Il prefetto della Giudea di Anatole France

Prefetto della Giudea Anatole France
Busto in marmo di uomo, metà I secolo D.C. – Metropolitan Museum of Art, NY

Scrivere un racconto storico è molto difficile perché occorre condensare, in poche pagine, una quantità di informazioni che rendano l’ambientazione coerente con la Storia e la trama pertinente alla vicenda che si vuole narrare. Diventa territorio per soli eruditi se l’autore sceglie di raccontare un personaggio universalmente noto, uno di quelli legati a un episodio o a una decisione che potrebbe aver cambiato il corso della Storia e che tutti credono di conoscere, quanto meno per sommi capi, anche se vissuti molti secoli prima. In questi casi infatti, la cura dei dettagli e la scelta delle parole può assumere contorni maniacali e rivelarsi un lavoro alquanto insidioso, perfino per gli uomini colti1. Occorreranno dunque un gran talento letterario e un certo rigore storico, per assicurarsi un lavoro eccellente.

Anatole France, scrittore parigino figlio di un libraio vissuto tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, di talento sicuramente ne aveva da vendere, visto che gli fu assegnato il Premio Nobel nel 1921, diventò un Accademico di Francia e viene tuttora considerato uno scrittore raffinato e colto, “l’unico in grado di trasformare l’erudizione in un ruscello scintillante di narrazioni”2. Egli scrisse Le Procurateur de Judée nel 1902, un racconto storico pubblicato di recente, con testo originale a fronte, dalla casa editrice “La Vita Felice”. Il titolo fino a qualche anno fa veniva tradotto alla lettera ma, dal momento che il protagonista della storia è Ponzio Pilato e che  in una lapide rinvenuta all’interno del teatro di Cesarea nel 1961 – oggi conservata nel Museo di Gerusalemme –  egli viene definito Prefectus Iudae, la traduzione scelta da Giovanni Iudica tradisce forse l’originale, ma non il dato storico, diventando Il Prefetto della Giudea.

Dicevamo dell’ambientazione. Per consentire al lettore di immergersi nel lontano primo secolo d. C., France fa buon uso di poche e meditate parole che fanno subito antica Roma: bastano infatti un nome – Aelius Lamia – e una toga pretesta a inizio racconto per far pensare a un magistrato, a un console o a un pretore romano. Se poi la prima scena si svolge «sulle colline che, coperte di pampini come baccanti, si affacciavano sul mare» [3] è inevitabile ubicarla nel Mediterraneo; aggiungendoci l’ombra «di un albero di terebinto», lo scenario è completo e il lettore si ritrova nel bel mezzo dei Campi Flegrei, dove Lamia –  l’altro protagonista di questa storia – riconosce Pilato mentre questi sta andando a curare la sua gotta alle terme. I due patrizi si erano conosciuti durante l’esilio del primo a Cesarea, si erano frequentati per qualche anno (e fin qui la storia è vera), ma poi si erano persi di vista; ora, entrambi anziani, si incontrano per caso e dopo un affettuoso scambio di saluti, Lamia chiede a Pilato di raccontargli cosa è successo dopo che lui ha lasciato quelle terre lontane per tornare a Roma.

Quanto alla trama, leggendo questo racconto vien da chiedersi perché l’autore abbia sentito il bisogno di ricorrere a questi due personaggi per raccontare una storia a inizio ‘900. Non credo che nessuno oggi potrebbe rispondere con certezza a questa domanda, né lo farò io, ma mi piacerebbe credere che in qualche modo c’entri con l’affaire Dreyfus, l’ufficiale ebreo alsaziano ingiustamente accusato di spionaggio e attentato alla nazione, condannato e infine graziato di cui anche Anatole France fu uno strenuo difensore, un caso che divise l’opinione pubblica francese a cavallo dei due secoli precedenti il nostro, vicenda  simbolo della lotta all’antisemitismo di cui tutti, almeno una volta, abbiamo sentito parlare.

Colpiscono fin da subito le parole con cui lo stesso Pilato si presenta al lettore, perché suonano inaspettate e in disaccordo con l’immagine che comunemente si ha di lui:

«Per mia natura» disse, «per senso del dovere, ho sempre cercato di svolgere le mie funzioni pubbliche non solo con diligenza, ma anche con passione. Purtroppo l’odio mi ha perseguitato senza sosta per tutta la vita. Gli intrighi e le calunnie hanno ferito la mia esistenza nella sua linfa vitale e prosciugato i frutti che avrebbe potuto produrre.»3

Leonardo Sciascia, che nel 1980 tradusse e curò per Sellerio la pubblicazione di questo stesso racconto, lo definì “un’apologia dello scetticismo e della tolleranza che ne è figlia”, forse non a torto dal momento che Pilato, con la sua mancata scelta, dimostrò di fatto di non riconoscere fondata nessuna delle verità che gli venivano rappresentate, tanto che alcuni lo identificano in “colui che fece per viltade il gran rifiuto” di dantesca memoria, ma questa è un’altra storia. Pilato nel racconto dice a Lamia:

«Cento volte li ho visti, tutti assiepati attorno ai loro sacerdoti, ricchi e poveri, riconciliati tra loro, assediare furibondi la mia cattedra d’avorio, tirandomi per la toga, per i lacci dei miei sandali, per invocare, anzi per esigere, la morte di qualche disgraziato del quale non riuscivo ad individuare il delitto commesso, e che ritenevo soltanto un esaltato come lo erano i suoi accusatori. Che dico cento volte! Questo accadeva tutti i giorni, a tutte le ore! E tuttavia avevo il dovere di dare attuazione alle loro leggi come fossero le nostre, perché Roma mi aveva incaricato di essere non già il distruttore, bensì il sostegno delle loro leggi, e di proteggerle con le verghe e con la scure. Nei primi tempi cercavo di farli ragionare, cercavo di evitare la pena di morte alle loro miserabili vittime.»

Di Ponzio Pilato storicamente si possiedono poche informazioni. Quinto Prefetto della Giudea dal 26 al 36 d.C., non si conoscono con esattezza né la data di nascita né quella di morte, non si sa neppure come sia morto poiché, secondo una tradizione piuttosto antica, cadde in disgrazia sotto l’impero di Caligola e morì suicida, mentre leggende successive lo vorrebbero convertito al cattolicesimo e morto in età avanzata. Sono senz’altro più numerose le sue rappresentazioni pittoriche, teatrali o letterarie, talvolta costruite perfino con l’intento di riscattarlo – come nel caso del Pilato di Bulgakov ne Il Maestro e Margherita –, ma di certo è passato alla storia più per essere stato colui che, pur ritenendolo innocente, ordinò l’esecuzione di Gesù di Nazareth – non prima di aver liberato Barabba, un vero delinquente – accontentando così i capi del Sinedrio e i giudei del tempo, quelli che lui stesso tentava di far ragionare, cercando di evitare la pena di morte alle loro miserabili vittime, come nel caso di quel galileo.

L’originalità di questo breve racconto, tuttavia, non risiede nel probabile parallelismo con le vicende di Dreyfus ma nell’apparente totale assenza di Gesù dalla trama. Non è presente anche se la pervade dall’inizio alla fine. Viene distrattamente citato da Lamia a poche righe dalla fine, quando chiede proprio a Pilato se ricordasse quell’uomo e questa sarà la sua risposta:

«Gesù? Gesù di Nazareth? No, non ricordo.»

Così si chiude il racconto, con un finale da maestro!

  1. Come accadde a Umberto Eco, ad esempio – anche se in questo caso si trattava di un romanzo – con i famosi peperoni de Il nome della rosa; per chi non lo sapesse, il romanzo è ambientato in Europa sul finire del 1327 d.C. e i peperoni vi furono introdotti solo dopo la scoperta dell’America, che risale al 1492 d.C.; Eco, forse distratto, scrisse proprio di un piatto a base di peperoni, errore poi corretto nelle edizioni successive.
  2. Giuseppe Scaraffia in un articolo apparso su Il Sole 24 ore il 1 dicembre 2019
  3. Le citazioni sono tratte da Il Prefetto della Giudea di Anatole France, ediz. La Vita Felice
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