira la felpa nera, bestemmia l’anima di Dio che aspettiamo, lui però fugge come colei che mi baciò, io invece attendo lì».[5]

Luce

La luce illumina uno spazio molto piccolo. Spesso è ridotta appena un lumicino. Alcuni personaggi sono alla ricerca della luce, in altri casi la luce è l’elemento che offre i contorni stessi alla narrazione. Quando la luce manca realtà e immaginazione sono sullo stesso piano, possono convivere allo stesso tempo i vivi e i morti.

«Durante questo piccolo viaggio percepisco le lontane carezze dei morti: di mia nonna, di mio nonno, anche quelle dei miei cani morti quando ero bambino. Che senso ha allora voler accendere la luce se tutto quello di cui ho bisogno è già nel buio?»[6]

Solo

La solitudine è un altro leitmotiv. Spesso i personaggi di Labbate sono rimasti soli a causa della perdita di un familiare. E da soli tutti i personaggi sono chiamati a combattere contro i propri demoni interiori. I contatti umani sono rari e fugaci, dominati dalla diffidenza.

«Quante ere passano e quante ne svela la luce nelle camere notturne. La solitudine è ovunque… In quegli istanti in me si compiono anni, mi pare di avere piaghe e non poter studiare i misteri delle tane, dei nascondigli».[7]

 


[1] Orazio Labbate, “Luce accesa”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pag. 52)
[2] Orazio Labbate, “Il divano”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pag. 65)
[3] Orazio Labbate, “Tempesta di stelle”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pag. 78)
[4] Orazio Labbate, “La notte della pianura”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pagg. 76-77)
[5] Orazio Labbate, “Case incendiate”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pag. 19)
[6] Orazio Labbate, “Luce accesa”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pag. 53)
[7] Orazio Labbate, “Il cimitero e il coniglio”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pag. 30)

Racconti? Perché no! (un anno dopo)

Alan Turing Enigma’s notes – Bletchley Park Trust

«Ah, dimenticavo, la prossima volta parleremo di qualche racconto indimenticabile».

Si erano lasciati così questi due strani personaggi, la Lettrice Dei Due Mondi (L) e il SignorNo (S) – la conversazione iniziale la trovate qui. Un anno dopo, del tutto casualmente, si ritrovano all’interno di una piccola libreria, lui intento a sfogliare romanzi fantasy, lei in cerca di novità tra i romanzi d’autore. Riprendono così il dialogo interrotto.

L: «…Insomma, hai letto per caso qualche racconto tra quelli che ti ho suggerito? Ne hai trovato almeno uno indimenticabile?»

S: «Ehm… Definisci indimenticabile?»

L: «Bella domanda. Be’, non credo che ci sia un’unica risposta perché dipende sia dal lettore che dallo scrittore. Comunque, per me indimenticabile è un racconto che posso anche definire classico, uno di quelli che ‘non hanno mai finito di dire quel che hanno da dire’ per citare Calvino, uno che di racconti se ne intendeva»

S: «Di solito, però, è più facile definire classico un romanzo, non un racconto»
L: «Si ma, a pensarci bene, ci sono dei racconti di cui basta citare l’incipit per riconoscerlo proprio perché appartengono alla categoria degli indimenticabili. Ad esempio, questo: Gregor Samsa, destandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato nel suo letto in un enorme insetto immondo; sono certa che perfino tu sapresti indicare titolo e autore…o no?»

S: «Oh…ma che siamo, a una partita di Trivial Pursuit Letterario?»

L: «Non dirmi che non lo riconosci?»

S: «Io di ‘Gregor’ conosco solo la saga della Collins, quella che ha scritto anche Hunger Games»

L: «Uhm… la faccenda è grave, allora. Proviamo con questo: Per tutta una fosca giornata, oscura e sorda, d’autunno, col cielo greve e basso di nuvole, avevo cavalcato da solo traverso a una campagna singolarmente lugubre fino a che mi trovai, mentre già cadeva l’ombra della sera, in vista della malinconica casa degli Usher»
S: «Usher… Usher… Usher… non è il consigliere personale del Presidente in House of Cards

L: «Non ci posso credere! Mi verrà un infarto, di questo passo. Facciamo un altro tentativo, l’ultimo. Ti cito questo incipit facile facile: Dicevano che sul lungomare era comparso un nuovo personaggio: la signora col cagnolino»

S: «Questa la so, è il racconto che tanto piaceva alla protagonista del film The reader!»

L: «Sì, ma…chi era l’autore di quel racconto?»

S: «Ehm…uhm…boh, non lo so»

L: «Incredibile. Impossibile. Inammissibile. Intollerabile. Inaccettabile. In…»

S: «Ehi, ehi… Hai finito con le critiche? Oppure stai facendo una lista di aggettivi che iniziano con la ‘i’ per giocare a Nomi-Cose-Città? Non è poi così grave, dài!»

L: «No, certo che non è grave, è gravissimo. Secoli di favole, fiabe, novelle e racconti buttati al cesso, se tutti fossero come te»

S: «Guarda che, se non leggo racconti, mica divento una statua di sale, eh! Vivo bene lo stesso»

L: «Si, certo, è che…»

S: «È che…cosa?»

L: «Che non posso invitarti a partecipare alla gara del secolo, quella a cui si iscrivono dei veri nerd letterari, ti saresti divertito. È un concorso tipo Sarabanda, solo che invece di indovinare il titolo di una canzone ascoltando qualche nota musicale, bisogna indovinare quello di un libro partendo dall’incipit. C’è un elenco di autori da studiare e ci sono delle selezioni da superare ma una di queste riguarda proprio il racconto»

S: «Interessante. Lo sai che il lato ludico della vita è ciò che stimola maggiormente la mia materia grigia. Mi piacerebbe molto partecipare, come possiamo rimediare?»

L: «Ho un’idea. Ti propongo un brano crittografato che contiene sei incipit, più o meno famosi, di altrettanti racconti. Ti darò una dozzina di libri da leggere, un elenco di raccolte di racconti da consultare o leggere in biblioteca e una settimana di tempo per risolverlo. Se ci riuscirai e, senza esitazioni, saprai citarmi autori e racconti, verrai con me alla gara. Che ne dici?»

S: «Le sfide mi piacciono. Sono pronto»

L: «Mi sento come gli altissimi ministri Ping, Pang e Pong. Naturalmente, non hai la minima idea di chi siano, vero?»

S: «Già…»

L: «Lascia perdere. Una cosa in più da scoprire. Ecco il testo:

“1 2 3 4 5 4 6      2 7     8 9 1 10 6 3 2 3 8     5 10     3 8 11 12 6     7 5     13 5 6     1 2 7 3 8,    7 5     11 5 6 3 12 6     5 12    11 5 6 3 12 6     14 2 7 6     2 10 10 6 12 4 2 12 2 12 7 6 13 5     7 2 10 10 2     15 5 4 4 2     8     10 8     12 6 4 5 19 5 8      15 16 8     13 5     11 5 17 12 11 6 12 6     9 5    18 2 12 12 6     9 8 13 1 3 8     1 5 17     3 2 3 8.”   

“12 6 12     15’8`     11 3 2 12 15 16 8´     7’2 9 1 8 4 4 2 3 9 5     7 2     17 12     13 2 8 9 4 3 6     7 5     9 15 17 6 10 2: 19 17 8 9 4 6     10 6     9 6     15 6 12 8     6 11 12 5     2 10 4 3 6.”

“15 2 7 8 3 8     12 8 10    14 17 6 4 6     15 6 13 8     15 2 7 8 14 6     5 6, 12 89 9 17 12 6     7 5     14 6 5     9 2    15 6 9 2    14 17 6 10     7 5 3 8.”

“5 10 10 2 14 6 3 6     7 5     2 13 13 6 3 20 5 7 5 3 8     5 10     13 2 4 4 6 12 8     4 17 4 4 5     5     11 5 6 3 12 5, 5 10     10 2 14 6 3 6     7 5     2 1 3 5 3 9 5     17 12     1 2 9 9 2 11 11 5 6     12 8 10 10 2     13 2 9 9 2     2 1 1 5 15 15 5 15 6 9 2     15 16 8     9 5     1 3 6 15 10 2 13 2     13 6 12 7 6, 6 11 12 5     13 2 4 4 5 12 2    5 12 15 5 2 13 1 2 3 8     12 8 10     1 2 3 2 10 10 8 10 8 1 5 1 8 7 6     7 2 10     12 6 13 8    3 5 1 17 11 12 2 12 4 8.”

“4 8     10 2     18 2 15 15 5 6     14 8 7 8 3 8     5 6, 10 2    9 1 10 8 12 7 5 7 2     11 5 6 3 12 2 4 2, 9 8     12 6 12     9 15 8 12 7 5     7 2     19 17 8 10 10 2     14 2 10 5 11 5 2     5 13 13 8 7 5 2 4 2 13 8 12 4 8.”

“8`     12 6 4 4 8     18 6 12 7 2    8     15’8`     17 12     1 17 1 6     2 10 10 2     13 5 2     18 5 12 8 9 4 3 2.»       

S: «Vado. Alea iacta est. Comincio subito a leggere»

L: «Ti aspetto tra una settimana. Buona fortuna».

 

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Mentre il SignorNo si prepara, anche voi potreste provare a scoprire i racconti e gli autori nascosti e inviarci la soluzione a  redazione@treracconti.it . Il primo che ci riuscirà, avrà una menzione speciale… da qualche parte!

La soluzione verrà in ogni caso pubblicata sulla nostra pagina https://www.facebook.com/treracconti/ fra una settimana. Buon divertimento!

 

Narratori delle pianure di Gianni Celati

Narratori delle pianure Gianni Celati foto Andrea Siviero
Foto di Andrea Siviero, Pianura Padana nei pressi di Lendinara (RO)

 

Gianni Celati è un autore che sa raccogliere certe piccole storie, specifiche di un territorio, e trasformarle in materiale per racconti universali. Come l’amico fotografo Luigi Ghirri (1943-1992), che tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta ha raccontato la pianura emiliana attraverso le fotografie di luoghi quotidiani e apparentemente marginali (fabbriche, periferie, distributori di benzina, prospettive agresti ammantate dalla nebbia) cercando di cogliere quel velo latente di meraviglia appena percepibile al di sotto del visibile quotidiano, Celati ha utilizzato la scrittura per mostrare come anche il paesaggio piatto e poco sorprendente della pianura possa contenere storie immaginifiche.

Peregrinando attraverso le pianure è facile perdere l’orientamento: in estate lo sguardo si perde nella profondità degli spazi; in inverno è spesso offuscato dalle nebbie e permette una vista di pochi metri. Quello che appare lungo la linea dell’orizzonte, in pianura, sembra sempre troppo lontano e irraggiungibile, oppure è un contorno sfumato, un’ombra. In entrambi i casi ha la qualità del miraggio. La scrittura di Celati nasce proprio da qui: dalle apparenze, dai miraggi; si nutre di una spiccata sensibilità per il paesaggio e della passione per quelle storie che hanno il sapore della diceria o della leggenda. L’operazione che compie lo scrittore è unire questi aspetti e creare una sorta di poema degli spazi sconfinati e delle persone che li abitano. Ma nel caso di Celati il risultato è un poema che non cerca l’epica: è una narrazione essenziale, popolata da personaggi ordinari, dove non c’è spazio per gli eroi.

Nel 1984, Italo Calvino presentava la raccolta di racconti Narratori delle pianure come un «libro che ha al suo centro la rappresentazione del mondo visibile, e più ancora un’accettazione interiore del paesaggio quotidiano in ciò che meno sembrerebbe stimolare l’immaginazione»[1]. Le trenta novelle raccolte nel libro, in effetti, hanno radici profonde nella realtà contemporanea e hanno come punto di partenza una geografia ben definita. Gallarate, Piacenza, Ostiglia, Ca’ Venier, Sermide, il Po, i suoi affluenti e i rami del suo delta sono alcuni esempi di luoghi reali che fanno da sfondo alle storie. La cartina posta all’inizio del libro e la dedica: «A quelli che mi hanno raccontato storie, molte delle quali sono qui trascritte»[2] sono gli strumenti con cui si manifesta il visibile. La cartina è offerta come documento del reale e la dedica sembra suffragare tale tesi, perché lo scrittore si pone nei confronti delle novelle contenute nel libro come un semplice trascrittore, indica i luoghi dove ha raccolto le storie. Di conseguenza il corpo delle novelle sembra proporsi come una serie composita di frammenti di realtà. Ma non è così. Spesso già nelle prime righe dei racconti l’immaginario penetra il reale mettendo in moto i meccanismi del surreale e del fantastico.

«In un piccolo paese in provincia di Parma, non lontano dal Po, mi è stata raccontata la storia d’un vecchio tipografo che s’era ritirato dal lavoro perché voleva finalmente scrivere un memoriale a cui pensava da tanto tempo. Il suo memoriale avrebbe dovuto trattare questo argomento: come fa il mondo ad andare avanti».[3]

In situazioni come queste il lettore prova la sensazione di trovarsi di fronte a una storia che può essere plausibile, ma quasi mai definitivamente vera. È la stessa sensazione che si prova quando si ascolta una storia di seconda mano, caricata di elementi iperbolici e al limite del possibile, o una leggenda. Potrebbe essere esistito un personaggio come il protagonista di questo racconto, ma è proprio questa la sua storia? Le novelle di Narratori delle pianure non offrono alcuna risposta a questa domanda, anzi alimentano il dubbio nel lettoreI personaggi che popolano le pianure sembrano procedere su quel filo tirato tra il mondo della realtà e quello della pura fantasia. Sono dei disincantati, dei pellegrini che vivono vicende qualche volta al limite del possibile, che vagano per il mondo in cerca di risposte, e queste gli si rivelano attraverso delle piccole epifanie. Ma queste risposte qualche volta arrivano troppo tardi, quando non si può rimediare al disastro. Allora, in tali casi, la novella assume perfino i toni della parabola (La ragazza di Sermide, Parabola per disincantati, Bambini pendolari che si sono perduti).

«Avevano fatto tanta strada venendo da lontano in cerca di qualcosa che non fosse noioso, senza mai trovar niente, e adesso per giunta chissà quanto tempo ancora avrebbero dovuto restare nella nebbia, col freddo e la malinconia, prima di poter tornare a casa dai loro genitori. Allora è venuto loro il sospetto che la vita potesse essere tutta così».[4]

Se già le prime storie mostravano avvisaglie di un surreale, procedendo nella lettura le vicende narrate hanno sempre più il sapore del fantastico quotidiano. Il viaggio del lettore procede lungo la direzione in cui scorre il Po, ma lo spostamento verso i confini estremi della pianura coincide con lo spostamento verso i limiti stessi del reale. Il racconto che conclude il libro, Giovani umani in fuga, coincide con il superamento della cartina geografica iniziale. La cartina in questo racconto non serve più a niente. I nomi dei luoghi non sono più citati, la pianura qui è uno spazio vasto e molteplice, che confonde. L’unico nome di luogo è “la sacca dei morti”, ma è un posto che, a differenza di quelli citati nelle altre novelle del libro, non esiste. La pianura di questo racconto è sede di generici accampamenti di «stranieri senza casa» e di zone militari dai limiti invalicabili; è una tana che offre riparo ai quattro giovani umani in fuga del titolo e allo stesso tempo si rivela traditrice perché mostra facilmente le tracce e la posizione agli inseguitori. I personaggi che popolano questa pianura non hanno nome, ma solo un mestiere (l’arrotino, la donna che serviva al bar) o un soprannome (Mazinga). Possono rivelarsi anch’essi traditori o amici. La realtà in questo racconto svanisce, sprofonda sotto i piedi dei personaggi. In un pantano di canali e barene, la pianura si sgretola in una miriade di isolette lagunari e si consegna al mare.

«Sempre piangendo hanno cercato di seguire sentieri che non esistevano, camminando in cerca di qualcosa tra le lagune, spesso sprofondando in buche d’acqua o in sabbie mobili. Alla sera, affamati e infreddoliti, si addormentavano piangendo e piangevano anche durante il sonno».[5]

 


[1] citazione di Italo Calvino tratta dalla quarta di copertina a cura di Nunzia Palmieri, Gianni Celati, “Narratori delle pianure”, Feltrinelli, 2012.
[2] Gianni Celati, “Narratori delle pianure”, Feltrinelli, 2012 (pag.7)
[3] Gianni Celati, “Come fa il mondo ad andare avanti”, in Narratori delle Pianure, Feltrinelli, 2012 (pag.50)
[4] Gianni Celati, “Bambini pendolari che si sono perduti”, in Narratori delle Pianure, Feltrinelli, 2012 (pag.25)
[5] Gianni Celati, “Giovani umani in fuga”, in Narratori delle Pianure, Feltrinelli, 2012 (pag.146)

«Scrivere è una reazione al mondo». Intervista a Paolo Zardi

Paolo Zardi

 

Ho incontrato Paolo Zardi presso la Libreria Zabarella di Padova, nel mese di febbraio, in occasione della presentazione della proposta editoriale di Racconti Edizioni. È stato un incontro molto interessante in cui si è discusso del racconto nell’editoria contemporanea e, più in generale, di editoria indipendente. Il piacevole confronto con Paolo e la redazione di Racconti Edizioni si è protratto oltre lo spazio della libreria e si è spostato nei locali dello spritz e poi al ristorante. Solo a tavola il discorso ha superato i confini della letteratura per approdare a un tema molto più alto: il tradizionale ragù de anara («di anatra» N.d.t) del basso Veneto. Da quella serata è nata una corrispondenza elettronica che ha generato questo dialogo intorno alla scrittura di racconti.


Paolo, partirei dagli esordi. Perché hai scelto la forma racconto, almeno per quanto riguarda i primi testi che hai pubblicato?

Fino a 35 anni ho letto molto, e scritto in modo saltuario e senza alcuna consapevolezza; poi, nel 2006, ho scoperto il mondo del blog. Ho scritto post di varia natura; quindi sono passato ai miei ricordi e, una volta finiti, ho iniziato a inventare storie. La lunghezza era quella tipica dei blog – una o due cartelle, una misura sopra la quale i lettori di Internet rinunciano a leggere. Erano racconti, in effetti, ma dietro la scelta di questa lunghezza c’erano motivi molto pratici.

Quando ho deciso che mi sarebbe piaciuto scrivere un romanzo – ed è successo quasi subito, già nel 2007 – ho scelto di affrontarlo come se fosse una sequenza di racconti. Questo approccio, sbagliato, ha fatto sì che i miei primi due romanzi non siano mai stati presi in considerazione da alcun editore; in compenso, invece, la Neo Edizioni ha apprezzato una raccolta che avevo messo in piedi nel corso degli anni e l’ha pubblicata. Dal punto di vista editoriale, il fatto che io sia uscito prima con i racconti e poi con un romanzo, La felicità esiste del 2012, è dipeso dal particolare percorso che ho seguito.

Al di là di questo, comunque, sento che la forma del racconto è più vicina al mio modo di scrivere e di immaginare le storie. Quando mi concentro su qualcosa di lungo, devo lottare con mille errori che inevitabilmente continuo a commettere – una certa rigidità nei passaggi tra una scena e l’altra, la perdita del ritmo, i personaggi un po’ macchiettistici. Nel racconto, invece, mi sento a mio agio. Anche la qualità del tempo che riesco a dedicare alla scrittura – ritagli tra il lavoro e la famiglia – sono più adatti alla scrittura di storie brevi.

 

Come nasce un tuo racconto? Quali sono gli elementi che di solito ti colpiscono e muovono la tua immaginazione?

 La genesi del racconto è quasi sempre molto lunga. Il punto di partenza è un piccolo evento che intercetto nella vita reale, un’increspatura, uno scarto improvviso, un improvviso cambio di prospettiva. Di questi spunti, ne ho registrati moltissimi – ce ne sono alcuni che ho in mente da quasi dieci anni – ma pochi di questi diventano racconti. L’incubazione è lentissima, quasi un processo di macerazione. Le domande che mi pongo riguardano il modo con il quale questo evento inaspettato diventa concreto: che caratteristiche deve avere il soggetto che vive questa esperienza, in quale contesto, con quali conseguenze. Questo processo avanza per approssimazioni successive, o, per essere precisi, attraverso delle “simulazioni”: verifico, tra me e me, come sarebbe il racconto se ad esempio il personaggio fosse un uomo sulla quarantina con famiglia e vedo che succede; se non mi convince, inizio a variare alcuni dettagli. Mi interessa molto la voce con cui verrà raccontata la storia – è un aspetto centrale, ed è tanto più importante quanto più breve è il racconto: anche su questo aspetto faccio diversi tentativi. Questa attività di incubazione, di macerazione, questa conservazione delle idee in botti di legno nascoste in cantine sotterranee, può durare anni e spesso si sblocca in modo inaspettato. E quando ho finito, quando sento di avere la storia in mente, so esattamente cosa voglio scrivere: la fase “esecutiva” della scrittura è veloce e concentrata – due ore la mattina, due la sera e ho finito.

 

Quanto è importante per te la lettura nella tua esperienza di scrittore? Quali sono i tuoi autori di riferimento? Quanto ritieni abbiano influenzato il tuo stile di scrittura e il tuo approccio all’osservazione della realtà che ti circonda?

Ho iniziato a leggere prestissimo, a quattro anni, grazie a mio fratello più grande che andava alle elementari, e aveva deciso di insegnarmi tutto quello che sapeva. Ho letto tantissimo, e di tutto: fumetti (quelli che ricordo di più sono le lunghe storie di Hugo Pratt, i quindicinali della Marvel, i polizieschi di Dick Tracy e i suoi terribili avversari pubblicate da Il mago, le strisce di B.C. e quelle di Mafalda, della quale mio padre mi regalò l’opera omnia, e i Peanuts, e gli albi di fantascienza), le poesie di Gianni Rodari, libroni di archeologia e spedizioni avventurose, manuali per ragazzi di astronomia, di biologia, di scienze, e i quotidiani e i magazine che giravano per casa, e poi romanzi e racconti che trovavo nell’enorme libreria di casa mia. Ero un onnivoro, e lo sono ancora, a dire il vero.

Scrivere è una conseguenza di tutte queste letture, ma non è un esito scontato. Da ragazzino scrivevo, anche se con poca convinzione, e poi per tanti anni sono stato zitto. Un amico mi ha detto che secondo lui ho iniziato a scrivere “veramente” quando sono diventato padre, e tutto sommato mi pare un’ipotesi realistica.

I miei autori di riferimento sono numerosi: da ragazzo ho amato Kafka e Kundera; poi, più adulto, Flannery O’Connor, Philip Roth, Nabokov, Martin Amis, David Foster Wallace, Flaubert, Čechov, Céline… Sono tutti autori caratterizzati da un approccio “ironico” alla scrittura, e da una voce con una forte personalità. Da ognuno di questi scrittori ho imparato qualcosa, e ognuno mi ha influenzato in misura molto più rilevante di quello che vorrei ammettere.

L’osservazione della realtà è il punto di partenza di ogni scrittura – scrivere è una reazione al mondo. Il passo successivo, però, è trasfigurare la realtà, camuffarla, travisarla e mistificarla, e soprattutto organizzarla secondo le esigenze dei racconti o dei romanzi. Nessun romanziere è mai stato un “realista” in senso stretto. In una lettera che Stevenson scrisse a Henry James nel dicembre del 1884, c’è forse il riassunto più preciso del mio punto di vista: “La vita è brutale, incoerente, sconnessa, piena di catastrofi inesplicabili, illogiche e contraddittorie. La vita inoltre lascia tutto sullo stesso piano, fa precipitare i fatti o li trascina indefinitamente. L’arte, invece, consiste nell’usare precauzioni e preparazioni, nel predisporre transizioni sapienti e dissimulate, nel mettere in piena luce, attraverso la pura abilità della composizione, gli avvenimenti essenziali, conferendo a tutti gli altri il rilievo adeguato.”

 

Qual è il tuo approccio da lettore alle riviste e alle antologie di racconti? E, secondo te, possono essere una valida vetrina per uno scrittore esordiente?

Cerco sempre di mantenere un occhio aperto sul mondo delle riviste e delle antologie, che rappresentano un termometro dello stato di salute della narrativa contemporanea. La mia esperienza personale nel mondo dell’editoria inizia proprio con la pubblicazione di un racconto in un’antologia di autori esordienti curata da Giulia Belloni, talent scout particolarmente attenta a intercettare gli scrittori absolute beginners. Quell’antologia, che si intitolava Giovani cosmetici e che aveva ricevuto una certa attenzione dalla stampa nazionale, mi ha consentito di entrare in un ambiente completamente diverso dal mio, e soprattutto di conoscere persone che poi ho continuato a frequentare, e che sono risultate fondamentali per il mio percorso di autore (tra tutti, Francesco Coscioni, allora solo autore, che poco dopo fondò la Neo Edizioni, la casa editrice con la quale sono cresciuto).

Il caso dell’autore che invia il manoscritto del suo romanzo a un editore e viene immediatamente pubblicato è abbastanza raro – il mondo editoriale è abbastanza impermeabile alle novità. Le antologie e le riviste rappresentano quindi un buon modo per fare le prime, necessarie esperienze.

  

Tre Racconti che consiglieresti a un aspirante scrittore.

Ci sono moltissimi racconti che ho amato, ma dovendone scegliere tre, partirei da Greenleaf, un racconto tra i meno celebri di Flannery O’Connor, autrice statunitense attiva tra gli anni quaranta e i primi anni sessanta, vera maestra del genere; in questo, c’è un finale che, a mio parere, rappresenta uno dei punti più alti mai raggiunti dalla narrativa di tutti i tempi.

Il secondo è un classico: La signora con il cagnolino di Čechov. Sublime. I due personaggi che si muovono in queste pagine malinconiche hanno un grado di esistenza che supera di gran lunga quello della maggior parte degli esseri umani che ogni giorno incrociamo nella vita reale.

E, infine, Mi basta l’aria, un racconto di Marina Sangiorgi, un’autrice che ho conosciuto proprio grazie all’antologia Giovani cosmetici e che purtroppo ci ha lasciati ancora giovane. Non è mai stato pubblicato ma si trova facilmente in rete – uno squarcio di umanità quasi insostenibile.

 

 
Autore di racconti e di romanzi, Paolo Zardi ha esordito nel 2008 con un racconto inserito nella raccolta Giovani cosmetici curata da Giulia Belloni (Sartorio). In seguito ha pubblicato due raccolte di racconti per i tipi di Neo Edizioni: Antropometria (2010) e Il giorno che diventammo umani (2013). Ha curato l’antologia L’amore ai tempi dell’apocalisse (Galaad, 2015). Nel 2012 ha pubblicato il suo primo romanzo La felicità esiste (Alet) e in seguito ha pubblicato tre romanzi brevi in ebook: Il signor Bovary (Intermezzi, 2014), Il principe piccolo (Feltrinelli Zoom, 2015) e La nuova bellezza (Feltrinelli Zoom, 2016). Il 2015 è l’anno di XXI Secolo (Neo Edizioni), finalista al Premio Strega e tradotto in spagnolo con il titolo Las chimeneas ya no echa humo (Tropo Editores, 2016). Alcuni suoi racconti sono stati tradotti in inglese e pubblicati sulla rivista Lunch Ticket dell’Università di Antioch (Los Angeles). Il suo ultimo romanzo, La passione secondo Matteo, è uscito a marzo 2017 per i tipi di Neo Edizioni. Il suo blog è grafemi.wordpress.com.

 

Trigger Warning: leggere attentamene le avvertenze di Neil Gaiman

Di racconti per persone sensibili

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Neil Gaiman è uno di noi. Intendo uno come me, uno come noi di Tre Racconti, e uno come voi presumibilmente visto che state leggendo questo blog. Un rappresentante cioè, della piccola ma agguerrita comunità degli amanti del racconto. Oltre ad essere uno scrittore dal talento eccezionale naturalmente, talmente bravo che anche l’introduzione al volume di cui vi parlo oggi (generalmente una parte ritenuta necessaria ma un po’ noiosetta) è una piccola miniera d’oro dalla quale ho attinto abbondantemente per scrivere questo articolo. Gaiman racconta molto bene della sua passione per le short stories in una delle sue ultime fatiche: Trigger warning: leggere attentamente le avvertenze edito in Italia da Mondadori e uscito ad ottobre dello scorso anno nell’edizione in lingua nostrana.

Sono cresciuto nell’amore e nell’ammirazione per i racconti. Mi sembravano le cose più pure e perfette che una persona potesse scrivere: non una parola di troppo, nei migliori. Bastava un cenno della mano di uno scrittore e, voilà, ecco un mondo, e dentro quel mondo persone e idee. Un inizio, una parte centrale e una conclusione che ti accompagnavano fino in fondo all’universo e ritorno[1]

Come avrete già capito stiamo parlando di una raccolta di racconti. Il titolo si riferisce ad un’espressione inglese difficilmente traducibile nella nostra lingua (attenti all’innesco/ attenti al grilletto suona proprio male in effetti) che viene utilizzata per definire una frase utilizzata, principalmente sul web, per avvisare il lettore che sta per imbattersi in un contenuto “forte” e potenzialmente offensivo. Un qualcosa che potrebbe innescare una spiacevole reazione appunto. L’autore ricorda la sorpresa avuta quando si è reso conto che il concetto di trigger warning sta valicando i confini della rete, tanto che in alcune università americane si discute dell’opportunità di porre un’etichetta di avvertenze anche a certe opere letterarie, per evitare di turbare l’animo degli studenti più suscettibili. Il concetto che sta dietro a questa raccolta di racconti infatti è qualcosa che tocca tutti noi, ciascuno di noi ha qualcosa che lo turba, e che generalmente viene accantonato negli angoli più oscuri della nostra coscienza. Ma che può venire talvolta richiamato alla mente dalle circostante e dalle situazioni più inaspettate.

I mostri nell’armadio e nella nostra mente sono sempre lì nell’oscurità, come la muffa sotto il parquet o dietro la carta da parati, e ce n’è tanta, di oscurità, una riserva inesauribile. L’universo possiede un’ampia scorta di notti.[2]

Il filo conduttore del libro è appunto questo: una serie di racconti che potrebbero spiazzare il lettore (ma non per forza devono) lasciando un senso di sbigottimento e di lieve smarrimento a fine lettura. Neil Gaiman nello scrivere del suo amore per le raccolte di racconti dice di preferire quelle in cui, nell’introduzione, l’autore spiega come è arrivato a certe conclusioni, o come gli sono venute in mente alcune idee. Ed è proprio questo che fa anche lui, dedicando un breve paragrafo introduttivo a ciascuno dei 24 racconti che compongono questo volume. In realtà c’è anche qualche poesia, che Gaiman incoraggia a considerare come un bonus, un di più che viene assieme a tutto il resto, per calmare l’animo di eventuali lettori che potrebbero storcere la bocca in una smorfia di disappunto nel trovare delle poesie dove non se le aspettavano (e anche questa tutto sommato è un’avvertenza).

Non pensiate comunque che questa sia una raccolta di storie horror, alcune lo sono, ma si spazia molto attraverso vari tipi di racconti, che per comodità possiamo mettere tutti sotto l’ombrello della letteratura fantastica. Tra le cose degne di nota troviamo un commovente omaggio a Ray Bradbury, una riscrittura dal sapore fantasy di fiabe classiche come Biancaneve e i sette nani e la bella addormentata nel bosco, e non mancano riferimenti alla cultura pop, come un racconto ispirato alla musica di David Bowie e uno (tra i più belli, e lo dico non avendo mai visto nessuna puntata della serie) che ha come protagonista il Dr. Who.

Tra i numerosi avvisi che Neil Gaiman scrive all’inizio di questo libro ce n’è uno in cui l’autore si scusa (addirittura!) per la mancanza di uniformità della raccolta. A ben guardare però un elemento comune c’è, ed è l’uomo. Sono le persone, con le loro paure, fragilità e debolezze a dar vita all’universo di angosce più o meno grandi che le accompagnano, spesso nel corso di tutta una vita. E sono sempre le persone a far fronte a queste paure, il più delle volte attingendo a insospettate risorse interiori che vengono in loro soccorso proprio nel momento del bisogno.

Sperando di avervi incuriosito almeno un po’ e di avervi fatto venir voglia di prendere in mano questo libro vi lascio con quest’ultima, pirandelliana, citazione:

E penso a noi tutti, alle maschere che indossiamo, le maschere dietro cui ci nascondiamo e le maschere che svelano. Immagino persone che fingono di essere quello che sono davvero, persone che scoprono che gli altri sono molto di più o molto di meno di quanto si immaginano di essere o di come si presentano. E poi, poi penso al bisogno di aiutare gli altri, e a come per farlo ci mettiamo la maschera, e a quanto toglierla ci renda vulnerabili…
Tutti indossiamo delle maschere, grazie a questo siamo interessanti.
I racconti che avete in mano parlano proprio di queste maschere e delle persone che siamo dietro di esse.[3]

 


[1] Neil Gaiman, introduzione a Trigger Warning Mondadori, 2016

[2] Idem

[3] Idem

Otto Blues di James Baldwin

James Baldwin

Verrebbe da chiamarlo J.B., come un autentico bluesman. Sarebbe semplice, perfino banale definirlo così, del resto uno dei racconti di Stamattina stasera troppo presto (Racconti edizioni, 2016) è un blues fin dal titolo. Ma i blues di James Baldwin sono imperfetti, sono racconti privi di quella malinconia tipica delle canzoni degli schiavi neri. Non c’è l’eco dei campi di cotone e delle frustate degli schiavisti bianchi. Nei racconti di Baldwin c’è lo sguardo attento di un uomo affondato nella schiuma della propria contemporaneità fino alla cintola; un uomo che si guarda attorno e cerca il modo migliore per raccontare il presente della sua gente. La voce, allora, non è proprio quel tono lacrimoso e cupo del blues. La tristezza appartiene al passato, alle generazioni precedenti. Ma quello che è proprio del blues è una certa attenzione all’individuo, alla sofferenza del singolo. Baldwin è un maestro nel dipingere la condizione del popolo afroamericano negli anni Cinquanta e Sessanta partendo dalle vite di singoli individui.

«Ci sono posti e occasioni in cui un negro può usare il suo colore come uno scudo. Può usare il sotterraneo senso di colpa che hanno gli anglosassoni e ottenere tutto quello che vuole; o parte di quello che vuole. Può approfittare della funzione di disturbo che rappresenta, del suo valore come frutto proibito; può usarlo come un coltello, ritorcerlo contro gli altri e, a questo modo, vendicarsi. Sapevo tutte queste cose molto prima che m’accorgessi di saperle e all’inizio me ne servivo senza sapere quello che facevo. Poi cominciai a vederci chiaro e mi sentii tradito. Mi sentii sconfitto, come individuo. Non c’era posto onesto dove non dovessi vergognarmi.»[1]

Un racconto come Previuos condition, ad esempio, ha lo strano sapore di quelle cose che fino a un attimo fa credevi appartenessero a un passato ormai lontano, e poi, accendendo la televisione, te le ritrovi di fronte agli occhi come un dato di fatto: l’attualità. C’è la rabbia e la malinconia di un uomo che viene cacciato da una casa solo per via del colore della sua pelle, ma non trova consolazione neppure in un bar di Harlem, tra quella che dovrebbe essere la sua gente.

«Avrei voluto un’occasione, un segno, qualcosa che mi facesse partecipare alla vita che avevo attorno. Ma non ne vedevo nessuno, a parte il colore della pelle. Un bianco, entrando, non avrebbe visto che un giovane negro, che beveva in un bar per negri, perfettamente a posto, nel suo elemento, come si dice. Ma la gente sapeva che le cose stavano diversamente, e anch’io. Sembrava che io non appartenessi a nessun posto.»[2]

Non conta nulla il fatto che il protagonista sia un attore, un uomo con un buon livello culturale. Ciò che conta è solo il colore della pelle; è quella la sarcastica condanna alla Previous condition del titolo, che fa diretto riferimento al Quindicesimo emendamento[3] degli Stati Uniti che garantisce il diritto di voto senza discriminazioni su base razziale. Il protagonista è condannato dall’affittacamere razzista, che lo costringe a lasciare la camera in cui è ospitato clandestinamente, ed è condannato dall’indifferenza degli avventori del bar per negri, che non lo riconoscono come parte della comunità. Ma anche lui non si riconosce nella «sua gente», non perché detesti se stesso, e il colore della propria pelle, quanto perché non si sente riconosciuto come individuo.

Dietro al discorso razziale, in Baldwin aleggia sempre tra le righe un tema religioso. Del resto, scorrendo la biografia dell’autore, si capisce che la ferrea educazione religiosa impartitagli dal padre adottivo ha lasciato tracce profonde. Qualche volta il tema religioso emerge in superficie, come nel revival  religioso che pare rappresentare una svolta nella vita di Sonny, il personaggio centrale di Blues per Sonny. Altre volte aleggia tra le pagine e conferisce al racconto un vago sapore di parabola moderna. È il caso di Uomo bianco, il racconto che chiude la raccolta. Nella cruda e raccapricciante scena che chiude il racconto, la brutale violenza dell’uomo contro il corpo dell’uomo, si fatica a non pensare alla passione di Cristo.

«Le fiamme guizzarono alte. Gli parve che l’uomo appeso all’albero gridasse, ma non ne era sicuro. Dai peli sotto le ascelle il sudore gli scivolava lungo i fianchi, sul petto, nell’ombelico, giù fino all’inguine. Fu abbassato, issato di nuovo. Ora Jesse era sicuro di averlo sentito gridare. La testa di quell’uomo, adesso, s’era rovesciata all’indietro, aveva la bocca spalancata e il sangue ne usciva gorgogliando; le vene sul collo sembravano impazzite; Jesse, atterrito, si teneva aggrappato alla testa di suo padre, mentre il grido rotolava sulla folla.»[4]

James Baldwin è da leggere. È da leggere perché i temi di cui tratta sono ancora tristemente attuali. In un’epoca in cui risuonano le allarmanti sirene delle intolleranze razziali e religiose, soprattutto in un’America che sembra aver invertito la rotta intrapresa con Obama per ripiombare nel conservatorismo estremo di Trump, leggere Stamattina stasera troppo presto è un buon modo per comprendere quello che accade ancora oggi in America. Ma Baldwin è da leggere anche perché la sua penna ha tracciato racconti magistrali, ricchi di immagini indimenticabili, di struggente malinconia, che catturano fin dalle prime righe e si lasciano leggere fino in fondo.


[1] James Baldwin, “Previous condition” in Stamattina stasera troppo presto, Racconti edizioni, 2016 (pag. 93) Traduzione italiana di Luigi Ballerini.
[2] James Baldwin, “Previous condition” in Stamattina stasera troppo presto, Racconti edizioni, 2016 (pag. 106-107) Traduzione italiana di Luigi Ballerini.
[3] The right of citizens of the United States to vote shall not be denied or abridged by the United States or by any state on account of race, color or prevous condition of servitude.
[4] James Baldwin, “Uomo bianco” in Stamattina stasera troppo presto, Racconti edizioni, 2016 (pag. 278) Traduzione italiana di Luigi Ballerini.

Martin il romanziere, di Marcel Aymé

Le Passe-Muraille

Quando i mondi della fantasia e della satira si uniscono

Come nel mio non troppo lontano primo articolo su queste pagine, oggi voglio tornare a parlarvi di narrativa di genere. Lo faccio con Martin il romanziere, una bellissima raccolta di racconti uscita lo scorso anno per L’orma editore.

Prima di tutto l’autore. Chi è questo Aymé? Ammetto di essermelo domandato anche io quando questo libro mi è stato raccomandato, ma vinto dalla curiosità e dall’ottima qualità dell’edizione mi sono portato a casa il volume senza stare a pensarci troppo su.

Marcel Aymé, come forse lascia intuire il nome, è uno scrittore di origine francese, vissuto nella prima metà del secolo scorso. Famoso in patria per i suoi romanzi e racconti fantastici e per le sue pièces teatrali, da noi ha avuto una certa fortuna editoriale quasi solo con una raccolta per ragazzi (Les Contes du chat perché, apparsi in diverse edizioni nel corso degli anni). Fino all’anno scorso almeno, quando L’orma ha deciso di riproporcelo con una selezione dei suoi racconti più riusciti, che spero tanto essere la prima di una lunga serie.

Marcel Aymé fu uno spirito ribelle e poco avvezzo ad adeguarsi a qualsiasi ruolo preconfezionato ci si sarebbe potuto aspettare per lui, non riconoscendosi in alcuna corrente politica fu fedele sempre e solo a quello che di volta in volta gli suggeriva il suo istinto e il suo spirito. Questo atteggiamento anticonformista gli procurò diverse critiche, soprattutto per alcune scelte vicine alla destra radicale durante il periodo di occupazione. Critiche alimentate anche da alcune frequentazioni, giudicate poco raccomandabili, tra le quali spicca Louis-Ferdinand Céline, che, come ci ricorda nella prefazione Carlo Mazza Galanti, traduttore e curatore dell’antologia, veniva considerato dal nostro autore come: «Il più grande scrittore francese vivente, e forse il più grande lirico che abbiamo mai avuto»[1]A Céline è riservato anche l’onore di comparire come comparsa nel racconto La carta del tempo il primo di questa raccolta. Coerentemente con il suo modo di essere il nostro autore rifiutò la Legion d’onore nel 1949 e l’invito ad entrare a far parte dell’Académie française dieci anni dopo, e visse guardando sempre con divertito distacco e un pizzico di disprezzo al mondo degli intellettuali parigini e della cosiddetta cultura ufficiale.

Chi di voi ha avuto la fortuna di visitare Parigi ha forse avuto anche l’occasione di passeggiare in piazza Marcel Aymé, caratterizzata dalla presenza della statua in bronzo di un uomo (la stessa che trovate nell’immagine in alto, sì), colto nell’atto di attraversare un muro. Quell’uomo altri non è che Dutilleul, o le passe mureille, protagonista dell’omonimo racconto (non contenuto in questa edizione), e personaggio con il quale diversi parigini e molti turisti di passaggio amano immortalarsi, nel tentativo di aiutarlo ad uscire dal muro. Le fattezze della statua, per altro, sono proprio quelle dell’autore.

Il monumento è una perfetta sintesi del modo di Aymé di fare narrativa. I suoi racconti partono tutti da un presupposto fantastico, per poi seguire lo svolgimento degli eventi in maniera naturale. Troviamo: personaggi che prendono vita per rivolgere lamentele all’autore che li ha creati (com’è il caso del racconto che dà il titolo alla raccolta), leggi che impongono alla popolazione di ringiovanire (nel corpo ma non nello spirito), personaggi che hanno la facoltà di potersi moltiplicare a piacimento, e simili situazioni fantastiche, che al lettore risultano molto gustose e divertenti, ma che per i protagonisti sono non di rado fonte di angosce e di problemi. Queste sono solo alcune delle trovate dell’autore transalpino, che poi procede nella narrazione sviscerando tutte le conseguenze della situazione paradossale che vi ha dato inizio. Fino ad arrivare ad un finale che spesso ribalta all’ultimo secondo le aspettative che il lettore si era formato fino a quel momento.

Oltre ai risvolti fantastici questi racconti, ciascuno dei quali è un piccolo gioiellino, sono caratterizzati da un’ironia pungente, e sbeffeggiano apertamente il mondo della borghesia parigina, con tutte le sue convinzioni e i suoi codificati regolamenti. Un esempio tra tanti: nel racconto La grazia il protagonista, come premio per le sue virtù e la sua condotta di cristiano modello (addirittura il migliore di tutta Montmartre!), viene ricompensato direttamente dall’Altissimo con una luminosissima aureola, da sempre simbolo di santità, che gli compare proprio attorno alla testa. Ebbene la reazione della moglie del pio uomo è:

«Che roba è questa?» diceva. «Vorrei sapere che figura ci facciamo coi vicini, coi negozianti del quartiere e con mio cugino Léopold! C’è poco di cui andare fieri. È soltanto una cosa ridicola. Vedrai, si metteranno tutti a parlare di noi.»

Inutile dire che l’atteggiamento della moglie dello sventurato protagonista avrà non poche conseguenze sullo sviluppo della trama.

Le storie raccontate da Marcel Aymé sono tutte così. Pur avendo all’incirca lo stesso schema, (situazione paradossale; conseguenze; finale imprevedibile) riescono a sorprendere il lettore con una freschezza sempre nuova, che non stanca. Pur essendo caratterizzati da una forte vena umoristica i racconti hanno la capacità di spingere il lettore a riflettere su aspetti della contemporaneità che sono ancora molto attuali, e che vengono messi alla berlina con uno stile satirico ma mai stucchevole. Non è sempre facile coniugare leggerezza con la profondità, ma questa antologia di racconti ci riesce benissimo. Consigliata per chi cerca una lettura leggera ma allo stesso tempo non banale.


[1] Carlo Mazza Galanti, prefazione a Martin il romanziere, L’orma editore, 2016, pag. 10.

Chiedere di raccontarsi.

Tondelli e l’esperienza di Under 25

 

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Pier Vittorio Tondelli

Quando la redazione di Linus chiese a Pier Vittorio Tondelli di scrivere un pezzo sui giovani, lo scrittore emiliano rispose con un articolo illuminante intitolato Gli scarti. Le premesse di quell’articolo erano una sfida complessa: tracciare un identikit dei giovani degli anni Ottanta fornendo un quadro più profondo della semplice suddivisione in categorie secondo le abitudini di vita o le tendenze in termini di moda, di musica ascoltata e di luoghi frequentati, come era comune leggere sui giornali dell’epoca. Nonostante in precedenza avesse già prodotto descrizioni del mondo giovanile in saggi o articoli apparsi su altre riviste, questa volta Tondelli cercò di ragionare sul problema stesso di non cadere nella trappola di uno sguardo superficiale, tipico dei “tuttologi” o degli “opinionisti” da salotto televisivo.

«Chi sono i giovani d’oggi? Che cosa pensano? Saranno vere le categorie, così pubblicizzate dai mass media, che li vedono raggruppati in comportamenti e mode assolutamente non paragonabili tra loro? Saranno tutti stupidi, reazionari, bambocci preoccupati soltanto del vestito e del “cosa mettere stasera”?[…] Sono in difficoltà. Mi accorgo di cadere nelle trappole di chi, per diletto o per artigianato, fa la professione di chi scrive e di chi racconta: cioè, dimenticare la realtà per i simulacri e i feticci imposti dal sistema delle comunicazioni di massa».[1]

Per rispondere alla domanda, Tondelli provò a fare un passo indietro: abbandonò i panni del Giovane Scrittore (definizione che gli stava stretta già da un po’) per mettersi nei panni del giovane comune, in particolare di quel giovane che fu quando scriveva il suo “libro segreto”, un romanzo a cui aveva confidato i dolori e le illuminazioni degli anni della giovinezza. Naturalmente il “libro segreto” a cui fa riferimento Tondelli è il classico libro che è rimasto nel cassetto, una sorta di antologia di prime intenzioni, una raccolta di materiale non pubblicato e non pubblicabile, ma che ha la straordinaria capacità di un balsamo magico, di pronto soccorso per i momenti di difficoltà. È dalla consultazione di questo “libro segreto” che Tondelli trova l’ispirazione per scrivere l’articolo per Linus. Così, un articolo che aveva nelle premesse il racconto della gioventù contemporanea si trasforma in un invito ai giovani a raccontarsi, ad affidare alla carta i pensieri, le inquietudini quotidiane.

«Propongo: perché non raccontate quello che fate, che sentite: i vostri tormenti, i vostri rapporti a scuola, con le ragazze, con la famiglia. E perché di queste cose, poi – visto che ne avete voglia – non provate a formularne un giudizio? Perché non scrivete pagine contro chi odiate? O per chi amate? C’è bisogno di sapere tutte queste cose. Siete gli unici a poterlo fare. Nessun giornalista, per quanto abile, potrà raccontarle al vostro posto. Nessuno scrittore. Sarà sempre qualcosa di diverso. Siete voi che dovete prendere la parola e dire quello che non vi va o che vi sta bene. Siete voi che dovete raccontare.»[2]

Gli scarti fu pubblicato sul numero 243 di Linus del giugno 1985. A distanza di più di trent’anni si può dire che Tondelli, da straordinario osservatore della sua contemporaneità, riuscì perfettamente a inquadrare gli elementi nuovi che stavano caratterizzando quel decennio (e che per certi versi anticipavano il decennio successivo) e riuscì anche a individuare gli elementi di discontinuità con gli anni Settanta, in Italia così segnati dalla lotta politica e dalle stragi degli “anni di piombo”. Tondelli sapeva che la generazione di giovani che stavano vivendo gli anni Ottanta era profondamente diversa da quella cui sentiva di appartenere lui stesso, sebbene ci fossero pochissimi anni di differenza. Perché? Perché il mondo era cambiato in maniera profonda e gli strumenti per raccontare una certa fascia d’età che erano validi fino all’altro ieri, adesso erano completamente obsoleti, almeno da un punto di vista superficiale. Allora bisognava fare due cose: invitare i giovani a raccontarsi (per avere una visione più fedele e autentica della realtà), e cercare in questi racconti dei punti di contatto con le esperienze giovanili precedenti, far vedere che al di sotto della superficie c’è un mondo che, in fin dei conti, possiede sempre i medesimi sogni, le medesime aspirazioni. Queste intenzioni si tradussero in un’idea più strutturata, in una ipotetica rivista che desse spazio alle voci dei giovani. Ma Tondelli aveva in mente un progetto diverso; rifiutò l’idea di rivista e propose alla casa editrice Transeuropa Edizioni di Ancona, un’antologia di racconti scritti soltanto da giovani al di sotto dei venticinque anni. Nacquero così le antologie Under 25, antologie cult della seconda metà degli anni Ottanta, che cercarono di fornire, con una certa coscienza da parte del curatore, una risposta alla domanda che gli era stata posta dalla redazione di Linus e che aveva prodotto Gli scarti.

Si potrebbero dire molte altre cose intorno all’esperienza di Under 25. Ad esempio si potrebbe parlare anche della ricerca formale operata da Tondelli nella selezione dei manoscritti: dell’attenzione dell’autore emiliano anche per la lingua dei giovani, le scelte di stile e le scelte di esprimersi attraverso differenti generi letterari. Si potrebbe parlare anche delle necessarie e interessanti riflessioni attorno agli autori dei manoscritti (sia di quelli pubblicati che di quelli non pubblicati), ed è interessante lo spunto sociologico che emerge  dalle righe della Presentazione: Tondelli si chiede come mai la maggior parte dei manoscritti arrivi dalla provincia, mentre da Milano, che solo pochi anni prima era stata la capitale culturale del Paese, forse «la sola metropoli italiana degna di questo nome[3]», non sia arrivato niente. Si potrebbero dire tante cose ancora intorno a questa esperienza, ma mi preme tornare alle intenzioni della raccolta per arrivare ai giorni nostri; per capire se le intenzioni messe in atto da Tondelli, possano essere valide ancora oggi. In buona parte ritengo di sì: è sempre attuale l’intenzione di spingere una generazione a raccontarsi, e la letteratura è sempre una buona strada da percorrere quando si tratta di raccontare il disagio o le aspirazioni di una generazione. Dopotutto la nostra letteratura, anche successiva all’esperienza Under 25, ha sempre continuato ad offrire interessanti esempi in tal senso: penso ai cult degli anni Novanta come Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi o Tutti giù per terra di Giuseppe Culicchia – autore tra l’altro che esordì, con i primi racconti, proprio in una delle antologie Under 25 di Tondelli.

Le premesse poste in atto da Tondelli hanno salvaguardato l’esperienza Under 25 da semplice laboratorio per talenti letterari o da vetrina per autori emergenti; hanno prodotto una voce comune, una testimonianza dei tempi. Chiedere ai giovani di raccontarsi è stata una scelta felice: ha prodotto una fotografia di un momento storico, ha offerto uno strumento sociologico. In altre parole ha dato a quegli scarti cui si rivolgeva Tondelli la possibilità di comunicare in prima persona. Per questo un’esperienza come quella di Under 25 riveste un’importanza capitale non tanto come collezione di oggetti-feticcio, ma come fenomeno capace di fornire uno specchio dei tempi molto più fedele delle inchieste e degli articoli sociologici che fino ad allora avevano rinchiuso i giovani degli anni Ottanta in vuote categorie.


[1] Pier Vittorio Tondelli, “Gli scarti” in Un weekend postmoderno, Bompiani, 2016 (pag. 321)
[2] Pier Vittorio Tondelli, “Gli scarti” in Un weekend postmoderno, Bompiani, 2016 (pag. 323)
[3] Pier Vittorio Tondelli, “Under 25: Presentazione” in Un weekend postmoderno, Bompiani, 2016 (pag. 336)

Quella verità che cerco nei racconti

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C’è una cosa che per me è molto importante, ed è la verità. Nei racconti che leggo, la verità che cerco corrisponde a un messaggio autentico, sincero e onesto che lo scrittore ha urgenza di comunicare. È un concetto un po’ complicato che oggi provo a spiegarvi citando due dei miei racconti preferiti.

 

La moglie del colonnello, Andre Dubus [1]

Tempo fa, a uno scrittore che difendeva il suo racconto perché “quella che ho scritto è una cosa che mi è successa veramente”, ho dovuto spiegare che vivere non vuol dire saper scrivere, che non per forza si è in grado di produrre qualcosa di credibile in senso letterario solo perché ci siamo passati, altrimenti saremmo tutti i più grandi scrittori di noi stessi, i diari sostituirebbero i romanzi e non ci sarebbe alcuna distinzione tra cronaca e narrativa. L’esperienza può aiutare a sbloccare alcuni meccanismi, a svelare qualcosa di più profondo, ma il fatto in sé non basta a reggere una storia compiuta.

Uno degli autori che ha saputo trasformare una tragedia in una verità letteraria è Andre Dubus. Nel luglio del 1986, Andre guidava verso casa quando vide un ragazzo e una ragazza in difficoltà. Erano due fratelli, Luis and Luz Santiago. Andre si fermò, scese dall’auto e si avvicinò per aiutarli. In quel momento passò un auto che li travolse tutti. Luis morì all’istante, Luz si salvò perché Andre riuscì a spingerla lontano, ma lui restò gravemente ferito. Dopo una serie di interventi che gli provocarono più sofferenza che sollievo, dovette sottoporsi all’amputazione di entrambe le gambe. Nel racconto La moglie del colonnello, Robert Townsend è un militare in pensione che – ci viene detto subito – ha due gambe rotte, è ingessato fino alle cosce. Nella prima parte della storia viviamo insieme a Robert le piccole difficoltà quotidiane di un uomo costretto su una sedie a rotelle. Dopo la caduta da cavallo, Robert si è trasferito al piano terra della casa mentre sua moglie Lydia continua a dormire al piano di sopra. Lydia si occupa di lui come se non le costasse troppo, ma Robert ne soffre, soprattutto quando deve chiamarla per assisterlo nelle situazioni più intime e imbarazzanti. Sebbene questa potrebbe essere, così come riusciamo a immaginarla, un’esperienza simile a quella vissuta da Dubus dopo l’incidente, non è ancora la verità del racconto.

Nella seconda parte, Robert convince Lydia a uscire, rassicurandola di poter restare a casa da solo. Lui l’ha tradita molte volte quand’era un soldato ma non si era mai sentito in colpa come in quel momento. Era solo un modo per pensarsi ancora vivo, almeno così se la raccontava ogni volta al risveglio. Ma adesso vorrebbe che non fosse mai successo, che in qualche modo potesse dire di essere stato soltanto suo, di lei. Quando Lydia torna a casa, Robert le riconosce un’espressione nuova sul viso, qualcosa che gli sembra di ricordare di se stesso, e allora si spaventa. Quando lui le chiede se l’ha tradito, Lydia risponde di sì, ma aggiunge che la relazione è appena finita. Quando lui le chiede se è perché ora si trova su una sedia a rotelle, lei dice quella verità, la cosa più sincera che possa dire: «Non lo so. Sì. Perché sei su una sedia a rotelle».

Anche se Dubus ha riversato parte della sua esperienza nella scrittura, questo non è il racconto di una disabilità: è lo svelamento di una difficoltà che è di Robert ma che può essere di tutti noi. La verità è l’idea che due persone possano tradirsi anche se si amano, proprio perché si amano. Robert ha tradito Lydia per colmare la solitudine e dimenticare il dolore. Ora che ha bisogno di lei si pente di tutto quello che ha fatto. Lydia sa che il marito l’ha tradita – glielo dice dopo, quando lui si confessa – ma si prende cura di lui nonostante tutto. Lei diventa la parte forte, lui è la parte debole: l’equilibrio che li teneva insieme si spezza. Lydia tradisce Robert perché non riesce a sopportare il dolore del marito, è l’unico modo che trova per distogliere lo sguardo. Ma quel gesto, giustificabile o meno, riporta marito e moglie allo stesso livello. È come se il reciproco tradimento ristabilisse i ruoli: Lydia e Robert tornano ad essere deboli e forti insieme, entrambi, e questo permette loro di confrontarsi ad armi pari. È un concetto complesso, contraddittorio, doloroso, molto vero.

 

È tutto verde, David Foster Wallace [2]

Non mi aspetto che quel che leggo sia vero in senso stretto – che sia, cioè, un fatto veramente accaduto – ma voglio poterci credere come se fosse vero. Voglio poter pensare, senza troppo sforzo, che potrebbe succedere. Come si scrive qualcosa di vero che però non è vero? Cercando un approccio autentico, seguendo la naturale inclinazione della storia. È importante assecondare il percorso evolutivo dei personaggi senza forzarne i comportamenti, evitando di asservire gli elementi del racconto a uno scopo narrativo verso il quale non sono rivolti. Il punto è che quello che accade è solo l’ispirazione, il punto di partenza o di arrivo, di una terza destinazione: il messaggio.

A raccontarlo, È tutto verde non è niente di speciale: un uomo si rivolge a quella che presumiamo essere la sua ragazza. Lui ha quarantotto anni, lei è più giovane; è lui che lo dice, mentre sta cercando di lasciarla. Ne fa una questione di età, di esigenze, di bisogno di costruire e necessità di sistemare. Lei non lo ascolta, sta guardando fuori, oltre la finestra. L’unica cosa che dice è: «È tutto verde. Guarda com’è tutto verde Mitch. Come fai a dire di provare certe cose quando fuori è tutto così verde». All’inizio si rivolge a lui, senza neanche voltarsi, poi continua a sussurrarlo, sempre più concentrata in se stessa. Lui si avvicina alla finestra ma vede quello che ha sempre visto, e non è tutto verde. Ha piovuto da poco, c’è stato un acquazzone, ma non è cambiato niente. Si guarda intorno, non riesce a capire. Poi però eccola, quella verità: «Mi volto bruscamente verso di lei che sta sul divano in piena luce. Da dov’è seduta sta guardando fuori, e io guardo lei, e c’è qualcosa in me che non si riesce a chiudere, nel guardarla». È un messaggio onesto, sincero, proprio perché non cerca di spiegare niente. “Qualcosa che non si riesce a chiudere”, cosa vuol dire? Io non lo so, voi non lo sapete. Ma quante volte vi è successo, proprio così?

I miei scrittori preferiti raccontano l’universale sfruttando il particolare, attraverso una storia-emblema che abbraccia una verità in senso più ampio. È una verità che non sempre torna, perché di fatto la vita non torna: i cerchi non si chiudono, le persone si tradiscono, le cose più orribili succedono agli uomini migliori. Certe volte abbiamo paura, e basta, anche della paura stessa. Poi torniamo a vivere, con un’incoscienza diversa, oppure no. Magari non succede niente di eccezionale, non succede proprio niente. Magari impariamo solo a guardare in un’altra direzione, e se anche non diventa tutto verde è sempre tutto così vero.
È questa, quella verità che cerco nei racconti.

 


[1] Tratto dalla raccolta Ballando a notte fonda.
[2] Tratto dalla raccolta La ragazza dai capelli strani.

Corrispondenze da Dublino

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Photo by Eleonora Paulicelli

Ci sono settimane della propria vita in cui accade tutto e tutti i rinnovamenti – in meglio – che hai atteso per anni finalmente arrivano. Contemporaneamente all’inizio di questa avventura di Tre Racconti c’è stato un cambiamento importante nella mia vita: mi sono trasferita a Dublino. Erano anni che volevo migliorare le mie competenze lavorative con un’esperienza all’estero e finalmente si è presentata una grande occasione. Sinceramente mi sento fortunata non solo per l’occasione di crescita lavorativa, ma anche perché qui a Dublino sono nati moltissimi scrittori che ho letto e amato: Bram Stoker, Oscar Wilde, Samuel Beckett, Sheridan Le Fanu e James Joyce.

Sin dalle prime passeggiate per la città ho notato subito lo stretto rapporto con James Joyce: camminando per Dublino è facile incontrare targhe con l’immagine di Leopold e frasi tratte dall’Ulisse. Inoltre la sorte mi ha riservato in dono di lavorare proprio al numero civico dove viveva la famiglia Bloom dell’Ulisse: ogni giorno entro a lavoro e ad attendermi c’è la targa con il viso di Leopold Bloom. Ho sempre guardato Joyce con estremo rispetto, ma anche con molto timore a causa dei miei ricordi scolastici legati a quel libro, ma ora sono a Dublino, dove l’autore irlandese è nato ed è in parte vissuto, quindi colgo l’occasione per accorciare le mie distanze con James.

Poiché qui a Tre Racconti parliamo di racconti brevi, Gente di Dublino è sicuramente il testo con cui occorre confrontarsi. È una raccolta di 15 racconti brevi ambientati nella Dublino della fine del XIX secolo nei quali Joyce descrive la vita e le difficoltà della classe media. Quello che ho notato sin dalle prime pagine è la presenza della città: in ogni racconto ci sono le sue strade, piazze, ponti, stazioni e linee ferroviarie che fanno da architettura portante ai racconti. In I Due Galanti Joyce racconta una chiacchierata tra due ragazzi che percorrono la città e i dialoghi di questo racconto sono intervallati dalle strade percorse: Dorset street, Nassau street, Stephen’s Green e io che vivo qui riesco a creare una forte connessione tra me e i personaggi di questi racconti perché li localizzo geograficamente mentre leggo, li vedo camminare per queste vie. Provate a leggerlo con la cartina di Dublino sotto mano!

Un altro esempio di come Joyce utilizzi la città è nell’incipit di un altro racconto, Arabia:

Dato che era un vicolo cieco, la North Richmond Street era tranquilla, eccetto che nell’ora in cui i Fratelli delle Scuole Cristiane, finite le lezioni, lasciavano uscire i ragazzi. Una casa disabitata a due piani occupava il fondo cieco ed era separata dalle abitazioni vicine da un quadrato di terreno. Le altre case, consapevoli della vita dignitosa che si viveva al loro interno, si guardavano l’un l’altra con facce scure e imperturbabili.

In questo modo Joyce utilizza la città per creare un set cinematografico per il racconto, come l’allestimento di una pièce teatrale, come la scenografia di un film. Il Liffey, fiume che attraversa Dublino, è inserito spesso da Joyce nei racconti conferendogli anche la valenza simbolica dell’energia contenuta nella città. In Un Incontro, racconto di due ragazzi che saltano un giorno di scuola e passano la giornata senza meta in giro per la città, il Liffey rappresenta un confine fisico e psicologico e una volta attraversato gli umori cambiano e la stessa innocenza dei ragazzi è in parte persa.

E ora che vivo qui, posso immaginare perché Joyce abbia utilizzato Dublino: i colori del fiume, del cielo e della città sono pura poesia, soprattutto al tramonto. La foto di questo post l’ho fatta io con un semplice telefonino e quando capita una giornata di sole, mi piace uscire dal lavoro, andare verso O’Connell Street e trovare ristoro in quei colori sull’ O’Connell Bridge. Anche i Radiohead gli hanno dedicato un verso di How to Disappear Completely, canzone che vi consiglio di ascoltare, se non la conoscete già:

That there,
that’s not me
I go where I please
I walk through walls,
I float down the Liffey
I’m not here,
this isn’t happening

Fin qui si potrebbe pensare che questa in realtà sia solo la storia di uno scrittore che racconta la propria città, ma non è così semplice. Infatti, Joyce lasciò Dublino nel 1904 senza farvi più ritorno e questo rende ancora più singolare pensare che invece Dublino sia il centro del suo universo letterario. Celebre è la sua lettera inviata a un editore di Londra in cui spiega perché sceglie Dublino come luogo per i suoi racconti: «La mia intenzione era di scrivere un capitolo della storia morale del mio paese e ho scelto Dublino come scena perché quella città mi pareva essere il centro della paralisi.»[1]

La paralisi è un tema ricorrente in questi racconti, in altre parole l’impossibilità dei protagonisti di agire, prendere decisioni, migliorare le proprie condizioni di vita e le cause di questa paralisi vanno ricercate molto spesso nella famiglia. In Un Caso Pietoso ecco cosa pensa uno dei protagonisti: «Sembrava che un unico essere umano l’avesse amato, e lui le aveva negato la vita e la felicità, l’aveva condannato all’ignominia, a una morte vergognosa».

Anche le descrizioni delle case e delle famiglie contribuiscono notevolmente a creare questo senso di claustrofobia che aleggia in questi racconti. Nonostante questa paralisi e decadimento, Joyce conferisce però dignità e umanità ai protagonisti utilizzando la sua scrittura per rendere poetica la loro vita che altrimenti sarebbe rimasta invisibile, come accade sempre agli ultimi.

La pubblicazione di Gente di Dublino fu un parto lungo quasi 10 anni, iniziò a inviarlo agli editori a partire dal 1905 e vide la luce solo nel 1914 dopo averlo sottoposto all’attenzione di 15 editori differenti. Il ritardo nella pubblicazione fu dovuto alla richiesta di modifiche da parte degli editori per timore di suscitare scandali, ma lui difese i suoi racconti sempre a spada tratta. Sempre dalla lettera all’editore di Londra:

L’ho scritto [Gente di Dublino, ndr] per la maggior parte in uno stile scrupolosamente povero e con la convinzione che è un uomo audace colui che osa cambiare nella presentazione e ancor più deformare qualunque cosa abbia visto o udito.

Quando Joyce riuscì a far pubblicare i suoi racconti la prima guerra mondiale era in corso e quasi nessuno si accorse di questa pubblicazione. Grazie alla sua determinazione, però, abbiamo una testimonianza della città e della società dublinese del tempo che altrimenti avremmo perso. Per tornare al nostro sito e al perché siamo qui, vi ringrazierò se vorrete essere tanto determinati nello scrivere e inviarci dei racconti e abbastanza determinati nel capire le nostre ragioni se abbiamo deciso di non accettarli. E spero siate altrettanto determinati nel chiederci spiegazioni, e nel riprovarci ancora.

Siamo qui per imparare.

 

 


[1] James Joyce, Lettere. Il carteggio del più grande scrittore del Novecento, Ed. Pgreco 2012