“Stamattina stasera troppo presto” di James Baldwin

Di Ilaria Marcoccia

Ralph Edison, insigne saggista, scrittore e critico musicale ha formulato la migliore definizione possibile del blues:

Il blues è un impulso a tenere in vita nella propria coscienza dolente, dettagli ed episodi dolorosi di un’esperienza brutale, tastarne le asperità e superarli tirandone fuori un lirismo quasi comico o quasi tragico. Come forma, il blues, è cronaca autobiografica di una catastrofe personale espressa in forma poetica.

Nient’altro che dolore sotto forma di musica, un’espressione. James Baldwin è riuscito ad andare oltre: ha trasmigrato le sonorità del blues negli otto racconti che compongono la raccolta, edita da Racconti edizioni, Stamattina stasera troppo presto.

Baldwin è senza dubbio una delle personalità afroamericane che hanno riscritto la storia del proprio Paese. Amico di Malcom X e di King, è stato un faro che ha illuminato la storia d’America e le coscienze. E lo ha fatto dall’esterno, profugo in un esilio autoinflitto, anche se nella sua opera scritta, che si tratti di romanzi, racconti o saggi, non ha mai lasciato il ghetto. Purtroppo non è mai uscito da Harlem. Si è portato il ghetto dentro. Proprio come i personaggi dei suoi racconti:

È tremendo a volte, quel che ti si agita dentro, ed è proprio questo il guaio. Cammini per queste strade, nere e spaventose e fredde, e non trovi neanche un figlio di cane con cui parlare, e non c’è niente che si muove, e non c’è verso di tirarla fuori… la tempesta che hai dentro.

In questi otto racconti l’autore ha inserito tanto di se stesso, ha scritto di sé e, scrivendo di un nero, omosessuale, ateo, intellettuale cresciuto in un ghetto, ha parlato con la voce di una minoranza tra le minoranze, quelle che costituiscono l’America. Non ha indugiato sui brutti ricordi, non s’ è crogiolato nel dolore o nel grido all’innocenza. Piuttosto, ha confinato i neri di Harlem in gabbie razziali create da loro stessi: i bianchi erano ipocriti, sì, ma i neri vivevano reclusi in quartieri di dolori e accettazione.

La storia dei neri d’America è la storia dell’America­­, o più precisamente la storia degli americani. Il Negro in America, al quale ci si riferisce cupamente come quell’ombra che incombe sulla vita del nostro Paese, è molto più di questo. È una serie di ombre, autogenerate, che si intrecciano, e contro cui noi lottiamo invano.

Eccolo il Negro che esiste nel buio delle menti. Baldwin si interroga sul “noi” ma quel possessivo riguarda tutti: siamo tirati in causa non solo nei suoi scritti saggistici ma anche in questi racconti. Tutti noi. Le storie ci coinvolgono in prima persona. Fino a farci ritrovare nel Bronx come bambini con genitori troppo severi che stabiliscono limiti ancora incomprensibili; perché non sappiamo cosa significa quella parola che abbiamo sentito dai compagni di giochi; ma i genitori cercano solo di proteggerti:

Mi trascinò in bagno e cominciò a insaponarmi la faccia e il collo. «Se vai in giro così sporco tutto il santo giorno, per forza ti chiameranno negro, capito?»

A volte a fare le veci dei genitori sono le preoccupazioni dei fratelli, come nel racconto migliore della raccolta Blues per Sonny che rappresenta un’opera d’arte. Baldwin è riuscito a descrivere per filo e per segno un pezzo blues e a riportare per iscritto le sensazioni che una canzone blues trasmette. Una cosa che o la fai e ti riesce così e così, e quindi passa inosservata, oppure la fai bene come ha fatto Baldwin e crei un capolavoro. Un blues di sole parole.

Si raccolsero tutti intorno a Sonny e Sonny suonò. Ogni tanto sembrava che qualcuno di loro dicesse amen. Le dita di Sonny riempivano l’aria di vita, della sua vita. Ma quella vita ne comprendeva molte altre. […] La libertà aleggiava senza mostrarsi intorno a noi, e capii, alla fine, che lui stesso non sarebbe mai stato libero finché non lo fossimo stati anche noi. Sentii tutto quello che aveva passato e quello che avrebbe ancora passato, finché la terra non lo avesse accolto.

L’uguaglianza nel dolore è una grossa bugia. Non è il dolore che ci unisce. È la diversità. La benedetta e sacrosanta diversità che diviene ricchezza nella possibilità che abbiamo di fare esperienza l’uno dell’altro. Questa è la “lezione” di Baldwin che non smetterà mai di essere attuale.

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