Birra scura e cipolle dolci, il sapore dei racconti di John Cheever

john cheever

«Per me la vita è stata piena di emozioni.
E l’unico modo che avevo per comprenderla
era attraverso la narrazione».[1]
John Cheever

 

Avvicinarsi alle opere giovanili di un autore che già si è amato e apprezzato è sempre un’esperienza particolare. Quando poi l’autore in questione è John Cheever, spesso trascurato senza motivo, l’unico rischio reale che si corre è quello di non rendergli sufficiente giustizia con le parole. Nel nostro caso la raccolta Birra scura e cipolle dolci, edita da Racconti edizioni con traduzione di Leonardo G. Luccone, di parole se ne meriterebbe tante, o perlomeno se ne meriterebbe di giuste, perché i racconti contenuti sono come tante piccole briciole di pane da seguire per poter tracciare il percorso letterario dell’autore e ritrovare sotto lo sguardo, seppur allo stato embrionale, tutti quei temi che, disseminati qua e là come indizi, verranno ripresi negli anni e approfonditi.

Scritti tra il 1931 e il 1942, eccezion fatta per L’opportunità, datato 1949, i racconti descrivono la realtà della provincia americana nel periodo della Grande Depressione, a cavallo tra le due guerre mondiali. Cheever non ha che vent’anni e ancora non è diventato quel cesellatore di sentimenti e stati d’animo che tutti conosciamo, caratteristica per cui verrà in seguito soprannominato “The Cechov of the Suburbs”, ma è già capace di tratteggiare una depressione che con un devastante effetto domino contagia tutto, andandosi a focalizzare sulle ipocrisie della middle class, sulle azioni e sui comportamenti dell’uomo comune quando ogni riferimento economico viene meno e quando a vacillare è un’intera comunità, e si ritrova da solo a fronteggiare una crisi tanto sociale quanto psicologica, compresso tra i propri desideri e i diktat della società.

L’incipit del primo racconto Fall river, in tal senso è molto significativo:

Erano già due anni che la gente lo sapeva, ma fu durante quell’inverno che divenne lampante. Le fabbriche si erano fermate e le grandi ruote si stagliavano immobili contro i soffitti. I telai, come macchinari abbandonati in un vecchio teatro dell’opera, erano lì sul pavimento a impedire il passaggio. Per terra, sulle travi e sugli scintillanti fianchi d’acciaio il velo di fili non ancora tessuti era ricoperto di polvere come neve vecchia.

L’eco di Hemingway, suo grande maestro, è facilmente individuabile. Le frasi sono semplici così come le trame dei racconti (famosa la citazione di Cheever: «Io non lavoro con la trama, lavoro con l’intuizione, la percezione, i sogni e i concetti. La trama implica la narrazione e un sacco di stronzate»[2]), ma per quanto questo passo sia poetico e funzionale ad introdurre quello che è il background del racconto, la cosa che subito salta agli occhi è quanto sia anche estremamente attuale, contemporaneo. La stessa sensazione la si avverte leggendo uno dei racconti successivi, Di passaggio:

“Tu hai conosciuto solo cosa vuol dire essere poveri, nient’altro. Ora hai probabilmente imparato che” disse, “non c’è potere più forte del denaro – incommensurabilmente più forte, per essere romantici, dell’amore o della morte – e tu, in questo mondo marcio, non sarai mai ricco e il potere non lo avrai mai. Il successo dipende dalla tua generazione, perché se c’è qualcuno che ha il diritto di chiedere giustizia o vendetta questi sono i giovani. E ce ne sono venti milioni” disse, “venti milioni di persone della tua età che si girano i pollici in ristoranti, agenzie di collocamento, stanze ammobiliate, pullman o, peggio ancora, a casa ad ascoltare la radio e leggere e rileggere i giornali. La giovinezza è preziosa e irritrattabile. E nessun uomo, qualsiasi sia il suo coraggio, può restare con le mani in mano e vivere giorno dopo giorno una vita che non ha nulla di intenso e giusto. Ci sono venti milioni di giovani. Hai idea di quanti sono?”.

È incredibile pensare che questo racconto risalga al 1936: sembra infatti che Cheever parli della nostra generazione, alla nostra generazione, ma, al contrario di quello che si potrebbe dedurre da questo estratto, l’autore non è interessato tanto alla questione politica, quanto ad evidenziare come in un tessuto sociale in crisi la prima cosa a sfaldarsi sia il concetto di comunità, e quanto l’uomo si ritrovi solo nella propria condizione di individuo, diviso tra le proprie paure e la necessità di nascondere il proprio disagio agli occhi degli altri.

Nello stesso racconto, infatti, la madre di famiglia, di fronte alla propria rovina economica parla così: «Non siamo che poveri peccatori, credo, e tutto ciò che abbiamo e tutto ciò che conosciamo e amiamo e ricordiamo è esposto alla polvere e alla ruggine».

Nei racconti a seguire, posteriori anche di anni, l’evoluzione dello scrittore è palpabile. Si incontrano frasi dal respiro più ampio, lo stile e le atmosfere si rifanno a quelle di F. S. Fitzgerald, ma rimane una costante la sensibilità che dimostra andando a tratteggiare, seppur in maniera acerba, quelli che saranno i temi cardine delle sue opere, specchio di quei dilemmi esistenziali che lo perseguiteranno per tutta la vita.

I protagonisti di queste storie infatti sembrano essere, più che i personaggi stessi, tutti quegli impulsi e tutti quei desideri che si nascondono abitualmente dietro i comportamenti più comuni: l’inaridimento di una classe sociale attaccata con le unghie e con i denti a un qualcosa che è stato e che non è più (Raduno serale), gli amori della fugace durata di una corsa di cavalli (La moglie giovane), i rapporti corrotti dal vizio e da un peccato capace di rendere soli anche nel momento di maggiore felicità (Saratoga), matrimoni falliti che vengono riesumati al solo scopo di ubbidire alle convenzioni sociali imposte (Pranzo di famiglia).

In Saratoga John Cheever dà voce a quelle inclinazioni che vengono messe invano a tacere in nome di una normalità che appare universalmente condivisa:

E malgrado non si fosse mai sforzato di cambiare vita, non faceva che pensare ai mondi migliori in cui vivevano gli altri uomini, alle case in campagna e al posto fisso, alle mogli e ai figli. Riusciva a vederla la casa in cui avrebbe voluto abitare un giorno. Bianca. Se la immaginava sempre bianca. Non lontana da un ruscello con le trote ma neppure troppo lontana dal mare.

Mi torna in mente una frase tratta dai suoi diari: «Forse la normalità non esiste, ma esiste qualcosa che ci va molto vicino».[3] Questo è un concetto semplice ma terribilmente importante nella vita di tutti, a cui spesso ci adeguiamo per non sentirci troppo distanti da un’idea che è astratta e che non esiste in natura, ma che in maniera più o meno inconsapevole vizia le nostre scelte e i nostri comportamenti, condannandoci ad un’esistenza di desideri polverosi e impulsi arrugginiti in cambio di quella normalità che per tutti gli altri sembra rappresentare la retta via da seguire, anche a costo di autoinfliggersi un tormento senza fine.

Questo Cheever lo sapeva bene, vittima di contraddizioni e dissidi interiori, condurrà un’esistenza in cui si vedrà come un peccatore per la consapevole incapacità di resistere ai propri impulsi e alle proprie passioni anche nei confronti di altri uomini, finendo per trincerarsi dietro la maschera del perfetto marito e padre di famiglia. Sottostando a quel conformismo borghese che disprezzerà sempre a gran voce, perché, come troviamo in un racconto scritto in età più matura, nella realtà «i John e le Mary non divorziano mai».[4]

Cheever visse quindi momenti di profonda crisi, schiacciato tra grandi amori e una solitudine alla quale sapeva non esserci rimedio, ma anche da un grande senso di inadeguatezza (non si diplomò mai) nei confronti delle proprie capacità artistiche, e quindi delle proprie opere. Cosa che traspare dalla lettura dei suoi diari. Ciononostante fu capace in vita di scrivere pagine di vera bellezza, alternando drammi umani a semplici storie felici, in virtù di una personale conoscenza di entrambe le condizioni. Un esempio di questo dualismo si può leggere in due sole righe: «Era stremata nel tentativo di separare il potere della solitudine da quello dell’amore; e si sentiva sola. E lo era».[5]

Forse sono state proprio le sue debolezze a rappresentare la sua forza creativa, e la sua profonda sensibilità a renderlo capace di trasferire su carta storie reali di gente comune, senza che si abbia mai la sensazione di leggere un qualcosa di artefatto, ma anzi di un’autenticità senza eguali.

Questi racconti sono perciò una conferma per tutti quei lettori che hanno già amato John Cheever, ma soprattutto rappresentano un buon punto di partenza per avvicinarsi ad un autore che fino ad oggi si è immeritatamente trovato in una posizione defilata nel panorama letterario.

Potrei addurre mille motivazioni a sostegno di questa tesi, ma quella fondamentale è che un’anima capace di mettersi così totalmente a nudo, di essere «così sentimentale senza ricatti emotivi»[6], ha il diritto di essere riscoperta e di essere assaporata fino in fondo.


[1] Tratto da Birra scura e cipolle dolci, postfazione di George W. Hunt S.J
[2] Tratto da Birra scura e cipolle dolci, prefazione di Christian Raimo
[3] Tratto da Una specie di solitudine di John Cheever
[4] La moglie di Cheever si chiamava davvero Mary
[5] Tratto da Cronache della famiglia Wapshot
[6] Tratto da Birra scura e cipolle dolci, prefazione di Christian Raimo

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