Raccontare l’uomo. Le storie di David Szalay e Joshua Ferris

Da un po’ di tempo a questa parte, capire e raccontare l’uomo, nel senso proprio di maschio, è una faccenda delicatissima. Un percorso irto di trappole anche per chi prova a intraprenderlo con le migliori intenzioni. Quando poi si tratta di testi che aspirano a sopravvivere al tempo e a diventare letteratura, le cose si complicano ancora di più perché occorre sintetizzare, costruire e comunicare con una certa sensibilità giocando con i fili di un immaginario culturale comune, sforzandosi di uscire da ciò che racconta la cronaca pura, soprattutto da certi toni.

Ci eravamo lasciati la volta scorsa con una bella intervista e l’auspicio di leggere in futuro più storie che raccontassero la complessità dell’essere donna e il confronto con la girandola di ruoli assegnatele da una società ancora evidentemente irrisolta. E invece eccomi qua ad occuparmi di uomini che scrivono di uomini. Nel mezzo, la bomba atomica del caso Weinstein, i cartelli e le manifestazioni in piazza, le dive in nero e i social invasi di hashtag a sostegno di un femminismo sfaccettato quanto complicato da decifrare.

Ecco perché, come fanno i lettori appassionati che cercano nei libri non tanto le risposte ma le domande giuste, ho puntato su due raccolte recenti: Tutto quello che è un uomo di David Szalay[1] e Invito a cena di Joshua Ferris[2]. Due raccolte molto apprezzate da pubblico e critica; molto diverse per stile ma accomunate da alcuni temi che scorrono in maniera sotterranea nelle loro storie e che per fortuna finiscono per raccontare molto più di ciò che ci si aspetterebbe.

David Szalay, l’architetto elegante

David Szalay racconti
David Szalay

Tutto quello che è un uomo non è una raccolta convenzionale ma un romanzo di racconti composto da nove storie di altrettanti uomini, ciascuno “fotografato” in una fase diversa della vita. Una progressione che inizia con il diciassettenne Simon, in viaggio in interrail con il coetaneo Ferdinand, e si conclude con il settantatreenne Tony, tra decadimento fisico, rimpianti e bilanci. Tra i due Bernard (22), Balázs (30), Karel (30 e qualcosa), Kristian (38), James (44), Murray (55) e Aleksandr (65).

Particolarmente interessante è la genesi del libro. Come ha raccontato lo stesso David Szalay nel corso del suo bell’intervento alla manifestazione romana Libri Come, l’origine della raccolta va rintracciata nel terzo racconto. Scritto per Granta UK, il racconto aveva una lunghezza inusuale di circa 40 pagine, «giusta per dare profondità al personaggio ma insufficiente a cogliere il contesto. Come se si rimanesse bloccati nel tempo presente». Una considerazione che ha spinto David Szalay a scrivere altre storie della stessa lunghezza per creare una sorta di affresco unico delle fragilità maschili. Qualcosa che gli ha permesso di «far esplodere l’idea di mortalità, di invecchiamento». Una scelta che effettivamente, al di là delle differenze tra i singoli protagonisti, ha finito per dare vita ad un unico personaggio composito.

E in effetti a pronunciare tutte queste frasi potrebbe essere la stessa persona: un essere umano rincorso dal tempo che passa. La vera chiave del libro.

«C’è uno strano senso di spreco, un senso di spreco senza un oggetto chiaro» (Simon); «Quasi come se, per la prima volta, comprendesse esattamente cosa c’era in ballo: tutta la sua vita, tutto quanto» (Balázs); «Si trasformerà in altro. Lentamente; troppo lentamente perché chi ci vive se ne renda conto. E sta già accadendo, accade di continuo. È solo che non lo vediamo. Come i mutamenti fonetici, come la lingua parlata» (Karel); «Un giorno mi sono svegliato e mi sono reso conto che era troppo tardi per cambiare le cose. Quelle grosse intendo. (…) Non sono più giovane. Quand’è che è successo?» (James); «Pensiamo di essere speciali e invece siamo tutti uguali» (Murray); «Dovunque vadano i suoi pensieri, sbattono contro qualcosa che fa male. (…) Aveva dedicato tutta la sua vita a qualcosa e gli era andata male» (Aleksandr); «È così che finiamo tutti: dissolvendoci?» (Tony).

david szalay Tutto quello che è un uomo
Photo by Andrew Spencer

Ecco perché tutti i protagonisti sono uomini: l’effetto finale è quello di un monologo corale di maschi tutto sommato confusi e soli che tentano di fare i conti con loro stessi e con l’incapacità di progettare e concludere con il sesso opposto, nel senso più ampio del termine. Un tema che tuttavia non può essere ricollegato automaticamente all’attualità visto che il libro è stato terminato nel 2015, ben prima che esplodessero gli scandali globali e i “#MeToo” invadessero stampa e social. Piuttosto, Tutto quello che è un uomo è un libro che secondo il suo autore:

«registra una dissonanza con cui si scontrano gli uomini di tutte le età: quella tra un immaginario maschile tipicamente aggressivo, predatorio e dominante e l’esperienza quotidiana nella realtà, in cui si trovano molto più spesso sulla difensiva. È forse solo in questo senso che il libro può agganciarsi alla lotta alla quale stiamo assistendo. C’è un senso di frustrazione che ingabbia l’uomo. Forse si potrebbe dire che se la donna storicamente è sulla strada della progressiva emancipazione, l’uomo può solo perdere…».

Insomma delicate questioni storiche ed esistenziali che si intrecciano nelle vite più o meno ordinarie dei personaggi e con diverse sfumature di maturazione. Un altro aspetto da sottolineare, tra l’altro, è proprio l’efficacia nella resa della progressione temporale e la capacità di Szalay di alzare il volume della consapevolezza dei suoi personaggi attraverso l’utilizzo della lingua.

Se all’inizio la voce narrante sembra essere poco più di un registratore di sensazioni (percezione aumentata dall’utilizzo del tempo presente), nelle fasi di vita successive passare degli anni si avverte il cambiamento. Come se la voce di David Szalay si riscaldasse all’aumentare della consapevolezza esistenziale dei suoi personaggi. Fino alla bellissima metafora inserita nel racconto finale, dove il mosaico della basilica di Sant’Apollinaire Nuovo di Ravenna diventa l’immagine dell’inquietudine metafisica: quella di un qualcosa/qualcuno in bilico sul niente dopo aver vissuto una vita intera.

«Sull’orlo delle lacrime, smette per un attimo di mangiare e solleva lo sguardo. In parte, ne è certo, si infila da solo in questa sensazione che tutto incarni qualcosa di infinito ed eterno. Sono la paura e la tristezza a costringerlo a inventarsi qualcosa. Qualcosa con cui alleviare l’incubo dell’invecchiamento e della morte. Questi pensieri sull’eternità del tempo. Nell’eternità del tempo si cela solo un mistero – l’idea che contenga qualcosa che non conosceremo né comprenderemo mai. Uno spazio vuoto inconoscibile. Come, a Sant’Apollinaire Nuovo, quel mosaico con le tende che si aprono sul niente, su una distesa di semplici tessere dorate».  

Un’inquietudine che come sappiamo non conosce genere, né età. Ed è per questo che Tutto quello che è un uomo riesce ad essere molto più di un affresco al maschile.

Joshua Ferris, ovvero come fai sbagli

Joshua Ferris a New York. Foto di Caroll Taveras
Joshua Ferris a New York. Foto di Caroll Taveras

Se Szalay è ordine e progressione, Joshua Ferris è quasi un’immersione nel caos. Mentre Tutto quello che è un uomo è il frutto di un sofisticato progetto di architettura da comprendere nella sua interezza, Invito a cena è un mondo a tratti frammentario.

La stessa scrittura di Ferris è l’esatto contrario di quella di David Szalay: una lingua meno controllata che qua e là cede ad un vago sentimentalismo intriso di ironia e sarcasmo con frasi del tipo «un brivido le aveva percorso la spina dorsale fino all’anima…» (ripetuta due volte) o «il nutrimento giungeva ai tavoli come un destino». Un miscuglio in cui entra spesso anche la voce narrante, che non è solo un punto di vista distaccato ma quasi un elemento posto sullo stesso piano dei suoi personaggi, ancora una volta uomini in difficoltà nel loro percorso di realizzazione personale, spesso tardiva e a tratti utopica perché imbevuta di stereotipi e aspettative drogate.

Molto significativo in questo senso è il racconto La brezza, una piccola summa del mondo maschile di Ferris. Da una parte c’è una donna che vuole «fare qualcosa» per dare una scossa al rapporto e dall’altra c’è un uomo che a fine giornata non vuole o non è interessato a trovare una soluzione. Una dinamica di coppia comunissima che l’autore si diverte a declinare in tanti possibili scenari che alla fine si concludono tutti con un nulla di fatto per un motivo o per un altro. La tovaglia di un ristorante che non va bene o la metropolitana che si blocca o il buio che arriva troppo presto. Come a dire: qualunque iniziativa si prenda uomini e donne non vedranno mai la stessa cosa e non capiranno mai cosa vogliono gli uni dalle altre.

«…il niente che tutto divora del decidere cosa fare. (…) era lei, e lei sola (…)? Oppure erano le imperfezioni e i paraocchi di una vita intrecciata a quella di un altro, cioè Jay, lo squilibrio di dover tenere in considerazione quello che voleva lui, qualunque cosa fosse? Perché lui quella cosa se la teneva per sé, o gli era sconosciuta, e quindi lei come poteva sperare di identificarla? Oppure il mistero non esisteva affatto. Forse era solo un uomo che voleva vedere un film».

Joshua Ferris Invito a Cena
Photo by GoaShape on Unsplash

Insomma è il trionfo dell’incomunicabilità, della nevrosi o dell’ansia di non fare mai la miglior cosa possibile in quel preciso momento. Qualcosa che somiglia vagamente alla sensazione di spreco su cui Szalay torna più volte, esprimendola in maniera esplicita o lasciandola intravvedere. Forse questo è un terreno comune tra i due: il trascorrere del tempo e la sensazione di stare sprecando i momenti migliori o le potenzialità che prima c’erano e improvvisamente non ci sono più perché ormai la scelta di vita è fatta, piccola o grande che sia.

Parlando di ansia, probabilmente a qualche lettore non sfuggirà una possibile analogia con un ambiente molto familiare a tutti noi e che proprio sull’ansia costruisce le sue fortune: il mondo delle app. Un’analogia che mi è tornata in mente dopo aver letto un articolo sulle tecniche utilizzate dagli sviluppatori di app per aumentare la nostra dipendenza dalle loro creature.

Una delle leve sulle quali si gioca la lotta per la conquista dell’utente – si leggeva nel pezzo – è quella dell’effetto FOMO, che letteralmente significa “Fear of missing out”, la paura di perdersi qualcosa…

Ora, potrà essere un ragionamento azzardato ma questa “paura di perdersi qualcosa” somiglia molto all’ansia con la quale si cerca la cosa migliore da fare e poi una cosa ancora migliore subito dopo, o la bella persona e poi una persona ancora più bella. In una spirale che va avanti all’infinito e si autoalimenta della sua stessa fame rendendo uomini e donne sempre più esposti alle proprie fragilità e in preda all’inevitabile insoddisfazione.

Ma forse, semplificando e uscendo da Tinder, siamo un po’ tutti come la donna nel racconto Il figliastro che confessa il suo malessere esistenziale ad un attore che conosce appena, un uomo per il quale sta pensando di mollare tutto per cambiare vita.

«Sei molto determinata».

«No» ripose lei. «Solo terrorizzata».

«Di che?»

«Di non riuscire a finire un altro quadro. Di perdermi nella maternità. Di uscire completamente di testa, cazzo».

Una confessione che poggia su una paura comune a tutti: quella di rinunciare a pezzi di sé, a strade possibili. La paura di sbagliare percorso e di mettersi definitivamente dietro le spalle tutti i “se” e tutti i “ma” di ogni strada mai presa.


[1] David Szalay, Tutto quello che è un uomo; Adelphi, Milano, 2017.

[2] Joshua Ferris, Invito a cena; Neri Pozza, Vicenza, 2017.

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