Storie crudeli per bambini

Abbiamo paura della cattiveria? O meglio, abbiamo paura di mostrare la cattiveria ai nostri figli? Di svelare loro i lati più oscuri delle persone, ma anche di loro stessi?

Me lo chiedo perché ho un figlio di sette anni e spesso, che si stia parlando di libri o di cartoni, mi ritrovo a vedere storie in cui il cattivo di turno o viene redento, oppure ci viene mostrato un background che questa cattiveria la vuole giustificare. E io mi sento un po’ preso in giro. Quando vedo un cattivo ridotto a burlone, a simpaticone, o peggio, quando vedo un cattivo che viene ‘scusato’ per via di qualche cosa successa prima io mi arrabbio. Mi metto a pensare se al me ragazzino preso di mira dal bullo di turno sarebbe mai importato di sapere che quel ‘compagno’ si comportava così perché prima gli era successo un qualche trauma. La risposta è che se avessi potuto, se solo avessi avuto più coraggio e più muscoli, gli avrei dato una mazza da baseball sui denti. Traumi o non traumi pregressi.

Credo sia importante mostrare la cattiveria. Per riconoscerla, ad esempio. Non solo negli altri, ma anche in se stessi. È importante sapere che era normale il mio desiderio di impugnare una mazza di legno (sebbene sia preferibile evitare di concretizzarlo) ed è importante capire che a volte ci si può sfogare così com’è importante capire che non tutti sono buoni. In questo senso ho accolto con molta gioia la ripubblicazione, da parte di Salani, di una raccolta di racconti di Saki.

Saki non è di per sé un autore per bambini, ma qui Salani sceglie otto dei suoi racconti e li mette a disposizione dei bambini, appunto. Dagli otto anni in sù, dicono le indicazioni, ma io oserei anche un po’ prima. Il titolo è La zia ha adottato un licantropo, ma è il sottotitolo a risultare interessante: Otto racconti crudeli.

Sono infatti le crudeltà a essere messe in scena in queste otto storie. Crudeltà di vario grado, che vanno dalla bricconata all’omicidio, che non sempre portano bambini come protagonisti ma che dai bambini possono sicuramente essere comprese. Il bello è che non si tratta di racconti moralisti. Le crudeltà non vengono necessariamente spiegate, semplicemente succedono. Nella prima storia, per esempio, nessuno vuole spiegarci perché la protagonista abbia voluto spaventare così il povero visitatore. Molto semplicemente l’ha fatto. È tutto. Ed è questa la bellezza.

Nell’ultimo racconto proposto ci sono due passaggi che suonano attualissimi. Siamo in un treno e c’è una zia che non riesce a far star calmi i suoi nipoti, nemmeno con una storia. Fortunatamente c’è un altro passeggero che ne racconta una in grado di tenerli inchiodati alle seggiole. A un certo punto, questo raccontastorie, dice che la protagonista della storia era orribilmente buona.

Ci fu un’immediata reazione favorevole alla storia; la parola ‘orribile’ unita a ‘bontà’ era una sorpresa che si raccomandava da sola. Introduceva un tocco di verità che mancava sempre ai racconti di vita infantile della zia.

Eccolo lì, il segreto. Il tocco di verità.

È possibile raccontare belle storie omettendo la verità, e cioè che la crudeltà esiste, che l’orribile esiste, che esiste la paura, la cattiveria, la vendetta e anche il semplice desiderio di causare una qualche reazione? Ma qui si va anche oltre e si dice che la bontà poteva essere orribile. E poi si arriva al finale del racconto:

“È l’unica bella storia che abbia mai sentito” disse Cyril.
L’opinione della zia era diversa.

“È una storia sconveniente! E raccontarla a dei bambini! Lei ha minato gli effetti di anni di educazione.”

“A ogni modo” disse lo scapolo mentre raccoglieva i bagagli e si preparava a scendere, “io li ho fatti star buoni per dieci minuti, cosa che lei non è stata capace di fare.”

‘Donna infelice!’ osservò dentro di sé mentre camminava lungo il marciapiede della stazione; ‘per almeno sei mesi quei bambini la tormenteranno davanti a tutti per farsi raccontare una storia sconveniente!’

Mi vien da dire che queste citazioni raccontano tutto. Potrei finirla qui. Ai bambini piacciono le storie ’sconvenienti’, perché sono reali. Il cattivo ‘burlone’ non è reale. Una storia volutamente ‘educativa’, non è reale. Sono gli adulti a propinare storie poco coinvolgenti e manipolate. Storie che a noi lettori ‘grandi’ probabilmente non piacerebbero affatto.

Perché? Ce lo dice la zia: per educare.

Anche tralasciando il fatto che la letteratura non può essere vista solo come strumento per educare (ne ho già parlato in un altro pezzo, sempre qui su Tre racconti), che risultati si pensa di ottenere tralasciando sentimenti così umani quali la rabbia, la cattiveria, la crudeltà? Cosa si pensa di ottenere relegando questi sentimenti ‘sconvenienti’ a ruoli da macchietta? Graham Green, nella prefazione alla raccolta di racconti di Saki pubblicata da il Saggiatore, scrive che “l’infelicità sa essere un meraviglioso ausilio alla memoria, e le storie migliori di Hector Hugh Munro (vero nome di Saki n.d.r.) riguardano l’infanzia, i suoi lati divertenti e l’anarchia, ma anche la sua crudeltà e sofferenza.”

Ecco la verità: l’infanzia è anche infelicità, crudeltà, sofferenza. Non solo caramelle e giochi e risate. L’infanzia è anche solitudine e malignità. Gli otto racconti di Saki pubblicati da Salani ci mostrano questa infanzia, quindi. Un’infanzia più veritiera e per questo appassionante. E se proprio dobbiamo trovare qualcosa da apprendere, bene! Leggendoli capiremo che tutti possiamo essere cattivi, che non tutte le cattiverie sono uguali, che alcune potrebbero anche essere necessarie, mentre altre semplicemente ci piombano addosso inaspettatamente.

Sarebbe bello che molte zie, genitori e lettori tutti abbracciassimo la sconvenienza dei racconti di Saki.

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