Ombre Giapponesi di Lafcadio Hearn

Oggi ho scelto di parlarvi di Ombre Giapponesi di Lafcadio Hearn, recentemente ripubblicato da Adelphi nella collana Piccola Biblioteca. I più attenti di voi alle uscite editoriali avranno sicuramente notato nei mesi scorsi, sia sui social che nello scaffale delle novità delle librerie questo piccolo libriccino bianco, con una copertina dorata che strizza l’occhio all’arte orientale e che, diciamocelo, è un piccolo capolavoro che varrebbe già da solo l’acquisto.

brown tree trunk between bamboo trees

Photo by JuniperPhoton on Unsplash


Ma oltre alla copertina c’è molto di più in questo volumetto di racconti fantastici della tradizione giapponese: ci sono spettri e folletti, morti che tornano in vita e fantasmi. Quando scocca l’Ora del Bue (tra l’una e le tre di notte secondo il tradizionale computo delle ore) bisognerebbe sempre pensarci due volte prima di rivolgere la parola ad uno sconosciuto per la strada: potrebbe trattarsi di uno spirito inquieto in cerca di qualche vittima da tormentare.
E per gli sventurati e gli imprudenti, nulla può la medicina tradizionale:

«Ah! Avrei dovuto sospettare una cosa del genere!» Esclamò il dottore. «Nulla al mondo avrebbe potuto salvarlo. Non è il primo che quella ha distrutto».
«Chi – o che cosa – è quella?» domandò l’ashigaru «una Donna-Volpe?»
«No; è dai tempi antichi che infesta questo fiume. Le piace il sangue dei giovani…».[1]


Ma procediamo con ordine: chi era Lafcadio Hearn?Già Lafcadio è un nome che potremmo quantomeno definire poco comune (a me si è attorcigliata la lingua al momento di chiederlo in libreria, ma ci ho rimediato uno sguardo compassionevole della libraia, come a dire: “Tranquillo non sei il primo”) omaggio all’isola greca di Leucade dove nacque nel 1850. Figlio di un medico irlandese e di una donna autoctona del posto, all’età di sei anni viene rimandato a Dublino, dove vive un’adolescenza turbolenta dovuta ai contrasti interni alla famiglia, che non aveva mai accettato del tutto la provenienza della madre. Forse fu anche questo che lo spinse a cercare fortuna, a soli 19 anni, negli Stati Uniti D’America, dove Lafcadio si reca con la promessa di aiuto di alcuni zii, ma dove viene lasciato ben presto a cavarsela da solo nel turbolento Nuovo Mondo.Il nostro vivrà in prima persona la miseria e l’emarginazione, prima di trovare stabilmente lavoro come reporter. Dopo alcune pubblicazioni di discreto successo ed essersi guadagnato una fama di personalità eccentrica, si specializzerà come corrispondente, prima dalle Indie Occidentali, dove visse per due anni, e successivamente dal Giappone, dove si reca nel 1889.

Ben presto i rapporti con il suo giornale si deteriorano, ma Lafcadio, ormai perdutamente stregato dalla terra del Sol Levante, decide di non tornare in America. Nella sua nuova patria d’elezione assume il ruolo di insegnante e inizia a girare e raccontare i luoghi della provincia. Lafcadio sposerà anche una donna giapponese, e assumerà il nome di Koizumi Yakumo, resterà in Giappone fino alla sua morte, nel 1907 facendo conoscere, attraverso le sue storie, usanze e costumi del Giappone per lo più sconosciuti agli occidentali del tempo.

Lafcadio Hearn e sua moglie Koizumi Setsu, in una foto dei primi del novecento. Hearn aveva l’occhio sinistro gravemente compromesso a causa di un incidente avvenuto in gioventù, quindi preferiva farsi ritrarre sempre di profilo.

 

Lafcadio Hearn visse e raccontò il Giappone del Periodo Meiji, epoca di grandi cambiamenti, nel quale il tradizionale modello politico feudale venne lentamente abbandonato, in favore di una nuova struttura sociale che vedeva il potere concentrato a livello centrale nelle mani dell’imperatore, e la modernizzazione economica e industriale del paese l’obiettivo primario da perseguire, con lo scopo di raggiungere i livelli di sviluppo delle potenze occidentali.

I cambiamenti non furono naturalmente immediati e portarono con sé un notevole bagaglio di contraddizioni, in un Giappone teso nello sforzo di conquistarsi una posizione di rilievo a livello globale e al contempo desideroso di non abbandonare le proprie tradizioni.
È proprio il mondo del Giappone tradizionale, quello fatto di rigide etichette sociali, di samurai e daimyō, che emerge dalle storie contenute in Ombre Giapponesi.

Tra i numerosi meriti di Lafcadio Hearn infatti, c’è stato quello di raccogliere e far conoscere una numerosa serie di leggende e storie di fantasmi della tradizione classica, alcune delle quali sono appunto quelle raccolte nel volume di cui parliamo oggi. Non si è limitato, inoltre, a un semplice lavoro di raccolta e catalogazione, ma ad una vera e propria opera di riscrittura, come un amico che ci racconti una storia curiosa che a sua volta ha sentito raccontare.

Il volume pubblicato da Adelphi è corredato di un’interessante postfazione di Ottavio Fatica, curatore del libro, che ci aiuta a fare luce su questo aspetto. Pare infatti che Lafcadio amasse farsi narrare le storie della tradizione dalla moglie, per poi scriverle aggiungendo il suo tocco personale alla narrazione.
In alcuni racconti l’autore aggiunge alcuni brevi e arguti commenti personali sui fatti che racconta, che fanno spesso emergere la differenza di punti di vista e di mentalità tra l’uomo occidentale e quello orientale.

«Per la mentalità occidentale» risposi «Shinzaburō è un essere spregevole. Tra me e me l’ho paragonato ai veri innamorati della nostra antica letteratura popolare. Costoro erano fin troppo felici di seguire l’amata morta nella tomba; e sì che, essendo cristiani, credevano di avere una sola vita da godere a questo mondo» […] [2]

Tutte, o quasi, le storie raccolte in questo volume affondano solidamente le proprie radici nella tradizione buddista: incontriamo anime inquiete, spesso a causa di fatti avvenuti in vite precedenti, preti che fronteggiano spiriti recintando sutra e che sono gli unici a conoscere le ricette giuste per fronteggiare gli spiriti dei morti. Ma spesso non bastano, davanti a un karma sfavorevole l’unica possibilità è una serena accettazione delle circostanze.

Hagiwara Sama subiva le conseguenze di un karma sventurato; e il suo servitore era un uomo malvagio. Quanto è capitato a Hagiwara Sama era inevitabile – il suo destino era stato stabilito molto tempo prima della sua ultima nascita. Sarà meglio per voi non lasciarvi turbare l’animo dall’accaduto.[3]

E ancora:

Ma il karma maligno che aveva reso possibile un siffatto strazio non poteva esser rimosso tanto presto. Per più di diciassette anni ogni notte all’Ora del Bue le mani non mancarono mai di torturarla […][4]

Non sono pochi i protagonisti di queste storie che al termine di un’esperienza totalmente fuori dall’ordinario scelgono di rasarsi il capo e intraprendere la vita monastica, incarnando in pieno il fatalismo che contraddistingue lo spirito degli orientali molto più che il nostro.
In ogni caso, indipendentemente dalle vostre posizioni filosofiche, Ombre Giapponesi resta una notevolissima raccolta di racconti.

Se siete amanti delle storie di spettri, se amate leggere dopo il tramonto nel silenzio delle vostre stanze una storia che vi lascerà un brivido lungo la colonna vertebrale, o semplicemente se volete essere trasportati per qualche ora nel mondo del Giappone feudale, queste sono le storie che fanno per voi.


[1] Lafcadio Hearn, “La storia di Chūgorō” in “Ombre Giapponesi”, Adelphi, 2018 (p. 85).
[2] Lafcadio Hearn, “Un karma passionale” in “Ombre Giapponesi”, Adelphi, 2018 (p.164).
[3] Lafcadio Hearn, “Un karma passionale”, op. cit. (p. 162).
[4] Lafcadio Hearn, “Ingwa-Banashi” in “Ombre Giapponesi”, Adelphi, 2018 (p. 172).

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