Cosa funziona e cosa no. Prontuario per autori di racconti

«Hanno cambiato tutto, da un po’ di tempo» disse. «Noi credevamo vi fosse un principio, un centro, una conclusione. Ora, uno di quei racconti finiva con una donna che esce da una stanza».

Thomas Hardy1

Cos’è che rende interessante un racconto?

Dopo più di due anni trascorsi – insieme ai miei compagni di ventura –  a leggere racconti inediti e ad approfondire autori che di questa forma breve hanno fatto il loro cavallo di battaglia, risponderei così: un racconto che funzioni è come una goccia che scava nella roccia, trafigge e si insinua lentamente ma il lettore colpito tornerà a rileggerlo più e più volte perché sa che, ogni volta, vi troverà qualcosa –  un dettaglio, una parola, un richiamo, una citazione – che alla prima lettura gli era sfuggita.

Ma il lettore da cosa viene colpito?

Credo dalla capacità dell’autore di caratterizzare bene i personaggi, senza il soccorso di frasi fatte e l’abuso di stereotipi, dalla coerenza e attendibilità delle ambientazioni. Da una trama avvincente o un punto di vista originale. Dallo stile narrativo scorrevole, da una punteggiatura sensata che non produca periodi interminabili o frasi mozze al fine di rallentare o aumentare il ritmo. Dalla scelta ponderata delle parole ricorrendo ai sinonimi quando è necessario, dalla costruzione delle frasi e dalla credibilità dei dialoghi, da un incipit folgorante o da un finale inatteso. Da tutte queste cose amalgamate a puntino nel breve spazio di un racconto, a cominciare dal titolo.

Sì, perché anche il titolo è importante, non è una novità. Certo, perfino i grandi autori spesso difettano di fantasia: esistono decine di racconti intitolati l’amore, un amore, il primo amore, così come ce ne sono tanti dai titoli generici e poco intriganti come il treno, la porta, la chiave, la stanza, la strada, la finestra… Ma il titolo è già una promessa, oltre che una premessa, se ciò che richiama è generico, il lettore avrà un atteggiamento stanco e diffidente; e se ciò che promette non viene poi mantenuto, ne rimarrà deluso.

C’è una certa differenza, ad esempio e secondo me, tra titoli come questi:  Il treno o L’accelerato delle cinque e quarantotto 2,  Un amore e Di cosa parliamo quando parliamo d’amore 3, oppure tra La chiave e Una stanza chiusa a chiave 4: nel primo caso, ci chiediamo subito perché proprio quello delle cinque e quarantotto; nel secondo, se troveremo la risposta alla domanda che mille volte anche noi ci siamo posti; nel terzo, cosa si celi dentro quella stanza chiusa a chiave. Il titolo è un richiamo, un invito a proseguire, un piccolo mistero da risolvere, il grimaldello per entrare nella storia.

Poi c’è l’incipit, che può essere – si dice – descrittivo, narrativo, dialogico, o semplicemente catapultare in medias res il lettore, qualunque sia stata la scelta fatta dall’autore, credo che sia importante che sappia colpire fin da subito l’immaginazione del lettore perché, come dice Maria Di Biase alias La Capa, un buon racconto si riconosce dalle prime righe. Questo non significa che debbano essere sempre folgoranti o indimenticabili, ma quanto meno adeguati e funzionali alla reazione che si vuole suscitare nel lettore: curiosità, paura, attesa…

Di recente, per esempio, ho letto Casa d’altri e altri racconti di Silvio D’Arzo 5 ed ho trovato ben tre racconti che prendevano l’abbrivio con la stessa espressione: “All’improvviso…”, immergendo così il lettore da subito nella vicenda, quasi a denotare un’urgenza narrativa: poco spazio a disposizione, massima economia nell’uso delle parole, una tecnica peraltro già utilizzata anche da uno dei grandi maestri del racconto, ovvero da Čechov. In uno dei suoi ultimi racconti, infatti, intitolato – a proposito di titoli generici! – Dell’amore 6, esordisce così: “Il giorno successivo…”. Continuando a leggere, per la verità nulla del giorno prima verrà svelato, ma non avrà nessuna importanza perché il lettore verrà da subito invogliato a proseguire nella lettura e ad entrare nella trama.

Per quanto mi riguarda, le aperture che preferisco sono quelle descrittive, quelle in cui, con poche frasi, vengono fornite le informazioni principali ed essenziali sul personaggio o sulla storia, soddisfano la mia natura curiosa. Come questo:

Wilson Streeter, come molti americani che vivono a Roma, era divorziato. Lavorava come statistico presso l’agenzia FRUPC, viveva da solo e conduceva una vita sociale piuttosto animata insieme ad altri americani emigrati come lui, e ai pochi romani ammessi nei loro circoli riservati. In ufficio parlava esclusivamente l’inglese, tutti gli italiani che incontrava durante la giornata parlavano l’inglese molto meglio di quanto lui potesse parlare l’italiano e ciò lo scoraggiava dall’intraprendere qualsiasi conversazione nella loro lingua. Streeter era convinto che imparare a parlare l’italiano fosse l’unico modo per capire l’Italia. 7.

o quest’altro:

Il generale Sash aveva centoquattro anni. Viveva con una nipote, Sally Poker Sash, che ne aveva sessantadue, e che tutte le sere pregava in ginocchio perché il nonno vivesse fin quando le avrebbero dato il diploma, al magistero. Al generale non importava un fico del diploma di Sally, ma non aveva il minimo dubbio che avrebbe vissuto fino ad allora. Vivere era diventata una tale abitudine, per lui, che non riusciva a concepire un’altra condizione. 8.

Quanto al finale, oramai siamo abituati ai racconti bizzarri (anche in redazione ne arrivano molti), dove la sequela “un principio, un centro e una conclusione” non viene rispettata, ma scriverne di belli, coerenti e credibili – pur nella loro surrealtà o assurdità – non è da tutti.

Capita talvolta che, a fine racconto, abbiamo la sensazione che qualcosa ci sia sfuggito, arriviamo all’ultimo rigo – quando la donna esce dalla stanza, per riprendere la citazione in epigrafe – e ci chiediamo quale sarà la conclusione di quella vicenda, come andrà a finire, e magari ci disperiamo perché vorremmo sapere, capire, curiosare, provando una profonda frustrazione perché, a meno di non inventare noi stessi un finale a piacere, la trama rimane tronca, una strada senza uscita, una porta chiusa in faccia.

È il caso di racconti come Casa Occupata di Cortázar, ma racconti come questo torneremo a leggerli molte volte nel corso della nostra vita, cercando – inutilmente, purtroppo – di capire da cosa scappavano e che fine avranno fatto i personaggi della storia. Quello che per me è inaccettabile, invece, è trovare un finale frettoloso o superficiale perché mi fa capire che l’autore non ha avuto la forza o la costanza di trovare un espediente migliore, e mi sento defraudata come lettrice.

Concludo citando Carver:

Se siamo fortunati, tanto come scrittori che come lettori, finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e resteremo poi seduti un momento o due in silenzio. Idealmente, ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari i nostri cuori e i nostri intelletti avranno fatto un passo o due in avanti rispetto a dove eravamo prima. La temperatura del nostro corpo sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, dopo aver ripreso a respirare normalmente, ci ricomporremo, tanto come scrittori che come lettori, ci alzeremo e, «creature di sangue caldo e nervi», come diceva un personaggio di Čechov, passeremo alla nostra prossima occupazione: la Vita. Sempre la vita. 9.

  1. Sono parole dello scrittore inglese dell’epoca vittoriana riportate da Virginia Woolf nel suo Diario di una scrittrice, datate 25 luglio del 1926, ed. Einaudi
  2. Racconto di J. Cheever, raccolta I racconti, ed. Feltrinelli
  3. Racconto di R. Carver, raccolta Da dove sto chiamando, ed. Einaudi
  4. Racconto di Y. Mishima, ed. SE
  5. S. D’Arzo, ed. Einaudi
  6. Contenuto nella raccolta I racconti della maturità, ed. Feltrinelli
  7. Racconto di Cheever intitolato “The Bella Lingua”, raccolto in I racconti, ed. Feltrinelli
  8. Tratto da “Tardivo incontro con il nemico”, in Tutti i racconti di Flannery O’Connor, Ed. Bompiani
  9. Tratto da Il mestiere di scrivere, p. 75-76, ed. Einaudi
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