Su Truman Capote

– Sembra che lei finisca sui giornali più per quello che è che per quello che scrive.
– Ma non vale per tutti? Voglio dire, io sono un personaggio.

Una citazione di Pirandello dice: «C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando stai solo, resti nessuno». Ecco, questa citazione potrebbe essere il leitmotiv della vita di Truman Capote

Oggi voglio ripercorrere la parabola di un mito. Lo farò in un modo un po’ atipico, attraverso le parole di chi l’ha conosciuto. Con il benestare di Eugene Walter, secondo il quale immischiarsi nelle faccende private delle persone è proprio una tradizione del Sud, proverò a tracciare un profilo abbastanza preciso di Truman Capote mettendo insieme indiscrezioni, dicerie e pregiudizi. 

È importante che ve ne parli perché Capote è stato uno degli scrittori americani di maggior successo tra i Sessanta e i Settanta. È importante, poi, che ve ne parli su queste pagine perché la sua carriera è cominciata grazie a un racconto, e per colpa di un racconto è finita. 

Partiamo dall’inizio. Truman Streckfus Persons nasce a New Orleans nel 1924. I genitori divorziano quando lui ha quattro anni: la madre, molto bella e molto giovane, vince un concorso di bellezza, abbandona la famiglia e si trasferisce a New York. Il piccolo Truman cresce tra l’Alabama, la Louisiana e il Mississippi. A sei anni va a vivere a Monroville da alcuni parenti e stringe un legame importante con sua cugina Sook: è più grande di lui, ma è rimasta un po’ bambina a causa di una febbre tifoide che le ha procurato un certo ritardo mentale. Sook prepara a Truman delle focacce che insaporisce in segreto con un goccio di whisky, lo aiuta a ritagliare carta colorata per costruire gli aquiloni e lo veste da donna come se fosse la sua bambola.

Quando non è con Sook, Truman passa il tempo in compagnia della sua vicina: Nelle Harper Lee. A proposito: si dice che Truman abbia contribuito in modo sostanziale alla stesura del romanzo Il buio oltre la siepe. Del tipo che l’ha scritto lui. Capote non ha mai confermato, ma non ha neanche smentito1

E adesso fate uno sforzo d’immaginazione: pensate cosa volesse dire vivere nel Sud degli Stati uniti negli anni Trenta. Pensate, ora, cosa volesse dire, per un bambino come Truman, vivere nel Sud degli Stati Uniti negli anni Trenta. La sua infanzia non è felice: l’abbandono della madre lo ha segnato parecchio, così come la lontananza del padre che è rimasto a vivere a New Orleans. La condizione d’isolamento è aggravata dal fatto che i suoi atteggiamenti sono enfatizzati dalla voce stridula e dalle linee minute e aggraziate. Perciò, un po’ per diletto e un po’ per istinto di sopravvivenza, trova il modo di piacere ai suoi coetanei: comincia a raccontare storie. 

MARIE RUDISILL Sapevo che Truman voleva fare lo scrittore. La vecchia negra che viveva in casa nostra diceva sempre «Quel bambino diventerà uno scrittore perché sta sempre a scrivere cose sconce sui marciapiedi di tutto il paese». Truman era un bambino veramente unico. Diceva cose assolutamente irreali, così all’improvviso. Io pensavo che avrebbe potuto fare l’attore. 

JENNINGS FAULK CARTER Aveva un quadernetto tascabile in cui annotava piccole scene. A volte passeggiando nei boschi vedevamo una scena particolarmente bella di un albero che allungava i rami sopra un ruscello, e lui si fermava proprio per scrivere la descrizione. Erano tutte cose che conservava. Aveva un vecchio baule che teneva sotto il letto di Sook e ci metteva le sue carte, aveva una piccola chiave e chiudeva il coperchio del baule dopo avercele messe dentro. Non bisognava toccare quello che scriveva.

Scrivere diventa un’ossessione, «semplicemente una cosa che dovevo fare e non capisco neanche io esattamente perché doveva essere così». Ma scrivere non lo rende troppo diverso da ciò che è quindi Truman inizia a inventare piccole bugie. Gli piace che gli altri pensino a lui come a un bambino prodigio; per aumentare la portata del suo talento, dice di essere molto più piccolo della sua età e di non aver mai studiato seriamente. Giura di aver cominciato a scrivere a otto anni e di aver imparato senza l’aiuto di nessuno. Parecchi anni dopo, durante una lunga intervista condotta da Lawrence Grobel, pubblicata da minimum fax nella raccolta Colazione da Truman, il nostro genio dirà che a sedici anni era già uno scrittore molto competente: «Tecnicamente, scrivevo bene quanto adesso. Tecnicamente. Avevo capito tutto il meccanismo». Modestia a parte. 

ANDREAS BROWN In molte occasioni Truman ha sostenuto di non aver mai preso la maturità, ma non è vero. Lo fece qui a New York City alla Franklin School, una scuola privata nell’Upper East Side. Andava malissimo, aveva l’insufficienza in parecchie materie e spesso bigiava le lezioni. In quegli anni non scriveva ancora, come sostenne in seguito, testi tanto importanti e raffinati. A quindici, sedici, diciassette anni non era lo scrittore maturo e consapevole che ha poi dichiarato di essere stato. Certo, era di gran lunga superiore allo studente medio, ma non parliamo di una qualità da New Yorker. 

Nel 1932, Truman raggiunge sua madre a New York. Lillie Mae ha cambiato nome – ora si fa chiamare Nina – e ha sposato José García Capote, un contabile cubano. Truman Streckfus Persons ora Capote scrive e lavora per il New Yorker come fattorino. 

Tra il ’35 e il ’43 invia un pugno di racconti a diverse riviste, ma non ottiene grandi riscontri. Nel 2013, l’editore svizzero Peter Haag scopre quattordici inediti tra gli archivi della New York Public Library. Il Truman Capote Literary Trust, la casa editrice Random House e altri soggetti che conoscono la produzione di Capote lavorano al materiale ritrovato; i racconti più meritevoli finiscono in un’unica raccolta, pubblicata in Italia nel 2016 da Garzanti, dal titolo Dove comincia il mondo

I racconti giovanili di Truman Capote sono brani che rivelano diverse ingenuità eppure già si percepisce la ricorrenza di alcuni temi e, soprattutto, la cura del linguaggio: mi riferisco all’affannosa ricerca dei termini più appropriati, non necessariamente nobili, ma capaci di trasmettere immagini e sensazioni nel modo più preciso possibile.

Nel giugno del 1945, la rivista Mademoiselle pubblica Miriam. È la storia di una vedova di sessant’anni, Mrs. H. T. Miller, e di una bambina enigmatica che, per l’anziana donna, diventa una presenza inquietante. Il racconto assume le tinte grottesche tipiche della southern literature a cui lo scrittore fa riferimento, il gotico americano di William Faulkner e Flannery O’Connor, ma con uno slancio in più: Miriam suggerisce al lettore l’ipotesi alternativa del disturbo della personalità della signora Miller, sulla falsa riga di Giro di vite di Henry James. 

Grazie a Miriam2, Capote vince il premio O. Henry nella categoria miglior primo racconto pubblicato. Le cose vanno così: la sorella di Carson McCullers, Marguarita (Rita) Smith, è l’editor di narrativa della rivista e l’assistente di David. Truman è molto amico delle sorelle McCullers. Colto il potenziale della scrittura di Truman, Rita intercede per lui con il suo capo. Poi gli procura un agente, Marion Ives, e infine scrive una lettera di raccomandazioni che spedisce a Robert Linscott, senior editor della Random House. Linscott legge Miriam e ne rimane folgorato. Approfittando del colpo di fulmine, Capote si lascia sfuggire la trama del libro a cui sta lavorando. L’accordo è concluso: Linscott offre a Truman un anticipo di 1.500 dollari per Altre voci, altre stanze, il romanzo d’esordio pubblicato nel 1948. 

È impossibile non riconoscere Truman in Joel Harrison Knox, il protagonista di Altre voci, altre stanze. Eppure l’autore dirà che ci vollero parecchi anni prima che si rendesse conto di aver scritto di sé stesso, del senso d’isolamento che provava e della mancanza di un rapporto con suo padre.

Meno evidente, ma ancora più saldo, è il filo che lega Truman Capote a Holly Golightly, la ragazza con le perle di Colazione da Tiffany, il romanzo del 1958. Holly è l’alter ego di Truman: vive in un appartamento nell’Upper East Side con un gatto, è una creatura frivola e mondana, il suo posto del mondo è una gioielleria. Ogni tanto soffre di una serie di momenti di sconforto che chiama “paturnie”, ma non si sofferma più di tanto. 

È il periodo in cui Truman inizia a frequentare la café society di New York, affiancandosi a personaggi come Jackie Kennedy, Humphrey Bogart, Andy Warhol e il collega Tennessee Williams. Truman, il bambino che avrebbe voluto vivere in Francia nel Settecento ed essere molto, molto ricco, è una celebrità.

JUDY GREEN Una delle cose più belle di Truman era che conservava sempre un elemento di stupore infantile dentro di sé. È una caratteristica deliziosa in una persona. Per quanto sofisticati fossero i suoi desideri, la sua sorpresa e la sua meraviglia non venivano meno. Se qualcuno gli faceva un complimento si esaltava. Certo, altre volte diceva: «Ho inventato questo nuovo tipo di giornalismo e sono il più grande di tutti.»

Due anni dopo la pubblicazione, Colazione da Tiffany diventa un film con Audrey Hepburn e George Peppard. Truman avrebbe preferito Marilyn Monroe nel ruolo della protagonista, ma aveva ceduto i diritti alla Paramount e non aveva voce in capitolo. La verità è che Truman avrebbe scelto la Monroe rispetto a chiunque altro: Marilyn era la sua preferita, il cigno più bello del suo reame (Truman usa il termine swans per descrivere la sua compagnia di amiche). A lei dedica A Beautiful Child, uno dei pezzi più belli scritti durante la sua carriera, almeno così la pensava lui. Il testo è compreso nella raccolta Musica per camaleonti, una combinazione di fiction e non fiction, pubblicata per la prima volta nel 1980.

A proposito di non fiction. Truman Capote ha 35 anni quando, sul New York Times, legge un articolo che riporta un omicidio avvenuto a Holcomb: un’intera famiglia è stata sterminata da due rapinatori. Nella sua mente scatta qualcosa: sente di dover raccontare quella storia. L’idea è di attenersi ai fatti, usando però uno stile di scrittura mai applicato alla cronaca. Il romanzo segue il pensiero che Truman ha sempre avuto: non è importante il materiale trattato dall’artista quanto il modo in cui lo usa. È questo «a fare la differenza tra un talento fuori dal comune e chi ha semplicemente del talento.»

Così parte per il Kansas insieme all’inseparabile Harper Lee e, quando sei settimane dopo i due colpevoli – Perry Smith e Richard Hitchcock – vengono arrestati, Truman li raggiunge nel penitenziario del paese.

Il titolo suggerisce che gli assassini hanno agito in cold blood, senza emozioni. Per contro, la stesura del romanzo si rivela una prova inaspettatamente impegnativa. Qualcuno dice che tra Perry e Truman nasce una relazione sentimentale, ma lo scrittore smentisce. Sente di essere vicino a Perry a un livello più tragico di una semplice infatuazione: i due hanno vissuto un’infanzia molto simile 3, solo che lui – lui, Truman – ha avuto un’opportunità di riscatto, una via d’uscita, che a Perry non è stata concessa. 

Truman impiega sei anni per concludere il romanzo: frequenta Perry e Richard per cinque anni, li segue nel braccio della morte, si fa carico di tutte lo loro pene e i loro timori, e li assiste fino all’esecuzione della condanna, che avviene il 14 aprile del 1965. A sangue freddo, il romanzo-verità pubblicato a puntate sul New Yorker nel 1966, è la prima, vera prova di giornalismo narrativo. Più tardi, Truman dirà che quel libro gli è costato parecchio. In un certo senso l’ha cambiato, scarnificato «fino al midollo delle ossa». Ne è valsa la pena: A sangue freddo è un capolavoro autentico, una commistione eccezionale tra realtà e finzione.

TRUMAN CAPOTE Questa esperienza mi è servita per intensificare la mia visione tragica della vita. Prima avevo sempre messo da parte questi pensieri e ciò spiega il mio lato apparentemente frivolo: quella parte di me che sta sempre in un corridoio oscuro, a deridere la morte e la tragedia. Ecco perché adoro lo champagne e soggiorno al Ritz.

Dopo il successo internazionale di A sangue freddo, Truman Capote è colpito da quella che gli addetti ai lavori definiscono come “la maledizione del secondo libro” o terzo, per i più fortunati (la stessa che ha travolto Richard Yates, per intenderci). Da qualche tempo lavora a un nuovo romanzo: insegue la scia del giornalismo narrativo, ma abbandona la cronaca nera. La sua nuova ispirazione è il jet set di Manhattan

Truman Capote con Harper Lee

«Tutta la letteratura è pettegolezzo» dichiara in un’intervista rilasciata a Playboy in occasione dell’uscita del racconto La côte basque, titolo che prende il nome dal ristorante di Henri Soulé nella East 55th dove si riuniscono i maggior esponenti dell’alta società. Per La côte basque, Esquire offre 16.000 dollari. Quel racconto è il primo capitolo di un progetto più ambizioso, un romanzo in otto parti che avrebbe dovuto intitolarsi Answered Prayers. A Dark Comedy About the Very Rich. Ma Capote non riesce a portarlo a termine: Preghiere esaudite, infatti, viene pubblicato postumo nel 1986 e contiene solo tre racconti. 

Per farla breve: Truman decide di rivelare i segreti dei suoi amici, ovvero di quelle persone che ha faticosamente conquistato, nonostante le sue origini. È convinto che non subirà alcun tipo di ripercussione («Nahh, sono troppo stupidi. Non si riconosceranno.») e questa ingenuità gli è fatale; nonostante l’uso di pseudonimi, i riferimenti a fatti e persone sono così precisi che non lasciano dubbi: Lady Coolbirth è Slim Keith, Ann Hopkins è Ann Woodward e Sidney Dillon è William Paley. 

KATE HARRINGTON Ricordo quando decise di pubblicare l’estratto da Preghiere esaudite su Esquire. Ne stavo parlando al telefono con mio padre che disse: «È un suicidio sociale». Quella fu la fine di Truman, diciamolo. Mi fece vedere i piccoli brani, le piccole storie che voleva intrecciare. Alcuni erano veramente minimi e non li pubblicò neppure.

WILLIAM STYRON A me sembrò un atto di distruzione volontario. Se certe persone sono tue amiche e tu scrivi di loro facendole apparire, come fece Truman, grottesche, immorali, sgradevoli e squilibrate, puoi solo aspettarti qualche genere di rappresaglia. E infatti arrivò.

George Plimpton, fondatore del The Paris review – autore del libro Truman Capote: Dove diversi amici, nemici, conoscenti e detrattori ricordano la sua vita turbolenta, libro dal quale sto attingendo queste fantastiche dichiarazioni –, racconta che fu Liz Smith, allora giornalista freelance, a portare alla pubblica attenzione ciò che succedeva. 

La Smith scrive un pezzo sulla reazione della società alla pubblicazione di La côte basque: Truman Capote in acque agitate; il sottotitolo è «I mostri sacri dell’alta società sono in stato di shock. Mai si è tanto sentito gridare al tradimento, mai tante urla di lesa maestà…!». L’articolo è accompagnato da una caricatura di Edward Sorel nella quale c’è Truman raffigurato come un barboncino che addenta la mano di una signora (Capote morde le mani che l’hanno nutrito è la didascalia). 

TRUMAN CAPOTE Che si aspettavano? Sono uno scrittore, ho usato gli strumenti che avevo a disposizione. Pensavano che fossi qui solo per divertirle?

Il racconto è affidato a un’eccentrica voce narrante: lo scrittore P. B. Jones che, per arrotondare, si ricicla come escort d’alta classe. Capote racconta TUTTO, persino l’episodio di ascesa di Ann Woodward, terminato quando spara al marito scambiandolo per un ladro d’appartamento. La Woodward si toglie la vita pochi giorni prima che Esquire esca in edicola; si sparge la voce che si sia gettata dalla finestra perché ne ha visto in anticipo una copia. 

MARELLA AGNELLI Me ne lesse un po’ mentre eravamo in barca. […] Quello che stava scrivendo era molto superficiale, era giornalismo scandalistico, e un giorno ricordo di essermi alquanto arrabbiata con lui. Gli dissi: «Oh, Truman, questi sono pettegolezzi, dove vuoi andare a parare? »

NORMAN MAILER Non avrei mai pensato che potesse essere tanto incauto: non sfrontato ma incauto. L’avevo già visto comportarsi in modo sfrontato, era così da una vita, ma non avventato. […] Insomma, chi se ne frega?

Qualcuno dice che non si assisteva a uno scandalo di tale portata «dai tempi in cui Marcel Proust aprì le porte dei salotti del Faubourg Saint-Germain a suon di adulazioni» 4. Truman Capote non era mai stato gentile, neanche con i suoi colleghi (Saul Bellow era “una nullità”, Pynchon era “orrendo”, Kerouac era un “buffone”, Malamud era “illegibile”. Di Hemingway diceva che era un omosessuale latente. Joyce Carol Oates? Testualmente: «Uno scherzo della natura che dovrebbe essere decapitato in un auditorium o in uno stadio o in un campo con centinaia di migliaia di spettatori.»), però non era mai andato sul personale. O almeno, non in modo gratuito. O, almeno, non in un libro. 

La fama di Truman Capote sbiadisce: l’idea che tutti hanno di lui è di uno che è stato un grande scrittore, uno scrittore che ha scritto un bestseller da cui è stato tratto un film, che poi si è venduto per soldi e celebrità, al prezzo della sua salute e del suo stesso talento. 

Negli ultimi anni della sua vita instaura una serie di relazioni fallimentari, con uomini che sfruttano quel che rimane del suo patrimonio, e comincia a collezionare una serie di aneddoti imbarazzanti. Come quella volta che fu chiamato dall’Università del Maryland per una lezione di scrittura: Truman è sul palco, tra il rettore e vari esponenti scolastici. È ubriaco, come spesso accade. A un certo punto si alza, inveisce contro gli studenti e cade giù dal palco. Il giorno dopo, il Washington Post pubblica un articolo in prima pagina su un certo scrittore che viene trascinato fuori all’aula di un’università.

Kate Harrington, una delle amiche di Truman, l’unica che gli restò accanto, disse che non riusciva a spiegarsi se davvero ce l’avesse con quelle persone, oppure se una parte di lui avesse voluto raggiungere quel livello sociale e poi ne fosse rimasto deluso, o se in fondo fosse solo infelice. Il titolo del libro, in effetti, si rifà alle parole di Santa Teresa D’Avila nel Cammino della perfezione, che nel testo diventano: «Si versano più lacrime per le preghiere esaudite che per quelle non accolte».

KATE HARRINGTON Truman una volta mi disse, mentre era in ospedale a disintossicarsi per la milionesima volta, qualcosa sul riverbero della vita che per alcuni di noi è eccessivo. Mi torna sempre in mente.

Truman Capote confesserà a Grobel che è stato un grosso errore pubblicare La côte basque perché è risultato fuorviante rispetto all’argomento del libro. 

Io non so se fare uscire quel racconto sia stato un errore, non so se avrebbe fatto la differenza leggerlo nel contesto che Truman aveva in mente, però c’è un passaggio, nel primo capitolo – Mostri non rovinati –, che mi pare c’entri con tutto quello che abbiamo detto: con la scrittura di Capote, con la sua vita. Con la sua fine, pure. È il punto in cui P. B. Jones rivela a Woodrow Hamilton che sta scrivendo un romanzo. Il titolo è…

Preghiere esaudite? Una citazione, immagino.
– Santa Teresa […].
– È un libro su Kate McCloud e la banda.
– Non direi che è su di loro – anche se vi compaiono.
– Allora su che cos’è?
– Sulla verità come illusione.
– E sull’illusione come verità?
– Sulla prima. La seconda è tutt’altra cosa.

Woodrow mi domandò in che senso, solo che il whisky era già al lavoro e mi sentivo troppo sordo per rispondere; ma quello che gli avrei detto è: poiché la verità non esiste, non può essere altro che illusione – ma l’illusione, questo sottoprodotto dell’artificio rivelatore, può raggiungere le sommità più vicine alla vetta inaccessibile della Verità Perfetta.

A Pirandello sarebbe piaciuto.


  1. Le malelingue dicono che i due rimasero molto amici fino al 1961, anno in cui Harper Lee vinse il Premio Pulitzer per la narrativa. Coincidenza?
  2. A difesa dell’editor: la versione originale di Miriam era diversa da quella che è stata pubblicata. C’era questa persona, di cui Truman si fidava molto, che consigliò allo scrittore di tagliare le ultime cinque righe. E così, secondo Truman, grazie a quel consiglio trasformò «un buon racconto in un racconto davvero grande».
  3. Perry aveva subito diverse violenze da bambino. Sua madre, tossica e alcolizzata, muore quando lui ha tredici anni. Lillie Nina Faulk Persons Capote ha sempre respinto suo figlio: prima, perché non voleva diventare madre così giovane, e considerava Truman un ostacolo alla realizzazione dei suoi obiettivi, dopo per la sua omosessualità. Si suicida nel 1954.
  4. Anche se il paragone sembra un po’ azzardato, il collegamento con Proust non è così assurdo. Se Proust aveva raccontato vita pubblica e privata dei parigini dell’Ottocento, Capote svelò segreti e tradimenti dell’alta società newyorkese. Come disse il poeta James Dickey, quando fu incaricato di dare l’estremo saluto allo scrittore: «Truman, come Proust, aveva descritto e assistito e partecipato in prima persona alla decadenza. Se c’è magia nella vita americana, la si può trovare dove grandi somme di denaro vengono spese in ambienti lussuosi e raffinati che esistono per sfoggio o per piacere: una magia corrotta e sfibrante, eppure l’unica in cui la nostra cultura creda veramente.»
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