Quella cosa intorno al collo

di Sara Gambolati

I racconti di Chimamanda Ngozi Adichie sono come le manciate di sabbia che si gettano contro gli spiriti: si dissolvono nell’aria rassicurandoci che chi abbiamo davanti è della nostra stessa sostanza. Ci possiamo accomodare, allora, sotto un albero a ombrello, per ascoltare la voce, asciutta come l’harmattan, di questa donna dai tacchi alti e il trucco perfetto. Ci racconterà di mondi incolmabilmente lontani: Nnamabia, Lagos, Boston. A volte userà, anche se noi non le conosciamo, parole che appartengono all’idioma igbo, lingua uterina che non mente mai e parla di amore e morte in modo misterioso.

La donna ha qualcosa attorno al collo. Una collana di perle? Un foulard? Un cappio?

Foto di Nicolene Olckers

Il primo personaggio della raccolta ad avere qualcosa attorno al collo è una venditrice ambulante hausa che, per sfuggire agli scontri fra mussulmani e cristiani, si è rifugiata, assieme a una donna igbo, in un negozietto abbandonato dove ciascuna vive la paura per chi ha lasciato in strada. Più che Situazione, questo racconto avrebbe dovuto intitolarsi Preghiera privata perché, nel blu fosco dell’aurora, la donna hausa, dopo alcune timide confidenze e un accenno di solidarietà, pregherà con convinzione rimarcando tutta la distanza fra loro. Sarebbe un racconto cruento – il fumo che si leva dalle carcasse che bruciano, il sangue ovunque –, se non notassimo la gonna stesa sotto le gambe di due donne dalla diversa etnia che siedono coscia nuda contro coscia nuda perché nel negozietto si muore di caldo, e se la donna igbo non supplicasse l’altra, al momento di separarsi, di donarle il velo che porta al collo e col quale le ha samaritanamente tamponato una ferita che sanguinava.  

Nel racconto che intitola il libro, invece, la cosa attorno al collo è una sensazione di soffocamento che prende la protagonista quando non riesce a rimuovere abbastanza la lontananza da casa; dall’ingresso negli Stati Uniti in poi non ha voluto avere contatti con la sua famiglia d’origine, non ha mai comunicato il suo recapito alla madre – ha solo infilato periodicamente dei soldi in una busta a lei indirizzata – e non è stata informata, quindi, della morte del padre. Ora, per recuperare la memoria dell’uomo che ricorda essersi prostrato di fronte una persona ricca la cui macchina aveva distrattamente tamponato, vuole tornare in Nigeria, e abbraccia il suo boyfriend americano senza certezza di rivederlo perché ha capito che l’amore non è stato in grado di ricucire le due parti del suo cuore. Sembra che per Chimamanda l’amore non basti ma richiami in continuazione.

Nel racconto L’imitazione, la moglie da esportazione del facoltoso dirigente nigeriano, corredo di un sontuoso patrimonio estero, lascerebbe volentieri il paese degli irrigatori dai getti ad arco perfetto per rientrare a Lagos e recuperare la sua metà di letto.  

La cosa attorno al collo sembra allora una briglia, un morso che, tirato, fra volgere le donne di Chimamanda all’indietro. L’America, in questi racconti, è un posto di curiosità e crudezza, dove genitori si destreggiano fra ansie prodotte dell’eccesso di cibo, mentre la Nigeria è il paese prosaico dei regali utili, della polizia corrotta a porzioni di riso e delle nuove generazioni, cresciute davanti al Muppets Show, che considerano il furto una forma di conquista sociale. L’uno è il luogo, abbondante di speranze irragionevoli, dove si esercita la facoltà di scegliere, l’altro dove si sperimenta la necessità. È una questione morale, in Nigeria, adeguarsi alla necessità: l’uomo americano è convinto di potersi inventare la vita; quello nigeriano prende quello che viene.

L’uomo nigeriano combatte; la donna nigeriana resiste.

A questo proposito, il racconto che mi è piaciuto di più è l’Ambasciata americana. Dirò solo tre cose: c’è un marciapiede che vive di noleggiatori di sedie, venditori di frutta, sigarette, fototessere e benedizioni; un bambino con una macchia di olio di palma sulla maglietta; una madre che salta da un balcone. Anche qui la donna si volta, anche qui percorre a ritroso le scale. Chimamanda ci parla di fiore di ixora. È dolce, a succhiarlo, l’ixora, ma quando arriviamo alla fine del racconto, piangiamo.

Non è chi racconta che ci fa piangere, l’autrice non parla dell’Africa con paternalismo, non attinge mai alla retorica della maternità, niente parti epici, al massimo capezzoli infiammati da tante bocche, ma è che qualche volta, su qualsiasi porzione di crosta terrestre, le cose vanno male. C’è sempre qualcosa che si può perdere: la spensieratezza in Cella Uno, una sorella in Un’esperienza privata, l’amato Udenna in Tremiti, il figlio nell’Ambasciata americana. In tutto questo Chimamanda schiocca la briglia e ci fa girare per guardare i suoi personaggi, soprattutto le sue donne, belli di una bellezza nuova. E allora proviamo anche noi a succhiare il fiore di ixora.

Penso che i racconti di Quella cosa attorno al collo siano tutti, a modo loro, a lieto fine, in una lietezza certamente poco hollywoodiana ma dai colori caldi di un tramonto africano.

Chiudiamo gli occhi e il sole è ancora lì, dietro le nostre palpebre.


Sara Gambolati ha pubblicato La donna del cecchino sul numero II di Tre racconti. Per leggerlo, puoi sfogliare la rivista oppure scaricare il formato pdf.

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