Primo Levi e il mondo invisibile

Primo Levi in laboratorio

Se cercate “scienziato” su Shutterstock, o in qualche altro archivio online di immagini, vi accorgerete presto di come l’iconografia classica preveda camice bianco, occhialini protettivi, provette coloratissime e, soprattutto, il microscopio. Non c’è da meravigliarsi della presenza costante di quest’ultimo: il microscopio esemplifica perfettamente una delle principali virtù dello scienziato-ricercatore, ovvero la grande curiosità per ciò che non è visibile a occhio nudo.

Anche chi scrive è mosso da una curiosità simile: la penna del narratore è spesso una penna inquieta, che cerca risposte. E il buon narratore, come lo scienziato, scende nelle profondità del visibile per andare a rintracciare quelle verità (o quantomeno gli indizi) che lo sguardo alla sola superficie del mondo non permette. Come lo scienziato utilizza la lente del microscopio per rivelare le strutture sempre più piccole e fini che costituiscono la natura delle cose, lo scrittore utilizza la lente d’ingrandimento del racconto per indagare quelle verità che rivelano certi aspetti sottili della natura umana. Perché siamo fatti così?, dicono in coro lo scienziato e il narratore, perché le cose accadono proprio in questo modo e non in un altro?

Primo Levi, dal suo essere sia chimico che scrittore, descrisse così questa coincidenza tra l’uomo di scienza e il narratore:

Ci sono altri benefici, altri doni che il chimico porge allo scrittore. L’abitudine a penetrare la materia, a volerne sapere la composizione e la struttura, a prevederne le proprietà ed il comportamento, conduce ad un insight, ad un abito mentale di concretezza e concisione, al desiderio costante di non fermarsi alla superficie delle cose. 1

Non fermarsi alla superficie delle cose significa allenare la capacità di osservazione ed essere curiosi. Se ci sono due direzioni in cui l’uomo è stato condotto dalla curiosità, dalla volontà di comprendere, queste sono la direzione che porta verso l’infinitamente grande e lontano (le stelle, le galassie, l’Universo) e quella che porta verso l’infinitamente piccolo (cellule, cristalli, molecole, atomi). Primo Levi, come chimico e letterato, ha indagato soprattutto nella direzione che porta verso il microcosmo: la narrativa dello scrittore torinese è uno sguardo sistematico sul mondo infinitesimale, verso le dinamiche prime e microscopiche, attraverso i meccanismi sottili, fino a rivelare gli elementi costitutivi di una realtà (come ad esempio nel Sistema periodico).

In altre parole, Primo Levi scrive come se mettesse la realtà su un vetrino da microscopio, per poi osservarla man mano a ingrandimenti superiori. Nel frattempo, durante l’osservazione, compone un brogliaccio, un quaderno di laboratorio in cui registra dati ed eventuali singolarità. Il brogliaccio, per lo scrittore torinese, è la memoria. Dalla memoria Primo Levi ha spesso ripescato quei frammenti su cui ha poi riformulato e sviluppato quelle teorie – che sono i romanzi e i racconti – con cui ha cercato di mettere ordine, di elaborare e infine comprendere (per quanto possibile) le esperienze vissute.

Uno sguardo sul mondo invisibile

L’alba dell’era microscopica si può attestare al Seicento. La paternità dell’invenzione è controversa: alcuni studiosi ritengono sia stato inventato dall’olandese Zacharias Janssen intorno al 1595, ma ciò che è certo è che solo nel corso del Seicento, con il contributo di grandi scienziati come Galileo Galilei e Robert Hooke, che il microscopio comincia a essere adoperato come strumento di indagine della natura.

Nel corso del Settecento e dell’Ottocento, poi, con l’introduzione di lenti sempre più sofisticate e precise, aumenta la possibilità di ottenere maggiori ingrandimenti e con essa la curiosità degli scienziati nei confronti di tutto ciò che è il “mondo invisibile”. È l’epoca in cui sono descritte le cellule e i loro gli organuli; sono indagate le strutture delle piante e dei minerali e sono scoperte nuove specie di organismi microscopici.

Tutto un universo che oggi diamo per scontato, si è mostrato all’occhio dell’uomo solo negli ultimi tre secoli cambiando per sempre la storia della chimica, della fisica e della medicina. Soprattutto riguardo quest’ultima c’è un aspetto a cui non si pensa spesso: per secoli le cause di molte malattie non erano note all’uomo semplicemente perché erano invisibili. Un caso emblematico è quello della peste che ha flagellato l’Europa per secoli e che ancora alla fine dell’Ottocento era orfana della sua causa prima. Fu proprio grazie all’indagine microscopica che Alexandre Yersin, nel 1894, contemporaneamente a Shibasaburō Kitasato, riuscì a individuare il bacillo responsabile del morbo.

Accanto alle preziose scoperte, però, il mondo microscopico sorprendeva l’uomo con tutta la sua meravigliosa complessità. Una testimonianza di tale meraviglia è offerta dai volumetti e opuscoli divulgativi riguardo le osservazioni microscopiche. Uno di questi volumi, stampato a Londra nel 1846 e intitolato Pensieri sugli ANIMALCULI; ossia, uno sguardo sul MONDO INVISIBILE rivelato dal Microscopio, arrivò negli anni Trenta nelle mani del quindicenne Primo Levi. Il libro, scritto da «G.A. Mantell, esq., LL.D., F.R.S. (e cioè Nobil Uomo, Dottore in Legge, Membro della Società Reale)»2 fu regalato al giovane Primo da suo padre, ingegnere appassionato di scienza ed esperto frequentatore delle bancarelle di libri di via Cernaia, a Torino. 3. In questo libro, Primo Levi trovò un grande stimolo per la sua curiosità e la sua vocazione di osservatore.

Una frase, in particolare, catturò la sua attenzione: «Nelle foglie di ogni foresta, nei fiori di ogni giardino, nelle acque di ogni ruscello ci sono mondi pullulanti di vita, innumerevoli come le glorie del firmamento» 4, scriveva Mantell. Tale frase spinse il giovane Levi a chiedere in dono al padre un microscopio, dono che arrivò presto sotto forma di uno strumento in grado di arrivare solo a duecento ingrandimenti, poco luminoso e ricco di aberrazioni cromatiche, ma comunque abbastanza valido per le prime esperienze di osservazione microscopica.

Parameci al microscopio
Parameci al microscopio

Nel testo Il mondo invisibile, contenuto nella raccolta di scritti L’altrui mestiere, Primo Levi racconta le sue esperienze giovanili con il microscopio come un percorso di formazione. Come il bambino che impara a conoscere prima di tutto il proprio corpo, poi l’ambiente circostante, e infine, crescendo prova sempre più interesse per il lontano, per l’estraneo, il percorso di osservazione di Levi comincia dall’indagine dei capelli (che «sembravano tronchi di palma» 5) e dei polpastrelli delle dita («un paesaggio bizzarro che ricordava le terrazzature delle colline liguri e i campi arati» 6), vorrebbe addentrarsi nel corpo, con il desiderio di vedere i globuli rossi (però manca il coraggio di pungersi per raccogliere un po’ del sangue necessario all’esperimento), e quindi opta per l’osservazione di piccoli insetti morti, fiori e piante. Cosa singolare è che la prima cosa “animata” che osserva Levi al microscopio è la crescita dei cristalli di sale.

Tuttavia, sono gli “animalculi” descritti nel libro di Mantell la principale fonte di curiosità per il giovane Primo Levi. Tali esseri popolano le acque stagnanti, come quelle dei sottovasi o delle pozze del fiume Sangone. È in questa occasione che le anime del futuro scienziato e del futuro scrittore coincidono: lo scienziato-Levi osserva e registra, misura, separa, cataloga; il Levi-scrittore paragona il microscopico alla misura umana, lo infonde di sentimenti, si lascia cullare da quella parte di mistero della vita che rimane insondabile.

[…] la scena era invasa dai parameci: affusolati, agili, storti come vecchie ciabatte, saettavano così veloci che per seguirli bisognava ridurre l’ingrandimento: navigavano nell’oceano della loro goccia d’acqua ruotando intorno al loro asse, sbattevano contro gli ostacoli e subito si voltavano e ripartivano, come motoscafi impazziti. Sembravano in caccia di luce e d’aria, solitari ed affaccendati: ma ne vidi due frenare la corsa come se l’uno si fosse accorto dell’altro, come se si fossero piaciuti; avvicinarsi, aderire stretti, e proseguire il viaggio insieme con passo più lento. Come se in questo coniugarsi cieco si scambiassero qualcosa, e ne traessero un misterioso infinitesimo piacere.7

  1. Primo Levi, Ex chimico, in “L’altrui mestiere”, Einaudi. Pag 13.
  2. Gideon Algernon Mantell fu lo scopritore del primo fossile di dinosauro, nel 1822. Nel 1825 diede alla creatura il nome di Iguanodon, ovvero denti di iguana.
  3. Bancarelle oggi diffuse soprattutto sotto i portici di via Po, una vero tesoro per i torinesi appassionati di libri.
  4. Primo Levi, Il mondo invisibile, in “L’altrui mestiere”, Einaudi. Pag. 187.
  5. Primo Levi, Il mondo invisibile, in “L’altrui mestiere”, Einaudi. Pag. 188.
  6. Primo Levi, Il mondo invisibile, in “L’altrui mestiere”, Einaudi. Pag. 188.
  7. Primo Levi, Il mondo invisibile, in “L’altrui mestiere”, Einaudi. Pag. 190.
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