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Quella verità che cerco nei racconti

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Photo by Ana Silva – www.500px.com/noqas

 

C’è una cosa che per me è molto importante, ed è la verità. Nei racconti che leggo, la verità che cerco corrisponde a un messaggio autentico, sincero e onesto che lo scrittore ha urgenza di comunicare. È un concetto un po’ complicato che oggi provo a spiegarvi citando due dei miei racconti preferiti.

 

La moglie del colonnello, Andre Dubus [1]

Tempo fa, a uno scrittore che difendeva il suo racconto perché “quella che ho scritto è una cosa che mi è successa veramente”, ho dovuto spiegare che vivere non vuol dire saper scrivere, che non per forza si è in grado di produrre qualcosa di credibile in senso letterario solo perché ci siamo passati, altrimenti saremmo tutti i più grandi scrittori di noi stessi, i diari sostituirebbero i romanzi e non ci sarebbe alcuna distinzione tra cronaca e narrativa. L’esperienza può aiutare a sbloccare alcuni meccanismi, a svelare qualcosa di più profondo, ma il fatto in sé non basta a reggere una storia compiuta.

Uno degli autori che ha saputo trasformare una tragedia in una verità letteraria è Andre Dubus. Nel luglio del 1986, Andre guidava verso casa quando vide un ragazzo e una ragazza in difficoltà. Erano due fratelli, Luis and Luz Santiago. Andre si fermò, scese dall’auto e si avvicinò per aiutarli. In quel momento passò un auto che li travolse tutti. Luis morì all’istante, Luz si salvò perché Andre riuscì a spingerla lontano, ma lui restò gravemente ferito. Dopo una serie di interventi che gli provocarono più sofferenza che sollievo, dovette sottoporsi all’amputazione di entrambe le gambe. Nel racconto La moglie del colonnello, Robert Townsend è un militare in pensione che – ci viene detto subito – ha due gambe rotte, è ingessato fino alle cosce. Nella prima parte della storia viviamo insieme a Robert le piccole difficoltà quotidiane di un uomo costretto su una sedie a rotelle. Dopo la caduta da cavallo, Robert si è trasferito al piano terra della casa mentre sua moglie Lydia continua a dormire al piano di sopra. Lydia si occupa di lui come se non le costasse troppo, ma Robert ne soffre, soprattutto quando deve chiamarla per assisterlo nelle situazioni più intime e imbarazzanti. Sebbene questa potrebbe essere, così come riusciamo a immaginarla, un’esperienza simile a quella vissuta da Dubus dopo l’incidente, non è ancora la verità del racconto.

Nella seconda parte, Robert convince Lydia a uscire, rassicurandola di poter restare a casa da solo. Lui l’ha tradita molte volte quand’era un soldato ma non si era mai sentito in colpa come in quel momento. Era solo un modo per pensarsi ancora vivo, almeno così se la raccontava ogni volta al risveglio. Ma adesso vorrebbe che non fosse mai successo, che in qualche modo potesse dire di essere stato soltanto suo, di lei. Quando Lydia torna a casa, Robert le riconosce un’espressione nuova sul viso, qualcosa che gli sembra di ricordare di se stesso, e allora si spaventa. Quando lui le chiede se l’ha tradito, Lydia risponde di sì, ma aggiunge che la relazione è appena finita. Quando lui le chiede se è perché ora si trova su una sedia a rotelle, lei dice quella verità, la cosa più sincera che possa dire: «Non lo so. Sì. Perché sei su una sedia a rotelle».

Anche se Dubus ha riversato parte della sua esperienza nella scrittura, questo non è il racconto di una disabilità: è lo svelamento di una difficoltà che è di Robert ma che può essere di tutti noi. La verità è l’idea che due persone possano tradirsi anche se si amano, proprio perché si amano. Robert ha tradito Lydia per colmare la solitudine e dimenticare il dolore. Ora che ha bisogno di lei si pente di tutto quello che ha fatto. Lydia sa che il marito l’ha tradita – glielo dice dopo, quando lui si confessa – ma si prende cura di lui nonostante tutto. Lei diventa la parte forte, lui è la parte debole: l’equilibrio che li teneva insieme si spezza. Lydia tradisce Robert perché non riesce a sopportare il dolore del marito, è l’unico modo che trova per distogliere lo sguardo. Ma quel gesto, giustificabile o meno, riporta marito e moglie allo stesso livello. È come se il reciproco tradimento ristabilisse i ruoli: Lydia e Robert tornano ad essere deboli e forti insieme, entrambi, e questo permette loro di confrontarsi ad armi pari. È un concetto complesso, contraddittorio, doloroso, molto vero.

 

È tutto verde, David Foster Wallace [2]

Non mi aspetto che quel che leggo sia vero in senso stretto – che sia, cioè, un fatto veramente accaduto – ma voglio poterci credere come se fosse vero. Voglio poter pensare, senza troppo sforzo, che potrebbe succedere. Come si scrive qualcosa di vero che però non è vero? Cercando un approccio autentico, seguendo la naturale inclinazione della storia. È importante assecondare il percorso evolutivo dei personaggi senza forzarne i comportamenti, evitando di asservire gli elementi del racconto a uno scopo narrativo verso il quale non sono rivolti. Il punto è che quello che accade è solo l’ispirazione, il punto di partenza o di arrivo, di una terza destinazione: il messaggio.

A raccontarlo, È tutto verde non è niente di speciale: un uomo si rivolge a quella che presumiamo essere la sua ragazza. Lui ha quarantotto anni, lei è più giovane; è lui che lo dice, mentre sta cercando di lasciarla. Ne fa una questione di età, di esigenze, di bisogno di costruire e necessità di sistemare. Lei non lo ascolta, sta guardando fuori, oltre la finestra. L’unica cosa che dice è: «È tutto verde. Guarda com’è tutto verde Mitch. Come fai a dire di provare certe cose quando fuori è tutto così verde». All’inizio si rivolge a lui, senza neanche voltarsi, poi continua a sussurrarlo, sempre più concentrata in se stessa. Lui si avvicina alla finestra ma vede quello che ha sempre visto, e non è tutto verde. Ha piovuto da poco, c’è stato un acquazzone, ma non è cambiato niente. Si guarda intorno, non riesce a capire. Poi però eccola, quella verità: «Mi volto bruscamente verso di lei che sta sul divano in piena luce. Da dov’è seduta sta guardando fuori, e io guardo lei, e c’è qualcosa in me che non si riesce a chiudere, nel guardarla». È un messaggio onesto, sincero, proprio perché non cerca di spiegare niente. “Qualcosa che non si riesce a chiudere”, cosa vuol dire? Io non lo so, voi non lo sapete. Ma quante volte vi è successo, proprio così?

I miei scrittori preferiti raccontano l’universale sfruttando il particolare, attraverso una storia-emblema che abbraccia una verità in senso più ampio. È una verità che non sempre torna, perché di fatto la vita non torna: i cerchi non si chiudono, le persone si tradiscono, le cose più orribili succedono agli uomini migliori. Certe volte abbiamo paura, e basta, anche della paura stessa. Poi torniamo a vivere, con un’incoscienza diversa, oppure no. Magari non succede niente di eccezionale, non succede proprio niente. Magari impariamo solo a guardare in un’altra direzione, e se anche non diventa tutto verde è sempre tutto così vero.
È questa, quella verità che cerco nei racconti.

 


[1] Tratto dalla raccolta Ballando a notte fonda.
[2] Tratto dalla raccolta La ragazza dai capelli strani.

Sfidare la corrente

Perché leggere racconti è una sfida (anche contro se stessi)

 

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Photo by Jeremy Golberg – www.jeremy-goldberg.com

Per anni sono stata assuefatta ad un sistema romanzo-centrico, un circolo vizioso da cui faticavo ad uscire. Fino a quel momento, il momento, che vide i miei occhi inchiodarsi alla copertina di Cattedrale di Raymond Carver (“banale!”, direte probabilmente voi, ma incontrovertibilmente vero) e finii per restarne travolta.

Travolta da un’ondata di emozioni non previste, fu una totale e devastante epifania: fu come scoprire di aver vissuto con i romanzi una grande crociera fluviale letteraria, una gita in cui si ha tutta la calma possibile per scoprire la bellezza dei luoghi godendosi il panorama, in cui si ha il tempo per adattarsi all’ambiente circostante e capirne le dinamiche, scattando anche qualche foto, mentre in sottofondo la voce di una guida svela pazientemente curiosità ed dettagli e ne racconta la storia, per poi, con il primo racconto, ritrovarsi dal nulla improvvisamente proiettati a fare rafting, senza che nessuno spieghi alcunché, senza avere la possibilità di pensare, adattarsi o capire, ma solo quella di seguire l’istinto, facendosi trascinare dalla corrente, dai vortici, seguendo quel riflesso incondizionato che si ha di sopravvivere, col cuore in gola, sfrecciare velocissimi, planare sulle parole, ogni frase un senso di vuoto, come di precipitare, ogni dialogo una percezione di vertigine e precarietà, senza rendersi conto in tempo delle cascate, degli sbalzi e alle virate, consapevoli esclusivamente di quella sensazione di “voragine” alla bocca dello stomaco, unico appiglio vitale in questo fiume di incertezza e velocità. Perché alla fine ogni racconto è una storia di sopravvivenza.

La sopravvivenza dei personaggi – c’è infatti chi cerca di sopravvivere ad un lutto, ad un lavoro perso, ad un amore fallito, chi cerca una seconda occasione, chi tenta di superare una dipendenza, ma ognuno in sostanza cerca di sopravvivere a modo proprio agli affanni della propria esistenza e a se stesso – ma soprattutto la nostra sopravvivenza, e la vostra. Ecco allora che leggere un racconto assume la forma di due mani che vi prendono con forza e che vi fanno fare brutalmente i conti con la realtà delle cose:  una semplicità che attanaglia, un’immediatezza che non lascia spazio al superfluo e al ridondante, ma che coglie l’essenza stessa della vita in ogni suo aspetto, dipingendola con pennellate accennate e minimali, attraverso le storie di personaggi, probabilmente gli incontri più umani che avrete mai la fortuna di fare, che vanno e vengono come i tanti volti che entrano nella vostra visuale giusto il tempo di un viaggio in treno, un’attesa all’areoporto o una fila al supermercato, esistenze temporaneamente intrappolate con la vostra nel grande gioco degli incroci, coinquilini non previsti di una realtà inspiegabile e casuale.

Ogni racconto diventa un’esplosione con cui fare i conti all’interno di voi stessi, e poco importa se avrà un effetto immediato o un rilascio graduale, ciò che conta realmente è che vi sentirete un ingranaggio del sistema, sarete quella finestra con affaccio tanto più diretto sulla storia di quei personaggi quanto più profondo sarà il contatto che stabilirete con loro, e quanto più autentico percepirete il racconto, tanto più vi sentirete irrimediabilmente coinvolti, e la risposta che starete cercando risiederà precisamente in questo, nella potenza e nell’intensità delle sensazioni provate. Se è vero infatti che è per definizione breve, è anche vero che «Il racconto è un’operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo, contraendolo o dilatandolo».[1], e al tempo effettivo della lettura – fugace, incalzante, spedito-  ne segue un altro, più importante, che è quello della riflessione e della filtrazione: quel tipo di tempo che fa sì che, nonostante i minuti o gli anni intercorsi, le sensazioni e i pensieri scaturiti da quella lettura riescano a filtrare goccia e goccia diventando un bagaglio esistenziale perenne, e si possano, a distanza di tempo, provare «quei sentimenti elementari, “di pancia”, che sono la ragione per cui noi tutti in realtà leggiamo»[2],  così come accade ancora adesso quando ripenso a Cattedrale di Carver.

Tutt’ora percepisco nitidamente l’ansia, la disperazione e il logoramento di Una cosa piccola ma buona, il rimpianto e le convinzioni sovvertite di Penne, fino al più che accennato ottimismo che trapela da Cattedrale, in cui l’accettazione dell’altro, del diverso, avviene unicamente grazie all’immaginazione e al dialogo, elementi troppe volte mancanti nella nostra vita di tutti i giorni. Più quelle storie vi saranno vicine, più intenso e duraturo sarà l’effetto che avranno su di voi.

Quindi non importa quanta e quale preparazione abbiate alle spalle, quali pregiudizi ci siano e quante paure prima del lancio possiate avere, perché non saprete quanta potenza avrà quella corrente finché non vi ci sarete spinti dentro,  non saprete quanto saranno violente quelle rapide e quanta forza occorrerà, ogni volta, per resistere, ma se siete disposti ad affrontarla, e con essa ad affrontare voi stessi, e a farvi trascinare, a farvi travolgere e coinvolgere da quelle stesse emozioni allora siete dei veri lettori di racconti, allora siete pronti per questi racconti. E Tre Racconti è la corrente giusta per voi.

Vi lascio con una voce “giusta”, la voce di David Foster Wallace, e precisamente con la risposta di Wallace alla domanda[3]: «Cosa crede che renda la narrativa magica in un modo unico?».

Oddio, questo potrebbe prenderci un giorno intero! Beh, la prima linea di attacco per questa domanda è questa solitudine esistenziale che esiste nel mondo reale. Io non so cosa tu stia pensando o come sei dentro di te e tu non sai come sono dentro di me. Con la narrativa credo che noi possiamo saltare sopra questo muro in un certo senso. Ma questo è solo il primo livello, perché l’idea di intimità mentale o emotiva con un personaggio è una delusione o meglio un artificio che è posto ad arte dallo scrittore. C’è però un altro livello in cui un pezzo di narrativa può diventare come una conversazione. C’è una relazione che si stabilisce tra il lettore e lo scrittore che è molto strana e molto complicata e difficile da spiegare. Per me un grande brano di narrativa può riuscire o meno a trascinarmi e farmi dimenticare che sto qui, seduto in poltrona. Ci sono opere commerciali che possono farlo, e una trama avvincente può farlo, ma questo non mi farà sentire una minore solitudine.
C’è però poi a volte una specie di “Ah-ha!”. Qualcuno almeno per un momento, sente o vede qualche cosa nel mio stesso modo. Non sempre succede. Sono dei lampi o brevi fiammate, ma a me ogni tanto succede. Ma mi sento non più solo — intellettualmente, emotivamente, spiritualmente.

Mi sento umano e non più in solitudine e in una profonda conversazione piena di significato e con un’altra coscienza in narrativa e in poesia, in un modo che non credo sia possibile con altre arti.

L’augurio più sincero che posso farvi è di trovare ogni volta questo “Ah-ha!”  in ogni cosa voi leggiate, di provare quella “voragine” che vi faccia sentire meno soli, quel raro senso di condivisione ed empatia, e, se li troverete qui, vuol dire che avremo fatto la scelta giusta.

 

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[1] Italo Calvino, “Lezioni americane”
[2] [3] David Foster Wallace, “The Salon Interview: David Foster Wallace.” intervista con Laura Miller, Salon 9 (1996) – Un antidoto contro la solitudine, Minimum Fax