Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle. Fernanda Pivano intervista Charles Bukowski

Nel 1980 Fernanda Pivano si reca a San Pedro per un’intervista a Charles Bukowski che verrà pubblicata nel 1982 con il titolo Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle. Nonostante la fama di personaggio in generale molto restio a interviste e incontri pubblici, a detta della stessa Pivano nella prefazione del libro, il vecchio Hank si dimostra in realtà molto gentile, paziente e tranquillo per tutte le tre ore trascorse insieme a lei.

Fernanda Pivano intervista a Charles Bukowski
Charles Bukowski e Fernanda Pivano

L’intervista a dire il vero, risulta abbastanza sgangherata, un po’ perché a tratti la Pivano si fa pedante e insistente quando arrivano a toccare discorsi a lei estremamente cari quali ad esempio la Beat generation o il suo rapporto con Hemingway, un po’ perché Bukowski tentenna su molte domande e perché, nonostante il tono gentile, si percepisce che tutto sommato vorrebbe essere altrove, a parlare di cose meno impegnative della letteratura e dei suoi significati.
Insomma, un’intervista imperfetta che rende però benissimo l’idea del personaggio, anzi – dell’uomo – Bukowski che cerca, quando gli va, di spiegare il Bukowski scrittore.

Quello che scrive nei suoi libri è preso a piene mani dalla sua vita (la percentuale di verità nella sua produzione è stimata dallo scrittore stesso intorno al novantacinque per cento): episodi realmente accaduti, donne incontrate e talvolta amate, così come anche gli innumerevoli lavori saltuari fatti praticamente fino alla soglia dei cinquant’anni. E proprio le donne, protagoniste assolute di tanti racconti, non ne escono quasi mai bene, tanto da attirarsi molte critiche da parte delle femministe. Naturalmente, Fernanda Pivano non esita a stuzzicarlo:

«Ho scritto un bel numero di storie d’amore che sono semplicemente storie totalmente d’amore, nient’altro. Queste sono le donne che ho conosciuto e quello che abbiamo fatto insieme. Io mi limito a scrivere sugli uomini e le donne. Scrivo su entrambi.»[1]

Charles non si piega alle critiche della Pivano e non sembra molto interessato ad approfondire l’argomento, glissando sulla questione e dicendo che dovrebbero leggere meglio le sue storie. Le vicende si svolgono per lo più nei bar, in camere d’albergo da quattro soldi, sul posto di lavoro e ovunque ci sia un po’ di squallore, con la costante presenza della miseria, sia umana che materiale. Quasi tutti tirano a campare e c’è sempre qualcuno che beve come un disperato e qualche capo pronto a licenziarti su due piedi.

Nel racconto Hai baciato Lilly, ad essere prese di mira sono le dinamiche di coppia, il matrimonio. Portato verso un risvolto assurdo, dove la chiusura è una conclusione dissacrante e cinica in puro stile Bukowski. Theodore e Margy sono sposati e una sera, complice una donna vista in tivù, a Margy torna in mente Lilly, la donna con la quale il marito aveva avuto una scappatella anni prima. Iniziano a discutere e la situazione va talmente fuori controllo che i due si sparano a vicenda. Mentre la polizia interviene, Bukowski cambia completamente scena e ci porta in casa di Lilly, colta in pochissime righe nella sua più cruda e imbarazzante intimità, chiudendo così il racconto: «Lilly era a casa a guardare un vecchio film di Marlon Brando alla televisione. Era sola. Aveva una cotta per Brando da sempre. Scorreggiò piano. Alzò la vestaglia e cominciò a toccarsi.»[2]

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Questo mescolare continuamente fatti di vita vera ad episodi talvolta surreali e assurdi, raccontandoli con il massimo del cinismo e del sarcasmo, ha però portato i media a farsi un’immagine di lui esagerata, da poeta maledetto, uno sciupafemmine incline all’alcool e in cerca dell’ispirazione: «Hanno esagerato quello che sono, quello che ho fatto. Un po’ hyped-up. La migliore immagine che dovrebbero farsi di me, l’immagine vera, è semplicemente di leggere quello che ho scritto e non fare invenzioni fuori dei libri.»[3]

Un’immagine pompata, quindi, e in parte distorta, fuori contesto, su cui fare leva per attirare l’attenzione. E infatti la gente è tremendamente attratta da lui e partecipa numerosa ai suoi reading. Si possono recuperare alcuni video in cui un Bukowski annoiato, forse ubriaco e scontroso con il pubblico, viene comunque acclamato e applaudito, perché è proprio quello che vuole il pubblico; quello che si aspetta da uno che scrive storie come le sue. In ogni caso, tutto questo mito, questo gran parlare dei suoi eccessi ha anche il suo lato positivo perché, come conferma lo stesso autore alla Pivano, aiuta le vendite.

Anche in alcuni racconti non mancano le occasioni in cui è la stessa categoria degli scrittori, insieme a questo tipo di eventi, ad essere derisa. Autori montati, con i loro atteggiamenti miserabili e di supponenza, convinti che il mondo debba riconoscer loro un presunto genio che in realtà non hanno. È ciò che avviene in Dolore spermatico, incluso nella raccolta Musica per organi caldi, in cui Victor Valoff, poeta locale mantenuto dalla moglie e molto apprezzato dalle donne, decanta proprio durante un reading una serie di poesie dal significato incomprensibile, ricevendo comunque applausi e ovazioni. La gente si chiede di cosa stia parlando, ma non importa, è un poeta e tanto basta. È un racconto divertente, di quelli che proprio ti strappano le risate.

Bukowski inizia a scrivere fin da bambino; è qualcosa che fa parte della sua persona non meno dell’avere un braccio o una gamba. Scrive continuamente e inizia presto a inviare i suoi racconti e le sue poesie per farsi pubblicare, e nel corso degli anni ci riesce con una discreta costanza, anche se quasi sempre su giornali o riviste minori o locali.

Il rapporto che Bukowski ha con la scrittura è uno dei punti più interessanti. Scrivere sembra quasi non essere la sua vera passione, quanto piuttosto una necessità data da un talento che semplicemente sente di avere, e che lo porta a lavorare molte ore al giorno alla macchina da scrivere. Attinge così tanto alla propria esistenza che a diciannove anni decide di smettere perché convinto di non aver vissuto abbastanza e non avere quindi un bagaglio sufficiente di esperienze da cui tirar fuori storie.
Vivere la vita, alzarsi, bere, conoscere donne, scommettere sui cavalli e saltare da un impiego all’altro per lui è scrivere. Scrive qualcosa nel momento stesso in cui la sta vivendo.

Quello che conta è grattarmi sotto le ascelle bukowski pivano
Charles Bukowski e Fernanda Pivano a San Pedro

Si afferma ufficialmente come scrittore solo molto tardi, dopo i cinquant’anni, quando John Martin, fondatore della casa editrice Black Sparrow, gli offre cento dollari al mese per il resto della sua vita per dedicarsi solo alla scrittura. Bukowski accetta perché è prima di tutto l’occasione di licenziarsi dalle poste e di non dover mai più lavorare otto ore al giorno alle dipendenze di qualcuno. E alla domanda se avrebbe scritto anche senza essere pagato, risponde senza indugi che sì, avrebbe continuato come sempre aveva fatto, perché se uno lo fa per quello, per l’attitudine e i soldi, e non perché sono le viscere a chiederlo, allora non ne caverai fuori granché. Il lavoro, quella cosa che Bukowski percepisce solo in modo soffocante e di cui non riesce a farsene una ragione, è uno dei temi più importanti di tutta la sua opera, che trae tantissimo dalla propria infelicità e da quella che legge negli sguardi altrui alla fine delle giornate lavorative.

Quando Pivano, incalzandolo sulla questione dello scrittore impegnato, gli chiede di Hemingway, di cui Bukowski ammira tantissimo lo stile, e del suo trattare temi importanti e duri come la guerra, la morte e il coraggio, con quel suo tono che faceva molto “sentirsi uomo”, Hank ribatte:

«Hemingway si tenga le sue guerre e il suo coraggio. Io ho altre cose che accadono a me e a tutti quelli intorno a me. Milioni di uomini e donne che impazziscono e vengono assassinati centimetro per centimetro ogni giorno. Quello era il mondo reale. Quella era la morte. Perché capitava a me, lo riconoscevo e troppo spesso qualcuno mi diceva, Bukowski tu sei licenziato.»[4]

Ad un certo punto, dopo aver discusso se per lui sia più facile scrivere narrativa o poesia, Pivano chiede cosa lo renda felice, se scrivere, o fare l’amore, ma lui no, risponde che andare alle corse e piazzare sette vincitori su nove è la cosa che lo rende più felice. La giornalista gli chiede di essere serio, così lui spiega: «Parlo sul serio. È come una magia. Si vedono tutti questi cavalli e dico: “Numero sei” e il sei viene fuori. Mi danno i soldi. Non è proprio per i soldi, ma è l’approvazione dei soldi. E molti giorni sono così. Si va così, e il cavallo arriva. È un viaggio magico.»[5]

Ecco qual è forse la più grande ambizione di Bukowski, la sua vera passione. Aspira ad essere un bravo scommettitore. Per tutta la vita si impegnerà a studiare e ad architettare modi per portare a casa qualche soldo, ma soprattutto per non uscire distrutto dall’ippodromo. A mio gusto, proprio i racconti sulle scommesse dei cavalli sono tra i migliori. Quelli da cui trasuda l’incredibile passione di un uomo che giorno dopo giorno osserva e studia i comportamenti delle persone che frequentano gli ippodromi, come vengono assegnate le quote e quali sono i cavalli che vanno tenuti in considerazione. E per quanto dissoluto e sbevazzone, ci troviamo il più delle volte davanti a un giocatore attento e sistematico, mai in preda alla foga della giocata clamorosa, tanto meno quando perde.

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In Storie di ordinaria follia troviamo un ottimo esempio di questa passione in Cavalli, mica cavoli, dove  Bukowski fa una panoramica dei presenti all’ippodromo, uomini e donne, per poi prodigarsi in una serie di consigli concreti su come valutare una giocata, su quali cavalli piazzare e cosa osservare, perché come dice il protagonista del racconto, il denaro è una cosa assai più seria di tante altre.
Nel romanzo Donne dichiara: «Vorrei essere seppellito vicino all’ippodromo per sentire la brezza della volata finale.»[6]

E poi c’è l’alcool. Inizia a bere presto, forse prima dell’adolescenza, per evadere da una situazione familiare difficile e da un padre violento, diventando così un alcolizzato. Nella prefazione, la Pivano parla del suo modo di bere, diverso da quello degli scrittori Beat e forse più simile all’attitudine degli autori dell’età del jazz. Sostiene che bere, per lui, è una via di mezzo tra una bravata e un modo per evadere.
Riguardo al rapporto tra alcol e scrittori, personalmente preferisco la versione un po’ sfata-mito di Stephen King, autorevole nelle tre vesti di scrittore, ex alcolizzato ed ex tossicodipendente:

«L’idea che lo sforzo creativo e le sostanze che alterano la mente siano strettamente legati è una delle grandi mistificazioni pop-intellettuali del nostro tempo. I quattro scrittori del ventesimo secolo il cui lavoro è soprattutto responsabile di questa mitologia sono probabilmente Hemingway, Fitzgerald, Sherwood Anderson e il poeta Dylan Thomas […]
Lo scrittore tossicodipendente è nient’altro che un tossicodipendente, sono tutti in altre parole comunissimi ubriaconi e drogati. La pretesa che droghe e alcol siano necessari per sopire una sensibilità più percettiva non è che la solita stronzata auto giustificativa. Hemingway e Fitzgerald non bevevano perché erano creativi, diversi o moralmente deboli. Bevevano perché è quello che fanno gli alcolisti.»[7]

E in effetti, benché Bukowski sia ormai diventato carne da macello per le bacheche social di chiunque, uno degli scrittori più citati con aforismi e frasi estrapolate a caso dai libri come inno alla vita maledetta ma ispirata, in realtà non ha mai tentato di dare fascino a questa sua dipendenza. Non ha mai accampato scuse quali, appunto, una sensibilità artistica e umana ipersviluppata.


[1] Fernando Pivano, Quello che importa è grattarmi le ascelle, Feltrinelli, 2016
[2] Charles Bukowski, Musica per organi caldi, Feltrinelli, 2017
[3] Fernando Pivano, Quello che importa è grattarmi le ascelle, Feltrinelli, 2016
[4] Fernando Pivano, Quello che importa è grattarmi le ascelle, Feltrinelli, 2016
[5] Fernando Pivano, Quello che importa è grattarmi le ascelle, Feltrinelli, 2016
[6] Charles Bukowski, Donne, TEA, 2014
[7] Stephen King, On Writing. Autobiografia di un mestiere, Sperling & Kupfer Editori, 2001

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