New York è un racconto di Hubert Selby Jr.

 

Qualche anno fa, proprio in questo periodo, Paolo Cognetti tornava in libreria con una nuova casa editrice e un progetto molto interessante. Parlo di progetto perché New York Stories non è solo un libro; è un prodotto complesso, qualcosa di più di una raccolta di racconti: è la città di New York in tutta la sua evoluzione (storica, politica, culturale), raccontata dagli scrittori. I racconti scelti spaziano dagli anni ruggenti fino al periodo della “luminosa decadenza”, passando per l’era delle grandi migrazioni, due conflitti mondiali e due riprese economiche, lo spartiacque del 2000 e il crollo delle torri gemelle. Nella raccolta ci sono grandi nomi, molti degli scrittori che amo: John Cheever, Richard Yates e Truman Capote. Ci sono anche un paio di esponenti della nuova generazione, come Nathan Englander e Colson Whitehead. Ogni raccolta, però, è frutto di una selezione, e selezionare vuol dire includere alcuni nomi a discapito di altri. New York Stories non fa eccezione perché all’appello manca uno scrittore importante. È Cognetti stesso ad ammetterlo:

Ora che il libro esiste penso sopratutto a quelli che mancano, perché non ce li hanno lasciati pubblicare. Joseph Mitchell. Jay McInerney. E in particolare Hubert Selby Jr.

Hubert Selby Jr. era figlio di un minatore del Kentucky che si trasferì con sua moglie a Bay Ridge, Brooklyn, New York, intorno agli anni Trenta. Selby Jr. nasce nel 1928 e cresce frequentando la scuola pubblica in quartiere multirazziale. Non ancora ventenne si arruola nella marina mercantile ma nel 1947 gli viene diagnosticata una tubercolosi che lo costringe a tornare a casa. I suoi problemi di salute si aggravano anche a causa dell’eroina che usa come analgesico. Per dieci anni rimane a letto, senza lavoro e senza prospettive, finché un amico d’infanzia gli suggerisce di cominciare a scrivere. Selby Jr. pensa che non sia una cattiva idea (cos’ha da perdere?); ma sa di non avere talento, quella dote innata che tocca in sorte ai più fortunati, e allora comincia a fare quello che fa la gente normale quando vuole ottenere le cose: lavorare duro, che nel suo caso significa scrivere tanto, ogni giorno.

La sua prosa non segue regole grammaticali o sintattiche: Selby Jr. va a intuito, prendendo un po’ di quella spontaneità che ha ereditato dalla generazione dei beat; come quella di Kerouac, la sua è una scrittura che non bada troppo alla forma. Così i dialoghi non sono preceduti da virgolette ma qualche volta si chiudono con quattro punti interrogativi, le onomatopee sono scritte in maiuscolo, maiuscolo che non è detto che ci sia dopo il punto, gli spazi, i rientri e le interlinee diventano elementi narrativi determinanti. Il lessico è essenziale: è facile trovare più “robe” che termini ricercati e gli uomini si rincorrono con appellativi pittoreschi del tipo “loffio chiappesecche”.

Intuito, abbiamo detto, ma non è del tutto corretto. Selby Jr. va soprattutto “a orecchio”: «Ascolto, oltre che vedere e averne sensazioni, quello che sto scrivendo. Sono sempre stato innamorato della musica che sento nei discorsi che si svolgono a New York [1]» . Qual era la musica che si parlava a New York negli anni sessanta?

In quel periodo, la città aveva perso il baricentro. New York aveva attraversato la seconda guerra mondiale, il fisiologico periodo di ripresa, e stava cercando di costruirsi una nuova identità. Le persone abbandonavano la città e a New York restavano quelli molto ricchi e quelli molto poveri a guardarsi da un lato all’altro del ponte. Gli uomini di Selby Jr. sono i proletari, quelli che vanno a fare la spesa il fine settimana coi bambini che si agitano nei passeggini, in mezzo al trambusto dei carretti, dei camion e delle macchine. Selby Jr. ha scritto di operai frustrati, ubriaconi e prostitute, di tutta l’umanità che restava ai margini a fissare la risolutezza di Manhattan riflettersi nell’East River. Nel suo libro più celebre, Ultima uscita per Brooklyn (1964), Selby Jr. ha riversato gran parte della violenza che aveva visto e sentito, storie che tra le altre cose gli costarono un processo per oscenità a causa della durezza di alcuni passaggi.

Leggere Ultima uscita per Brooklyn è un’esperienza scioccante, un’immersione con un respiro solo nel degrado più cupo. Il romanzo, composto da capitoli che hanno l’impronta di racconti, è pieno di uomini e donne che non hanno alcuna prospettiva se non quella di stordirsi abbastanza (con sesso, droga, alcol, spesso contemporaneamente) e arrivare un po’ meno tristi al giorno dopo.

Georgette, la protagonista del capitolo È morta la regina, interpreta molto bene questo meccanismo. Georgette è una transgender che si rifugia dalle sue amiche a Manhattan in piena crisi d’astinenza dopo una brutta esperienza con alcuni tipi in un bar. Di lì a poco, gli stessi uomini raggiungeranno l’allegra compagnia per far festa. Tutte loro sono ipereccitate. Con un sorso di caffè bollente, Georgette butta giù sei o sette pasticche di benzedrina: «Non voleva che si dissolvesse e venisse assorbita dal sangue e pompata in tutto il corpo; voleva sentirsi accelerare il cuore adesso; voleva i brividi adesso; voleva la bugia adesso; Adesso!!!». Eppure poco dopo, quando gli uomini arrivano e la situazione degenera in quello schifo che è l’essere umano al suo livello più basso, Georgette, la Regina, si alza e comincia a recitare i versi di Edgar Allan Poe. Tutti smettono di fare quello che stavano facendo e la guardano come se fosse un alieno; qualcuno la prende in giro ma lei non si lascia confondere. Georgette sa che quel momento è un’illusione che si concede, lo sa anche quando scappa dalla casa e nessuno si accorge della sua assenza: sa che ritornerà perché quella è la sua vita e in un certo senso crede di volerla, e comunque è tutto quello che ha, e se è tutto quello che ha è perché forse se l’è meritata.

Quello che ne esce peggio dalle storie di Selby Jr. è sempre il corpo, come quello della prostituta Tralala che muore in un lurido parcheggio, mezza nuda e coperta di sangue, dopo che una fila di uomini, una ventina o più tra ubriachi e adolescenti, si sono serviti di lei come la più perversa fantasia ha suggerito. È una trasfigurazione, un parallelo biblico: è come se attraverso le pene della carne l’anima si purificasse.

Nei racconti, compresi nell’unica raccolta che Selby Jr. ha pubblicato (Canto della neve silenziosa, 1986), il protagonista è un Harry, un uomo qualunque che assomiglia un po’ a tutti e che si trova a fronteggiare piccoli fallimenti quotidiani. È un ragazzino (nel racconto Pubertà) che si sente invadere da un senso d’angoscia inspiegabile, una voglia e una paura insieme, e mentre gioca con la palla all’improvviso sente su di sé «la tristezza dell’intero mondo». Diventa un genitore (in San Martino), un uomo che vorrebbe passare la domenica a vedere la partita dei Jets, vivere un giorno tranquillo perché poi lunedì deve tornare al lavoro, e invece si ritrova al parco con una bambina, sua figlia, che sembra non appartenergli affatto, o con un bambino (nel racconto Un po’ di rispetto) che lo guarda puntandogli una pistola giocattolo con aria di sfida. «Lavoro tutto il santo giorno come un dannato (…) tutto quello che chiedo è un po’ di considerazione, nient’altro che un po’ di considerazione». La rabbia emerge dai personaggi di Selby Jr. ogni volta che i figli non ubbidiscono, le mogli non comprendono, quando bevono troppo e una giornata cominciata male finisce peggio. I pensieri esplodono nel cranio, trafiggono occhi, naso e orecchie. Impotenti di fronte alle ingiustizie del mondo, gli uomini diventano esplosivi.

EB: La rabbia?

HSJ: Sì, la rabbia.

(…)

EB: E questa rabbia è una cosa che provi spesso?

HSJ: Sempre.

EB: Davvero?

HSJ: Sì, ma ormai non la scarico più sugli altri. Mi viene un attacco di rabbia che dura un paio di secondi e poi mi passa. Permetto a me stesso – a quella parte della mia umanità – di perdere il controllo per qualche secondo perché è l’unica cosa che mi dà sollievo, a volte. Vengo travolto dal dolore di vivere.[2]

La rabbia poi passa, dice Selby Jr., riferendosi a se stesso ma un po’ anche a tutti quelli di cui ha scritto. Questo è il problema: i molti Harry vivono in uno stato di rassegnazione latente, convinti che il destino non giocherà mai a loro favore. Quando la vita comincia a girare nel verso giusto sembra quasi un miracolo, così incredibile che finiscono per rovinarsi con le proprie mani.

Emblematico, in questo senso, è il racconto Ciao campione. È la storia di un ragazzo che vuole conquistare una ragazza ma non sa come fare colpo su di lei. Decide di portarla a cena nel locale di Jack Dempsey, ex campione mondiale di pesi massimi. Per una settimana, prima dell’appuntamento, Harry va a mangiare da Dempsey per trovare il coraggio di chiedergli se, per favore, quando sarebbe tornato con la sua ragazza, per piacere, avrebbe potuto far finta di conoscerlo. Dempsey sorride e accetta. Così, quando arriva la sera tanto attesa, il pugile saluta la coppia rivolgendosi a Harry come se fosse un vecchio amico. La ragazza, Rita, resta piacevolmente colpita. I due passano una bellissima notte insieme, Harry non aveva mai vissuto un’esperienza come quella, un momento così perfetto, ed ecco che appena resta solo comincia a indietreggiare. Così facile? Non può essere. Harry decide che non vedrà più Rita perché lei gli ha mentito, perché era stata con lui solo perché conosceva Dempsey (perché, altrimenti? Perché una ragazza così avrebbe scelto uno come lui?).

La felicità è uno scherzo del destino, «nient’altro che una maniera per torturare la solitudine che se ne sta nascosta in ogni cuore».

La musica della New York che racconta Selby Jr. è un urlo soffocato. È il rumore che spia attraverso la finestrella di un ospedale penitenziario; avanza spaventoso mentre si è in preda a una crisi d’astinenza (nel racconto Un rumore). Sono due ragazzi innamorati che attraversano la strada ma quel lui non sei tu: «Michy che sentiva le loro risate e s’infastidiva non perché non li volesse felici ma perché voleva che quelle risate chissà come gli attutissero il dolore» (in Leibesnatch). Oppure sono due amici che vanno al cinema e si scambiano battute rovesciandosi il vino sui pantaloni. La musica è un tintinnio:

(…) afferrando la bottiglia (tintinnio), guardando il vino che cadeva nel bicchierino (plop plop plop plop) […] – OOOOO Che? Sei pazzoscemo? AHAHAH – non ce n’è più, finito, tre bottiglie vuote – UHUHUHHHHH – ehi, babbo, voglio il gelato. Zitto e beviti la birra.  – lo schermo s’agita e si confonde… le immagini si sparpagliano – AHEHEHUHOHOHRHUHUHOHOH… Per cortesia, signore, faccia silenzio (il racconto è Doppio programma).

La musica è in una domanda bisbigliata (Che pensi?), posta a lui, Harry, che guarda la ragazzina con le gambe belle che ha notato l’altro giorno alla stazione e che adesso gli passa così vicina che può sentirne l’odore, e allora allunga il collo per vederle i seni, solo per capire la forma che hanno sotto al capotto – ma perché non se lo leva quel capotto?–, così può immaginarsela meglio mentre abbraccia sua moglie. Voci invadenti che hanno le sembianze del passato, voci che vorresti che non tornassero: «Quando ci svegliano viene una donna e strilla e io ho paura che il sole non sorge. sono così stanca. ma il sole sorge vero Harold?» (nel racconto Sto buona).

Ma, a differenza di quell’oscurità senza soluzione che emerge da Ultima uscita per Brooklyn, in quel famoso racconto che è Canto della neve silenziosa, Selby sembra suggerirci che New York può diventare una melodia meno struggente. Il nostro Harry è un po’ diverso dagli altri: si è trasferito in una zona residenziale del Connecticut, ha comprato una casa di proprietà. Ci mette quindici minuti per raggiungere la stazione e poi un’ora di treno per arrivare alla Grand Central. Allo stesso tempo, dei vecchi Harry porta l’angoscia che non lo fa dormire la notte se non prende una doppia dose di tranquillanti. Ha imboccato un’altra strada, ha provato a cambiare vita; i ragazzi hanno più spazio per giocare e sua moglie è contenta della cucina nuova. Qual è il problema, allora? «Esistevano per caso dei tipi di morte di cui lui non sapeva niente?». È una giornata di marzo e Harry si avvolge nel torpore del mattino, i farmaci attutiscono la volontà e intorpidiscono i sensi. Da parecchi giorni, dopo essere tornato dall’ospedale a causa di un esaurimento nervoso, non è in grado di lavorare. Sdraiato nel suo letto, sa che la sua famiglia è al piano inferiore, impegnata a fare quelle cose che fanno le famiglie la mattina: la moglie prepara la colazione, il figlio dimentica lo zaino. Ma la sua famiglia è diversa: tutti cercano di non fare rumore per non svegliarlo e Harry soffre di quel silenzio fittizio perché è un rumore che non esiste.

Cade la neve, forse è l’ultima neve della stagione. La neve fa sempre uno strano effetto: anche se sappiamo esattamente cosa sia, quando viene giù ha l’aria di un evento inspiegabile. Come una magia. Harry decide di fare una passeggiata, una delle poche cose che il dottore gli ha concesso. Cammina nella neve, il piede sprofonda e fa un piacevole scricchiolio, poi più niente: «I suoni di tutti quei fiocchi si (…) fondevano invece in un canto, quello della neve, che lui sapeva che pochi avevano mai udito». Harry prova una pace assoluta e pensa che potrebbe restare lì per sempre, coi piedi nella neve e nella luce che lo avvolge e lo attraversa come un prisma, trafitto da una gioia che gli alleggerisce l’anima. Per la prima volta, dopo tanto tempo, riesce a respirare senza affanno. La sensazione di abbandonarsi è fortissima. Poi però arriva un richiamo più forte e ha il suono di tutto quello che avrebbe dovuto abbandonare: Alice, i ragazzi, la famiglia. Per dolce che fosse, il canto della neve non era la musica di casa.

Esiste la rabbia di una giornata andata storia, di una vita che non si risolve come avresti voluto. Puoi prendertela con la sfortuna, con chi ha più potere di te, con chi doveva proteggerti e non l’ha fatto. E forse non c’è soluzione alla solitudine che abbiamo nel cuore, o forse è solo che dovremmo smetterla di portarla sul petto come se fosse una medaglia. Può sembrare banale ma cos’abbiamo da perdere? Rita era una ragazza molto saggia e Harry ha sbagliato a lasciarla andare perché lei l’aveva capito: «Non chiedeva molto, no? Solo uno con cui dividere quello che aveva. Strano come a volte sembra semplice essere felice e ancora più semplice confondere ogni cosa». E anche Selby Jr., alla fine, l’aveva capito:

A mia moglie Suzanne
che quel canto ha intonato con me
.

 

 


[1] Citazione tratta da The night spirits told my wife I was dying, un articolo del 12 gennaio 2001 che Selby Jr. scrisse per il The Guardian.

[2] Ho tratto questo passaggio dall’intervista che Ellen Burstyn, attrice della trasposizione del romanzo di Selby Jr Requiem for a Dream, fece allo scrittore. Voi leggetela dall’inizio alla fine perché sarebbe da citare per intero.

Johnny Panic and the Bible of Dreams

 

By the roots of my hair some god got hold of me

I sizzled in his blue volts like a desert prophet.

È con questi versi di Hanging man che Sylvia Plath racconta la sua esperienza all’ospedale psichiatrico McLean. Come vi scrivevo nell’ultimo post, il periodo che Sylvia Plath vi trascorse ispirò i suoi lavori. Lo ritroviamo nelle sue poesie, ne La campana di Vetro[1] e in alcuni racconti brevi. Tra questi ce n’è uno dal titolo molto curioso, Johnny Panic and the Bible of Dreams[2]. Scritto nel 1958, uscì postumo nel 1968 e ispirò i Tears for Fears a pubblicare un singolo con questo titolo nel 1991.

Johnny Panic and The Bible of Dreams racconta di una segretaria che lavora in una clinica psichiatrica passando le sue giornate a trascrivere i problemi dei pazienti nelle cartelle ciniche («Nobody comes to our office unless they have troubles»). Insieme a problemi lievi come mal di testa e insonnia, trascrive anche i sogni dei pazienti nella speranza che la loro vita inconscia fornisca elementi per salvare quella cosciente. I sogni dei pazienti diventano la sua più grande passione, se non addirittura ossessione: di giorno trascrive e di notte li memorizza nella Bibbia dei Sogni rimanendo sveglia tutto il tempo per riviverli con la sua immaginazione. Per i pazienti di cui non ha informazioni, prova a immaginare lei stessa quali possano essere i loro sogni:

«I also remember quite clearly the scenario of the dream I had worked out for this guy: a gothic interior in some monastery cellar, going on and on as far as you could see, one of those endless perspectives between two mirrors, and the pillars and walls were made of nothing but human skulls and bones, and in every niche there was a body laid out, and it was the Hall of Time, with the bodies in the foreground still warm, discoloring and starting to rot in the middle distance, and the bones emerging, clean as a whistle, in a kind of white futuristic glow at the end of the line. As I recall, I had the whole scene lighted, for the sake of accuracy, not with candles, but with the ice-bright fluorescence that makes skin look green and all the pink and red flushes dead black-purple. You ask, how do I know this was the dream of the guy in the black leather jacket. I don’t know. I only believe this was his dream, and I work at belief with more energy and tears and entreaties than I work at recreating the dream itself».

In questo racconto tutti i mali dei pazienti dipendono da una sola causa: «Panic with a dog-face, devil-face, hag-face, whore-face, panic in capital letters with no face at all – it’s the same Johnny Panic, awake or asleep». Johnny Panic è appunto colui che fa e che conserva i sogni. Johnny Panic è la risposta a tutto, non solo ha tutte le possibili facce immaginabili dei sogni che trascrive, ma è anche la rappresentazione dell’ansia. Il nome Johnny Panic è appunto il Panico di vivere, ma è anche la normalità richiesta della società rappresentata da un nome comune come Johnny. Questo racconto è un po’ anche l’esplorazione della follia e della normalità della mente umana attraverso tutti i personaggi che si incontrano. I protagonisti non sono solo i pazienti, ma anche i dipendenti di altre cliniche mentre ad essere riportate sono tutti i particolari e le ossessioni: tutte rappresentazioni della psicosi che ormai aveva preso il sopravvento della mente di Sylvia Plath.

In realtà il rifiuto di Frank O’Connor di accettare Sylvia Plath nella sua classe estiva fu solo la classica goccia che fece traboccare il vaso perché le prime avvisaglie delle sue crisi esistenziali si possono già trovare nei suoi diari o lettere del suo periodo newyorkese. Nel 1953 si trasferì a New York dove fu scelta scelta come guest editor della rivista Mademoiselle, molto famosa per essere una rivista di qualità per giovani donne intelligenti. La sezione dedicata alla cultura era in effetti veramente di tutto rispetto. Sulle sue pagine vennero pubblicati scritti di Albert Camus, Truman Capote, William Faulkner, Tennessee Williams e Dylan Thomas e sfogliando qualche copia online è possibile imbattersi quasi sicuramente in una Sylvia Plath versione modella.

Sylvia, eccitatissima di iniziare, ebbe attraverso quel lavoro l’opportunità di far parte della vita mondana del tempo, ma il contrasto tra la sua sensibilità e la durezza della vita in una città grande come New York mise a dura prova il suo benessere mentale sin dai primi giorni. In particolare, in una lettera inviata al fratello[3] racconta che dopo essersi persa nella metro di New York si ritrovò in una stazione piena di mendicanti, gente con gambe amputate che chiedeva l’elemosina tenendo in mano una piccola tazza per il tè, immagini in contrasto con la sua vita fatta di feste. In un’altra lettera al fratello aveva infatti definito New York la città «delle pene, delle feste e del lavoro».

New York è anche l’incubatore del suo unico romanzo, La Campana di Vetro, la cui protagonista Esther è ritenuta da molti la sua trasposizione letteraria. Scritto probabilmente proprio per liberarsi dai fantasmi del passato, contiene un episodio della vita newyorkese raccontato anche nel suo diario personale. Solo che mentre in quel diario aveva parlato dell’incontro ad una festa con un uomo peruviano che si limita a definire crudele, in La campana di Vetro si trasforma in ciò che realmente fu: il racconto di un atto di violenza da lei subìto.

Mentre, però, ne La campana di Vetro è evidente l’aspetto autobiografico, Johnny Panic and The Bible of Dreams, pur avendo elementi biografici, è visionario. Per esempio, ai pazienti della clinica viene prescritto l’elettroshock: «In our clinic, treatment doesn’t get prescribed. It is invisible. It goes right on in those little cubicles, each with its desk, its two chairs, its window arid its door with the opaque glass rectangle set in the wood».

Devo dire che qui si sente l’eco della psicanalisi di Freud. La stessa Bibbia dei Sogni è un richiamo a L’interpretazioni dei sogniJohnny Panic and The Bible of Dreams è come una finestra introspettiva nella mente di Sylvia Plath e mostra la continua lotta tra la sua sensibilità interiore e il mondo esterno, allo stesso modo in cui la sua protagonista a un certo punto si trova tra lo scegliere se vivere attraverso i propri sogni o quelli dei pazienti. Nel racconto, il direttore del centro, dopo aver sorpreso Esther a leggere la Bibbia dei Sogni, capisce che in realtà quella segreteria non è una dipendente, ma una paziente. Le prescrive, quindi, una serie di elettroshock. Lo stesso trattamento che subì Sylvia.

 


[1] Sylvia Plath, La Campana di Vetro, Mondadori, 2016.

[2] Sylvia Plath, Johnny Panic and the Bible of Dreams: and other prose writings, Faber & Faber, 1998.

[3] Sylvia Plath, Letters Home, Faber & Faber, 2011.