Flannery O’Connor, il racconto compreso tra grazia divina e libertà umana

Ho letto per la prima volta di Flannery O’Connor circa tre anni fa, nonostante avessi in casa una sua raccolta di scritti e racconti acquistata almeno quindici anni prima. La raccolta porta il nome di uno dei suoi racconti più famosi, La schiena di Parker, e per qualche strana ragione mi ero convinta che quel racconto – come del resto tutto il libro - parlasse di [...]

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Di cosa parliamo quando parliamo di amore… e racconti?

amore racconti
Photo by Darwin Vegher, Unsplash

Domani è San Valentino.

Era ben presto di mattina

quand’io fanciulla innocente,

bussai alla tua finestra

per essere la tua Valentina.

(Amleto, atto IV scena V, di William Shakespeare)

 

Ogni anno, il 14 febbraio a San Valentino, si celebra la festa degli innamorati, in un tripudio di cuori di cioccolato, baci perugina, rose rosse, cene a lume di candela, dediche alla radio, canzonette stucchevoli e filmetti romantici in tv. Tutte attività che fanno molto bene al commercio e che hanno sostituito, nel corso del tempo, il semplice – e certamente desueto – scambio di biglietti d’amore d’origine anglosassone da cui è nato questo carosello: le c.d. Valentine.

E se invece volessimo scambiarci un racconto d’amore o sull’amore? Ecco… non fatevi troppe illusioni, spesso l’amore sta ai racconti come le acciughe stanno alla pizza Margherita: è del tutto assente!

Forse perché l’amore è difficile raccontarlo in poche pagine? O perché per scrivere un buon racconto occorre quella freddezza d’esecuzione, di cui parlano spesso gli autori di short stories americane, che le intermittenze del cuore e le sue mille implicazioni non favoriscono? Eppure, si dice spesso che un buon racconto dovrebbe prendere spunto da un particolare e condurre il lettore verso una piccola verità universale. E cosa c’è di più universale dell’amore?

O forse è vero che l’amore, con le sue mille sfaccettature, è meglio lasciarlo ai romanzieri, alla loro capacità di costruire intrecci complessi, malintesi fuorvianti, trame contorte, storie corpose che tanto servono a rendere quanto siano complicate le vicende del cuore, immaginando situazioni che possono culminare, a seconda dell’esigenza narrativa, in un finale felice o in una conclusione straziante?

Camus, ne L’uomo in rivolta, sosteneva che

Il mondo del romanzo non è che la correzione di questo mondo, secondo il desiderio più profondo dell’uomo. Perché si tratta proprio dello stesso mondo. La sofferenza è la stessa, e la menzogna e l’amore. I suoi eroi hanno il nostro linguaggio, le nostre debolezze. Le nostre forze. Il loro universo non è più edificante e più bello del nostro. Ma essi almeno corrono fino in fondo al loro destino e anzi, non ci sono eroi più commoventi di quelli che vanno all’estremo della loro passione». [1]

Ma nei racconti, invece, cosa succede quando di mezzo c’è l’amore? Il primo racconto a cui ho pensato mentre riflettevo sull’argomento, forse perché già il suo titolo è un invito a farlo, è stato Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Carver, un racconto che molti di voi conosceranno, per via di quella fortunata circostanza che qualche anno fa – tra il 2014 e il 2015 – lo portò alla ribalta, insieme al pluripremiato film Birdman di Iñarritu.

Nel film, di quel racconto veniva proposta una riduzione teatrale ad un gruppo di attori, e gli stessi si stavano preparando per portarlo in scena a Broadway; durante le prove, le due coppie protagoniste si vedono costrette, loro malgrado, a fare i conti con le domande piuttosto provocatorie e imbarazzanti che Carver pone, o fa porre, ai personaggi del racconto, passando così dalla finzione della recitazione teatrale a quella cinematografica, da una storia all’altra, in un continuum. Una di queste domande potremmo riassumerla così: dov’è che va a finire l’amore che abbiamo provato per qualcuno che ora non amiamo più?

C’eravamo messi a parlare d’amore. Secondo Mel, il solo vero grande amore era quello spirituale. (…) In effetti che ne sappiamo noi dell’amore? – ha proseguito Mel – Secondo me, siamo tutti nient’altro che principianti, in fatto di amore. (…) C’è stato un momento in cui credevo di amare la mia prima moglie più della vita. Invece ora la detesto con tutto il cuore. Davvero. Voi come lo spiegate? Che cosa è successo a quell’amore? (…) come se sapessimo di cosa parliamo quando parliamo d’amore. [2]

Già… dove va a finire? Certo, oggi non sarebbe proprio il giorno adatto per chiederselo, però si sa che noi di Tre racconti siamo un po’ lettori e un po’ samurai.

Comunque, un altro aspetto interessante è che nei racconti l’amore non è mai quello impacciato del corteggiamento o infuocato dell’innamoramento e gli eventi, di solito, precipitano in fretta: un tradimento, un terribile segreto, una morte improvvisa, un abbandono… insomma, in quattro e quattr’otto, tutto si compie! Qualche volta c’è il lieto fine, il più delle volte si consuma la tragedia.

E poi, i titoli! Non sono d’aiuto nemmeno quelli, alcuni sono perfino ingannevoli. La prima volta che ho letto Primo amore di Turgenev, ad esempio, sono rimasta un po’ delusa – da quella inguaribile romantica che sono -, perché è la storia di un sedicenne che s’innamora, per la prima volta e con ardore adolescenziale, di una principessina di cinque anni più grande di lui, e quindi uno si prefigura un’iniziazione amorosa mentre invece, nel giro di poche pagine, si passa dallo struggimento d’amore all’attraversamento della linea d’ombra che trasforma un ragazzo in un adulto, un Otello geloso in uno scolaretto: il giovane scopre che la ragazza, di nome Zinaida, è l’amante del padre e che questi è dunque il suo improbabile rivale in amore.

Altri sono fin troppo letterali. È il caso di Amore cieco di Pritchett. Dal titolo potremmo pensare ad una travolgente ed accecante passione amorosa, invece, è proprio la cecità in senso stretto a far incontrare e poi unire due persone che, altrimenti, forse non si sarebbero mai incrociate.

Poi ci sono i titoli fuorvianti. Anche la Welty, per esempio, ha intitolato un suo racconto Primo amore ma, in quel racconto, di amore in senso stretto non ce n’è traccia; il tema centrale è, in realtà, il fascino subito e l’ammirazione provata da un orfanello, sordo e dodicenne, che si trova casualmente a vivere la Storia con la esse maiuscola, niente baci e languide carezze.

Ma i miei racconti preferiti sono quelli in cui l’amore, se c’è, si tinge di grottesco e i personaggi diventano ridicoli, perché credo che non ci sia niente al mondo che ci renda più ridicoli dell’amore, o forse dovrei dire dell’innamoramento. Per il grottesco, chiamo in causa la regina del genere, Flannery O’Connor. In Brava gente di campagna c’è uno dei dialoghi amorosi più bizzarri che io ricordi: lui, venditore porta a porta di bibbie, ha furbescamente circuito una ragazza disabile con una gamba di legno, la porta in un fienile perché vuole una prova d’amore e quello che le chiede è di mostrarle la sua gamba di legno:

«Lo sapevo», brontolò lui, rizzandosi a sedere, «tu mi prendi in giro».
«Oh no!» gridò Hulga. «Si attacca al ginocchio, solo al ginocchio. Perché vuoi vederla?».
Il ragazzo le lanciò uno sguardo lungo e penetrante. Perché è quella, che ti rende diversa. Non sei come nessun’altra. [3]

Anche Cortázar mi ha regalato dei bei momenti col racconto Circe. Delia, una ragazza di ventidue anni, già al secondo lutto per via di due fidanzati morti stecchiti per cause non del tutto chiare, è oggetto dei pettegolezzi a mezza bocca di tutto il vicinato; si lascia corteggiare da Mario, che ha tre anni meno di lei; presto inizierà anche lui a frequentare la casa dei Mañara, in qualità di terzo fidanzato. Lei aveva una strana abitudine: preparare cioccolatini e bon bons (non necessariamente per una ricorrenza, tanto meno per San Valentino!) e farli assaggiare solo e soltanto al proprio fidanzato di turno. Be’, il fatto è che i cioccolatini di Delia erano molto particolari: contenevano un ingrediente segreto, croccante e munito di zampette… che lo sventurato fidanzato scopre al primo morso, giusto in tempo per darsela a gambe e lasciare la povera Delia ancora una volta senza fidanzato ed irrimediabilmente proiettata verso il nubilato perpetuo.

Il racconto si chiude con queste parole: «Gli fecero molta pena i Mañara che erano lì acquattati sperando che lui – finalmente qualcuno – facesse tacere Delia che piangeva, facesse finalmente cessare il pianto di Delia».

Parenti serpenti!

Insomma, per farla breve, se cercate qualcosa di romantico nei racconti (una frase, un’immagine) da dedicare a qualcuno, di romanticismo ne troverete sempre ben poco. Per quello, meglio rivolgersi alla poesia oppure sfogliare un bel romanzo che ruoti intorno all’amore. Però, attenzione: siate originali, niente frasi dal Piccolo Principe, troppo inflazionato.

Parola di Lettrice!

 

P.S. Oggi è anche il Mercoledì delle Ceneri, quello della locuzione latina memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris, che per tutti è quel famoso “polvere sei e polvere ritornerai”, il giusto richiamo per ridimensionare i nostri slanci e i nostri afflati amorosi.

 

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[1] Albert Camus, “L’uomo in rivolta”, Bompiani, p. 287.

[2] Raymond Carver, “Da dove sto chiamando”, Einaudi, pag. 170 – 186. 

[3] Flannery O’Connor, “Tutti i racconti, Bompiani, p. 314. 

Racconti, perché no?

Colloquio immaginario tra la LettriceDeiDueMondi ed un SignorNo

 

Photo by Steve Halama

 

Non leggo racconti.
– E perché?
Sono troppo corti.
– Be’…è come se, entrando in una pasticceria, tu decidessi di passare oltre il banco dei mignon perché sono troppo piccoli, oppure, entrando al Museo di Brera, decidessi di non ammirare il “Cristo morto” del Mantegna… perché è troppo stretto!
Non è la stessa cosa. Diciamo che è un genere che non mi piace.
– Ma non è genere, è una forma, caro il mio Bastian Contrario. Il genere dipende dal contenuto e, ti assicuro, che ce n’è davvero per tutti i gusti: erotici, fantastici, assurdi, romantici, realistici, del terrore… insomma, basta scegliere. Pensa ai racconti del vecchio ‘Hank’ Bukowski, taccuini pieni di sesso e alcol senza veli, oppure, a quelli come “Il naso” di Gogol, dove un naso se ne va a spasso in giro per la città, indisturbato, e al lettore sembra normale. E poi, solo leggendo racconti potresti imbatterti in una ‘mancuspia’ di Cortázar o ritrovarti all’improvviso in una cantina di Buenos Aires a guardare tutto l’universo da un unico punto, l’Aleph di Borges!
È che non faccio in tempo a calarmi nella storia, che è già finita!
Ma questo è un pregio, caro SignorNo, non un difetto! Solo un racconto può farti provare la vertigine di un’estasi momentanea, quasi mistica, l’intensità dell’attimo fuggente o della «fugacità in una permanenza», come diceva Julio.
Iglesias?
– Ma no, Cortázar, scemo.
Spiegati meglio.
– Vedi, un buon racconto crea tensione. Una delle mie scrittrici (di racconti) preferite, la O’Connor, diceva che: «è il significato ciò che impedisce a un racconto di essere breve, pure nella sua brevità». In effetti, l’effetto collaterale di un buon racconto è proprio che non finisce dopo aver letto l’ultima riga, ma diventa come una goccia che scava nella roccia, comincia a scavare dentro di te, diventerà indimenticabile e ti terrà compagnia per il resto della tua vita. È quello che Borges chiama ‘l’al di là del racconto’.
Esagerata!
– Ti dico che leggere racconti aiuta a rimanere un po’ bambini, a mantenere quello sguardo stupito e attento che solo in tenera età ci viene spontaneo, perché si sa subito come va a finire – che di solito è la cosa che interessa di più al bimbo che ascolta la storia – ma ti offre anche la possibilità di immaginare, per conto tuo, come continua la trama, giocando all’infinito con quella voglia irrefrenabile di sapere cosa succede dopo, e ancora dopo, e dopo ancora, che si ha da piccoli. L’al di là del racconto, appunto.
Mah… io dico che la vita è troppo breve e che, forse, è meglio leggere prima i grandi autori, i grandi classici, i famosi cento libri imprescindibili…
– Certo… che poi cento non sono mai ma diventano migliaia e ti piglia lo sconforto, ahimè! In verità, quasi tutti i grandi autori si sono misurati con la forma del racconto, lasciando delle vere perle ai posteri che sono altrettanti classici imperdibili. Proprio perché la vita è breve, cosa c’è di meglio della brevità di un racconto? Ti faccio un esempio. Ne ho letto uno che inizia così: “Un tale ammazzò la moglie e ne fece salsicce.”. L’ha scritto Dürrenmatt, uno che di racconti se ne intende. Ecco, lui non ti fa perdere tempo con la storia di quella coppia in crisi, col perché lui sia arrivato al punto di ucciderla o perché la odiasse tanto, la uccide e basta, e la storia sembra finita. E invece no, dopo un paio di paginette scopri che la poveretta ha fatto una fine ancora peggiore, se possibile, e ti garantisco che per il resto dei tuoi giorni non guarderai mai più una salsiccia con gli stessi occhi!
Ah, ah, ah. Ma davvero?
– E già, i racconti vanno dritto al punto, senza perdite di tempo né descrizioni infinite o narrazioni complicate, ma non svelano mai tutto quel che ci sarebbe da svelare.
Non so, rimango dell’idea che leggendo racconti non si riesca mai ad affezionarsi ad un personaggio, non ne hai il tempo.
– Lo pensi davvero? Prova a leggerne qualcuno – qui ne troverai di tutti i tipi – e poi ne riparliamo. Un buon racconto riesce a far diventare te un personaggio della trama e quindi ti ci affezionerai per forza.
Ma vuoi mettere la compagnia che ti tiene un romanzo a confronto con quella di un racconto?
– È vero, un tempo anche io preferivo i romanzi, possibilmente lunghi, mi sembrava che mi facessero più compagnia: mi sono trasferita per anni a Macondo con Garcia Marquez, oppure a San Pietroburgo con Dostoevskij e a Bahia con Amado, ho vissuto nel Medioevo con la Undset, nell’Ottocento con la Austen e le sorelle Brontë, nel Tempo perduto e poi ritrovato di Proust, ma così come ci sono dei momenti in cui posso solo fare brevi passeggiate nel bosco e non lunghi viaggi oltreoceano, perché ho poco tempo a disposizione, mi piace sapere che in quel poco tempo posso anche leggere una storia breve, senza doverla interrompere a metà, e che questo avrà un effetto balsamico su di me. Io dico che un racconto al giorno è anche più terapeutico della famosa mela.
Non so se mi hai convinto ma ci rifletterò.
– È proprio questo quello che speravo, che tu dessi una possibilità alle storie brevi, magari di voci nuove. Ah, dimenticavo, la prossima volta parleremo di qualche racconto indimenticabile. Nos vemos pronto, amigo!

 

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Bibliografia delle citazioni
Julio Cortázar, “Del racconto breve e dintorni”, breve saggio in appendice a Bestiario, Einaudi, 2014.
Flannery O’Connor, “Scrivere racconti”, intervento contenuto in Nel territorio del Diavolo, Minimum Fax, 2003.
Alan Pauls, Il Fattore Borges, Sur, 2016.
Firedrich Durrenmatt, “La salsiccia”, ne Racconti, Feltrinelli, 1996.