Nel cuore della «Nuvola di smog» di Italo Calvino

Una breve premessa. Quest’articolo sarebbe dovuto essere diverso. Primo: si sarebbe dovuto intitolare “Viviamo ancora nella Nuvola di smog di Italo Calvino?”. Un titolo senza dubbio più accattivante e social media friendly di quello che ho scelto per la redazione finale. Secondo: avrebbe dovuto parlare di inquinamento e avrei voluto fare un parallelo tra l’Italia del boom economico, che fa da sfondo al racconto di Calvino, e il Paese in cui viviamo oggi che, come buona parte del mondo industrializzato, pare ancora troppo timido nell’approccio ai problemi ambientali.

Italo Calvino da giovane

Qualche settimana fa, qui su Tre racconti, Eleonora Paulicelli ha scritto di un’antologia di racconti il cui fil rouge è «immaginare come sarebbe la nostra vita tra meno di trent’anni in condizioni di clima estremo». Un bel progetto, ma soprattutto un bel modo di veicolare dei temi scientifici complessi in maniera chiara e semplice. L’articolo di Eleonora, oltre che avermi stimolato una certa curiosità per l’esperimento letterario, mi ha fatto pensare, per qualche subliminale associazione di idee, alla Nuvola di smog di Italo Calvino.

In particolare ricordavo La nuvola di smog come una sorta di indagine sociologica di una società industriale che guarda al profitto a discapito della salute delle persone. Così ho pensato che sarebbe stato interessante rileggerlo, magari per cogliere fra le righe qualcosa di illuminate per raccontare il nostro presente. Mi sbagliavo: rileggendo La nuvola di smog ho scoperto che la memoria di un lettore, a volte, gioca qualche scherzo.

A rileggere si fa sempre bene

La nuvola di smog comincia così: un Io narrante dichiara la propria crisi interiore. Non si sa chi o che cosa abbia causato questa crisi, ma il narratore vive il trasferimento in una nuova città con un certo sollievo. È soprattutto la condizione di provvisorietà a farlo sentire inquiete, almeno per il momento.

Era un periodo che non m’importava niente di niente, quando venni a stabilirmi in questa città. Stabilirmi non è la parola giusta. Di stabilità non avevo alcun desiderio; volevo che intorno a me tutto restasse fluido, provvisorio, e solo così mi pareva di salvare una mia stabilità interiore, che però non avrei saputo spiegare in cosa consistesse.[1]

Scopriamo presto che il narratore è il nuovo redattore del quindicinale “La purificazione”, organo dell’Ente per la Purificazione dell’Atmosfera Urbana dei Centri Industriali (EPAUCI). “La purificazione” è un giornale che si occupa di temi ambientali, in particolare di inquinamento dell’aria. Il narratore, inoltre, appena arrivato in questa grande città industriale, ha preso in affitto una stanza presso una signora che vive in compagnia del suo gatto e passa le giornate a pulire le stanze vuote della casa, trascurando gli spazi in cui vive lei, che si riempiono della stessa polvere che permea, avvolge, insozza e sovrasta la città. Il narratore si trova fin da subito a fare i conti con questa polvere che s’infila dappertutto e con l’indifferenza delle persone nei confronti dell’inquinamento atmosferico.

Una scena emblematica di questa situazione è quella che costituisce il climax del racconto. Il narratore è stato raggiunto in città dalla donna che ama, Claudia. Non sapendo bene cosa farle vedere della città, decide di portarla in collina, un luogo che appare ancora verde e non contaminato dell’inquinamento. In effetti trovano un piazzale da cui possono ammirare un bel panorama. A un certo punto, dopo aver indicato alla ragazza i profili delle Alpi all’orizzonte e la città in basso, il narratore si accorge di un fenomeno singolare: c’è una strana nuvola che sovrasta i palazzi e le fabbriche. Prima di tutto è diversa dalle altre per colore: non è né grigia, né azzurrastra, né bianchiccia e neppure nera come tutte le altre nuvole che ha visto in vita sua, ma è di un colore:

incerto, non so se più sul marrone o sul bituminoso, o meglio: per un’ombra di questo colore che pareva farsi più carica ora ai margini, ora in mezzo, ed era insomma un’ombra di sporco che la insudiciava tutta e ne mutava […] pure la consistenza, perché era greve, non ben spiccicata dalla terra, dalla distesa screziata della città sulla quale pure scorreva lentamente, a poco a poco cancellandola da una parte e dall’altra riscoprendola, ma lasciandosi dietro uno strascico come di filacce un po’ sudice, che non finivano mai.[2] 

A questo punto il narratore indica alla fidanzata la nuvola che sovrasta la città, ma lei sembra totalmente cieca al fenomeno:

Lo smog! – gridai a Claudia. – Vedi quella? È una nuvola di smog! Ma lei, senza ascoltarmi, era presa da qualcosa che aveva visto volare, uno stormo di uccelli, e io restavo lì affacciato a guardare per la prima volta dal di fuori la nuvola che mi circondava in ogni ora, la nuvola che abitavo e che m’abitava, e sapevo che di tutto il mondo variegato che m’era intorno solo quella m’importava.[3]

Ecco, da qui in poi potrei continuare con la sinossi, cosa che a un certo punto risulterebbe noiosa sia per chi ha già letto il racconto, che per chi non lo abbia mai letto. Quello che invece vi dico è che arrivato a questo punto del racconto ho capito che la mia idea iniziale per l’articolo era andata in frantumi. Mentre rileggevo La nuvola di smog a tanti anni di distanza dalla prima volta, mi sono reso conto che parlarne come opera narrativa sull’inquinamento era una strada sbagliata, e utilizzarla anche come strumento di indagine sociologica o di confronto con il presente significava parlarne in maniera un po’ superficiale.

La nuvola di smog è soprattutto una metafora del male di vivere, sentimento che riguarda prima di tutto l’individuo. Questo aspetto è abbastanza evidente nella scena che ho descritto poco fa: la nuvola di smog è una condizione che riguarda tutti, ma è il modo con cui la si affronta che differenzia una persona dall’altra. Il narratore, nel suo percorso di indagine del fenomeno, si rende conto che ci sono due strade: affrontarlo, come sta facendo lui, o imparare conviverci, come pare facciano tutti i personaggi che incontra nel corso della vicenda, compresa la sua fidanzata.

Io cominciai a scrivere uno dei soliti pistolotti, ma poco a poco, da una parola all’altra, mi venne da descrivere la nuvola di smog come l’avevo vista strusciarsi addosso alla città, e la vita come si svolgeva dentro questa nuvola, e le facciate delle case antiche, piene di sporgenze, di incavi, dove s’addensava un deposito nero, e le facciate delle case moderne, lisce, monocrome, squadrate, sulle quali a poco a poco s’estendevano delle sfumate ombre scure, come sui colletti bianchi delle camicie del personale impiegatizio, che non duravano puliti mezza giornata. E scrissi che sì, ancora c’era chi viveva fuori della nuvola di smog, e forse ci sarebbe sempre stato, chi poteva attraversare la nuvola e soffermarcisi proprio nel bel mezzo e uscirne, senza che il minimo soffio di fumo o granello di carbone toccasse la sua persona, turbasse il suo ritmo diverso, la sua bellezza d’altro mondo, ma quel che importava era tutto ciò che era dentro lo smog, non ciò che ne era fuori: solo immergendosi nel cuore della nuvola, respirando l’aria nebbiosa di queste mattine (già l’inverno cancellava le vie in un’indistinta bruma), si poteva toccare il fondo della verità e forse liberarsi.[4]

L’eroe della Nuvola di smog, dal fondo – si direbbe – di una crisi depressiva di cui non conosciamo le origini, s’ostina a guardare, senza stornare mai gli occhi, e se ancora qualcosa egli s’aspetta, è solo da quello che vede: un’immagine da contrapporre a un’altra immagine, ma non è detto che la trovi.[5]

Calvino presenta il suo racconto fornendo anche questa chiave di lettura. In effetti La nuvola di smog è una vera e propria danza di immagini. Per tutto il racconto le immagini sono soprattutto legate alla polvere: i libri che la raccolgono, le impronte fuligginose delle zampe del gatto sul colletto della camicia, i fogli dell’ufficio sulla cui superficie impolverata si disegna l’orma delle dita.

Una delle immagini più belle ed enigmatiche è quella che chiude il racconto. Il narratore si ritrova a seguire dei carretti di lavandai, esce dalla città e si ritrova in una borgata di campagna, appena fuori dalla città e dalla nuvola di smog. L’immagine finale, con il narratore che passeggia in una distesa di panni bianchi, liberati dalla polvere, ha un sapore vago di metafisica. È un finale aperto e malinconico, è una terza possibilità rispetto ad affrontare o ignorare la nuvola: ci dice che esiste ancora un mondo fuori da essa. Eppure una volta assodato ciò, il narratore conclude:

«Tra i prati e le siepi e i pioppi continuavo a seguire con lo sguardo i fontanili, le scritte su certi bassi edifici LAVANDERIA A VAPORE, COOPERATIVA LAVANDAI BARCA BERTULLA, i campi dove le donne come vendemmiassero passavano coi cesti a staccare la biancheria asciutta dai fili, e la campagna nel sole dava fuori il suo verde tra quel bianco, e l’acqua correva via gonfia di bolle azzurrine. Non era molto, ma a me che non cercavo altro che immagini da tenere negli occhi, forse bastava».[6]


[1] Italo Calvino, “La nuvola di smog” in Gli amori difficili, Mondadori, 2010 (Pag. 205)

[2] Italo Calvino, “La nuvola di smog” in Gli amori difficili, Mondadori, 2010 (Pag. 237)

[3] Italo Calvino, “La nuvola di smog” in Gli amori difficili, Mondadori, 2010(Pag. 238)

[4] Italo Calvino, “La nuvola di smog” in Gli amori difficili, Mondadori, 2010(Pag. 241)

[5] Italo Calvino, “Presentazione” in Gli amori difficili, Mondadori, 2010 (Pag. XV)

[6] Italo Calvino, “La nuvola di smog” in Gli amori difficili, Mondadori, 2010(Pag. 262)

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