Storie brevissime che non lo erano

Ernest Hemingway un giorno vinse una scommessa di dieci dollari, scrivendo un racconto di sole sei parole.

For sale: baby shoes, never worn.

Lo scrisse mentre era all’hotel Algolquin di New York ed è la più evidente testimonianza del genio letterario del premio Nobel della letteratura. In mezza dozzina di parole di talento compone una storia che ha tutto, la definizione stessa di icasticità. Sintetico ma efficace, un capolavoro di non detto. Se solo lo avesse scritto veramente Hemingway sarebbe perfetto.

Ernest Hemingway fuori dalla celeberrima Shakespeare & Company di Parigi

Definitivamente parte della narrazione collettiva sull’autore, ormai in una qualsiasi ricerca questa storia viene riportata, accennata, a dire la verità a volte anche smentita. Sono una specie di consuetudine i concorsi o le sfide all’emulazione del leggendario esempio. Quando si parla di Ernest Hemingway, si parla di brevità, essenzialità, la parola scarnificata del suo belletto espone la tragica verità della vita. E non c’è niente di meglio che una frase inventata per rappresentarlo.

Riflettendoci meglio, all’inizio della mia carriera di lettore, non percepivo come adeguata la definizione di sintetico o icastico per Hemingway. Romanzi come Il vecchio e il mare, o Verdi colline d’Africa, il postumo Isole nella corrente, avevano tutti uno spirito elegiaco che mal si incastrava a questi aggettivi. Eppure la fama di questo personaggio bigger than life, è intimamente legata alla brevità.

È infatti nella forma breve che l’autore ha dato il suo meglio: la raccolta de I quarantanove racconti è uno dei capisaldi del genere, da dove arrivano le citazioni delle scuole di lettura, da dove arriva la vera fama. La breve vita felice di Francis Macomber, Colline come elefanti bianchi, o Campo indiano sono famosi quanto i romanzi. Ma si tratta pur sempre di dimensioni accettabili, normali per i nostri standard se non per quelli dell’epoca in cui sono stati pubblicati.

Un po’ nascosti tra le pagine della raccolta se ne stanno però dei veri micro racconti. Poche, pochissime parole, quasi come nella storia più breve mai non scritta da Ernest Hemingway. Sono 15 “capitoli” come sono indicati nell’indice, contrassegnati da un numero romano progressivo, si alternano tra il sesto e il ventunesimo racconto della raccolta, e rischiano di passare inosservati. Eppure dovevano avere un valore per l’autore che se li porta dietro anche in questa edizione. I quarantanove racconti, pubblicato nel 1938 è sostanzialmente la seconda edizione, riveduta e aggiornata di Nel Nostro Tempo, pubblicata nel 1925, ma i quindici micro racconti hanno una storia ancora più antica, ed erano comparsi in una delle primissime opere dell’autore americano.

Parigi. In principio erano 6 vignettes commissionate dall’amico Ezra Pound per la sua rivista modernista The Little Review. Poi divennero 18 e furono pubblicate nella capitale francese nel 1924 con il nome di in our time (in minuscolo). Il successo fu buono ma l’editore americano credeva che fosse troppo d’avanguardia per il pubblico degli States e decise di rimpinzarlo con una quarantina di racconti. Ora l’edizione cartacea del 1924 è introvabile, e dobbiamo consolarci con quella digitale. Sulla prima pagina un esergo:

A GIRL IN CHICAGO: tell us about
the French women, Hank. What are
they like?
BILL SMITH: How old are the French
women, Hank?

Un colloquio a tre, di cui il terzo elemento è scomparso, un dialogo che allude senza mai dire.

E allora eccolo qui, l’Hemingway a cui possiamo attribuire le storie più brevi del mondo. Le diciotto vignette riguardano argomenti limitati: cinque hanno come argomento episodi della Prima Guerra Mondiale, altri sei delle corride, altri in modo sparso di episodi di cronaca estratti dai giornali, oppure della Guerra Greco-Turca, compare persino Nick Adams, l’alter ego del giovane autore, che comparirà in molti dei racconti più belli. È come se fossero un estratto, un condensato di Hemingway, ci sono tutti i temi che ancora oggi lo identificano: la guerra, i tori, la morte. Sono episodi, idee, ricordi, molto spesso non dello scrittore ma che sono trasfigurati nella sua poetica. Cosa si può dire di più di opere lunghe in media una decina di righe? Non molto altro.

Eppure sono significative e si fanno rileggere all’infinito, perfette e precise nella loro brevità, un mondo di antieroi che vomitano sulla sabbia dell’arena dopo aver sconfitto il toro, occhi che registrano il mondo, piccole storie inventate a partire da un trafiletto sul giornale. Ma non sono uno sterile esercizio di stile, un compito da corso di scrittura: un “ora prendete una riga a caso da questo quotidiano e inventate un romanzo” sono filtrate attraverso lo stile e l’esperienza dell’autore, che le rendono immediatamente riconoscibili. Il non detto portato all’ennesima potenza: oltre al significato della storia, nascosto tra le parole, scompaiono le parole stesse

Nel corso delle successive edizioni Ernest decide di conservare tutte le sue storie brevissime, a costo di modificarle o spostarle, soprattutto se si tratta dei micro racconti più lunghi. Il capitolo 11, che racconta di un giovane ammiratore della pittura italiana (ma non del Mantegna) diventa Il rivoluzionario, mentre il fenomenale capitolo 18; che descrive un colloquio con il Re di Grecia durante la Rivoluzione diventa L’Envoi.

Ma è il capitolo 10 il più interessante: diventato Una storia molto breve. Oltre al nome sono cambiati l’ambientazione, da Milano a Padova e il nome di una dei due protagonisti, da Ag a Luz. Con il passare degli anni l’autore ha voluto prendere le distanze dall’esperienza personale di un amore nato e finito in Italia subito dopo la guerra. Non cambia però la sostanza e la disillusione di un finale che non lascia scampo a nessuno. Per quanto brevi queste microstorie sono un ricchissimo catalogo di altissima letteratura, l’esempio migliore di come bastino poche parole al posto giusto per raccontare grandissime storie. Ma ehi, ho sentito dire che una volta Ernest Hemingway ha scritto il racconto più breve del mondo.

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