Shirley Jackson: il terrore, la paranoia e altre esaltazioni casalinghe

La mia situazione è particolarmente toccante. […] Sono una scrittrice che, a causa di una serie di ingenui e inconsapevoli errori di giudizio, si ritrova con quattro figli e un marito, una casa di diciotto stanze senza domestica, due alani, quattro gatti e – sempre che sia ancora vivo – un criceto. Forse da qualche parte c’è anche un pesce rosso.

Una mattina di primavera del 1948, Shirley Jackson va a fare la spesa con sua figlia. La sera prima ha letto un libro sui criteri che condizionano la scelta della vittima di un sacrificio, così passa in rassegna gli abitanti del paese per stabilire il candidato più adatto. Le viene in mente un sistema di estrazione basato sui legami familiari e riflette sulle conseguenze (problemi pratici, come: «I fratelli Campbell, che non si parlavano da vent’anni, avrebbero dovuto presentarsi insieme?»). Torna a casa, mette in ordine le idee, scrive un racconto. Le interessa porre l’accento sul metodo di selezione perciò intitola il testo The Lottery e lo invia al suo agente che lo propone al New Yorker.

Il 26 giugno dello stesso anno La lotteria appare sulla rivista statunitense e la pubblicazione scatena una reazione inaspettata: la redazione viene sommersa da centinaia di lettere, almeno 10-12 al giorno1 , lettere che i redattori inoltrano puntualmente all’autrice. Qualcuno scrive che il racconto è “a piece of trash”, i lettori più indignati mettono in discussione la linea editoriale della rivista e cancellano l’abbonamento. Kip Orr, incaricato di rispondere alle proteste, riassume alcune considerazioni in una formula standard e sottolinea che La lotteria può essere interpretato in una dozzina di modi diversi. «It’s just a fable…», aggiunge. Shirley dirà che l’ha scritto pensando ai suoi vicini ma nessuno le crederà. Per mettere a tacere la questione, ricapitolerà la faccenda nel più formale Biography of a Story.

Nonostante le critiche, La lotteria è stampato in varie antologie, adattato per la radio, la televisione, il cinema e il teatro, e diventa uno dei racconti più famosi della letteratura americana. Alla luce di questo successo è ancora più interessante provare a rispondere alla domanda che si ponevano i lettori del New Yorkerperché Shirley Jackson aveva scritto una storia così terrificante?

È inutile disquisire su cosa potrebbe attirare l’interesse del lettore; i direttori delle riviste possono raccontare infinite banalità su ciò che la gente vuole leggere, o su ciò che dovrebbe leggere, ma in ultima analisi qualunque racconto, pubblicato su qualunque rivista per qualunque tipo di lettore, non potrà mai essere interessante a meno che lo scrittore, usando tutti i suoi mezzi e la sua bravura, non si impegni con decisione a renderlo tale.

Vita di una desperate housewriter

Per sopperire alla mancanza di tempo e addolcire “la fredda realtà”, la Jackson approfittava dell’impegno manuale che la vita casalinga le imponeva per dare spazio alla fantasia. Inventava mille storie intorno agli elettrodomestici («Nessuno dei miei familiari si stupisce se sposto la piastra per le cialde su un altro ripiano perché nella mia storia ha litigato con il tostapane»), lasciava quaderni e matite in ogni camera, prendeva tantissimi appunti e, quando aveva abbastanza materiale, riscriveva tutto con la sua Royal. Le capitava di trovare note che non ricordava di aver preso perché l’aveva fatto mentre riordinava la camera dei bambini o preparava la colazione («Shirley, non dimenticare: nessun omicidio prima del capitolo cinque»).

Stephen King non ha mai nascosto la sua stima per Shirley Jackson e la cita ogni volta che annovera i suoi maestri. A lei ha dedicato il romanzo L’incendiaria, a lei «che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce». Secondo Shirley Jackson «una delle cose più belle del lavoro di scrittrice è che nulla va mai sprecato». Scrivere non è un’attività che si compie soltanto di fronte al foglio bianco: nessun episodio, espressione o gesto dovrebbe passare senza che lo scrittore provi a descriverlo; dettagli che sembrano irrilevanti potrebbero saltare fuori dalla memoria al momento giusto e dare lo spunto per grandi progetti di scrittura.

Il talento della Jackson si manifesta appieno nella precisione con la quale orchestra i rovesciamenti narrativi: è capace di rendere allarmanti le situazioni più ordinarie apportando alla scena piccoli e mirati cambiamenti. Non è detto che la minaccia si concretizzi alla fine della storia; spesso Shirley si ferma un attimo prima perché, più del fatto, le interessa catturare le reazioni dei personaggi che, costretti in una posizione scomoda, mostrano il loro vero volto (il più delle volte malvagio). Il male si palesa nell’ultima riga della Lotteria, che inizia in una «mattina limpida e assolata, con un bel caldo da piena estate; i fiori sbocciavano e l’erba era di un verde smagliante». È già meno esplicito nei racconti di Paranoia, l’ultimo libro pubblicato dalla casa editrice Adelphi.

La raccolta contiene quattro storie inedite, aneddoti di vita domestica, saggi, recensioni e trascrizioni di conferenze sulla scrittura, tratti da Let me tell you del 2015. Il libro è il frutto del lavoro realizzato dai figli della scrittrice, Laurence e Sara, che a metà degli anni Novanta hanno ricevuto una scatola senza l’indicazione del mittente: dentro c’erano alcuni dattiloscritti riportati sulla stessa carta che utilizzava la madre e con il tipico carattere della sua macchina da scrivere. I due hanno letto le bozze e hanno dato forma alla nuova raccolta integrandola con alcuni testi presi dall’archivio di Shirley Jackson depositato presso la Library of Congress di Washington (lo fecero già una prima volta: da quella spedizione nacque Just an Ordinary Day).

I bambini di casa nostra hanno un motto: una cosa può essere vera, non vera, oppure una fissazione della mamma. Ora, io non me ne intendo di cose vere o non vere, perché a quanto pare ce ne sono tantissime, però me ne intendo di fissazioni della mamma, e so che sono serie.

In ogni storia della Jackson è presente un momento in cui si attiva un senso di allerta che aumenta in maniera impercettibile ma costante. La tensione è alimentata dall’ambiguità del contesto quindi il lettore non sa se credere o meno alle sue intuizioni. La narrazione può svilupparsi per mezzo di un io inaffidabile (come Mary Katherine Blackwood, la voce di Abbiamo sempre vissuto nel castello), oppure un narratore esterno e più focalizzato può dare l’impressione che anche il protagonista sia una vittima del gioco, come nel romanzo L’incubo di Hill House che ha ispirato la serie televisiva diretta da Mike Flanagan, o come nel racconto che dà il titolo all’ultima raccolta.

Paranoia è la storia di Halloran Beresford, un uomo che «piacevolmente stanco dopo una proficua giornata in ufficio, la rasatura ancora quasi perfetta e i pantaloni ancora ben stirati dopo otto ore» esce da un negozio di dolci con una grande scatola sotto il braccio. Nell’incipit, la Jackson aggiunge diversi elementi tesi a sottolineare la positività della scena: Mr Beresford ha comprato dei dolci che, sapremo leggendo qualche riga in più, ha deciso di regalare alla moglie perché è il suo compleanno. Così si avvia verso casa, «canticchiando tra sé». Mentre si domanda se sarebbe meglio prendere un taxi o un autobus, un uomo con un cappello chiaro gli si ferma accanto. Per qualche minuto i due si fissano ma, il narratore ci rassicura, è un fissarsi «come fanno a volte le persone, senza badare particolarmente a ciò che vedono». Mr Beresford non è molto convinto: pensa che quell’uomo sia un tipo strano, un tipo che diventa «tipaccio» quando gli lancia un’ultima occhiata e gli volta d’improvviso le spalle. Mr Beresford raggiunge la fermata, l’autobus arriva, lui sta per salire ma qualcuno lo spinge e lo lascia fuori. Le porte si chiudono, l’uomo dal capello chiaro è sull’autobus e lo guarda «ghignando da dietro il vetro». Il racconto si sviluppa di conseguenza, fino al ritorno a casa e all’accoglienza della signora Beresford, in perfetta sintonia con l’impronta morbosa della storia.

Ancor più riuscito, secondo me, è Mrs Spencer e gli Oberon che fa di una lettera l’innesco dell’intera vicenda. Mrs Spencer diffida dalle lettere per principio, perché crede che vogliano sempre intrappolarla in «piccoli obblighi sgradevoli». Non accade nulla, nulla veramente, ma riusciamo a percepire gli Oberon stringersi intorno a Mrs Spencer senza mai apparire davvero e l’intenzione claustrofobica è soddisfatta. Shirley non scioglie alcun dubbio: è compito del lettore scegliere la chiave di lettura che preferisce.

La più grande minaccia per uno scrittore – qualsiasi scrittore, principiante o no – è senza dubbio il lettore. Il lettore, dopotutto, è una specie di partner silenzioso in questa faccenda della scrittura […]. Ha tutto dalla sua parte: in definitiva non deve far altro che chiudere gli occhi, e l’opera perderà ogni significato. 

Il ritratto che emerge da Paranoia, dai racconti inediti e dagli scampoli di vita che Shirley condivide, è quello di una scrittrice eccentrica, dotata di un umorismo dissacrante che trasferisce in tutto ciò che produce; che si tratti di narrativa, di una riflessione sui clown o del resoconto di una cena in famiglia. Nata a San Francisco nel 1916, trasferita nel Vermont nel 1940 insieme a suo marito, il critico letterario Stanley Edgar Hyman, Shirley Jackson era una madre a cui piaceva fingere di essere una strega (ammesso che fingesse), che leggeva i tarocchi e sapeva distinguere le emozioni delle forchette, una che per Natale si faceva regalare pannelli di carta di riso che raffiguravano le varie fasi di decomposizione di un cadavere. La sua scrittura attingeva dal quotidiano e si plasmava attraverso la sua singolare sensibilità. In maniera meno evidente, Shirley ha anche raccontato com’era la vita negli anni Cinquanta, com’era per una donna nella provincia americana.

E adesso il punto: quello che sconvolse i lettori del New Yorker non era il limite massimo a cui può tendere l’immaginazione, ma il sospetto che la storia non fosse così incredibile; che una scintilla di quella crudeltà fosse presente da qualche parte, da qualche parte in loro, e che Shirley Jackson l’avesse intercettata. La lotteria è un racconto terrificante in senso ampio: la parola esatta è perturbante, quel perturbante che teorizzò anche Freud; ciò che più ci spaventa perché sentiamo che in qualche modo ci corrisponde. L’intento di Shirley era di scrivere con tutta la vividezza possibile per cercare di rappresentare un sentimento comune. Ambientando un rito brutale nel presente e nel suo paese, rendendolo ancor più spietato aggiungendo la variabile della casualità, Shirley pensava che avrebbe scosso i lettori perché, così rivelò a Joseph Henry Jackson, un giornalista del San Francisco Chronicle, si sarebbero trovati di fronte alla «violenza inutile e alla disumanità generale delle loro vite». Come fanno notare i figli della scrittrice nella postfazione di Paranoia, le storie di Shirley Jackson svelano «la verità sul lato più oscuro delle nostre esperienze». 


La lotteria ha ispirato anche un fumetto, ideato da Andrea Siviero e realizzato da Marco Capra. Potete recuperarlo sfogliando il quarto numero della nostra rivista.

  1. Una signora la rimprovera: «Perché non scrivi qualcosa per rallegrare la gente?»: è sua madre. Questo la dice lunga; su sua madre, certo, ma anche sul rapporto che avevano le due (non a caso, nelle storie di Shirley Jackson, le madri sono personaggi negativi, alla meglio sono morte). Un editor si rivolge alla redazione del New Yorker scrivendo: «I tremble to think of the fate of American letters if that piece indicated the taste of the editors of a magazine I had considered distinguished. It has made me wonder what you had in mind when accepting it for publication». Ma la mia preferita è la lettera che le indirizzano alcuni fedeli della Chiesa della Divina Estasi: «I nostri fratelli pensano che Miss Jackson è una Vera Profeta e Discepola della Vera Fede della Luce Redentrice. Quando saranno pubblicate le prossime Rivelazioni?»
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