Barcelona Desnuda. Una città ritrovata in un gioco di specchi

Barcelona Desnuda, uscito per Exòrma edizioni, inizia con un antefatto: la fuga di alcuni personaggi dalle schede di catalogo conservate da un giovane stagista. Da quel momento in poi, storie vere e inventate si mescolano e il libro svela una città che quasi non esiste più. I suoi tesori letterari e pagine di storia sepolte. Ne abbiamo parlato con l'autrice, Amaranta Sbardella.

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Tempo, oggetti e ossessioni. I racconti di Daniele Del Giudice

La prima volta che ho letto qualcosa di Daniele Del Giudice mi sono sentita disorientata, attratta da un testo che al contempo mi allontanava. Le parole, messe in fila una dopo l’altra con una precisione e una puntualità certosine, sembravano dedurre più che addurre informazioni, e io volevo saperne di più, volevo scavare in profondità, ma ad ogni tentativo mi veniva negato l’accesso ad una comprensione più ampia. [...]

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A lezione da Kurt Vonnegut. Finali, similitudini e sano umorismo

C’è un video godibilissimo in cui Kurt Vonnegut illustra «the shapes of stories», le forme che hanno le storie che funzionano. Quelle stesse forme le utilizzò anche nei suoi primi racconti, in cui dimostra già di padroneggiare i pilastri della narrazione. È un Kurt Vonnegut che come dice Eggers è un po' moralista nei finali ma che può insegnare molto [...].

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Inchiostro di Puglia. Racconti da una terra

Per me l'estate è sempre un momento delicato perché nasco pugliese, ma vivo all'estero. La sola parola estate evoca in me tante immagini: le scogliere di Polignano, le spiagge di Peschici e Vieste, la sabbia bianca del Lido Fatamorgana a Taranto, gli amici, la noia, le serate intere trascorse a decidere dove andare per poi non andare da nessuna parte. [...]

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david szalay Tutto quello che è un uomo

Raccontare l’uomo. Le storie di David Szalay e Joshua Ferris

Da un po’ di tempo a questa parte, capire e raccontare l’uomo, nel senso proprio di maschio, è una faccenda delicatissima. Un percorso irto di trappole anche per chi prova a intraprenderlo con le migliori intenzioni. Quando poi si tratta di testi che aspirano a sopravvivere al tempo e a diventare letteratura, le cose si complicano ancora di più perché occorre sintetizzare, costruire e comunicare con una certa sensibilità giocando con i fili di un immaginario culturale comune, sforzandosi di uscire da ciò che racconta la cronaca pura, soprattutto da certi toni.

Ci eravamo lasciati la volta scorsa con una bella intervista e l’auspicio di leggere in futuro più storie che raccontassero la complessità dell’essere donna e il confronto con la girandola di ruoli assegnatele da una società ancora evidentemente irrisolta. E invece eccomi qua ad occuparmi di uomini che scrivono di uomini. Nel mezzo, la bomba atomica del caso Weinstein, i cartelli e le manifestazioni in piazza, le dive in nero e i social invasi di hashtag a sostegno di un femminismo sfaccettato quanto complicato da decifrare.

Ecco perché, come fanno i lettori appassionati che cercano nei libri non tanto le risposte ma le domande giuste, ho puntato su due raccolte recenti: Tutto quello che è un uomo di David Szalay[1] e Invito a cena di Joshua Ferris[2]. Due raccolte molto apprezzate da pubblico e critica; molto diverse per stile ma accomunate da alcuni temi che scorrono in maniera sotterranea nelle loro storie e che per fortuna finiscono per raccontare molto più di ciò che ci si aspetterebbe.

David Szalay, l’architetto elegante

David Szalay racconti
David Szalay

Tutto quello che è un uomo non è una raccolta convenzionale ma un romanzo di racconti composto da nove storie di altrettanti uomini, ciascuno “fotografato” in una fase diversa della vita. Una progressione che inizia con il diciassettenne Simon, in viaggio in interrail con il coetaneo Ferdinand, e si conclude con il settantatreenne Tony, tra decadimento fisico, rimpianti e bilanci. Tra i due Bernard (22), Balázs (30), Karel (30 e qualcosa), Kristian (38), James (44), Murray (55) e Aleksandr (65).

Particolarmente interessante è la genesi del libro. Come ha raccontato lo stesso David Szalay nel corso del suo bell’intervento alla manifestazione romana Libri Come, l’origine della raccolta va rintracciata nel terzo racconto. Scritto per Granta UK, il racconto aveva una lunghezza inusuale di circa 40 pagine, «giusta per dare profondità al personaggio ma insufficiente a cogliere il contesto. Come se si rimanesse bloccati nel tempo presente». Una considerazione che ha spinto David Szalay a scrivere altre storie della stessa lunghezza per creare una sorta di affresco unico delle fragilità maschili. Qualcosa che gli ha permesso di «far esplodere l’idea di mortalità, di invecchiamento». Una scelta che effettivamente, al di là delle differenze tra i singoli protagonisti, ha finito per dare vita ad un unico personaggio composito.

E in effetti a pronunciare tutte queste frasi potrebbe essere la stessa persona: un essere umano rincorso dal tempo che passa. La vera chiave del libro.

«C’è uno strano senso di spreco, un senso di spreco senza un oggetto chiaro» (Simon); «Quasi come se, per la prima volta, comprendesse esattamente cosa c’era in ballo: tutta la sua vita, tutto quanto» (Balázs); «Si trasformerà in altro. Lentamente; troppo lentamente perché chi ci vive se ne renda conto. E sta già accadendo, accade di continuo. È solo che non lo vediamo. Come i mutamenti fonetici, come la lingua parlata» (Karel); «Un giorno mi sono svegliato e mi sono reso conto che era troppo tardi per cambiare le cose. Quelle grosse intendo. (…) Non sono più giovane. Quand’è che è successo?» (James); «Pensiamo di essere speciali e invece siamo tutti uguali» (Murray); «Dovunque vadano i suoi pensieri, sbattono contro qualcosa che fa male. (…) Aveva dedicato tutta la sua vita a qualcosa e gli era andata male» (Aleksandr); «È così che finiamo tutti: dissolvendoci?» (Tony).

david szalay Tutto quello che è un uomo
Photo by Andrew Spencer

Ecco perché tutti i protagonisti sono uomini: l’effetto finale è quello di un monologo corale di maschi tutto sommato confusi e soli che tentano di fare i conti con loro stessi e con l’incapacità di progettare e concludere con il sesso opposto, nel senso più ampio del termine. Un tema che tuttavia non può essere ricollegato automaticamente all’attualità visto che il libro è stato terminato nel 2015, ben prima che esplodessero gli scandali globali e i “#MeToo” invadessero stampa e social. Piuttosto, Tutto quello che è un uomo è un libro che secondo il suo autore:

«registra una dissonanza con cui si scontrano gli uomini di tutte le età: quella tra un immaginario maschile tipicamente aggressivo, predatorio e dominante e l’esperienza quotidiana nella realtà, in cui si trovano molto più spesso sulla difensiva. È forse solo in questo senso che il libro può agganciarsi alla lotta alla quale stiamo assistendo. C’è un senso di frustrazione che ingabbia l’uomo. Forse si potrebbe dire che se la donna storicamente è sulla strada della progressiva emancipazione, l’uomo può solo perdere…».

Insomma delicate questioni storiche ed esistenziali che si intrecciano nelle vite più o meno ordinarie dei personaggi e con diverse sfumature di maturazione. Un altro aspetto da sottolineare, tra l’altro, è proprio l’efficacia nella resa della progressione temporale e la capacità di Szalay di alzare il volume della consapevolezza dei suoi personaggi attraverso l’utilizzo della lingua.

Se all’inizio la voce narrante sembra essere poco più di un registratore di sensazioni (percezione aumentata dall’utilizzo del tempo presente), nelle fasi di vita successive passare degli anni si avverte il cambiamento. Come se la voce di David Szalay si riscaldasse all’aumentare della consapevolezza esistenziale dei suoi personaggi. Fino alla bellissima metafora inserita nel racconto finale, dove il mosaico della basilica di Sant’Apollinaire Nuovo di Ravenna diventa l’immagine dell’inquietudine metafisica: quella di un qualcosa/qualcuno in bilico sul niente dopo aver vissuto una vita intera.

«Sull’orlo delle lacrime, smette per un attimo di mangiare e solleva lo sguardo. In parte, ne è certo, si infila da solo in questa sensazione che tutto incarni qualcosa di infinito ed eterno. Sono la paura e la tristezza a costringerlo a inventarsi qualcosa. Qualcosa con cui alleviare l’incubo dell’invecchiamento e della morte. Questi pensieri sull’eternità del tempo. Nell’eternità del tempo si cela solo un mistero – l’idea che contenga qualcosa che non conosceremo né comprenderemo mai. Uno spazio vuoto inconoscibile. Come, a Sant’Apollinaire Nuovo, quel mosaico con le tende che si aprono sul niente, su una distesa di semplici tessere dorate».  

Un’inquietudine che come sappiamo non conosce genere, né età. Ed è per questo che Tutto quello che è un uomo riesce ad essere molto più di un affresco al maschile.

Joshua Ferris, ovvero come fai sbagli

Joshua Ferris a New York. Foto di Caroll Taveras
Joshua Ferris a New York. Foto di Caroll Taveras

Se Szalay è ordine e progressione, Joshua Ferris è quasi un’immersione nel caos. Mentre Tutto quello che è un uomo è il frutto di un sofisticato progetto di architettura da comprendere nella sua interezza, Invito a cena è un mondo a tratti frammentario.

La stessa scrittura di Ferris è l’esatto contrario di quella di David Szalay: una lingua meno controllata che qua e là cede ad un vago sentimentalismo intriso di ironia e sarcasmo con frasi del tipo «un brivido le aveva percorso la spina dorsale fino all’anima…» (ripetuta due volte) o «il nutrimento giungeva ai tavoli come un destino». Un miscuglio in cui entra spesso anche la voce narrante, che non è solo un punto di vista distaccato ma quasi un elemento posto sullo stesso piano dei suoi personaggi, ancora una volta uomini in difficoltà nel loro percorso di realizzazione personale, spesso tardiva e a tratti utopica perché imbevuta di stereotipi e aspettative drogate.

Molto significativo in questo senso è il racconto La brezza, una piccola summa del mondo maschile di Ferris. Da una parte c’è una donna che vuole «fare qualcosa» per dare una scossa al rapporto e dall’altra c’è un uomo che a fine giornata non vuole o non è interessato a trovare una soluzione. Una dinamica di coppia comunissima che l’autore si diverte a declinare in tanti possibili scenari che alla fine si concludono tutti con un nulla di fatto per un motivo o per un altro. La tovaglia di un ristorante che non va bene o la metropolitana che si blocca o il buio che arriva troppo presto. Come a dire: qualunque iniziativa si prenda uomini e donne non vedranno mai la stessa cosa e non capiranno mai cosa vogliono gli uni dalle altre.

«…il niente che tutto divora del decidere cosa fare. (…) era lei, e lei sola (…)? Oppure erano le imperfezioni e i paraocchi di una vita intrecciata a quella di un altro, cioè Jay, lo squilibrio di dover tenere in considerazione quello che voleva lui, qualunque cosa fosse? Perché lui quella cosa se la teneva per sé, o gli era sconosciuta, e quindi lei come poteva sperare di identificarla? Oppure il mistero non esisteva affatto. Forse era solo un uomo che voleva vedere un film».

Joshua Ferris Invito a Cena
Photo by GoaShape on Unsplash

Insomma è il trionfo dell’incomunicabilità, della nevrosi o dell’ansia di non fare mai la miglior cosa possibile in quel preciso momento. Qualcosa che somiglia vagamente alla sensazione di spreco su cui Szalay torna più volte, esprimendola in maniera esplicita o lasciandola intravvedere. Forse questo è un terreno comune tra i due: il trascorrere del tempo e la sensazione di stare sprecando i momenti migliori o le potenzialità che prima c’erano e improvvisamente non ci sono più perché ormai la scelta di vita è fatta, piccola o grande che sia.

Parlando di ansia, probabilmente a qualche lettore non sfuggirà una possibile analogia con un ambiente molto familiare a tutti noi e che proprio sull’ansia costruisce le sue fortune: il mondo delle app. Un’analogia che mi è tornata in mente dopo aver letto un articolo sulle tecniche utilizzate dagli sviluppatori di app per aumentare la nostra dipendenza dalle loro creature.

Una delle leve sulle quali si gioca la lotta per la conquista dell’utente – si leggeva nel pezzo – è quella dell’effetto FOMO, che letteralmente significa “Fear of missing out”, la paura di perdersi qualcosa…

Ora, potrà essere un ragionamento azzardato ma questa “paura di perdersi qualcosa” somiglia molto all’ansia con la quale si cerca la cosa migliore da fare e poi una cosa ancora migliore subito dopo, o la bella persona e poi una persona ancora più bella. In una spirale che va avanti all’infinito e si autoalimenta della sua stessa fame rendendo uomini e donne sempre più esposti alle proprie fragilità e in preda all’inevitabile insoddisfazione.

Ma forse, semplificando e uscendo da Tinder, siamo un po’ tutti come la donna nel racconto Il figliastro che confessa il suo malessere esistenziale ad un attore che conosce appena, un uomo per il quale sta pensando di mollare tutto per cambiare vita.

«Sei molto determinata».

«No» ripose lei. «Solo terrorizzata».

«Di che?»

«Di non riuscire a finire un altro quadro. Di perdermi nella maternità. Di uscire completamente di testa, cazzo».

Una confessione che poggia su una paura comune a tutti: quella di rinunciare a pezzi di sé, a strade possibili. La paura di sbagliare percorso e di mettersi definitivamente dietro le spalle tutti i “se” e tutti i “ma” di ogni strada mai presa.


[1] David Szalay, Tutto quello che è un uomo; Adelphi, Milano, 2017.

[2] Joshua Ferris, Invito a cena; Neri Pozza, Vicenza, 2017.

«Non risponde mai nessuno». I racconti di Simone Ghelli

Simone Ghelli, Non risponde mai nessuno
Simone Ghelli, Non risponde mai nessuno. Immagine di copertina del libro (photo by Nihat on pexels)

 

Se penso a una caratteristica che descriva cosa ci rende umani, la prima cosa che mi viene in mente è l’empatia. Trovo una grande umanità nella capacità di porsi nello stato d’animo o nelle condizioni di un altro essere che non siamo noi. Sia che si tratti di gioia, che di dolore. Tuttavia ci sono due nodi. Per prima cosa l’empatia non è un sentimento proprio solo dell’essere umano: anche gli animali sono in grado di provare empatia. Secondo: il mio modo di pensare all’empatia tiene conto soprattutto delle qualità positive. Se penso all’empatia, penso ad esempio a una persona in difficoltà e al farsi carico di almeno un pezzetto di quello che sente; oppure penso al partecipare con gioia alla gioia altrui.

Ma, a pensarci bene, mi accorgo che non basta solo l’empatia per descrivere che cosa ci rende umani. Allora mi viene da aggiungere che siamo umani nell’essere di continuo in contraddizione con noi stessi; sono umane le menzogne che ci raccontiamo e quelle che raccontiamo agli altri; è umana la vergogna che proviamo quando un certo cinismo, o un certo sentimento che cerchiamo di nascondere anche a noi stessi, viene messo a nudo. E poi ci metto anche l’inquietudine. Soprattutto quella che proviamo quando cerchiamo di capire quale sia la ricetta giusta per la nostra vita (se esiste davvero una ricetta) e quali siano le giuste strategie per evitare passi falsi (se esistono davvero delle strategie). Infine lo smarrimento che proviamo quando capiamo che la strada che abbiamo intrapreso porta a un vicolo cieco, e la ripercorriamo all’indietro per cercare vanamente di capire il punto dove abbiamo mancato il bivio giusto. Ecco, i racconti di Non risponde mai nessuno di Simone Ghelli (Miraggi edizioni) si muovono in questi territori.

La citazione di Gilles Deleuze in esergo ci avvisa: «La vergogna di essere uomo: c’è una ragione migliore per scrivere?». E riprende questo filo anche Wu Ming 2 nella prefazione: «I racconti di questa raccolta esplorano un sentimento simile, e a più riprese lo confrontano con altri, che portano lo stesso nome ma sono al fondo molto distanti»[1]. La vergogna è ad esempio quella provata da «un ragazzo imbottito di idee romantiche sulla follia, che nel rapporto quotidiano con i matti scopre di non essere “più buono degli altri”»[2] (I tafani della Merse), oppure quella che accompagna la rassegnazione di Cesare, protagonista del racconto Non risponde mai nessuno «che vergognandosi di un padre ormai demente, subisce l’immobilismo degli assistenti sociali, fatto di “tempi tecnici” e “sorrisi d’ordinanza”»,[3] come dice ancora Wu Ming 2.

Ma i racconti di Simone Ghelli non esplorano solo il sentimento della vergogna. Qualche volta è il ricordo di un passato a fare da filo conduttore. Il passato che riemerge da una fotografia ritrovata (sempre I tafani della Merse). Altre volte sono case diroccate (Natura in versi) o disabitate da tempo (Il borro), a cui spesso si arriva seguendo percorsi che attraversano come piccole selve oscure, a mettere in contatto i personaggi con emozioni, ricordi e con antichi rimorsi.

«Per quanto Livio cercasse di completarli con la memoria, non erano che oggetti abbandonati. Pensò che il tempo fosse proprio come il borro e che dentro vi precipitassero i ricordi.
Si chiese che cosa avesse amato mai di quelle pietre, di quelle montagne. Da bambino la casa era stata per lui un luogo meraviglioso e al tempo stesso terribile, abitato da bizzarre creature come le scolopendre e gli scorpioni, che col buio uscivano dai loro nascondigli per minare le sicurezze degli umani. L’immagine di quella notte in cui suo padre ne aveva scoperto uno vicino alla sua testa, a pochi centimetri dal cuscino, non si era mai spenta. Come una spia pronta a segnalare il pericolo, gli era rimasto quella specie di sesto senso che con gli anni lo aveva reso un codardo. Gli era rimasta la paura, anche quando era ormai un adolescente, di tutto quel dolore che avrebbero trovato al loro arrivo; delle condizioni in cui vivevano i nonni e il loro ultimogenito: lo zio Pietro».[4]

Infine ci sono l’inquietudine e lo smarrimento di cui scrivevo poco fa. Quello che si prova quando ci si trova di fronte una situazione che pare senza risposte né immediate vie d’uscita. Questo è un tema che emerge dai pensieri di Milena di Che bel sole, Milù!, un spaccato vivo, attuale, della vita di una coppia alla prese con le difficoltà di un’esistenza caratterizzata dalla precarietà e da aspettative che tardano a concretizzarsi:

«Quel tempo la spaventava, le ricordava troppo da vicino lo scenario dei propri incubi. La rendeva incapace di pensieri razionali e incline al fatalismo. Di fronte a quel cielo funesto la sua vita gli sembrò davvero una piccola cosa indifesa, rimboccata in un vaso sempre in procinto di cadere. In fondo, non avevano costruito ancora niente. Avevano una casetta, non era poco; ma tutto il resto? Chi si sarebbe ricordato di loro, di due giovani vite sprecate nei lavori anonimi, tra le file dei supermercati?»[5]

Ecco, nei racconti di Non risponde mai nessuno di Simone Ghelli c’è tutto questo. Ma vorrei aggiungere ancora una cosa, per chiudere. Ho apprezzato la scrittura leggera ed esatta, che non si perde mai in orpelli estetici. La prosa di Simone Ghelli è in grado di affrontare tematiche complesse senza mai perdere contatto con uno stile semplice e una pulizia formale che rende certi racconti dei meccanismi perfetti, in cui tutto è essenziale e messo nel posto giusto.

 


[1] Simone Ghelli, “Prefazione a cura di Wu Ming 2”, in Non risponde mai nessuno, Miraggi edizioni, 2017 (Pag.7)
[2] Simone Ghelli, “Prefazione a cura di Wu Ming 2”, in Non risponde mai nessuno, Miraggi edizioni, 2017 (Pag.8)
[3] Simone Ghelli, “Prefazione a cura di Wu Ming 2”, in Non risponde mai nessuno, Miraggi edizioni, 2017 (Pag.8)
[4] Simone Ghelli, “Il borro”, in Non risponde mai nessuno, Miraggi edizioni, 2017 (Pag. 25)
[5] Simone Ghelli, “Che bel sole, Milù!”, in Non risponde mai nessuno, Miraggi edizioni, 2017 (Pag. 78)

New York è un racconto di Hubert Selby Jr.

 

Qualche anno fa, proprio in questo periodo, Paolo Cognetti tornava in libreria con una nuova casa editrice e un progetto molto interessante. Parlo di progetto perché New York Stories non è solo un libro; è un prodotto complesso, qualcosa di più di una raccolta di racconti: è la città di New York in tutta la sua evoluzione (storica, politica, culturale), raccontata dagli scrittori. I racconti scelti spaziano dagli anni ruggenti fino al periodo della “luminosa decadenza”, passando per l’era delle grandi migrazioni, due conflitti mondiali e due riprese economiche, lo spartiacque del 2000 e il crollo delle torri gemelle. Nella raccolta ci sono grandi nomi, molti degli scrittori che amo: John Cheever, Richard Yates e Truman Capote. Ci sono anche un paio di esponenti della nuova generazione, come Nathan Englander e Colson Whitehead. Ogni raccolta, però, è frutto di una selezione, e selezionare vuol dire includere alcuni nomi a discapito di altri. New York Stories non fa eccezione perché all’appello manca uno scrittore importante. È Cognetti stesso ad ammetterlo:

Ora che il libro esiste penso sopratutto a quelli che mancano, perché non ce li hanno lasciati pubblicare. Joseph Mitchell. Jay McInerney. E in particolare Hubert Selby Jr.

Hubert Selby Jr. era figlio di un minatore del Kentucky che si trasferì con sua moglie a Bay Ridge, Brooklyn, New York, intorno agli anni Trenta. Selby Jr. nasce nel 1928 e cresce frequentando la scuola pubblica in quartiere multirazziale. Non ancora ventenne si arruola nella marina mercantile ma nel 1947 gli viene diagnosticata una tubercolosi che lo costringe a tornare a casa. I suoi problemi di salute si aggravano anche a causa dell’eroina che usa come analgesico. Per dieci anni rimane a letto, senza lavoro e senza prospettive, finché un amico d’infanzia gli suggerisce di cominciare a scrivere. Selby Jr. pensa che non sia una cattiva idea (cos’ha da perdere?); ma sa di non avere talento, quella dote innata che tocca in sorte ai più fortunati, e allora comincia a fare quello che fa la gente normale quando vuole ottenere le cose: lavorare duro, che nel suo caso significa scrivere tanto, ogni giorno.

La sua prosa non segue regole grammaticali o sintattiche: Selby Jr. va a intuito, prendendo un po’ di quella spontaneità che ha ereditato dalla generazione dei beat; come quella di Kerouac, la sua è una scrittura che non bada troppo alla forma. Così i dialoghi non sono preceduti da virgolette ma qualche volta si chiudono con quattro punti interrogativi, le onomatopee sono scritte in maiuscolo, maiuscolo che non è detto che ci sia dopo il punto, gli spazi, i rientri e le interlinee diventano elementi narrativi determinanti. Il lessico è essenziale: è facile trovare più “robe” che termini ricercati e gli uomini si rincorrono con appellativi pittoreschi del tipo “loffio chiappesecche”.

Intuito, abbiamo detto, ma non è del tutto corretto. Selby Jr. va soprattutto “a orecchio”: «Ascolto, oltre che vedere e averne sensazioni, quello che sto scrivendo. Sono sempre stato innamorato della musica che sento nei discorsi che si svolgono a New York [1]» . Qual era la musica che si parlava a New York negli anni sessanta?

In quel periodo, la città aveva perso il baricentro. New York aveva attraversato la seconda guerra mondiale, il fisiologico periodo di ripresa, e stava cercando di costruirsi una nuova identità. Le persone abbandonavano la città e a New York restavano quelli molto ricchi e quelli molto poveri a guardarsi da un lato all’altro del ponte. Gli uomini di Selby Jr. sono i proletari, quelli che vanno a fare la spesa il fine settimana coi bambini che si agitano nei passeggini, in mezzo al trambusto dei carretti, dei camion e delle macchine. Selby Jr. ha scritto di operai frustrati, ubriaconi e prostitute, di tutta l’umanità che restava ai margini a fissare la risolutezza di Manhattan riflettersi nell’East River. Nel suo libro più celebre, Ultima uscita per Brooklyn (1964), Selby Jr. ha riversato gran parte della violenza che aveva visto e sentito, storie che tra le altre cose gli costarono un processo per oscenità a causa della durezza di alcuni passaggi.

Leggere Ultima uscita per Brooklyn è un’esperienza scioccante, un’immersione con un respiro solo nel degrado più cupo. Il romanzo, composto da capitoli che hanno l’impronta di racconti, è pieno di uomini e donne che non hanno alcuna prospettiva se non quella di stordirsi abbastanza (con sesso, droga, alcol, spesso contemporaneamente) e arrivare un po’ meno tristi al giorno dopo.

Georgette, la protagonista del capitolo È morta la regina, interpreta molto bene questo meccanismo. Georgette è una transgender che si rifugia dalle sue amiche a Manhattan in piena crisi d’astinenza dopo una brutta esperienza con alcuni tipi in un bar. Di lì a poco, gli stessi uomini raggiungeranno l’allegra compagnia per far festa. Tutte loro sono ipereccitate. Con un sorso di caffè bollente, Georgette butta giù sei o sette pasticche di benzedrina: «Non voleva che si dissolvesse e venisse assorbita dal sangue e pompata in tutto il corpo; voleva sentirsi accelerare il cuore adesso; voleva i brividi adesso; voleva la bugia adesso; Adesso!!!». Eppure poco dopo, quando gli uomini arrivano e la situazione degenera in quello schifo che è l’essere umano al suo livello più basso, Georgette, la Regina, si alza e comincia a recitare i versi di Edgar Allan Poe. Tutti smettono di fare quello che stavano facendo e la guardano come se fosse un alieno; qualcuno la prende in giro ma lei non si lascia confondere. Georgette sa che quel momento è un’illusione che si concede, lo sa anche quando scappa dalla casa e nessuno si accorge della sua assenza: sa che ritornerà perché quella è la sua vita e in un certo senso crede di volerla, e comunque è tutto quello che ha, e se è tutto quello che ha è perché forse se l’è meritata.

Quello che ne esce peggio dalle storie di Selby Jr. è sempre il corpo, come quello della prostituta Tralala che muore in un lurido parcheggio, mezza nuda e coperta di sangue, dopo che una fila di uomini, una ventina o più tra ubriachi e adolescenti, si sono serviti di lei come la più perversa fantasia ha suggerito. È una trasfigurazione, un parallelo biblico: è come se attraverso le pene della carne l’anima si purificasse.

Nei racconti, compresi nell’unica raccolta che Selby Jr. ha pubblicato (Canto della neve silenziosa, 1986), il protagonista è un Harry, un uomo qualunque che assomiglia un po’ a tutti e che si trova a fronteggiare piccoli fallimenti quotidiani. È un ragazzino (nel racconto Pubertà) che si sente invadere da un senso d’angoscia inspiegabile, una voglia e una paura insieme, e mentre gioca con la palla all’improvviso sente su di sé «la tristezza dell’intero mondo». Diventa un genitore (in San Martino), un uomo che vorrebbe passare la domenica a vedere la partita dei Jets, vivere un giorno tranquillo perché poi lunedì deve tornare al lavoro, e invece si ritrova al parco con una bambina, sua figlia, che sembra non appartenergli affatto, o con un bambino (nel racconto Un po’ di rispetto) che lo guarda puntandogli una pistola giocattolo con aria di sfida. «Lavoro tutto il santo giorno come un dannato (…) tutto quello che chiedo è un po’ di considerazione, nient’altro che un po’ di considerazione». La rabbia emerge dai personaggi di Selby Jr. ogni volta che i figli non ubbidiscono, le mogli non comprendono, quando bevono troppo e una giornata cominciata male finisce peggio. I pensieri esplodono nel cranio, trafiggono occhi, naso e orecchie. Impotenti di fronte alle ingiustizie del mondo, gli uomini diventano esplosivi.

EB: La rabbia?

HSJ: Sì, la rabbia.

(…)

EB: E questa rabbia è una cosa che provi spesso?

HSJ: Sempre.

EB: Davvero?

HSJ: Sì, ma ormai non la scarico più sugli altri. Mi viene un attacco di rabbia che dura un paio di secondi e poi mi passa. Permetto a me stesso – a quella parte della mia umanità – di perdere il controllo per qualche secondo perché è l’unica cosa che mi dà sollievo, a volte. Vengo travolto dal dolore di vivere.[2]

La rabbia poi passa, dice Selby Jr., riferendosi a se stesso ma un po’ anche a tutti quelli di cui ha scritto. Questo è il problema: i molti Harry vivono in uno stato di rassegnazione latente, convinti che il destino non giocherà mai a loro favore. Quando la vita comincia a girare nel verso giusto sembra quasi un miracolo, così incredibile che finiscono per rovinarsi con le proprie mani.

Emblematico, in questo senso, è il racconto Ciao campione. È la storia di un ragazzo che vuole conquistare una ragazza ma non sa come fare colpo su di lei. Decide di portarla a cena nel locale di Jack Dempsey, ex campione mondiale di pesi massimi. Per una settimana, prima dell’appuntamento, Harry va a mangiare da Dempsey per trovare il coraggio di chiedergli se, per favore, quando sarebbe tornato con la sua ragazza, per piacere, avrebbe potuto far finta di conoscerlo. Dempsey sorride e accetta. Così, quando arriva la sera tanto attesa, il pugile saluta la coppia rivolgendosi a Harry come se fosse un vecchio amico. La ragazza, Rita, resta piacevolmente colpita. I due passano una bellissima notte insieme, Harry non aveva mai vissuto un’esperienza come quella, un momento così perfetto, ed ecco che appena resta solo comincia a indietreggiare. Così facile? Non può essere. Harry decide che non vedrà più Rita perché lei gli ha mentito, perché era stata con lui solo perché conosceva Dempsey (perché, altrimenti? Perché una ragazza così avrebbe scelto uno come lui?).

La felicità è uno scherzo del destino, «nient’altro che una maniera per torturare la solitudine che se ne sta nascosta in ogni cuore».

La musica della New York che racconta Selby Jr. è un urlo soffocato. È il rumore che spia attraverso la finestrella di un ospedale penitenziario; avanza spaventoso mentre si è in preda a una crisi d’astinenza (nel racconto Un rumore). Sono due ragazzi innamorati che attraversano la strada ma quel lui non sei tu: «Michy che sentiva le loro risate e s’infastidiva non perché non li volesse felici ma perché voleva che quelle risate chissà come gli attutissero il dolore» (in Leibesnatch). Oppure sono due amici che vanno al cinema e si scambiano battute rovesciandosi il vino sui pantaloni. La musica è un tintinnio:

(…) afferrando la bottiglia (tintinnio), guardando il vino che cadeva nel bicchierino (plop plop plop plop) […] – OOOOO Che? Sei pazzoscemo? AHAHAH – non ce n’è più, finito, tre bottiglie vuote – UHUHUHHHHH – ehi, babbo, voglio il gelato. Zitto e beviti la birra.  – lo schermo s’agita e si confonde… le immagini si sparpagliano – AHEHEHUHOHOHRHUHUHOHOH… Per cortesia, signore, faccia silenzio (il racconto è Doppio programma).

La musica è in una domanda bisbigliata (Che pensi?), posta a lui, Harry, che guarda la ragazzina con le gambe belle che ha notato l’altro giorno alla stazione e che adesso gli passa così vicina che può sentirne l’odore, e allora allunga il collo per vederle i seni, solo per capire la forma che hanno sotto al capotto – ma perché non se lo leva quel capotto?–, così può immaginarsela meglio mentre abbraccia sua moglie. Voci invadenti che hanno le sembianze del passato, voci che vorresti che non tornassero: «Quando ci svegliano viene una donna e strilla e io ho paura che il sole non sorge. sono così stanca. ma il sole sorge vero Harold?» (nel racconto Sto buona).

Ma, a differenza di quell’oscurità senza soluzione che emerge da Ultima uscita per Brooklyn, in quel famoso racconto che è Canto della neve silenziosa, Selby sembra suggerirci che New York può diventare una melodia meno struggente. Il nostro Harry è un po’ diverso dagli altri: si è trasferito in una zona residenziale del Connecticut, ha comprato una casa di proprietà. Ci mette quindici minuti per raggiungere la stazione e poi un’ora di treno per arrivare alla Grand Central. Allo stesso tempo, dei vecchi Harry porta l’angoscia che non lo fa dormire la notte se non prende una doppia dose di tranquillanti. Ha imboccato un’altra strada, ha provato a cambiare vita; i ragazzi hanno più spazio per giocare e sua moglie è contenta della cucina nuova. Qual è il problema, allora? «Esistevano per caso dei tipi di morte di cui lui non sapeva niente?». È una giornata di marzo e Harry si avvolge nel torpore del mattino, i farmaci attutiscono la volontà e intorpidiscono i sensi. Da parecchi giorni, dopo essere tornato dall’ospedale a causa di un esaurimento nervoso, non è in grado di lavorare. Sdraiato nel suo letto, sa che la sua famiglia è al piano inferiore, impegnata a fare quelle cose che fanno le famiglie la mattina: la moglie prepara la colazione, il figlio dimentica lo zaino. Ma la sua famiglia è diversa: tutti cercano di non fare rumore per non svegliarlo e Harry soffre di quel silenzio fittizio perché è un rumore che non esiste.

Cade la neve, forse è l’ultima neve della stagione. La neve fa sempre uno strano effetto: anche se sappiamo esattamente cosa sia, quando viene giù ha l’aria di un evento inspiegabile. Come una magia. Harry decide di fare una passeggiata, una delle poche cose che il dottore gli ha concesso. Cammina nella neve, il piede sprofonda e fa un piacevole scricchiolio, poi più niente: «I suoni di tutti quei fiocchi si (…) fondevano invece in un canto, quello della neve, che lui sapeva che pochi avevano mai udito». Harry prova una pace assoluta e pensa che potrebbe restare lì per sempre, coi piedi nella neve e nella luce che lo avvolge e lo attraversa come un prisma, trafitto da una gioia che gli alleggerisce l’anima. Per la prima volta, dopo tanto tempo, riesce a respirare senza affanno. La sensazione di abbandonarsi è fortissima. Poi però arriva un richiamo più forte e ha il suono di tutto quello che avrebbe dovuto abbandonare: Alice, i ragazzi, la famiglia. Per dolce che fosse, il canto della neve non era la musica di casa.

Esiste la rabbia di una giornata andata storia, di una vita che non si risolve come avresti voluto. Puoi prendertela con la sfortuna, con chi ha più potere di te, con chi doveva proteggerti e non l’ha fatto. E forse non c’è soluzione alla solitudine che abbiamo nel cuore, o forse è solo che dovremmo smetterla di portarla sul petto come se fosse una medaglia. Può sembrare banale ma cos’abbiamo da perdere? Rita era una ragazza molto saggia e Harry ha sbagliato a lasciarla andare perché lei l’aveva capito: «Non chiedeva molto, no? Solo uno con cui dividere quello che aveva. Strano come a volte sembra semplice essere felice e ancora più semplice confondere ogni cosa». E anche Selby Jr., alla fine, l’aveva capito:

A mia moglie Suzanne
che quel canto ha intonato con me
.

 

 


[1] Citazione tratta da The night spirits told my wife I was dying, un articolo del 12 gennaio 2001 che Selby Jr. scrisse per il The Guardian.

[2] Ho tratto questo passaggio dall’intervista che Ellen Burstyn, attrice della trasposizione del romanzo di Selby Jr Requiem for a Dream, fece allo scrittore. Voi leggetela dall’inizio alla fine perché sarebbe da citare per intero.

Ogni storia ha il suo stile. Intervista a Vanni Santoni

vanni santoni intervista

 

Capire se un testo funziona o meno (e perché) è sempre una sfida. Chiunque legga un libro, si tratti una raccolta di racconti o di un romanzo, e abbia il compito di esprimere un giudizio il più possibile argomentato deve resistere alla tentazione di ricondurre il tutto a schemi prefissati, a correnti e a tendenze in voga o, insidia ancora più forte, al proprio gusto personale. D’altra parte, chi invece le storie le scrive ha davanti a sé sterminate praterie di possibilità. Infinite opzioni che imparerà a scartare o a scegliere a mano a mano che il racconto, i personaggi e i luoghi della narrazione prenderanno forma staccandosi dal magma caotico e istintivo delle prime bozze. La maturazione di una voce, in altre termini, arriva quando si comprende come e cosa scartare.

In questa intervista a Vanni Santoni, scrittore e curatore tra le altre cose della fortunata collana Romanzi di Tunué, abbiamo toccato buona parte delle questioni che stanno più a cuore a noi di Tre racconti. Aspetti che tornano sempre in ogni fase di lettura, scrittura e valutazione; aspetti che presi singolarmente rappresentano altrettanti punti di partenza per riflessioni ampie e articolate. In primis sullo stile, su cosa definisce una prosa di qualità, sugli elementi che rendono una storia coerente, fluida, credibile e di valore. Agli occhi allenati di un editore e a quelli esigenti dei lettori.

Tra le tante valide risposte contenute in questa intervista ci sentiamo di evidenziarne una in particolare che ha a che fare con cosa ancora si fatica a raccontare. Una sfida che ci piacerebbe fosse colta da chi scrive, esordienti e non, e compresa da chi legge. I tempi sembrano maturi.

∗∗∗

Tre racconti è una rivista online nata per promuovere le voci nuove e originali che si cimentano con la forma del racconto breve. Tu stesso hai esordito scrivendo su Mostro, una rivista autoprodotta. Cosa è cambiato secondo te rispetto a dieci anni fa per uno scrittore che vuole esordire ed essere notato distinguendosi dalla miriade di cose pubblicate sul web?

Credo sia importante dire che quando ho cominciato a scrivere su Mostro, alla pubblicazione neanche ci pensavo: la rivista era fieramente militante e non guardava con particolare interesse al mondo dell’editoria, quanto al creare un proprio progetto letterario coerente. Per me Mostro è stata un luogo di formazione, non una vetrina.
Vero è però che dieci anni fa c’era qualcosa che oggi non c’è: un mondo dei blog – mi riferisco ai blog personali, non a quelli collettivi che sono, di fatto, riviste – capace di interessare molto l’editoria. In quel momento storico, pubblicare contenuti letterari sul proprio blog poteva essere utile per essere notati da un editore, e in effetti il mio esordio, dopo vari tentativi andati male, si deve proprio al blog Personaggi precari, che avevo su Splinder: alcuni testi tratti da lì vinsero un concorso “per il miglior testo venuto dal web” e mi permisero di esordire con un piccolissimo editore milanese, RGB, che oggi neanche esiste più. Altri blogger dell’epoca arrivarono anche a case editrici più grandi. Oggi tutto questo ha smesso di accadere, e il luogo a cui l’aspirante scrittore deve guardare sono nuovamente le riviste. Il che, peraltro, è anche più sano, perché le riviste sono anche luoghi di confronto, e quindi oltre a essere utili per far girare il proprio nome e i propri testi tra gli addetti ai lavori – la rivista è ancora il luogo principe dello scouting editoriale: è lì che gli editor vanno a vedere chi ha qualcosa da dire e i mezzi stilistici per farlo – portano chi ci collabora anche a una prima crescita professionale.

Da scrittore hai sperimentato molto giocando con generi, archetipi e immaginari e da editor non hai mai rinunciato a portare avanti un discorso strutturato sulla forma e sul linguaggio.

Lo stile, nella mia visione della letteratura, è tutto. Non esistono storie abbastanza buone da poter essere scritte in qualunque modo. E a volte l’autore deve anche avere la capacità di “ribassare” la propria prosa: ad esempio nel recente L’impero del sogno, essendo un romanzo fantastico-avventuroso, non ho spinto la lingua agli estremi toccati in alcuni passaggi di Muro di casse o della Stanza profonda, dato che la struttura mossa anzitutto dalla trama e il campo immaginario di riferimento richiedevano una lingua più semplice e diretta, rispetto alla quale ho derogato solo nel momento in cui il protagonista Federico Melani guarda in faccia per la prima volta la bambina-dea ed esperisce una violenta teofania.

vanni santoni l'impero del sogno

Un felice esito di questi sforzi è Orazio Labbate che prima con Lo Scuru e poi con Suttaterra, da te presentato a Più Libri Più Liberi, si è distinto per idee molto chiare sul modo di usare le parole e uno strumento complesso come il dialetto. Come si fa ad avere un’idea così definita e personale del linguaggio? Come fa un autore a forgiare la propria voce?

Come dichiarato fin dall’inizio, il parametro centrale nella selezione dei testi per la collana Romanzi di Tunué è la qualità della prosa. Il resto, anche quella particolare attenzione agli esordî che ci caratterizza, viene dopo.
Ogni autore di valore sviluppa i propri percorsi per forgiare la propria voce, ma evidentemente il fatto centrale sono le letture. Chi vuole diventare uno scrittore professionista deve prima costruirsi una base solida leggendo quantità enormi di classici e capolavori contemporanei, ma poi dovrà anche cominciare a “mirare” le proprie letture verso quelle che gli sono utili per ciò che deve scrivere. Anche altri autori Tunué che pur essendo esordienti assoluti hanno mostrato una voce riconoscibilissima – penso ad esempio al Sergio Peter di Dettato o al Luciano Funetta di Dalle rovine – sono prima di tutto lettori molto attenti, che hanno saputo costruire percorsi di lettura altamente strutturati e volti allo scopo che si erano dati come scrittori.

Veniamo alla forma racconto. Diversi autori ci hanno confermato che la lettura del racconto rispetto al romanzo è più lenta e profonda perché deve fare i conti con un “non detto” o un sottetesto che non sempre è immediato da cogliere. Può essere questo un fattore respingente per i lettori abituati a leggere romanzi?

Non c’è dubbio sul fatto che il racconto sia una forma letteraria più “concentrata” del romanzo, e che ciò si possa tradurre in un minor venduto medio, specie presso quei lettori che dall’esperienza di lettura cercano anzitutto immersività. La poesia, che è ancora più concentrata del racconto, vende infatti ancora meno. Tuttavia sarebbe ingenuo attribuire solo a questo fatto il pregiudizio che il racconto patisce nel nostro paese: da diverso tempo si è consolidata nel mondo editoriale l’idea che le raccolte vendano poco, il che ha creato una sorta di “profezia che si autoavvera”, portando gli editori a pubblicare meno racconti, a spingerli meno, e a “camuffarli da romanzi” anche quando li pubblicano. Esistono però le eccezioni: case editrici come Neo o Minimum fax da sempre danno molto spazio ai racconti nei loro cataloghi, e recentemente sono nate altre realtà che spingono con forza in questa direzione, come Racconti Edizioni, dedicata addirittura alla sola forma breve, e che ha fatto pure esordire un raccontista – Elvis Malaj con la valida raccolta Dal tuo terrazzo si vede casa mia – o Black Coffee, che si è presentata alle librerie e ai lettori anche con raccolte di racconti, e recentemente ha pubblicato quella, davvero eccellente, di Joy Williams, L’ospite d’onore. E poi, appunto, ci sono le riviste, che del resto costituiscono l’ambiente naturale per la forma breve. Anche fra quelle nuove ci sono cose interessanti, penso all’esperienza di The FLR, del cui comitato di redazione faccio parte, che propone in due lingue racconti inediti di alcuni dei maggiori autori italiani non ancora tradotti in inglese, al bel lavoro che stanno facendo altre cartacee come Effe o Carie, o qui a Firenze Street Book Magazine, Con.tempo o A few words, o anche online come Crapula, dove recentemente hanno trovato spazio due dei migliori raccontisti italiani ancora sotterranei, Gregorio Magini e Gregorio Meier.

In una delle sue ultime interviste Philip Roth ha detto: «Non concordo sul fatto che la narrativa sia morta — in questo momento in America sono attivi molti romanzieri di prim’ordine. Quello che sta diminuendo è il bacino di lettori seri, attenti e impegnati, e continuerà a diminuire a causa dell’incommensurabile popolarità dello Schermo». Potresti commentarla?

Concordo in pieno sulla prima parte, anche se mi sembra che il pallino del romanzo negli ultimi anni, dopo una nettissima supremazia americana, sia tornato in Europa. Sulla seconda ho qualche dubbio: non sono sicuro che sia mai esistita un’epoca d’oro in cui orde sterminate di lettori si accapigliavano per le uscite di più alto profilo letterario.
Mi pare, piuttosto, che l’editoria abbia delle responsabilità nell’aver inquinato collane con contenuti non all’altezza, o ridotto il lavoro sul catalogo rispetto a quello sul singolo libro, ma in prospettiva storica anche questa potrebbe essere solo una fase.

Tenuto conto che oggi si esordisce spesso pubblicando online, pensi che la leggibilità intesa come semplicità di costruzione della frase o anche di vocabolario possa essere un valore in sé? 

Non è un parametro che utilizzerei, sebbene la complessità non sia di per sé garanzia di qualità. Né credo che un aspirante autore debba scrivere sulle riviste perché spera poi di pubblicare un libro. Deve scrivere sulle riviste per esercitarsi, sviluppare la propria poetica, confrontarsi con un primo filtro editoriale, con i pari e soprattutto con i lettori. E farlo in modo continuo e consistente. Se lavorerà bene, il resto verrà da solo (si veda, in merito, la lettera di Umberto Eco che riporto a margine di questa intervista).

È legittimo porsi il problema della concorrenza rappresentata dalla narrazione espressa dalle serie tv?

Certamente no. Le serie TV, pur esprimendo contenuti di indubbia qualità, specie se confrontate coi vecchi telefilm, stanno facendo cose che la letteratura faceva già duecento anni fa. Il romanzo è molto, molto più avanti: basta guardare alla complessità di capolavori contemporanei come Infinite Jest di Wallace, Austerlitz di Sebald, 2666 di Bolaño o Abbacinante di Cărtărescu per capire che la letteratura non ha niente da temere se la televisione ha finalmente imparato a fare quello che facevano Hugo o Puškin. L’incremento di narrazioni di qualità su più medium è, anzi, un fatto positivo, senza contare i casi in cui una serie rende popolarità a romanzi significativi, come è accaduto per Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood.

Un altro nodo molto delicato per chi scrive è il rapporto con la tradizione e con i propri modelli letterari. Umberto Eco evidenziava alcune trappole nelle quali lo scrittore, il narratore o il poeta possono facilmente cadere; una di queste trappole era proprio «l’angoscia dell’influenza». Come ci si barcamena in questo sottile gioco di equilibrio di forze creative e influenze?

Sono processi difficili da isolare e analizzare, dato che si basano su un misto ad assetto variabile di intuito ed esperienza. Credo che anche qui la soluzione sia la lettura: incrementando le letture (e le riletture), differenziandole, leggendo in più lingue, si sviluppano strumenti atti a schivare simili trappole.

Come si misura la “bontà” di un racconto? Esistono dei parametri oggettivi che aiutino sia chi scrive sia chi legge a valutare e valutarsi?

Non esiste un parametro unico, e anche quelli principali – potremmo cominciare citando, che so, qualità della prosa, complessità dei temi, portata immaginifica, spessore filosofico, impatto emotivo, universalità… – sono tutti passibili di diverse interpretazioni, oltre che di avere un diverso peso rispetto al tipo di storia che si sta raccontando. Quello che sappiamo è che alcuni libri e racconti sono capolavori, e che altri non lo sono. E lo sappiamo perché abbiamo letto molto. Leggendo, si sviluppa la capacità di distinguere la qualità.

Cosa cerchi in un testo? Quali caratteristiche deve avere un manoscritto per spingerti a sceglierlo e a pubblicarlo?

Come detto, l’unica cosa a cui guardo veramente è la qualità della prosa. Ora che, dopo dodici libri (e altri due in arrivo), la collana Romanzi di Tunué ha assunto una sua fisionomia, entrano in campo anche considerazioni su quanto un testo sia adatto a essa, ma sono comunque secondarie rispetto alla qualità. Se un testo è eccellente, faccio volentieri eccezioni, come è avvenuto con Tabù di Giordano Tedoldi, che ha una lunghezza che normalmente non facciamo, o con La stanza di Therese di Francesco D’Isa, che ibridando immagini e testo è decisamente lontano, ancorché affine tematicamente, da qualunque cosa avessimo pubblicato fin lì.

vanni santoni

C’è qualcosa che oggi si fatica a raccontare o non si racconta proprio?

Come nel resto della società, le donne continuano a essere sottorappresentate. Basti guardare a quanti personaggi femminili significativi ci sono, in media, nel grosso dei romanzi scritti da autori maschi.

Quale può essere oggi il ruolo dello scrittore? Sembra molto difficile non parlare dei problemi che abbiamo ora in quanto esseri umani calati in una società globalizzata e non risolta.

Per fortuna, anche se non quanto un tempo, gli scrittori godono ancora di un certo ascolto, e questo rende il mestiere intrinsecamente politico, anche quando non si fanno libri-inchiesta o di intervento diretto. Anche l’attuale popolarità delle narrazioni distopiche mi pare riconducibile alla volontà di molti scrittori di lanciare un allarme.

Fuggire dalla realtà è ancora possibile o sta diventando un lusso per gli artisti?

Mi sembra che sia l’opposto, che si viva in un contesto di virtualizzazione diffusa al quale molta gente non si è ancora abituata, e che gli effetti di tutto ciò siano piuttosto bizzarri.

Consigli di lettura. Quali sono gli autori, i romanzi o le raccolte che ti hanno colpito di più in questi anni o che secondo te hanno aggiunto dei tasselli importanti nell’attuale panorama letterario?

Prendendo solo libri recenti, e riprendendo quel discorso sul ritorno in Europa del fronte d’onda del romanzo, sicuramente sono da segnalare l’immenso Abbacinante di Mircea Cărtărescu – una buona notizia è che Il Saggiatore nel 2019 pubblicherà Solenoid, l’opera che l’autore stesso considera addirittura superiore a tale capolavoro –; Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov, anch’esso edito da Voland; la recente edizione Bompiani (l’originale è del 1985) di Satantango di László Krasznahorkai; Terminus radioso di Antoine Volodine, uscito per 66thand2nd; e ancora le opere dell’inglese Tom McCarthy. Restando sull’Isola, da ricordare è anche la prima edizione italiana del Lanark di Alasdair Gray, opera capitale della letteratura scozzese e della speculative fiction in generale, pubblicata da Safarà. Tutto ciò non significa che la fonte americana si sia esaurita: ho apprezzato moltissimo, tra le cose uscite di recente, la trilogia di Gilead di Marilynne Robinson, Lincoln nel bardo di George Saunders e, parlando di raccolte di racconti, È così che la perdi di Junot Díaz. Tra i titoli italiani, il mio libro dell’anno è stato senz’altro Leggenda privata di Michele Mari, mentre tra gli esordî che non ha lanciato Tunué mi è parso significativo Libro dei fulmini di Matteo Trevisani, pubblicato da Atlantide, realtà che merita un plauso anche per la cura editoriale e gli arditi “recuperi” che sta mettendo in atto.