Puškin e il grado zero della neve

Di Mariano Macale

Nel paragrafo titolato “Le tavole dell’Encyclopédie” del suo Il grado zero della scrittura, Roland Barthes sostiene che:

la nostra letteratura ha impiegato molto tempo prima di scoprire l’oggetto: è necessario arrivare a Balzac perché il romanzo non sia più, semplicemente, lo spazio di puri rapporti umani, ma anche di cose e usi destinati a recitare la loro parte nello sviluppo delle passioni: senza i suoi moccoli, le sue zollette di zucchero, il suo crocifisso d’oro avrebbe potuto Grandet1 essere avaro (letterariamente parlando)?

Con Balzac, Aleksandr Sergeevič Puškin condivide l’anno di nascita (il 1799), ma per andare a trovarlo dobbiamo lasciarci alle spalle, in un’irriverente ucronia delle piscine del tempo, proprio come farebbe il nuotatore di Cheever, i boulevard francesi, i muri di Berlino, i reien di Bruges, le necropoli di Varna, il Kazimierz di Cracovia, e affondare le bracciate nella distesa di neve bianca delle pagine della letteratura russa.

Paesaggio innevato. Fabian Mardi per Unsplash
Foto: Fabian Mardi per Unsplash

È in quella distesa che i versi di Puškin lo eleggono il poeta per eccellenza, veste nella quale è conosciuto ai più. Con sorpresa sono uscito dall’alveo di questa mia ignoranza soltanto qualche anno fa, grazie alle Umili prose 2, nelle quali sono raccolte, a cura di Paolo Nori, I racconti di Belkin, La donna di picche, Kirdžali, La figlia del capitano.

In Puškin prosatore si riscopre l’architettura essenziale della scrittura, le assi portanti, le fondamenta, i materiali con cui devono essere costruiti i muri, i fattori antisismici che rendono l’intero edificio resistente alle scosse del tempo, alle mode del momento, ai nomi dei fenomeni. Ogni tanto vale la pena ricordarsi che, oltre le ondulatorie leggi del mercato, si staglia imperitura la lezione del classico, quel tipo di opera cioè in grado di coniugare in sé tutte le celebri lezioni americane di Calvino.

Per questo i racconti di Puškin risultano essere leggeri, rapidi, esatti, visibili, molteplici e coerenti: sembrerà pertanto eccessivamente pedissequo richiamare alla mente il fin troppo celebre dettame di Čechov. Puškin fa sparare la sua pistola, non una, ma più volte, e più pistole, non solo nel racconto ma, come si evince dalla biografia, anche negli ultimi istanti della sua vita. Tanto più profetica appare la struttura del racconto che apre la raccolta, Lo sparo.

L’incipit del racconto è una pistola carica, pronta a sparare:

Eravamo nel paese di ***. Si sa com’è la vita di un ufficiale dell’esercito. Al mattino studio, maneggio; pranzo dal comandante di reggimento o in una locanda di ebrei; la sera punch e carte.

È la premessa di una routine, e la domanda che percorre come un velo di nebbia la mente del lettore nei primi momenti è: cosa romperà questa routine di una vita militare? Punch, carte da giuoco e pistole: un trio esplosivo al quale lo scrittore non può che attenersi seguendo uno schema coerente.

Sappiamo come volgeranno in breve le cose. È una suspence catartica quella che subentra in questi passaggi; l’aria è pregna di polvere da sparo, basterà un pretesto e una testa calda. «Un avvenimento improvviso ci sbalordì tutti»: il pretesto è una bega relativa a una posta da pareggiare, la testa calda è un ufficiale «infervorato dal vino, dal gioco e dal riso dei compagni», invitato a uscire dal padrone di casa ossia dal protagonista di tutta la vicenda, Sil’vio.

Di Sil’vio, l’io narrante riferisce: «un che di misterioso circondava la sua sorte»». Più in là aggiunge che «la sua occupazione principale consisteva nel tiro con la pistola». Dopo l’episodio che offende Sil’vio, ha inizio il relata referens, la matrioska della narrazione. Sil’vio, con disappunto dei più giovani, si rifiuta di sfidare a duello l’ufficiale ubriaco. Puškin è apodittico e gli bastano poche parole per farci capire l’atmosfera con la quale viene accolta questa inusuale decisione: «la scarsità di coraggio meno di tutto è scusata dai giovani, che nell’audacia di solito vedono la summa dei meriti umani e la scusa di ogni possibile vizio».

Sil’vio ha appena ricevuto una misteriosa missiva e decide di partire immediatamente. Come è possibile che non accetti il duello? Come è possibile che la pistola di Čechov non spari? L’io narrante interroga lo stesso Sil’vio che si lascia andare a un racconto legato al suo passato, quando era più giovane e aveva sfidato a duello un suo compagno, quasi senza motivo, colpevole di essere il nuovo arrivato in un reggimento militare, ma soprattutto di essere brillante, ricco, allegro, spensierato.

La statua di Puškin a San Pietroburgo

Il prosatore russo è un maestro nel farci capire come nasce un sentimento di disamistade, un termine preso in prestito dalla lingua sarda e da Fabrizio De André che indica una disamicizia, un deposito di rancore: «lui scherzava mentre io m’incattivivo». Sil’vio lo sfiderà a duello, per poi infine rinunciare a sparargli, indispettito dalla leggerezza con la quale il suo avversario affrontava il tutto: «scegliendo le ciliegie mature e sputando i noccioli che volando arrivavano fino a me». Sil’vio resterà così in credito di uno sparo nei confronti di quel giovane.

Sipario sulla prima parte del racconto. Trascorrono anni, la vita dell’io narrante è diventata ancora più abitudinaria, dedita all’economia domestica. Eppure, da qualche parte, l’eco di uno sparo risuona ancora.

Per quei casi verosimili che accadono soltanto in due mondi apparentemente distanti, in quello letterario e in quello reale, l’io narrante si trasferirà in un’altra cittadina dove conoscerà come vicini di casa un conte e una contessa. Quel conte gli rivelerà di essere il giovane cui Sil’vio aveva promesso di sparare anni prima. E si scivola in un nuovo racconto nel racconto, quello definitivo.

Torniamo all’oggetto iniziale di Barthes. Il racconto prende le mosse da un dettaglio, «due pallottole piantate una sull’altra» nella tela di un quadro. Il racconto di Puškin è colmo di oggetti fondamentali intorno ai quali ruota la narrazione, la tela delle vicende umane: le ciliegie nel berretto, il cappello rosso con una nappa dorata attraversato da un foro di pistola. Anzi, verrebbe da dire che l’oggetto è il solo vero racconto, il resto non è che trascrizione, traduzione, scrittura (anche in altre pagine russe è possibile rinvenire oggetti che narrano, che danno visibilità alle parole, come gli attrezzi medici dei racconti di Bulgàkov, Memorie di un giovane medico).

Di qui la domanda ultima che smuove la curiosità del più umano dei lettori: cosa è accaduto, cosa accadrà?


Mariano Macale ha pubblicato Rudimenti per biografie casuali sul quarto numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf oppure sfogliare la rivista su Issuu.

  1. Barthes si riferisce a papà Grandet, personaggio del romanzo Eugénie Grandet. n.d.r.
  2. Le Umili prose sono pubblicate da Feltrinelli Editore nella collana Universale Economica.
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