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L’importanza dei suoni in The James Dean Garage Band

Photo by Gabriel Barletta on Unsplash

 

Esistono motivi diversi che possono spingere ciascuno di noi ad avvicinarsi ad un libro. Talvolta, però, accade semplicemente di trovarsene tra le mani uno di cui ignoravamo l’esistenza fino a pochi attimi prima, ma per una qualche ragione sentiamo che deve essere nostro. Questo è più o meno quello che è capitato a me con The James Dean Garage Band di Rick Moody.

Rick Moody nasce a New York nei primi anni Sessanta, ma cresce in Connecticut, dove oltre ad una naturale propensione per la scrittura creativa e la letteratura in genere, sviluppa anche una passione smodata per tutto ciò che è musica e ritmo, tanto da pubblicare molte opere, da romanzi a racconti ad articoli, a tema musicale (Tre vite, Cercasi batterista chiamare Alice e Musica celestiale solo per citarne alcuni). Anche in The James Dean Garage Band il titolo stesso, citando uno dei racconti della raccolta, ci fa immediatamente capire quanto la musica sia fondamentale per Moody, quanto i suoni più che i personaggi siano i veri protagonisti di molte delle sue storie. E, se il titolo non bastasse, ci pensa l’autore a sottolinearlo con l’incipit del primo racconto.

«Iniziai a registrare le telefonate di mia moglie a sua insaputa dopo il terzo weekend dell’aprile del 1993».

Apparentemente non sembra niente di particolare, se non il preludio di una storia che, come tante altre, si appresta a descrivere la vita matrimoniale di una coppia in crisi. In realtà Moody ci fa capire subito quanto la vita, o in questo caso una relazione, anziché essere analizzata per quello che è o per quello che ne facciamo, possa essere filtrata e reinterpretata attraverso i rumori e i suoni presenti sul nastro che li registra.

«Alzai un po’ il volume per sentire qualcosa in più del brontolio assonnato della sua voce in cucina. Lo alzai quanto bastava per sentire».

Sotto la lente d’ingrandimento dell’autore non ci sono tanto le parole che la donna si lascia sfuggire durante le conversazioni telefoniche, quanto l’intonazione dei dialoghi e tutti quegli stati d’animo che traspaiono dalla sua voce: la malinconia, la stanchezza e la frustrazione si propagano dai nastri con una limpidezza tale da superare in importanza anche la parola.
Alla base della raccolta, un melting pot di stili, strutture e tematiche, c’è infatti l’idea dell’autore per cui tutto ciò che ha un ritmo, proprio come la musica, abbia bisogno di ascolto, e che quindi la letteratura e la musica siano complementari.

Nel racconto Frasario, Moody scrive:

«Lucy non riusciva a capire se amare sua madre o amare quel tramonto, se l’amore avesse la minima rilevanza rispetto alla situazione in cui si trovava adesso, se l’amore non fosse semplicemente un determinato tipo di suono e niente più».

Se i sentimenti sono identificabili con i suoni, lo è anche la vita stessa e la realtà tutta: il ritmo diventa perciò una caratteristica imprescindibile a cui prestare attenzione, sia quello da dare alle proprie parole, che quello riconoscibile nei suoni emessi da tutto ciò che ci circonda e di cui noi, volenti o nolenti, facciamo parte. Il suono è quindi una sorta di mappa da decifrare per capire cosa c’è nel profondo dell’animo umano, l’unica parte non artefatta.

L’esempio più rappresentativo di tutta raccolta è proprio il racconto The James Dean Garage Band, in cui l’autore immagina che l’attore, vittima nella realtà di un incidente poco lontano da Lost Hills a bordo di un’auto da corsa che non avrebbe dovuto guidare, sopravviva e scappi, deciso a lasciarsi alle spalle la propria fama e poter così ricominciare.

«Il motore già in fiamme. Un’immobilità. Di nuovo: il rumore della sgommata e del telaio che cambia forma, scolpito dal caso, l’esplosione, il silenzio. Dean me lo raccontò dopo. Il silenzio. Potevi passare da una vita all’altra senza fare il minimo rumore».

La scelta delle parole non è casuale, la morte evitata per un soffio è paragonata al silenzio. E cosa c’è di più lontano dal silenzio della musica che una band di giovani e frustrati figli del disagio della provincia americana, una gioventù bruciata californiana che si arrabatta tra velleità artistiche mal espresse in rifugi antiatomici tipici del periodo della Guerra Fredda, è in grado di esprimere?

«Noi volevamo fare pezzi che suonassero come il vento che soffia in una stalla, o come un bollitore lasciato sul fuoco, o come il piccolo urlo di dolore che ti sfugge di bocca quando ti senti veramente solo. […] Non suonavamo altro che una semplice frase sulla nostra solitudine, la solitudine e l’abbronzatura da test nucleari in superficie, la solitudine e il lavoro alla pompa di benzina, la solitudine e la sciatteria e le umiliazioni della scuola elementare, la solitudine che solo ora cominciavamo ad elaborare in forma di canzone».

La musica che una Telecaster appoggiata al muro è in grado di produrre è quindi l’occasione di rinascita e di espressione: per un attore vivo ma creduto morto dal suo pubblico, per quei giovani sconosciuti cresciuti in una zona in cui la vita è soltanto un’eco della morte.

«Suonavamo finché le prove non traboccavano fuori, sugli ettari di vuoto che circondavano il rifugio antiatomico, e ci mettevamo a correre – ai quattro venti – nella notte, alla ricerca degli angeli che non venivano mai a salvarci. Alla ricerca dell’entità che ci sollevasse e trasportasse via dal proletariato e via dal buco di paese in cui eravamo cresciuti. Sì, la band ci aveva cambiati. La fama di Dean ci aveva contaminato, e il nostro anonimato aveva contaminato lui. Non eravamo intimi, noi quattro; non facevamo discussioni sentite, non eravamo tipi da rivendicazioni maschili, però in quelle notti ci riunivamo là fuori tra la salvia e accendevamo fuochi di mitologia del deserto e aspettavamo segni».

Per la band suonare equivale a riappropriarsi delle proprie esistenze dimenticate tra la polvere del deserto californiano e la vendita al dettaglio di pezzi di metallo caduti dal cielo, quel fare musica è una dimostrazione a se stessi prima che al mondo esterno (quattro tizi ubriachi): significa trascendere la realtà per il riscatto di tutte quelle anime perdute di Lost Hills, relegate ad una sopravvivenza stentata, perché, anche se non è possibile dimenticarsi da dove si viene, la musica è comunque una giusta direzione da darsi.

«Se la vita che fai non è quella che sognavi, scappa» dice James Dean, nella frase di chiusura. “Ma se scappi, ricordati che qui devi tornare”, sembra dica Moody, ed è allora che devi decidere in che modo farti sentire.

 


Rick Moody, The James Dean Garage Band, minimum fax, 2005

Di un racconto scomparso e un poeta sconosciuto

Lo skyline di Boston – foto dell’autrice

 

La musica è insieme alla lettura un’altra mia grande passione e ad essa devo molto. Ho iniziato ad apprezzare la poesia proprio leggendo i testi delle canzoni e senza Bob Dylan, Patty Smith e tanti altri non mi sarei mai avvicinata al linguaggio della poesia che per molti anni ho trovato incomprensibile. Nella musica come nella lettura vado sempre alla ricerca di autori nuovi e qualche anno fa mi capitò di ascoltare Lungo i Bordi dei Massimo Volume, gruppo rock della scena indipendente italiana. Rimasi subito impressionata dai testi sempre inclini alla poesia, in particolare mi colpì la prima canzone di Lungo i Bordi, Il Primo Dio, questa una parte del testo:

Emanuel Carnevali, morto di fame nelle cucine d’America

sfinito dalla stanchezza nelle sale da pranzo d’America

scrivevi

E c’è forza nelle tue parole

Sopra le portate lasciate a metà, i tovaglioli usati

Sopra le cicche macchiate di rossetto

Sopra i posacenere colmi

Sapevi di trovare l’uragano

Emidio Clementi, cantante dei Massimo Volume, scrisse e dedicò questa canzone al poeta Emanuel Carnevali, nato a Firenze nel 1897 e immigrato a 16 anni negli Stati Uniti perché sognava di diventare un poeta. Non avevo assolutamente idea di chi fosse Emanuel Carnevali e la mia prima scoperta fu che frequentò il circolo letterario di Ezra Pound, Sherwood Anderson, William Carlos Williams, Edgar Lee Masters e Robert McAlmon che ne apprezzarono le sue doti poetiche. Williams lo descrive come «il poeta nero, l’uomo vuoto, la New York che non esiste», e nella sua autobiografia dice:

«McAlmon pubblicò il libro di Em[anuel], che nessuno ricorda più, uno dei migliori esempi di – di che cosa? Di un libro, un libro che è tutto di un uomo, un uomo giovane, superbamente vivo. Condannato. Quando penso a ciò che si pubblica e si legge e si loda e, regolarmente, si premia, mentre un libro così resta sepolto sotto un mucchio di cadaveri, giuro di non voler più avere successo, sono disgustato, tornano le vecchie tentazioni. Che cos’altro può fare un libro per un uomo?» [1]/p>
Sherwood Anderson compose un racconto proprio ispirato a Carnevali dal titolo Italian Poet in America pubblicato nel 1941; peccato sia introvabile e che sul web ci sono pochissime informazioni a riguardo. Per recuperare il ricordo di Anderson su Carnevali occorre leggere le sue memorie, ed ecco cosa racconta:

«Faceva ogni cosa in gran fretta. Era come un vecchio, tutto cinismo e, un momento dopo, come un fanciullo. Se ne stava seduto tranquillamente, un giovanotto ben fatto, dalla pelle olivastra, dai folti capelli neri, il tipo d’uomo, si sarebbe detto, che piace alle donne, benché egli mi avesse detto che non era vero. Diceva che quello era il grande problema, il dolore della sua vita. “Ho bisogno di una donna,” diceva “terribilmente, ma le spavento”». [2]

Emidio Clementi scoprì Carnevali grazie a un cliente di un ristorante dove lavorava come cameriere che una sera gli porse un libro dicendogli: «Qui si racconta di uno come te». Era Il Primo Dio di Emanuel Carnevali, il libro autobiografico di Carnevali pubblicato in Italia dalla Adelphi insieme alle sue poesie. Ho iniziato a leggere le poesie di Carnevali e ne sono stata rapita. Questa è per esempio una parte della poesia L’Ultimo Giorno:

I miei occhi/ sono grida acute

come gli occhi di un cane frustato, affamato

C’è un giornale

accartocciato

ucciso dal fango

Le mie mani spaventate

tremano

dissennate

e la tua mano bianca

la sento

dentro di me che strappa quel poco di anima

che ancora mi resta.

Carnevali collaborò con la Little Review durante il suo periodo americano (nel numero 11 un suo racconto è tra il XIII capitolo dell’Ulisse e le poesie di Sherwood Anderson) e fu vicedirettore di Poetry. La caratteristica principale dello stile di Carnevali è l’urgenza di raccontare la sua vita con l’entusiasmo tipico di chi arriva dalla periferia. E poi scriveva in inglese, la lingua dell’esilio imparata servendo ai tavoli dei ristoranti, per le strade di New York («Quante volte nelle strade di Manhattan/ho scagliato il mio odio») e le sue poesie sono piene delle ribellioni, sogni e immaginazioni tipiche degli immigrati.

Nel periodo passato a Chicago andava spesso a trovare Sherwood Anderson e per un certo periodo ha anche vissuto proprio a casa sua. Ed è proprio Sherwood Anderson che, in questa assenza di informazioni su questo poeta, ha raccontato quando e come Carnevali perse il contatto con la realtà: era una notte di neve a Chicago, Carnevali lo va a trovare – dopo mesi che non si incontravano – e gli chiede se vuole uscire a camminare con lui. È molto malato, magrissimo, poco coperto, senza cappotto. Dopo mezz’ora corre fuori da casa, Anderson prova a rincorrerlo per convincerlo a prendere almeno il cappotto, ma era già andato via e per ore vaga nella bufera. Lo trovano più tardi in ginocchio nella neve davanti alla casa della prostituta che lo manteneva e gridava, gridava a Dio, di salvare la sua anima e l’anima della sua donna che era al lavoro.

Questa è invece la versione fornita da Emanuel Carnevali nella sua autobiografia:

«Corsi da Sherwood Anderson e lo pregai che mi desse qualcosa da mangiare, pensando che l’azione meccanica del masticare mi avrebbe aiutato a riportarmi alla realtà. Divorai tutto quello che mi diede, ma non valse a nulla. Con il pretesto che sua moglie sarebbe rientrata da lì a poco e che forse si sarebbe spaventata nel vedermi in quello stato, Sherwood Anderson, mi mise garbatamente alla porta. Barcollai, fuori, nella neve, ubriaco per quei terribili sintomi di follia, vagando per strade che mi erano da sempre note e da sempre sconosciute. Avevo per compagne la tremenda Paura delle Paure, la paura di non esser più in grado di capire il significato delle cose e la Miseria di tutte le Miserie: quella di capire che era scomparsa in me la facoltà di distinguere una cosa dall’altra e perfino la volontà di distinguerle».

In quel periodo la mano destra gli tremava continuamente e non riusciva più a lavorare, gli mancavano le forze, non riusciva a concentrarsi a lungo. La diagnosi purtroppo fu terribile: encefalite letargica. L’ultimo suo lavoro è stato quello di trasportare sacchi di tappi di sughero da una parte all’altra di Chicago. Dopo, si abbandonerà completamente alla malattia. Emanuel Carnevali «accarezza il sogno, ma non riesce a stringere la presa»[3] : nel 1922 è costretto a rientrare in Italia, dove il padre lo fa ricoverare nell’ospedale civile dove muore nel 1942.

Fatevi regalare Il Primo Dio[4], è bellissimo. Nel 2013 Emidio Clementi ha realizzato Notturno Americano insieme a Corrado Nuccini e a Emanuele Reverberi, entrambi componenti dei Giardini di Mirò, dove propone un reading di testi Emanuel Carnevali. Li ho visti dal vivo qualche estate fa e ancora ho i brividi ripensando a quella serata. E torno a quel cd ogni volta che sono in difficoltà perché trovo conforto nella poesia con la quale viene raccontata la vita di miseria di Emanuel Carnevali negli Stati Uniti. Grazie Emidio Clementi, senza Lungo i Bordi avrei continuato a ignorare l’esistenza di questo poeta. E grazie a chi leggendo questo post potrà darmi informazioni sul racconto scomparso di Sherwood Anderson.

p.s.: vi lascio con un indovinello. Nella canzone Bye Bye Bombay degli Afterhours, Manuel Agnelli dice a un certo punto: «Sai Mimì che la paura è una cicatrice». Chi è Mimì?


[1] William Carlos Williams, “The Autobiography of William Carlos Williams”, New Directions, 1967
[2] Sherwood Anderson, “Sherwood Anderson’s Memoirs: A Critical Edition”, Ed. Ray Lewis White, 1969
[3] Emidio Clementi, L’Ultimo Dio, Fazi Editori, 2004
[4] Emanuel Carnevali, Il Primo Dio, Adelphi, 1978

 

Anche questo è un racconto

dylan-hurricane

Tra mezz’ora e due ore in una singola seduta: secondo Edgar Allan Poe questo è il segreto che la forma del racconto breve ha per eccitare ed elevare l’anima del lettore. Poe afferma infatti che il breve tempo impiegato da chi legge racconti garantisce all’autore «… di realizzare la pienezza della sua intenzione»E se invece di mezz’ora l’autore impiegasse solo 5 minuti, per esempio il tempo di una canzone? Potrei ancora parlare di racconto? Secondo me sì. E scomodo Bob Dylan per dimostrarvelo.

Here comes the story of the Hurricane
The man the authorities came to blame
For somethin’ he never done
Put in a prison cell, but one time he could been
The champion of the world

Avevo 13 anni e avevo appena iniziato a studiare inglese. In quel periodo giocavo a riconoscere quante più parole possibili ascoltando canzoni inglesi alla radio. Un giorno alla radio ho ascoltato Hurricane, una canzone di Bob Dylan che racconta la storia di Rubin Carter, un pugile di colore di nome d’arte Hurricane, incolpato ingiustamente per il triplice omicidio commesso a Lafayett Bar (New Jersey) il 17 giugno 1966.

Pistol shots ring out in the barroom night
Enter Patty Valentine from the upper hall
She sees a bartender in a pool of blood
Cries out my God, they killed them all

Hurricane non era a Lafayett Bar, ma venne accusato ingiustamente del triplice omicidio per pregiudizio razziale.

To the white folks who watched he was a revolutionary bum
And to the black folks he was just a crazy nigger
No one doubted that he pulled the trigger

Il processo fu una farsa, tutto venne deciso prima.

All of Rubin’s cards were marked in advance
The trial was a pig-circus, he never had a chance
The judge made Rubin’s witnesses drunkards from the slums
[…]
How can the life of such a man
Be in the palm of some fool’s hand
To see him obviously framed
Couldn’t help but make me feel ashamed to live in a land
Where justice is a game

Hurricane fu scarcerato solo nel 1985, quando un giudice della corte federale sentenziò che non aveva ricevuto un processo equo.

Con questa canzone ho iniziato a riflettere sul razzismo e su come questa storia fosse una degna rappresentazione del pregiudizio razziale che ancora anima molte aree degli Stati Uniti. E tutt’ora quando leggo notizie di aggressioni xenofobe ritorno sempre con la mente a HurricaneBob Dylan venne a conoscenza di questa storia  leggendo The Sexteenth Round, autobiografia che lo stesso Hurricane gli inviò dal carcere. La canzone fu pubblicata nell’album Desire del 1976  ed è sicuramente una delle canzoni più amate e conosciute di questo cantante. Tra i meriti di Bob Dylan c’è sicuramente quello di aver ridato dignità alla poesia rendendola popolare attraverso le sue canzoni. Riuscì a dare una voce folk alla poetica della Beat Generation che fino ad allora si era espressa solo attraverso altre forme artistiche. Lo stesso Allen Ginsberg disse: «Vedere se la grande arte può essere realizzata per mezzo di un juke box costitutiva una sfida, e Dylan ha dimostrato che è possibile»

Bob Dylan è sempre stato cosciente della limitatezza che una canzone ha come forma espressiva rispetto alla poesia:

È difficile riuscire a essere liberi con una canzone – riuscire a farvi entrare tutto. Le canzoni hanno troppi limiti… Si possono modificare le parole e in parte anche la metrica, ma una struttura deve pur sempre esserci… Ecco perché scrivo un sacco di poesie, se questa è la parola giusta per indicare ciò che scrivo; la poesia può creare da sé la propria forma.

In Hurricane però riesce a dare forma a una storia d’ingiustizia e nei 5 minuti della canzone ci porta lì: durante gli spari nel locale, quando vanno a prendere Hurricane per portarlo in carcere, durante il processo, quando gli leggono la sentenza di condanna. Molte persone, compresa me, non avrebbero mai sentito parlare di Hurricane se Bob Dylan non avesse scritto questa canzone.

Tante volte pensiamo a una canzone come un motivetto da canticchiare sovrappensiero, ci fossilizziamo nel considerare ogni forma d’arte chiusa in compartimenti stagni separati indissolubilmente l’uno dall’altro. Bob Dylan è riuscito a «realizzare la pienezza della sua intenzione» in Hurricane (come scriveva Poe a proposito dei racconti brevi) perché in 5 minuti ci ha mostrato come i pregiudizi che permeano la nostra società possano portarci ad opinioni sbagliate. E Hurricane è la dimostrazione che anche una canzone può essere un racconto (per me). Scommettete che ve lo dimostro ancora?

 

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