«Un pesce nel ghiaccio» di Ricardo Piglia. Un’indagine letteraria

Ho un debole per i racconti e i romanzi ibridi, quelli in cui il confine tra narrativa e saggio è poroso. Racconti e romanzi in cui, su un terreno di informazioni biografiche e/o bibliografiche, germoglia la finzione. Racconti e romanzi in cui la ricerca letteraria (guidata da pura curiosità o da necessità scientifico-filologiche) si trasforma in un’indagine. Maestro, in questo genere di scritture, è stato l’argentino Ricardo Piglia.

Ricardo Piglia
Ricardo Piglia

Torino è la città in cui sono cresciuto, ma da cui sono andato via quasi quattro anni fa. Con il tempo e per via della distanza, posso dire che comincio a osservarla con gli occhi della nostalgia. Tuttavia, da qualche tempo a questa parte, mi sono accorto che ai ricordi personali legati a certi luoghi specifici della città si stanno sommando dei ricordi di tutt’altro genere, ricordi che definirei “letterari”. Mi spiego meglio: a volte mi capita di passare da una via o di passeggiare sul lungo Po o in una piazza e ritrovarmi a pensare che lì, molti anni prima di me, c’è stato questo/a o quell’autore/autrice oppure – ed è un fatto che capita più di frequente – comincio a pensare che lì, in quel luogo esatto, è ambientata una certa scena di un romanzo o di un racconto.

Ebbene, qualche giorno fa ero a Torino, in piazza Carlo Felice, e ho cominciato a pensare a un racconto dello scrittore argentino Ricardo Piglia. È un racconto che amo molto e che s’intitola Un pesce nel ghiaccio 1 (lo potete leggere nella raccolta L’invasione, edita da Sur). Questo racconto comincia proprio in piazza Carlo Felice, per l’appunto, quella piazza che, con i suoi due lati coperti dai portici, accoglie come in un abbraccio i viaggiatori che escono dalla stazione di Porta Nuova. Ecco, da qualche parte in questo quadro, in un tempo e in un luogo che sono quelli della letteratura, si muove Emilio Renzi, il protagonista del racconto e alter ego dell’autore argentino2.

Torino, piazza Carlo Felice, 1970

Emilio Renzi si trovava nella terrazza di un bar in piazza Carlo Felice, davanti alla stazione di Torino, di mattina presto, quando la vide. Non poteva essere. Inés era lì, seduta a un tavolo vicino, con il tizio con i capelli bianchi. Con quella canaglia con i capelli bianchi che l’aveva portata in Europa. Indossava il vestito azzurro che le aveva regalato Emilio e sorrideva, bellissima, nella lucentezza dell’estate. 3

Il racconto si apre con un incontro casuale: Emilio Renzi è un ricercatore argentino che è arrivato in Italia grazie a una borsa di studio. Si è allontanato da Buenos Aires per smettere di pensare a Inés, la donna che lo ha lasciato. Una volta a Torino, però, con enorme sorpresa, se la trova di fronte. Emilio Renzi commenta: «La cosa più segretamente temuta accade sempre».

È una citazione tratta dal Mestiere di vivere, opera di Cesare Pavese. Opera che Emilio Renzi sta studiando, insieme alle lettere e ai romanzi dello scrittore piemontese, e che costituirà anche uno dei due fili che intesseranno la trama del racconto. L’altro, naturalmente, sarà il tentativo di dimenticare l’amata Inés che, subito dopo la sua apparizione inaspettata, scompare, lasciando Emilio Renzi in balìa dei dubbi: quello che ha visto è reale o è stata un’allucinazione?

Come se gli avesse letto nel pensiero, la ragazza gli fece un gesto interrogativo, poi si alzò e andò verso il bar e prima di entrare nella sala si girò per guardarlo, muovendo la testa con un’espressione di fastidio che lui conosceva bene. Emilio la seguì ed entrò nel locale. Non la vide. I bagni erano di sotto, accanto ai telefoni. C’era una scala e poi un corridoio che si perdeva nell’oscurità. Non era neanche lì. Uscì dalla sala e tornò al calore soffocante della strada. Tutto sembrava un sogno. Nel bar non c’erano né lei, né l’uomo con i capelli bianchi.

Ricardo Piglia costruisce il suo arazzo intrecciando due storie: il tentativo di dimenticare Inés e la ricerca filologica sull’opera di Cesare Pavese. Vita e letteratura si fondono per costituire quello che sarà il disegno che apparirà di fronte agli occhi del lettore. Un processo semplice, in apparenza, ma piuttosto fine se si analizza da vicino ciò che ha costruito lo scrittore argentino.

«Un racconto narra sempre due storie»

Nella raccolta di saggi Formas breves, Ricardo Piglia propone le sue Tesi sul racconto:

In uno dei suoi quaderni, Anton Čechov annota quest’aneddoto: «Un uomo, a Montecarlo, va al Casinò, vince un milione, torna a casa, si suicida». La forma classica del racconto è condensata nel nucleo di questa narrazione futura e mai scritta.

In opposizione a una struttura prevedibile e convenzionale (giocare-perdere-suicidarsi), la trama qui si pone come un paradosso. L’aneddoto, infatti, tende a svincolare la storia del gioco da quella del suicidio. Questa scissione è un elemento chiave per definire il carattere duplice della forma-racconto.

Prima tesi: un racconto narra sempre due storie. 4

In Un pesce nel ghiaccio la vita (il tentativo di dimenticare Inés) in un primo momento influenza la letteratura (la ricerca filologica sui testi di Pavese) conducendo Emilio Renzi a riflettere sul tema del doppio, uno dei grandi temi otto-novecenteschi: «Iniziò a pensare che tutti avessimo un duplicato in un altro continente, che il mondo fosse uno specchio e che tutto fosse raddoppiato, ma fuori luogo». Subito dopo, però, la situazione si ribalta ed è la vita in balìa della letteratura. Quest’ultima agisce come una lente d’ingrandimento, portando il ricercatore argentino a interpretare le parole di Pavese come una chiave per capire il suo rapporto con Inés e, per esteso, con le donne. Emilio Renzi è in piazza Carlo Felice e proprio di fronte a lui c’è l’Hotel Roma, luogo in cui si suicidò Cesare Pavese. Ma nel bar in cui si trova adesso – bar in cui si è fermato per mettere in ordine alcuni appunti su Pavese e riflettere sui suoi ultimi giorni di vita – Renzi ha incontrato la donna che ama e che lo ha lasciato per un altro.

Guardò l’albergo, di fronte. Una ragazza si affacciò alla finestra del terzo piano e guardò indifferente verso il basso. Era uguale a Inés. Era uguale a Inés? Tutte le donne erano uguali tra loro. Sono un popolo nemico, le donne, come il popolo tedesco. (Questa era di Pavese). Era disperato. Non era la ripetizione, bensì la replica, ciò che dominava la vita. Il predestinato, colui che ripete. La condanna all’identico. Quando ci rendiamo conto che facciamo sempre lo stesso da sempre, non possiamo più pensare al passato senza risentimento.

La perdita era la cosa più atroce che potesse accadere a qualcuno. Essere abbandonati, sapere che la persona che si ama sta con un altro. O tu, abbi pietà. Vederla con un altro. Questo è lo stato d’animo con cui si commettono i delitti.

Poniamo ora che il tentativo di dimenticare Inés costituisca la storia 1 e la ricerca filologica sui testi di Pavese sia la storia 2: Ricardo Piglia presenta entrambe le storie all’inizio del racconto. Le prime parole del racconto introducono la storia 1, la storia 2 si aggancia alla 1 per giustificare la presenza di Emilio Renzi in Italia.  La storia 1 appare più importante della storia 2, che sembra quasi solo un sostegno. Diciamo che, volendo schematizzare questa parte di racconto, si ha: storia 1, storia 2, storia 1, storia 2. Uno schema piuttosto semplice. Tuttavia, proprio nel momento in cui la storia 1 dovrebbe entrare nel vivo, magari con una digressione sulla storia d’amore tra Emilio Renzi e Inés (o almeno una scena dedicata alla fine di questa storia d’amore), Piglia prosegue con la storia 2, insistendo con alcuni paragrafi dedicati agli ultimi giorni di vita di Cesare Pavese, alle sue ultime parole messe per iscritto (sul diario, nelle lettere) e ai suoi ultimi incontri con gli amici e le amiche. Una scelta che sposta l’equilibrio nettamente in favore della storia 2, della ricerca filologica sui testi dello scrittore piemontese, del rintracciare una verità riguardo le ragioni del suo suicidio. In altre parole la storia 1 scivola sotto la superficie della storia 2 e per tutta la parte centrale del racconto rimane come congelata.

Le due storie si raccontano in modo diverso. Lavorare con due storie vuol dire avere a che fare con due distinti sistemi di causalità. Uno stesso evento entra simultaneamente in due logiche narrative antagoniste. Gli elementi essenziali di un racconto hanno una funzione duplice e sono usati in modo diverso nelle due storie. I punti di contatto – gli incroci – sono il fondamento della costruzione del racconto. 5

In realtà la storia 1 non è davvero congelata. A una lettura attenta della parte centrale del racconto, essa compare in alcuni dettagli. Per esempio, all’inizio del secondo atto del racconto (il racconto è suddiviso in tre atti) Emilio Renzi è su un treno che attraversa il basso Piemonte e contempla i profili delle Langhe. Quella visione gli stimola il ricordo delle montagne di Tandil, dove aveva villeggiato da piccolo. Ma la visione bucolica stimola anche un ricordo letterario (Colline come elefanti bianchi di Hemingway); in altre parole la prospettiva del ricordo, caricata dalle suggestioni letterarie, trasforma le colline di Pavese in un luogo del ritorno, dove le persone si trasformano in personaggi che riproducono, come attori sul palcoscenico di un teatro, la replica di ciò che è stato. Emilio Renzi, suggestionato dai propri ricordi e dalla letteratura, torna a pensare al suo incontro con Inés (questa volta senza nominarlo direttamente):

Era così solo che tutto gli sembrava familiare. La disperazione amorosa come vocazione d’uguaglianza. Quel che si è perso è unico e quindi il mondo si riempie di repliche. Quel che manca diventa ripetizione vuota. Per questo gli amanti abbandonati pensano al suicidio. L’unico atto univoco che può porre fine alla ripetizione. O tu, abbi pietà. Bisognerebbe unire l’idea fissa alla ripetizione. Pensare sempre alla stessa cosa significa vedere tutto uguale.

Torino Piazza Carlo Felice
Torino, 2020. Foto di Andrea Siviero.

Scrivere dalla terra dei morti  

Il racconto è una narrazione che racchiude una narrazione segreta.

Non si tratta, qui, di un significato occulto che dipende dall’interpretazione: l’enigma non è altro che una storia che si racconta in modo enigmatico. La strategia del racconto è al servizio di tale narrazione cifrata. Come raccontare una storia mentre se ne racconta un’altra? Tale domanda sintetizza i problemi tecnici del racconto.

Seconda tesi: la storia segreta è la chiave della forma del racconto e delle sue varianti. 6

Scrivere un racconto come Un pesce nel ghiaccio rappresenta una bella sfida tecnica. Non si tratta soltanto di ibridare fiction e saggistica. I rischi di ottenere un saggio narrativo o una narrazione piatta, al puro servizio delle citazioni, sono elevatissimi. Ricardo Piglia non si intimorisce e introduce un’importante variazione alla storia della ricerca filologica. All’apice del discorso sul rapporto difficile di Pavese con le donne, del racconto dei tormentati rapporti sentimentali che visse l’autore piemontese (e in cui Emilio Renzi crede di rintracciare un riflesso della sua delusione d’amore), Piglia trasla il focus sul rapporto tra Pavese e la scrittura e introduce un nuovo “attore”, Kafka:

Gli interessava studiare come il linguaggio veniva portato al limite nei periodi delle due grandi crisi di Pavese: gli appunti del diario tra il novembre del 1937 e il marzo del 1938 e poi gli appunti della primavera e dell’estate del 1950. Stilisticamente, la risposta era la stessa. Essere al di fuori della vita. Non lasciare nulla. (Solo un Diario). Ma essere al di fuori della vita significava essere morto.

In fondo, tu scrivi per essere come morto, per parlare fuori dal tempo, per farti a tutti ricordo. Essere al di fuori della vita. Kafka pensava a qualcosa di simile.

Renzi ricordò una citazione di Kafka e la cercò nel taccuino.

Colui che da vivo non riesce a rendersi conto della vita usa una mano per allontanare un poco (e avviene in misura molto approssimativa) la disperazione causata dal proprio destino, ma con l’altra mano può registrare ciò che vede sotto le macerie, perché vede diversamente e più degli altri, dato che è morto in vita e, a rigore, un sopravvissuto.

Ricardo Piglia, quindi, in questa fase del racconto opera da un lato per infittire l’enigma, introducendo una variazione e allontanandosi ulteriormente dalla storia 1, e dall’altro lato produce il filtro attraverso cui interpretare il rapporto tra letteratura, le donne e la morte ovvero tra Pavese, le sue delusioni sentimentali e la scelta di suicidarsi. Il tutto, alla luce di una sostanziale differenza: se Kafka non poteva fare a meno di scrivere, ma puntava a distruggere tutto ciò che aveva scritto, Pavese si sentiva un re nella sua professione, non avrebbe mai distrutto le sue opere, anzi, aveva ordinato le sue carte e le aveva preparate per chi le avrebbe ritrovate. «Kafka considerava sé stesso come un servo», afferma Emilio Renzi. E aggiunge: «Se Pavese avesse scritto in quello stato d’animo si sarebbe salvato». Nonostante Kafka e Pavese abbiano scritto entrambi “dalla terra dei morti” c’è una differenza sostanziale: il primo ha preferito distruggere le sue opere e non sé stesso; il secondo ha preferito prendersi cura delle sue opere fino all’ultimo, fino al momento prima di togliersi la vita.

Ultima fermata: Santo Stefano Belbo

Il viaggio di Emilio Renzi si conclude a Santo Stefano Belbo. Qui visita la casa natale di Cesare Pavese dove sono esposti gli oggetti che appartenevano allo scrittore e alcuni manoscritti. In una vetrina Renzi vede gli originali del diario di Pavese: «Aveva lasciato il Diario perfettamente ordinato, pronto per essere pubblicato. Se l’avesse bruciato, non si sarebbe ucciso. (Forse)».

Questo passo ha una doppia valenza: rievocare Kafka e allo stesso tempo insinuare un dubbio. Quel forse tra parentesi rappresenta una prima incrinatura nella ricerca filologica di Emilio Renzi. Dopo le intuizioni e le certezze del secondo atto, nel terzo atto la storia 2 comincia a sgretolarsi lasciando riemergere la storia 1. Nella prima parte del terzo atto non si parla ancora di Inés – il desiderio di Renzi di recarsi in Italia per dimenticarla sembra essersi realizzato – e Renzi prosegue con le sue supposizioni sul rapporto tra Pavese e le donne:

Quelli che capivano le donne scrivevano libri molto eleganti: Flaubert, Henry James. Quelli che non le capivano, scrivevano libri caotici: Melville, Malcom Lowry. Bisognava elaborare una teoria che spiegasse questa relazione. […]

I libri scritti per amore di una donna, durante l’amore o dopo l’amore. Si potrebbe fare una cartografia. Coloro che non riescono a separarsi da una donna (F. Scott Fitzgerald) e scrivono di lei. Coloro che si separano da tutte le donne (Kafka) e non scrivono mai di loro. Coloro che vengono abbandonati (Pavese) e scrivono a lei. Trasformazioni di Beatrice.

Capire le donne. Pavese non ne era capace. Ma Renzi stava sospettando qualcosa. Ricordò un’osservazione molto sagace proprio all’inizio del Mestiere di vivere e la lesse ora nel manoscritto, nella vetrina.

«2/ottobre/1936. Sono desolato di aver sempre finora trascurato le forme, le maniere, di non essermi fatto uno stile di comportamento. Perché le donne in genere hanno migliori maniere che gli uomini? Perché debbono attendere tutto dal loro effetto formale, mentre gli uomini agiscono o pensano. Bisogna diventar più donna». Se fosse diventato più donna si sarebbe salvato. Nella vita, cercava la forma: da questo si capisce anche il titolo del Diario (e il suo fallimento). Aveva solo imparato a scrivere.

Cesare Pavese
Cesare Pavese

Collezionare repliche

Gli indizi accumulati attraverso la ricerca filologica sembrano aver condotto a una possibile pista da seguire per produrre probabilmente un articolo (il risultato degli studi di Renzi non viene svelato nel racconto). Tuttavia il racconto non è ancora finito, perché la ricerca di Inés è ancora in sospeso. Qui la tensione accumulata durante il racconto si scioglie attraverso due dialoghi: il primo è quello tra Emilio Renzi e un collezionista polacco e ruota intorno a un film interpretato da Constance Dowling, l’ultimo amore di Pavese. Il collezionista sostiene di aver ritrovato una copia del film Black Angel appartenuta all’attrice e vorrebbe farla aggiungere alla collezione di Pavese. Era una copia singolare che si differenziava dalle versioni commerciali per la durata: 85 minuti, invece che 81. «Una piccola differenza. Ma è questo che interessa ai collezionisti. Le piccole differenze. La disuguaglianza nella serie. L’oggetto unico». Sembra un’ulteriore complicazione della trama, a una lettura superficiale. Tuttavia, come la variazione sul tema di Kafka ha prodotto una svolta nella storia 2, quella della ricerca filologica, l’introduzione del collezionista polacco produce una svolta nella storia 1, quella che riguarda Inés. Ricordate il tema del doppio che compare all’inizio del racconto? Oltre che da Inés e dall’uomo con i capelli bianchi, Emilio Renzi è ossessionato dai sosia di amici e conoscenti argentini che incontra durante il suo viaggio di studio in Italia. In seguito all’incontro con il polacco, Renzi si convince di essere un collezionista di repliche («Era stata una giornata così intensa e così strana. A tratti era riuscito a dimenticare Inés. E il polacco? Un collezionista. Come me, pensò. Di cosa? Di repliche»). Ma proprio nel momento in cui Renzi si avvia verso la fermata dell’autobus che lo riporterà alla stazione e quindi a Torino, giunge un’automobile e da questa scende Inés, la vera Inés, non una sosia. In un mondo governato dalle copie, sono le piccole differenze a fare luce su una storia. E le piccole differenze sono quelle che interessano ai collezionisti (e agli autori e ai lettori di racconti). Inés è l’eccezione, la differenza. Perché? Questo resta al lettore scoprirlo, magari attraverso una riflessione sul racconto di Piglia che lo conduca a sciogliere questo nodo.

Il racconto si costruisce per far apparire artificialmente qualcosa che fino ad allora era nascosta. Riproduce la ricerca sempre nuova di un’esperienza unica che ci permetta di vedere, attraverso la superficie opaca delle cose, una verità segreta. «La visione istantanea che ci fa scoprire ciò che è sconosciuto, non è una lontana terra incognita, ma il cuore stesso dell’immediatezza», così Arthur Rimbaud.

Questa illuminazione profana è diventata la forma stessa del racconto. 7

  1. Il «pesce nel ghiaccio» del titolo si riferisce a una lettera scritta da Pavese alla sorella Maria pochi giorni prima di morire: Cara Maria, mi sono sistemato in un albergo che mi costa pochissimo e ci dormo benissimo. Non è necessario che torni lunedì 21. Puoi restare fino alla fine. Le camicie e gli abiti me li puliscono in albergo […] State bene. Io sto bene, come un pesce nel ghiaccio.
  2. Il nome completo di Ricardo Piglia (1941-2017) è Ricardo Emilio Piglia Renzi. Emilio Renzi è un personaggio ricorrente nei romanzi e nei racconti dello scrittore argentino.
  3. Le citazioni seguenti, tranne dove diversamente indicato, sono tratte dal racconto Un pesce nel ghiaccio, contenuto nella raccolta L’invasione di Ricardo Piglia, edizioni Sur.
  4. Le citazioni tratte dalle Tesi sul racconto di Ricardo Piglia sono contenute nella raccolta di saggi Formas breves, Anagrama, 2000. Traduzione italiana di Alfredo Zucchi comparsa già su CrapulaClub e Ô Metis, che ringraziamo per la disponibilità alla ripubblicazione.
  5. da Tesi sul racconto
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