Una seduta di terapia, di Matt Haig

Di Danilo Tumminello

«Una seduta di terapia nell’anno 2049 non è un racconto» – mi sono detto – «Non ha senso scriverne qui.»

I miei dubbi di appartenenza alla categoria derivano soprattutto dalla provenienza del testo. Una seduta di terapia nell’anno 2049, infatti, è parte del volume Notes on a nervous planet di Matt Haig (l’autore di Fermare il tempo), uscito in Inghilterra nel 2018 per Canongate Books, di recente disponibile anche in italiano grazie a Edizioni E/O che lo ha pubblicato con il titolo di  Vita su un pianeta nervoso.

Come il titolo stesso suggerisce, il libro raccoglie un insieme di note e di riflessioni di Haig, che in maniera frastagliata e volutamente inorganica si interroga sugli effetti e sulle ripercussioni che i social media, e su più larga scala l’essere costantemente online, può avere sulla salute mentale e la sulla qualità delle relazioni sociali.

Foto: Mahdis Mousavi per Unsplash

Il volume scorre bene e dà molti spunti di riflessione, ma è tutto fuorché un libro di fiction o una raccolta di racconti. Una seduta di terapia nell’anno 2049 (traduzione mia del titolo originale: A therapy session in the year 2049) è infatti uno dei pochi casi in cui l’autore usa il mezzo letterario per esprimere le tematiche che gli stanno a cuore.

Nel racconto viene immaginata la seduta psicanalitica del figlio dello stesso Haig tra trent’anni. Il figlio, al cospetto del suo terapista, un robot che è facile immaginare come il risultato evolutivo dei molto recenti progressi dell’intelligenza artificiale, individua i propri disagi nella mancanza di attenzione dimostrata dal padre nei suoi confronti. Il racconto consiste quindi in un dialogo piuttosto breve, una decina di botta e risposta tra il paziente e il terapista:

Figlio: [Mio padre era] sempre al telefono. Mi sentivo come se gli importasse più del suo telefono che di me.

Terapista robot: Sono sicuro che non è così. Molti di quella generazione non erano a conoscenza delle conseguenze dell’uso che facevano del telefono. Non sapevano quanto ne fossero dipendenti. Devi ricordare che era tutto relativamente nuovo allora. E in più tutti lo facevano.

Figlio: Beh, mi ha comunque dato problemi. Pensavo: “Perché non sono interessante per lui quanto la sua feed di Twitter? Perché non sono altrettanto interessante da guardare quanto lo schermo del suo telefono?” Se solo non avessi dovuto sentirmi di doverlo per forza distrarre per avere un po’ di attenzione. Questo naturalmente è successo prima della rivoluzione del 2030 naturalmente.

Tralasciando la chiusura evocativa sulla misteriosa rivoluzione, credo valga la pena soffermarsi sulla forza di questo dialogo e sulla sua capacità di toccare in maniera semplice ed efficace i temi centrali del libro di Haig.

La ripercussione che l’essere sempre connessi ha sui nostri rapporti sociali e la dipendenza che l’iperconnessione crea sono temi di discussione che stanno uscendo fuori dai meri confini accademici per raggiungere più ampi bacini di confronto. Lo stesso libro di Haig e il suo successo in Inghilterra ne è un esempio.

È abbastanza nota l’immagine che compara la dipendenza da telefonino a una roulette. Quella secondo la quale scrollando le nostre timeline social, o premendo in maniera compulsiva il tasto home del nostro telefono, non faremmo altro che cercare – similmente a quanto avviene giocando alla roulette – una continua ricompensa emozionale, un breve appagamento a una dipendenza vera e propria che avrebbe delle ripercussioni neurologiche associabili a stati depressivi di varia entità.

Gli studi – e le riserve ­– tra il rapporto tra media e individuo sociale non sono certo nuovi e risalgono già a quelli che ora sono chiamati media “tradizionali”.  Si potrebbe far notare che non c’è molto di nuovo e che se si punta il dito sull’alienazione sociale e la passività emozionale dell’interazione, medium come la televisione siano forse peggiori delle app che abbiamo installate sui nostri telefoni. Si potrebbero enumerare i lati positivi della proliferazione delle fonti di informazione e ciò che questa comporta – anche solo come potenzialità – per la partecipazione sociale e politica degli individui.

Come sempre la medaglia ha due facce, ma non è questa la sede per analizzare l’aspetto sociologico dei nuovi media – a volerli chiamare con un termine che sembra a dire il vero già datato. Quello che mi sembra interessante è invece sottolineare il potenziale narrativo che scaturisce da questa sorta di alienazione.

Penso che le varie sfaccettature e le manifestazioni dell’uomo sempre connesso portino con sé una sorta di riserva d’oro alla quale, chi ha voglia di raccontare, può attingere per creare storie mai narrate. Di fatto, ci troviamo immersi in una realtà nuova e a volte surreale e in fenomeni distopici che avvengono quotidianamente sotto i nostri occhi. Sto parlando dell’uomo che alza lo sguardo in un treno affollato e si accorge che tutti guardano in basso. Sto parlando della necessità di decodificare in pixel le emozioni di un concerto, di una cena, di un bacio. Parlo degli sguardi dei bambini in cerca di attenzione, di quelli degli adolescenti che parlano tra di loro via like anche quando si trovano nella stessa stanza.

Tengo conto quindi solo del punto di vista autoriale, ma non solo di quello letterario. Ogni forma espressiva può attingere e trarre ispirazione – e già in parte lo fa – per rappresentare e narrare gli scenari emotivi che scaturiscono dall’individuo che frappone tra sé e la realtà l’oggetto telefono, che vive e crea una dimensione a lui parallela, che sacrifica inconsapevolmente quella che ha a portata di sensi. È sempre il vecchio equilibrio tra vivere e raccontare, tra vivere e descrivere. E credo che chi vuole narrare ha, in questo momento storico una fruibilità di spunti originali difficilmente comparabile a periodi precedenti.

L’estratto del libro di Haig ne è un esempio. Il racconto ha il pregio di arrivare dritto al punto in pochi passi, di sovvertire e dare una chiave di decodifica efficace, di dare materia per riflettere. Può non essere un racconto canonico ma è un buon esempio di rappresentazione letteraria della realtà che stiamo vivendo.

Canonicità o meno, riesce nel suo intento. Fornisce una chiave di lettura efficace, uno spunto. E la sua efficacia l’ho potuta testare io stesso, dalla reazioni che ho visto crescere e proliferare tra i miei amici, quando una volta letto su Twitter l’ho poi postato sui miei canali Whatsapp, anch’io contento di ricevere la mia dose giornaliera di appagamento digitale.


Danilo Tumminello ha pubblicato Non ora, Nico sul numero V di Tre racconti. Per leggerlo puoi sfogliare la rivista sul sito oppure scaricare il formato Pdf.

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