Se il racconto è senza parole

Nel suo Lezioni di letteratura. Berkley 1980, Julio Cortázar, parlando del racconto breve, scrive:

Ritengo che sia più importante segnalare la sua architettura interna, ciò che io chiamerei anche la sua dinamica: il fatto che un racconto non racchiude in sé solamente una storia ma anche una sorta di potenzialità, di proiezione che fa sì che un gran racconto di Conrad, di Onetti o di uno qualsiasi dei vostri autori preferiti, non resti solo nella memoria ma desti anche una serie di connotazioni, di aperture mentali e psichiche.

Ora, è chiaro che anche il romanzo sia capace di destare una serie di cose, di riflessioni, di connotazioni, ma credo che Cortázar si stia riferendo ad altro.

Per spiegare questo ‘altro’ mi viene in mente un paragone che mi piace molto e che, sinceramente, non ricordo dove io l’abbia letto, se in Cortázar stesso, da un altro autore o magari nell’articolo di qualche collega qui su Tre Racconti. Questo paragone accomuna la forma romanzo al film, mentre il racconto viene posto vicino alla fotografia. È un’immagine che trovo molto vera, almeno a mio modo di vedere, e che ritengo possa andare a braccetto con la frase del buon Julio. Un romanzo (o un film) racconta una storia che, in qualche modo, è completa. Un cerchio che si chiude. Il racconto invece è spesso un’immagine, un frammento minuscolo di una storia più grande, e noi vediamo solo quel pezzetto, quella polaroid, eppure la nostra mente non può fare a meno di ragionare su tutto quello che sta attorno a quel frammento.

Sono tornato a pensare a tutto questo di recente, mentre vagabondavo tra i ricordi lasciatemi dalla lettura di Bestiario, la prima raccolta di Cortázar, e specialmente quando, con qualche mirabolante balzo, mi sono messo a collegare la forma del racconto breve ad alcune opere di illustrazione. Non ho potuto fare a meno di pensare che alcune illustrazioni presenti in libri che amo particolarmente siano in verità dei racconti. Che ne abbiano le proprietà. E questo perché un racconto è una foto, ma anche qualcosa di più.

Tra i primi illustratori a venirmi in mente c’è stato Shaun Tan.

Shaun Tan è, per chi non lo conoscesse, uno scrittore e illustratore australiano. Nel 2011 ha vinto anche un premio Oscar per un cortometraggio animato tratto da una sua opera, Oggetti smarriti. In Italia i suoi lavori sono editi da Tunué.

Tan ha, secondo me, la capacità, proprio come Julio Cortázar, di inserire lo straordinario in contesti del tutto ordinari, e di rendere straniante una scena comune con qualche piccolo tocco da maestro.
Prendiamo per esempio questa illustrazione tratta da Piccole storie dal centro, pubblicato da poco in Italia.



Una scena che potrebbe suonare come: un uomo guarda il suo pappagallo. Una cosa ordinaria, che però qui è resa straordinaria dallo stravolgimento delle proporzioni.

Non è, questa tavola, un racconto? Non è esattamente quello che dice Cortázar, una storia che non resta solo nella memoria ma che desta una serie di connotazioni, di aperture mentali e psichiche? Non è un frammento che fa vagare la mente del lettore verso infinite domande che portano a infinite storie?

E sono così quasi tutte le sue immagini.

Anche qui non si tratta di un’immagine quasi normale ma con quel qualcosa che destabilizza e da il via all’immaginazione?

E questo non succede solo con le tavole di lavori dove, in effetti, la forma racconto è presente. Prendiamo per esempio il suo titolo più famoso, ovvero “L’approdo”, un silent book lungo che racconta una storia di emigrazione, proprio come una sorta di romanzo, sebbene fatta di sole immagini. Anche qui, in verità, ogni tavola sta lì come un piccolo racconto. Messe tutte insieme, queste ‘finestre’ raccontano la storia portante del volume, ma se si prendono singolarmente fanno esplodere domande e voli di fantasia, perché molte di queste illustrazioni mettono sul fuoco molta più carne di quanto si possa pensare.

Il fatto è che queste non sono semplici immagini. C’è un senso di perturbante, un qualcosa che pare fuori posto in scene famigliari. Ci sono degli elementi che rendono una semplice cena in famiglia qualcosa da indagare più approfonditamente. E forse è questo il segreto di un buon racconti, i dettagli.

Ma Tan non è il solo a compiere simili operazioni. Un altro volume che mi affascina molto è Bestiario di Jean Fugère, edito da Logos Edizioni. Qui la cosa funziona in maniera leggermente diversa perché l’autore gioca con le parole per creare un’opera che viene interpretata in maniera diversa. E il risultato è, anche qui, una scena comune che diventa non comune, creando così un racconto.

Questa, per esempio, si intitola La bestizione

Qui, invece, siamo davanti a Eccesso di velocità. Il gioco è palesemente su una macchina che, a gran velocità, esce di strada. Ma l’automobile viene sostituita da una delle creature considerate più lente al mondo. Una scena comune diventa inusuale. Ancora.

C’è poi un’illustratrice italiana che a me piace molto e che si chiama Marianna Balducci.

Balducci fa un lavoro molto diverso dagli autori citati sopra, eppure il risultato è, in qualche modo, simile. Molto spesso i suoi sono lavori di foto-illustrazione, ovvero lei va ad aggiungere delle illustrazioni a delle foto vere e proprie. Il risultato è vario, si passa dallo scanzonato al serio, eppure tutte rimandano, in qualche modo, alla frase iniziale di Cortázar.

Tra i miei preferiti c’è una serie diventata di recente un libro per Sabir Editore intitolato “La vita nascosta delle cose”, dove alcuni oggetti comuni, come una caffettiera, dei pennini, un cavatappi, tra le mani di Marianna diventano qualcos’altro portando con sé possibili storie.

Oppure il suo progetto dei 100 bambini per Gianni Rodari, approdato quest’anno sui social dell’autrice come omaggio all’autore Gianni Rodari per il suo centenario. In questo caso Balducci ha selezionato un centinaio di foto datele dai suoi follower per crearci sopra qualcosa di nuovo. Ora, tra l’altro, questi 100 bambini sono disponibili in un prezioso cofanetto sempre per Sabir Editore.

In entrambi i lavori appena citati, rimane il comune denominatore dello straordinario nell’ordinario. A creare il racconto è il particolare inaspettato: due ali su di un cavatappi, una finestra tonda che diventa oblò di un’astronave…

Marianna Balducci fa però un lavoro ulteriore. Non solo la singola immagine apre mille possibilità di racconto, ma porta il racconto nella quotidianità: cosa posso vedere in un oggetto che uso ogni giorno? Questo è solo un utensile? Un frutto? Anche qui siamo un po’ in campo Rodariano, con gli esercizi di fantasia, ma mi pare un contributo prezioso al portare la narrazione nel concreto, oltre che a donare la capacità di osservare le cose in modo differente. Che poi, non è questo che dovrebbe fare un buon racconto? Portare nuovi modi di vedere?

Sia Balducci che Tan accompagnano, anche se non sempre, le loro immagini con dei testi, con delle storie. La vita nascosta delle cose, i 100 bambini e anche Piccole storie dal centro contengono del testo, contengono dei racconti più o meno lunghi. Non posso negare che anche con le parole entrambi gli autori sanno brillare di luce propria, ma ammetto di ritrovarmi molto spesso a mettere da parte le parole per concentrarmi sulle sole immagini. Queste illustrazioni hanno qualcosa. Hanno una forza tale da generare molti più racconti di quelli approdati nel volume pubblicato. E con questo non posso fare a meno di ricollegarmi a Cortázar. Racconti come Lettera a una signorina a Parigi, quello con i coniglietti rosa, o Estate, dove una sorta di terrore nasce da un ‘semplice’ cavallo, un singolo cavallo, lasciano aperte molte interpretazioni, infinite domande, possibili scenari. E la stessa cosa succede con le illustrazioni qui presentate. Cosa sto vedendo davvero? Cosa mi racconta questa immagine? E le risposte sono infinite.

Ovviamente questi sono solo alcuni esempi e cercando tra i libri illustrati se ne potrebbero trovare molti altri. Quello che mi premeva però sottolineare era la somiglianza tra un racconto e una buona immagine, e la capacità di raccontare che certi illustratori hanno. Se ci soffermiamo sulla classificazione ‘racconto breve’, ci viene alla mente un’idea ben precisa di cosa sia. Eppure, forse ci focalizziamo troppo su una cosa e ci perdiamo il resto. Un racconto può essere molte cose e sa donare molti spunti. Proprio come questi lavori.

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