Una seduta di terapia di Matt Haig

Di Danilo Tumminello

Una seduta di terapia nell’anno 2049 non è un racconto, mi sono detto, forse non ha senso scriverne qui. I miei dubbi derivavano soprattutto dalla natura del testo perché fa parte del volume Notes on a nervous planet di Matt Haig, l’autore di Fermare il tempo, ora disponibile anche in italiano grazie a Edizioni E/O che lo ha pubblicato con il titolo di Vita su un pianeta nervoso.

Come il titolo suggerisce, la raccolta mette insieme appunti e frammenti di Haig nei quali egli si interroga sugli effetti che i social media e, più in generale, l’essere costantemente a essi connessi, provoca sulla salute mentale e sulla qualità dei rapporti sociali di un individuo.

Foto: Mahdis Mousavi per Unsplash

Il volume dà molti spunti di riflessione, ma è tutto fuorché un libro di fiction o una raccolta di racconti. Una seduta di terapia nell’anno 2049 è infatti uno dei pochi casi in cui l’autore usa la finzione per esprimere le tematiche che gli stanno più a cuore.

L’autore immagina una seduta psicanalitica di suo figlio, trent’anni dopo. Il figlio, al cospetto del suo terapista – un robot che è facile immaginare come il risultato evolutivo dei molto recenti progressi dell’intelligenza artificiale –, individua i propri disagi nella mancanza di attenzione dimostrata dal padre. Il racconto consiste in un dialogo piuttosto breve, una decina di botta e risposta tra il paziente e l’analista:

Figlio: [Mio padre era] sempre al telefono. Mi sentivo come se gli importasse più del suo telefono che di me.

Terapista robot: Sono sicuro che non è così. Molti di quella generazione non erano a conoscenza delle conseguenze dell’uso che facevano del telefono. Non sapevano quanto ne fossero dipendenti. Devi ricordare che era tutto relativamente nuovo allora. E in più tutti lo facevano.

Figlio: Beh, mi ha comunque dato problemi. Pensavo: «Perché non sono interessante per lui quanto la sua feed di Twitter? Perché non sono altrettanto interessante da guardare quanto lo schermo del suo telefono?» Se solo non avessi dovuto sentirmi di doverlo per forza distrarre per avere un po’ di attenzione. Questo naturalmente è successo prima della rivoluzione del 2030 naturalmente.

Tralasciando la chiusura evocativa sulla misteriosa rivoluzione, credo che valga la pena soffermarsi sulla forza dello scambio appena citato e sulla sua capacità di riassumere, in maniera semplice ed efficace, i temi del libro.

È piuttosto nota l’immagine che equipara la dipendenza da cellulare a una roulette in cui, scorrendo le nostre timeline social o premendo in maniera compulsiva il tasto home del nostro telefono, non faremmo altro che cercare – similmente a quanto avviene giocando alla roulette – una continua ricompensa emozionale, un breve appagamento a una dipendenza vera e propria che avrebbe delle ripercussioni neurologiche associabili a stati depressivi di varia entità.

Gli studi, e le riserve, sul rapporto tra media e individuo non sono certo nuovi e risalgono ai tempi dei media “tradizionali” come la TV, ma se si punta il dito sull’alienazione sociale e sulla passività emozionale dell’interazione, medium come la televisione sono forse più dannosi delle applicazioni che abbiamo installato sui nostri telefoni. E poi si potrebbero enumerare i lati positivi della proliferazione delle fonti di informazione e ciò che questa comporta – anche solo come potenzialità – per la partecipazione sociale e politica degli individui ma, come sempre, la medaglia ha due facce e non è questa la sede per analizzare l’impatto sociologico dei social media.

Quello che, invece, a me sembra interessante è sottolineare il potenziale narrativo che scaturisce da questa sorta di alienazione, dell’uomo sempre connesso, che offre a chiunque abbia voglia di raccontarle. Di fatto, ci troviamo immersi in una realtà nuova e a volte surreale, in cui fenomeni distopici avvengono quotidianamente sotto i nostri occhi. Sto parlando dell’uomo che alza lo sguardo in un vagone affollato e si accorge che tutti sono chini sui propri cellulari. Sto parlando della necessità di decodificare in pixel le emozioni di un concerto, di una cena o di un bacio, gli sguardi smarriti dei bambini in cerca di attenzione, gli adolescenti che parlano tra di loro via like anche quando si trovano nella stessa stanza.

Tengo conto del punto di vista autoriale, non solo di quello letterario: ogni forma espressiva può trarre ispirazione dagli scenari emotivi che scaturiscono in individuo che frappone uno schermo tra sé e la realtà, che vive e crea una dimensione a lui parallela, che sacrifica inconsapevolmente quella che ha a portata dei sensi. È sempre il vecchio equilibrio tra vivere e raccontare, tra vivere e descrivere. E credo che chi ha un’attitudine alla narrazione ha, in questo momento storico, una serie di spunti originali da cui attingere, difficilmente comparabile alle occasioni dei periodi precedenti.

Una seduta di terapia nell’anno 2049 ha il pregio di arrivare dritto al punto in poche righe, di sovvertire e dare una chiave di decodifica efficace. Efficacia che ho testato io stesso, dalle interazioni che ho visto proliferare tra i miei amici quando una volta letto su Twitter l’ho condiviso sui social media. Anche se non rispetta tutti i canoni di un racconto, è pur sempre un buon esempio di rappresentazione letteraria della realtà che stiamo vivendo.


Danilo Tumminello ha pubblicato Non ora, Nico sul numero V di Tre racconti. Per leggerlo puoi sfogliare la rivista sul sito oppure scaricare il formato Pdf.

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