Tutti i racconti western di Elmore Leonard

Il 2018 è stato per me l’anno della scoperta di un autore che sì, sapevo essere considerato un monumento della letteratura mondiale, ma del quale ancora non avevo letto nulla, ovvero Cormac McCarthy. Essendo un buon appassionato di film di western e con un viaggio tra canyon, parchi e deserti nel sud-ovest degli Stati Uniti alle porte, io e Linda (anche lei nella squadra di Tre racconti, nonché mia fidanzata) abbiamo deciso di leggere i tre libri che formano la famosa Trilogia della frontiera. Così, per entrare nel giusto assetto. Decisi a prenderla bassa, distribuendo quindi la lettura di ciascun libro in un arco di tempo ragionevole, ci siamo invece ritrovati a divorare una dopo l’altra le oltre mille pagine che la costituiscono.

Leonard Elmore tutti i racconti
Foto di Priscilla Du Preez su Unsplash

Considerandola nella sua interezza, è entrata subito a far parte di quella lista personale dei libri della vita, lasciandomi addosso la voglia di ributtarmi in tempi brevi in quel tipo di atmosfera. Inevitabile a quel punto, ritrovarsi tra le mani uno dei tanti libri di ambientazione western scritti da Elmore Leonard. Ho così deciso di iniziare dai racconti, la forma con la quale si è inizialmente cimentato: i suoi testi brevi sono stati infatti tutti pubblicati su varie riviste e soprattutto quelle specializzate nel genere western, molto in voga negli cinquanta. Nel 2008 Einaudi ha pubblicato Tutti i racconti western, raccolta che li contiene tutti, dal primo pubblicato nel 1951 fino all’ultimo, del 1994.

Nato a New Orleans, ma trasferitosi da piccolo a Detroit, dove continuerà a vivere dedicandosi con grande successo anche al thriller e al crime ambientato in città, la storia artistica di Leonard è l’ennesima di uno che è arrivato a fare il mestiere dello scrittore attraverso un apprendistato simile a quello di svariati lavori: esercizio, studio di chi è più bravo, rifiuti, abnegazione. E fu proprio per esercitarsi e non tanto per vocazione o particolare ispirazione, che la scelta ricadde sul western:

«Mi guardai attorno, in cerca di un genere che mi consentisse di imparare a scrivere e, allo stesso tempo, di vendere quel che scrivevo. E scelsi il western perché mi era sempre piaciuto quel tipo di film, fin da ragazzino».

Due motivazioni semplici, è vero, ma se la prima che richiama la passione per il cinema si può considerare naturale, la questione invece di cercare qualcosa che avesse un pubblico, che fosse letto e che permettesse di vendere il proprio lavoro, non mi pare così scontata.
Leonard racconta di aver individuato il motivo dei primi rifiuti, nell’aver scritto con poca cura del dettaglio e scarsa preparazione verso quel mondo. Insomma, si era reso conto che avere una storia non era sufficiente.
Riuscire a vendere un buon lavoro di genere a riviste specializzate del settore significa inevitabilmente migliorare la propria conoscenza e scrittura, dovendo fare i conti il più delle volte, con un pubblico di lettori molto attento, esigente e ferrato sull’argomento.

Disinteressato alle storie sugli indiani delle pianure, Leonard si concentrò sulle tribù che abitavano Arizona, New Mexico, Texas e Messico, e specialmente gli Apache. Questi, abituati a spostarsi continuamente, razziatori abilissimi a cacciare e a inseguire le tracce, portavano abiti che li rendevano caratteristici, come i mocassini alti fino al ginocchio e la bandana a tenere fermi i capelli lunghi, e più di tutti stimolavano la sua fantasia. Aveva quindi iniziato a divorare biografie sui capi indiani e sulla storia di quelle tribù, fino al punto di abbonarsi a riviste specializzate su armi e diligenze. Tutto questo materiale non gli serviva per infarcire i racconti di nozioni da esperto del genere ma all’opposto, la maggior conoscenza lo aiutava a essere più preciso nel punto giusto, snellendo tantissimo la narrazione. Il suo stile è infatti veloce, fatto di dialoghi vicinissimi al parlato comune. La stessa cura era riservata alle tribù, non scrivendo mai di Apache in maniera generica, ma sempre con il riferimento alla popolazione specifica. Così incontriamo Mescalero, White Mountain, San Carlos, Aripaiva, Coyotero, ognuno con le proprie caratteristiche comportamentali e una precisa area geografica dove vivere.

Leonard aveva una routine precisa: sveglia alle cinque del mattino e vietato farsi il caffè fino a che non aveva buttato giù qualcosa. Con un lavoro e una famiglia a cui badare, era stato costretto a rifugiarsi in una disciplina d’atleta.

Insieme ai racconti già a partire dagli anni cinquanta, quindi subito ai suoi esordi, scrisse anche romanzi e sceneggiature per film. Notato dall’industria cinematografica, erano infatti arrivate molto presto proposte per sceneggiare film western, sia per testi originali che per soggetti tratti da suoi libri, alcuni dei quali interpretati poi da grandi attori come Paul Newman e Burt Lancaster, rispettivamente in Hombre e Io sono Valdez, considerati classici del genere. E poco importava se i film prendevano un po’ troppo il largo rispetto le sue storie originali, perché anche in questo caso Leonard si dimostrava pragmatico, accettando qualche compromesso con l’industria cinematografica. Strinse un patto molto simile a quello tra Hemingway e Hollywood: tenendosi a dovuta distanza, uno concedeva i libri, l’altro mandava i soldi. Alla fine ognuno se ne sarebbe andato per i fatti propri.

L’esordio di Leonard, il racconto dal titolo La pista Apache, è un esempio di storia decisamente non hollywoodiana. Eric Travisin, considerato il massimo esperto di guerre Apache in tutta l’Arizona, gestisce la riserva indiana di Apache White Mountain. Isolato dalla città e lontano dai suoi superiori, Travisin mette in pratica comportamenti considerati non esattamente idonei:

«Si rendeva conto di cosa fosse necessario per sopravvivere in una situazione ostile. Tutto questo non era contemplato nel Cavarly Tactics di Cook: toccava impararlo con le cattive, e il semplice fatto di essere vivo stava a significare che l’avevi imparato bene».

Elmore Leonard racconti
Foto di Cayetano Gil su Unsplash

E poi, quando gli mandano un novellino considerato sulla carta il miglior ufficiale di West Point, inesperto, ma già colmo di indignazione per il comportamento di quelli che reputa selvaggi, Travisin non esita a fargli il quadro della situazione per fargli capire il perché di tanto odio nei confronti dei bianchi:

«Vada un paio di settimane a San Carlos. Soprattutto quando arrivano i fornitori di bestiame del governo, con tanto di bilance truccate e manzi gonfiati da qualche bidone di acqua del Gila. e guardi come si scannano tra loro, le donne Apache, per una di quelle pance gonfie».

Il fatto è che un esordio del genere ti gasa. Mettere un racconto così come primo della lista, ti garantisce l’attenzione e il coinvolgimento del lettore. E non credo sia un caso se il genere western sia stato accolto con grande successo sia nel cinema che nella letteratura. In tanti hanno rivisitato il genere rimodellandolo o semplicemente usandolo come sfondo ideale per tirare fuori qualcos’altro. Oltrepassare ampiamente il confine della storia di genere come ha fatto McCarthy per esempio, scavando a fondo nell’anima dei propri personaggi, anche attraverso passaggi onirici, e poggiandosi sull’ormai iconico immaginario western fatto di spazi enormi, aridi e di bellezze naturali ancora oggi in gran parte incontaminate, non può che amplificare quell’effetto di coinvolgimento totale tipico di quelle che vengono considerate le grandi opere.

Ma se molte volte la vastità del paesaggio, bello ma che rende la vita difficile, è per McCarthy un buon momento per riflettere su questioni come il senso della vita, la religione e il rapporto con la natura o con il proprio passato, e quindi le più classiche tra le domande universali; per Leonard, quel pensiero che sembra nascere sulla soglia tra sguardo e orizzonte, impatta sempre sulle azioni, sui bisogni, sulle necessità. Ed è un impatto violento, prima di tutto con la natura, che è fatta di quel che è fatta: sabbia, rocce, sole che ti spacca la testa, Apache scaltri e soldati che si credono troppo furbi e poi, sulle conseguenze di un agire meschino perpetrato troppo a lungo. Non è che ci sia da girarsi troppo intorno, non è che con la testa te ne puoi andare più di tanto in giro speculando su secoli di pensiero filosofico; e non di meno è concesso il lusso di scavalcare con le idee quello che tutto sommato è un orizzonte, bellissimo e infinito, ma pur sempre l’orizzonte di una terra che ti costringe a cavartela. Le distanze che contano sono l’oggi e fin dove l’occhio può scrutare in fondo al canyon.

Quello di Leonard è un modo non meno abile di trasmettere al lettore ciò che frulla o non frulla in testa ai personaggi: se McCarthy scoperchia la testa dei suoi alla luce atroce e bollente del sole del sud, o sotto la notte stellata del deserto per far fluire quel flusso di pensieri meravigliosamente narrato, Leonard piazza un primo piano sulle pupille dei suoi uomini e in mezza riga mette ti fa sapere tutto quel che ti serve sapere riguardo vita, morte e miracoli delle loro storie personali.

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