William Gibson e l’enigma del cyberspazio

Più che l’inferno di Dick mi affascina quello di Thomas Pynchon, che era uno scrittore simile ma almeno non era pazzo.1

Con questa dichiarazione, William Gibson s’è giocato la mia simpatia. Lo perdono solo perché in “Cyberspace”, realtà virtuale, internet, un articolo del 1996, Fernanda Pivano racconta che quando Gibson vide Blade Runner scappò dal cinema «disperato, pensando che già qualcun altro si era impadronito del suo incubo del futuro».2 Blade Runner è un film del 1982 di Ridley Scott, ispirato dal romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick. 1 a 0 per il pazzo.

La verità è che un libro è sempre il risultato di un processo cumulativo d’intuizioni. Come ammette lo stesso Gibson in un’intervista del 2014, le fantasie sul futuro sono il frutto di uno sforzo collaborativo, costruito grazie all’immaginazione «di generazioni di sognatori».

Un testo che ha cambiato la direzione della letteratura fantascientifica a partire dalla seconda metà del Novecento è Which way to inner space? di J. G. Ballard, pubblicato su New Worlds nel maggio del 1962. L’articolo è una critica all’uso pigro degli elementi della fantascienza classica – quella delle macchine del tempo, delle galassie e dei marziani –, e un invito ad approfondire il mondo interiore dei personaggi.

Dal punto di vista visuale, nulla può uguagliare la space opera quanto ad ampi scenari e algida bellezza, come dimostra un qualsiasi film o fumetto, ma quanto a forma letteraria essa necessita di idee più complesse e più argomentate […].  I lettori di fantascienza, che ne siano consapevoli o meno, sono stanchi. Questi elementi cominciano a sembrare sempre più obsoleti in confronto all’evoluzione degli altri settori della letteratura. I maggiori progressi dell’immediato futuro avranno luogo non sulla Luna o su Marte, ma sulla Terra; è lo spazio interiore, non quello esterno, che dobbiamo esplorare. L’unico pianeta veramente alieno è la Terra.

In linea con il suggerimento di Ballard, Philip K. Dick e altri sognatori esplorano diversi sentieri, ma non arrivano a definire quello che Nanda chiama “il paesaggio mentale”, l’universo alternativo della rete. Così, nel 1984, William Gibson pubblica Neuromante.3

Una corsa nella matrice

Neuromante è considerato il manifesto del cyberpunk, un sottogenere della fantascienza basato sullo sviluppo tecnologico (la parte cyber) di una società ipertrofica e alla deriva (la parte punk).

La trama è complessa. Oppure è molto semplice, dipende dai punti di vista: un’intelligenza artificiale, che si fa chiamare Invernomuto, vuole valicare i controlli di Turing e accedere a un livello superiore. Per essere un po’ più precisi, potremmo dire che un team improvvisato, composto da un cowboy della rete (Case), una samurai iperpotenziata (Molly), un costrutto su Cd-ROM (Fatline) e un illusionista (Riviera), viene assoldato da un certo Armitage per una missione non ben definita; che c’entra con Invernomuto, ma c’entra anche con un Pugno urlante, un Angelo Azzurro e alcune Pantere. Nel mezzo ci sono le zaibatsu, multinazionali «simili ad alveari dotati di memorie cibernetiche». Soprattutto, c’è la matrice: «una grata luminosa di logica». La storia si svolge in posti diversi: comincia in uno sprawl, un’area metropolitana ipersviluppata sulla costa orientale degli Stati Uniti, poi si passa di volata a Instanbul per finire a Freeside, una sorta di Las Vegas in orbita.

Tante cose, forse troppe, rese ancora più impermeabili dal gergo informatico a cui ricorre Gibson. Ma la trama non conta, soprattutto oggi, quando la capacità di anticipare certi eventi s’infrange contro un futuro che è più prossimo di quello che poteva essere negli anni Ottanta. Il romanzo resta interessante per l’esperienza di lettura che offre: la visione “a finestre” è simile a una navigazione online; le sequenze sono schermate che appaiono, si sovrappongono e si riducono alla velocità che potrebbe essere equiparata a quella di un clic.

Neuromante è uno dei tre tasselli della Trilogia dello Sprawl, che si aggiunge a Giù nel cyberspazio (1986) e Monna Lisa Cyberpunk (1988). Ma il termine cyberspazio, che è quello che più c’interessa, compare per la prima volta in La notte che bruciammo Chrome, un racconto del 1982, candidato al Premio Nebula, uno dei maggiori riconoscimenti per la science fiction, poi compreso in una raccolta omonima nel 1986. Gibson inventa il termine cyberspazio osservando alcuni ragazzi in una sala giochi di Vancouver.

Il loro linguaggio del corpo diceva una cosa chiarissima: avrebbero voluto a tutti i costi entrare in quel mondo luminescente, dove succedevano cose più divertenti e veloci che altrove. Così mi venne l’idea folle che forse tutti gli spazi dei videogiochi potessero coesistere in un solo enorme spazio.4

La notte che bruciammo Chrome è una raccolta eterogenea sotto più punti di vista. I temi sono quelli cari a Gibson, con confini meno rigidi e qualche variazione di stile. Ci sono due racconti dai quali sono stati tratti due film: Johnny Mnemonic e New Rose Hotel. Johnny Mnemonic è una bozza di quello che sarà Neuromante; nel racconto c’è già l’embrione del personaggio di Molly, un accenno alle zaibatsu e a Chiba City, e poi mutazioni genetiche, complotti internazionali e orizzonti tossici. Il film è del 1995, diretto da Rober Longo, adattato da Gibson e interpretato da Keanu Reeves. New Rose Hotel è diventato un film di Abel Ferrara nel 1998, con William Dafoe, Christopher Walken e Asia Argento, ed è un racconto scritto in un’insolita seconda singolare.

Il continuum di Gernsback è una presa di posizione rispetto alla vecchia maniera di fare fantascienza: Hugo Gernsback è il padre della “scientifiction”; uno scrittore non molto prolifico, né così talentuoso, ma è stato tra i primi a occuparsi del genere, insieme a Verne e a Wells. A lui va il merito di aver fondato la rivista Amazing stories. Tre autori di fantascienza – Bruce Sterling, John Shirley e Michael Swanwick – scrivono tre racconti insieme a Gibson ma, al di là di ogni effetto moltiplicatore, sono i più classici della raccolta, e anche i più noiosi.

Frammenti di una rosa olografica, la prima prova da scrittore di Gibson, era apparsa nel 1977 su Unearth 3, e gli era valsa 27 meritatissimi dollari. È un racconto abbastanza semplice (azzarderei tenero, se tenero non fosse inteso come un aggettivo squalificante. Per me non lo è, ma a Gibson probabilmente non piacerebbe). È la storia di Parker, un uomo che cerca di sopperire alla mancanza di una lei che ha perso qualche giorno prima con un sistema di realtà virtuale. Parker rivive intere sequenze di vita grazie a una cassetta A.S.P.: apparent sensory perception.

La notte che bruciammo Chrome è il racconto più riuscito. Automatic Jack e Bobby Quine sono due hacker che vogliono impossessarsi del capitale di Chrome, una famosa criminale. Per farlo, i due hanno recuperato un virus autoreplicante, un software russo, col quale contano di bypassare i sistemi di sicurezza (ICE) e distruggere l’impero di Chrome.

Una caduta nella carne

L’atteggiamento dominante è il rigetto della dimensione corporea a favore dell’allucinazione collettiva della rete. L’inversione avviene anche sul piano linguistico: l’autore personifica i programmi, attribuendo loro tratti umani («[…] inserisco i comandi preparati da Bobby nel centro del freddo cuore di Chrome. […] Mi è sembrato di aver sentito Chrome urlare, un suono duro e metallico, ma non è possibile»), e spersonifica gli uomini, anestetizzandoli e/o accessoriandoli. Jack, infatti, ha una protesi mioelettrica in fibra di carbonio, ed è solo uno dei diversi esempi d’ibridazione.

Il paesaggio urbano nasce dai contrasti: la tecnologia più raffinata si scontra con il degrado della periferia. Materiali “freddi”, come il cromo, il silicio, l’alluminio e l’acciaio, eliminano ogni occasione di conforto. Alla stessa funzione rispondono i colori: le città sono illuminate soltanto dalle luci di neon, led e monitor, e il cielo è «nero e bluastro di nuvole» o «velenoso e argenteo». La baia è una «distesa nera in cui i gabbiani volteggiano sopra banchi di bianca schiuma di plastica».

Da qualche parte abbiamo dei corpi, molto lontano, in una mansarda stipata in un soffitto di acciaio e vetro.

Pensiero di Jack che fa eco a Case, il protagonista di Neuromante, perché se è vero che ogni storia si costruisce a partire dai desideri, i personaggi di Gibson vogliono soltanto abbandonare «la prigione della propria carne» e tornare nell’ordine rassicurante della matrice.5

Sembrano discorsi astratti, immagini che si fermano sull’ultima pagina di un romanzo di fantascienza. Tuttavia Ellen Ullman, programmatrice informatica e autrice del memoir Accanto alla macchina, spiega perché la tentazione non è così aliena.

Qui, in quel punto lì, non conosciamo vergogna. Lui mi ha vista dormire per terra con una pozza di saliva sotto le labbra. Abbiamo entrambi visto la pancia flaccida e bianchissima di Danny – così giovane, che peccato – quando si spogliava per lavorare in mutande nel caldo della sala server. Ho visto da vicino la forfora di Joel, la patina di pelo di gatto che copre ogni suo indumento, ho notato dettagli del suo corpo che avrei preferito ignorare. E sono certa che lui abbia notato i miei capelli unti, che si sia reso conto di quanto sembro scialba quando sono struccata, che abbia colto dettagli troppo intimi per includerli in questo elenco. Ma ormai nulla di tutto ciò ha importanza. I nostri corpi sono stati abbandonati da un pezzo, costretti alla fame e all’insonnia e alla tortura di passare ore incollati a mouse e tastiera. Le nostre spoglie fisiche sono state ridotte all’obbedienza. Al momento ci conosciamo in un solo modo: attraverso il codice.6

Il codice è un algoritmo, un procedimento chiaro e finito. Il codice funziona o non funziona, e se non funziona vuol dire che c’è un errore da individuare. Dalle parole della Ullman s’intuisce che chi sperimenta quel tipo di sospensione accede a nuovi significati d’esistenza. Quanto può essere attraente l’idea di abbandonare un veicolo precario come il corpo per sparire in un luogo in cui «lo spazio potrà essere sempre, solidamente numerico»? Messa in questa termini, sembra che non ci sia neanche una scelta da fare. Ma le domande, anche in un futuro prossimo come il nostro, sono le stesse che si poneva il tenero Parker quarant’anni fa.

Quell’istante di un viaggio in Europa, abbandonato nel mare grigio del nastro cancellato… è più vicina, adesso, o più reale, solo perché è stato con lei ad Atene? […] Era quella la loro storia? No, la storia era il frontale nero dell’induttore delta, l’armadio vuoto, il letto disfatto […], la rabbia per il guidatore di taxi a pedali, lei che non si era voltata a guardarlo attraverso la pioggia contaminata.

 

  1. Da un’intervista rilasciata a David Frati per il sito Mangialibri.
  2. Contenuto in Viaggio Americano. Bompiani, 2009 (pp. 346-348).
  3. Con Neuromante, William Gibson vince il premio Hugo, il premio Nebula e, udite udite, il Philip K. Dick Award.
  4. Dalla stessa intervista citata in precedenza, rilasciata a Giuliano Aluffi il 22 agosto 2014.
  5. Ancora Case: «“Carne” diceva una parte di lui. “È la carne che parla. Ignorala”».
  6. Contenuto in Accanto alla macchina. La mia vita nella Silicon Valley. Minimum fax, 2018. Traduzione di Vincenzo Latronico (pp. 7-21).
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3 comments

  1. Claudio Correggioli says:

    Premesso che Gibson mi piace abbastanza e ne ho letto parecchio, metterei un paio di paletti in quanto addetto ai lavori. 🙂
    Sono più di trent’anni che lavoro in una sala server, o nell’ufficio adiacente, e non sono mai stato in mutande. Questo non solo per pudore o per conservare – banalmente – il posto di lavoro, ma per il fatto che le sale server sono pesantemente condizionate e viaggiano costantemente tra i 18 e i 20 gradi, 24h, 7 su 7: troppo freddo, sempre. Per non parlare del rumore di centinaia di ventole, costante, insopportabile, da mal di testa, che ne rende impossibile la permanenza se non per periodi brevi. Ho anche scritto montagne di codice (ho scritto cose che voi umani…) e insegnato a scrivere codice. Questo per dire che la Ullman la racconta; magari bene, ma la racconta.
    Quanto al resto, Gibson è a mio parere più che altro affascinato dall’etica (e dall’estetica) uscite dal sessantotto e all’uso (smodato, per i miei gusti) della sinestesia. Questo lo avvicina al mondo delle droghe, specie quelle “lisergiche”, assai più che al mondo dell’informatica. Che poi alcuni informatici del MIT adottassero la stessa filosofia del sessantotto per generare l’idea di hacking (per un po’ di documentazione basta dare uno sguardo a wikipedia) e che in generale a chi produce oggetti informatici sia piaciuta la visione lisergica di Gibson, tanto da prenderne i neologismi e trasformali in oggetti comuni, questa è un’altra storia.
    TL;DR: (per usare un bell’acrostico da jargon file): è il futuro che ha copiato Gibson, non viceversa.

    • Maria Di Biase says:

      La Ullman la racconta e basta, perché devo ammettere che il brano che ho riportato è tra i più interessanti del libro (troppo languore, pochi numeri). Ma mi è sembrato l’aggancio perfetto per un discorso più ampio, magari anche troppo generico e approssimativo dato che irreale, virtuale e digitale non sono sinonimi. Volevo mettere in evidenza una costante che in questi giorni ho trovato anche in “Essere una macchina” di Mark O’Connell; parlando di criogenesi, mind uploading e altre storie di fantascienza, pure lui si accoda al discorso, facendo però un passo avanti (o indietro?) rispetto alle mie conclusioni: «Paradosso: questo desiderio di liberarsi dalla forma umana ha qualcosa di terribilmente umano».

      • Claudio Correggioli says:

        Indubbiamente: credo che si possa dire che “per definizione” noi non possiamo pensare come le macchine. Il che non significa, naturalmente, che le macchine non possano pensare come noi (attenzione alla doppia negazione!).

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