J. D. Salinger. Introduzione

Attraverso il mondo delle riviste letterarie e quel che lo scrittore vi trovò

Mi piace pensare che la vita di ognuno di noi sia una costellazione di momenti decisivi; una serie di impulsi, alcuni più luminosi, altri meno brillanti, che definiscono la nostra storia. La storia di uno scrittore come J. D. Salinger, per esempio. 

Jerome David (Sonny per la famiglia, Jerry per gli amici) era il secondo di due figli. Da bambino pensava che sarebbe diventato un attore: ogni estate a Camp Wingwam, tra i boschi del Maine, sperimentava la gioia di esibirsi davanti a un piccolo pubblico di coetanei. Più tardi cambiò idea e decise che voleva fare lo scrittore, nonostante il parere contrario di suo padre. 

Solomon Salinger era un commerciante di formaggi, il discendente di una famiglia ebraica di origini lituane; Marie Jillich, invece, era una bellissima commistione di tratti tedeschi e irlandesi. I coniugi Salinger si trasferirono a Manhattan quando Sol ebbe una promozione e diventò direttore dell’azienda in cui lavorava. Jerry frequentò la McBurney School nell’Upper West Side e cominciò a scrivere per il giornale della scuola, ma le lezioni lo annoiavano: preferiva guardare le siepi di Central Park fuori dalla finestra. 

Quando nel 1934 entrò a Valley Forge, l’accademia militare della Pennsylvania, Jerry Salinger assecondò quel senso di disciplina che in famiglia e a scuola aveva sempre respinto, anche se i colleghi lo sorprendevano spesso accucciato a scrivere sotto le lenzuola alla luce di una torcia dopo il coprifuoco delle dieci. Due anni dopo, s’iscrisse alla New York University. Tra il ‘37 e il ‘38 viaggiò in Europa, e nel gennaio del 1939 scelse due corsi alla Columbia University: uno di scrittura, tenuto da Whit Burnett, e uno di poesia, di Charles Hanson Towne. 
Un giorno, durante una lezione, Burnett lesse That Evening Sun Go Down, un racconto di William Faulkner. Fu una lettura rapida e incolore; come raccontò Salinger parecchi anni dopo, qualcuno scelto a caso da un vagone affollato della metropolitana avrebbe offerto una performance più drammatica, comunque migliore. Ma era proprio questo il punto:

Il signor Burnett aveva deliberatamente rinunciato a esibirsi. […]. Era come se si fosse trasformato in una lampada da lettura e la sua voce in carta e stampa. In generale, ti ha lasciato da solo per sapere come i personaggi dicevano quello che dicevano. Né prima né dopo ho sentito un lettore fare concessioni così istintive e sincere ai bisogni e, sì, ai diritti di uno scrittore nato dalla pagina stampata. 1

Salinger interpretò la lettura rispettosa di Burnett e il modo in cui si era estromesso dal rapporto tra l’autore e il suo «amato lettore silenzioso» come un’autentica lezione di scrittura: è in quel momento che si ripromise che avrebbe sempre scritto soffocando il proprio ego, cercando di non interferire con la storia per permettere ai suoi lettori d’immedesimarsi senza alcuna influenza collaterale.

Whit Burnett era il direttore di Story, una rivista letteraria che aveva fondato con sua moglie nel 1931. L’intento del progetto era di presentare al pubblico i potenziali scrittori che non trovavano spazio sulle riviste più famose. Nonostante la modesta tiratura e la ancora più modesta situazione economica, Burnett aveva un intuito eccezionale (che lo aveva portato a pubblicare testi di Tennessee William e Truman Capote) perciò Story era molto apprezzata nei circoli letterari. Così Salinger mise il punto al racconto che stava scrivendo, che s’intitolava I giovani, e lo inviò a Burnett: al professore piacque molto, al punto che gli suggerì di provare a inviarlo alla più prestigiosa Collier’s. Salinger seguì il consiglio, ma la rivista rifiutò il racconto.

Burnett pubblicò I giovani nel numero primaverile di Story del 1940 e Salinger, per la prima volta, si presentava al mondo come uno scrittore. Ma quello di Collier’s fu il primo di una lista infinita di rifiuti, l‘innesco di un rapporto di compromessi che, con il passare del tempo, si rivelò sempre più insostenibile. Il dubbio era il fardello con il quale tutti gli scrittori, a un certo punto della loro carriera, si trovano a dover fare i conti: quanto sono disposto a perdere, del mio stile, dei miei personaggi, delle mie storie, per essere pubblicato?

Quando nel 1941 Collier’s accettò The Hang of It, una storia abbastanza banale sulle disavventure di un soldato, Salinger sapeva che non era il suo racconto migliore, tant’è che consigliò agli amici di non leggerlo. Nonostante tutto, però, sentiva di aver raggiunto un traguardo importante perché le riviste come Collier’s erano tra le poche fonti d’intrattenimento dell’epoca. E poi aveva avuto un ottimo compenso, che non era un dettaglio da sottovalutare. 

L’anno dopo, Esquire pubblicò The Heart of a Broken Story, uno dei primi racconti in cui Salinger giocava con gli effetti della metanarrazione. La storia comincia nel più classico dei modi, con un ragazzo e una ragazza che stanno per incontrarsi, poi però il narratore confida che i personaggi sono troppo ordinari per la trama che aveva in mente. Così, dopo alcune proiezioni tra i futuri possibili, lui e lei non si rivolgono nemmeno la parola e ognuno torna alla propria vita. È anche una parodia delle storie a lieto fine che pubblicavano le riviste patinate, un modo sottile di canzonare gli stessi palchi che lo stavano ospitando. È, soprattutto, il primo racconto in cui Salinger sfida apertamente il lettore, chiedendogli uno sforzo interpretativo maggiore.

L’obiettivo di Salinger era di fare un po’ di gavetta scrivendo storielle per le riviste più commerciali e ottenere un riconoscimento tale da poter proporre testi raffinati e complessi alle testate più rispettabili. La sua massima ispirazione era raggiungere le pagine del New Yorker, la rivista letteraria che gli avrebbe garantito un buon compenso e un’ottima reputazione. Ci provò una prima volta, inviando la bozza di The Long Debut of Lois Taggett, e poi ancora, ma senza successo. Solo nel 1941, il New Yorker gli aveva rifiutato sette racconti; la rivista inviava messaggi positivi alla sua agente, Dorothy Olding, dicendole che c’era senz’altro qualcosa di «energico e geniale», però non bastava. Finalmente, a ottobre dello stesso anno, il New Yorker comunicò a Salinger che avrebbe pubblicato Slight Rebellion off Madison, un capitolo di una traccia di un romanzo che stava maneggiando da un po’: era la storia di un certo ragazzino di New York che si chiamava Holden Morrisey Caufield. 

Poi la seconda guerra mondiale. Salinger prestò servizio a Fort Dix, nel New Jersey, il 27 aprile del 1942. Continuò a proporre racconti più coraggiosi al New Yorker, che però venivano puntualmente rifiutati, e a scrivere alcune storie che inviava alle riviste meno prestigiose. Come The Varioni Brothers, il racconto che propose al Saturday Evening Post con l’idea di riciclarlo per i registi di Hollywood. Anche in questa storia emerge il conflitto interno tra arte e fama che lo tormentava: Joe Varioni è uno scrittore sensibile con un romanzo nel cassetto e una cattedra d’inglese in un piccolo college, Sonny (!) è un musicista superficiale che obbliga il fratello a scrivere canzonette per fare soldi. 2

Gli anni successivi smorzarono il cinismo che Salinger aveva riversato nei suoi primi racconti. Le esperienze drammatiche vissute sul fronte europeo gli lasciarono segni che, come lui stesso ammise, andavano al di là delle parole. Il primo dicembre del 1945, Collier’s pubblicò The Stranger, l’ultimo racconto della saga di Holden, la storia del soldato Babe Gladwaller che torna a casa dopo la guerra: tra le maglie del testo, c’è un omaggio ai compagni caduti e un’ammissione di un disagio più profondo, un senso d’inadattamento che solo parecchi anni dopo acquisì la dignità di disturbo da stress post-traumatico. 

A proposito: nel 1947, Salinger inviò al New Yorker Un giorno ideale per i pescibanana, il primo racconto del ciclo della famiglia Glass. Seymour, primo di sette fratelli eccezionali, reduce della seconda guerra mondiale, vive un incontro abbastanza particolare con una bambina abbastanza particolare durante una vacanza in Florida con la moglie Muriel, poi decide di spararsi un colpo di pistola alla tempia. L’editor, William Maxwell, rispose all’invio dicendo che, per quanto fosse scritto in maniera straordinaria, il significato era indecifrabile. Salinger si affidò all’editing di Gus Lobrano e, dopo un anno di lavoro, il racconto fu accettato e pubblicato il 31 gennaio del 1948. Un giorno ideale fu un successo e Lobrano offrì a Salinger un vantaggioso contratto di prima lettura. 

Negli anni a seguire, il New Yorker accettò alcuni racconti che divennero abbastanza celebri, come Lo zio Wiggly nel Connecticut e Alla vigilia della guerra contro gli esquimesi. Nel frattempo, alcune riviste minori pubblicavano i racconti che Salinger aveva spedito loro parecchio tempo prima, per godere del riflesso della scia luminosa avviata dal New Yorker, come fece Cosmopolitan con Needle on a Scratchy Phonograph Record che uscì con un titolo differente dall’originale (diventando Blue Melody). Anche Giù nel dinghy uscì su Cosmopolitan, il 14 gennaio del 1949, perché il New Yorker lo rifiutò, ma Salinger fu costretto a tagliare un bel po’ di testo prima che andasse in stampa perciò promise a se stesso che quella sarebbe stata l’ultima volta che sarebbe apparso su una rivista che non fosse il New Yorker.

Nel 1950, il New Yorker pubblicò Per Esmé: con amore e squallore, la storia di un giovane sergente che, prima di essere spedito in Europa per il D-Day, incontra una ragazzina che lo coinvolge in una conversazione un po’ bizzarra, uno scambio che il soldato ricorderà parecchio tempo dopo, in circostanze molto diverse. Nella versione originale, contava sei pagine in più. Nonostante i tagli, comunque, Per Esmé resta uno dei racconti migliori di Salinger. 3

Quando presentò il risultato di quel lavoro decennale che era stato il suo primo romanzo, il New Yorker rifiutò di pubblicare anche solo un estratto. Il problema era sempre lo stesso: i personaggi erano poco credibili; quei bambini, soprattutto, che parlavano come e meglio degli adulti. Eugene Reynal, della casa editrice Harcourt Brace, confessò che non riusciva a capire se Holden Caulfield fosse pazzo o soltanto ubriaco. Per fortuna, Salinger era uno scrittore diverso rispetto a quello che aveva pubblicato The Hang of It, anche grazie al suo avvicinamento al buddismo zen. La pratica della meditazione lo aiutò a scrollarsi da ogni forma di protagonismo e a rinnegare la promozione come obiettivo finale della scrittura. La sua ispirazione, perciò, non era più oggetto di compromesso. La Little, Brown and Company pubblicò Il giovane Holden il 16 luglio del 1951.

Il 31 gennaio del 1953 sul New Yorker apparve Teddy, un racconto ancora pregno del misticismo buddista che guidava l’ispirazione di Salinger. La raccolta Nove racconti, che si apre con Un giorno ideale e si chiude con Teddy, fu pubblicata dalla Little, Brown and Company lo stesso anno, quello in cui Salinger si trasferì a Cornish. Il suo desiderio era di fare un percorso inverso rispetto al passato: allontanarsi dai riflettori per raggiungere una sorta di anonimato e liberare la scrittura dalla sua biografia. 4

Nonostante i membri della famiglia Glass fossero oggetto di diverse analisi psicologiche e altrettante critiche (troppo intelligenti, troppo esclusivi, troppo eccentrici, troppo introversi), forse proprio per questo Salinger si sentiva a suo agio a scrivere di loro, al punto da non riuscire a pensare ad altro: così nacquero Frannie (1955) e Zooey (1957).  Ma è con Seymour. Introduzione, pubblicato il 6 giugno del 1959, che raggiunse un livello di libertà creativa senza precedenti. È un racconto narrato da Buddy Glass, fratello minore di Seymour: Buddy è uno scrittore (come Salinger) che fa l’insegnante (come Salinger) e vive in mezzo a un bosco (come Salinger). 

Il racconto si presta a più interpretazioni o, come spesso accade, è molte cose insieme: è un flusso di coscienza in apparenza incontrollato, ricco di una serie infinita di digressioni irriverenti, che cerca di spiegare perché Seymour, «il nostro unicorno striato di blu, la nostra coscienza portatile, il nostro diario di bordo», fosse così eccezionale. È evidente che lo scrittore (Buddy? Salinger?) cerca di prendere tempo perché non sente di essere capace di rendere sulla pagina scritta l’immagine di Seymour; i complessi aspetti della sua personalità non possono essere riprodotti da nessuna forma narrativa esistente. Quella che ha cominciato, quindi, è un’impresa che sa di non poter vincere, tant’è che interrompe la scrittura più volte, poi la riprende dopo un paio di mesi e nel frattempo Seymour è «cresciuto smisuratamente», è incontenibile, perciò la disfatta si fa più rovinosa. Eppure, il paradosso: attraverso quello che non riesce a dire di suo fratello, dietro tutto quello che di “intrattenitivo” ci racconta di se stesso, Buddy ci regala l’unico ritratto possibile di Seymour e l’esempio più imperfetto, e indimenticabile, di narratore.

Seymour. Introduzione, allora, diventa l’epilogo della riflessione sulla scrittura che Salinger portava avanti dai tempi delle lezioni di Burnett e si rivela più o meno così: Buddy confessa che Seymour era il primo lettore dei suoi racconti. Appena ne terminava uno, glielo leggeva ad alta voce. Di solito Seymour ascoltava in silenzio, poi se ne andava e dopo qualche ora, Buddy trovava un foglio sul cuscino con un suo commento. Tra gli appunti di lettura, c’è anche una lettera che Seymour scrisse quando i due fratelli avevano poco più di vent’anni (i fratelli Glass si scrivono parecchio. In realtà l’intera saga potrebbe essere considerata un lungo e fittissimo epistolario).

È un promemoria, un brano che Buddy si pente di aver citato perché sa che verrà riproposto come una specie di messaggio sensibilizzante per scrittori sperduti (esattamente: Precetti Diciannovenni per Scrittori e Fratelli e per Convalescenti di Epatite che si sono Smarriti e non Trovano più la Strada). Che poi è proprio quello che sto facendo io. Però, al tempo stesso, e lui lo sapeva, contiene l’unico consiglio possibile, l’unica stella polare che, in clima di pace, dovrebbe guidare le intenzioni di uno scrittore.

Se solo ti ricordassi ogni volta che ti metti al lavoro che sei stato un lettore molto prima di essere uno scrittore. Tieni sempre presente quello che ti dico e poi mettiti al lavoro e chiediti che cosa vorrebbe leggere Buddy Glass se potesse scegliere secondo il suo cuore. Fatto questo, il primo passo è terribile ma anche così semplice che non riesco quasi a crederci mentre ti scrivo. Ti siederai senza vergogna e sarai proprio tu che scrivi quel che scrivi. 

Come riporta Kenneth Slawenski nella biografia Salinger. La vera storia di un genio, è questa la vera rivelazione di Buddy Glass in Seymour. Introduzione: «un autore è in obbligo soltanto con la propria ispirazione, con le proprie stelle, e la misura più vera del suo lavoro è la fede con la quale viene offerto».

  1. L’estratto viene da un testo che ha una storia particolare. Whit Burnett voleva risollevare il destino di Story, così decise di pubblicare un’antologia di racconti e chiese a Salinger di aderire al progetto. Ma i rapporti tra i due si erano parecchio freddati nel tempo, perché Whit non portò mai a compimento la raccolta dei racconti giovanili di Salinger, nonostante i due avessero parlato spesso di questa opportunità. Così Salinger rifiutò, ma decise di scrivere l’introduzione. Scrisse di com’era il professor Burnett e di quella lezione sul racconto di Faulkner che fu tanto illuminante per lui. Burnett, un po’ imbarazzato, rifiutò il testo perché era poco adatto a introdurre la raccolta. Salinger se la prese moltissimo. Quel brano, poi, diventò l’elogio per la morte di Whit Burnett e fu pubblicato in J. D. Salinger. Introduction Fiction Writer’s Handbook nel 1975.
  2. Mentre Salinger si preparava a sbarcare in Europa insieme ai suoi compagni, il Saturday Evening Post pubblicò altri due racconti. Quando lo scrittore ricevette le copie rimase inorridito: i titoli erano diversi dagli originali, i testi erano circondati di banner pubblicitari. Così cominciò a credere che “povero e sconosciuto” era meglio di qualsiasi alternativa offerta dalle patinate. Poi però ci ripensò e nel 1944 propose a Collier’s un altro racconto, un altro capitolo di Holden, titolato I’m crazy: questo, a differenza di Slight Rebellion off Madison, è Holden così come l’abbiamo conosciuto.
  3. Altra esperienza negativa: nel 1959 la Harborough Publishing pubblicò un’edizione tascabile con una bionda in copertina che avrebbe dovuto rappresentare Esmè, ma era troppo adulta e troppo sfacciata. Quello fu il momento in cui Salinger chiuse ogni rapporto con quello che era da sempre stato il suo editore britannico.
  4. «[Salinger] era, in tutti i sensi, invisibile, come morto, e tuttavia conservava, agli occhi di molte persone, una vera e propria forza mistica. Era famoso per non voler essere famoso». Così parlava Ian Hamilton, critico letterario e biografo britannico. Un giorno gli venne in mente di scrivere una biografia di Salinger, peccato che Jerry non fosse d’accordo e alla proposta rispose con un netto rifiuto. Così Hamilton decise di procedere da solo, in modo parecchio azzardato, riportando alcuni stralci di lettere che Salinger aveva scritto ad amici e colleghi. L’epilogo? Il caso Salinger v. Random House, Inc. e Ian Hamilton è una delle vicende legali sulla violazione della privacy più famose della storia americana.
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