Gli dei notturni di Danilo Soscia

Il tema del sogno come espediente letterario, e cosa ci dice dell’uomo

fotogramma da Ballet mécanique, 1924 – Man Ray

A due anni dall’uscita della raccolta di racconti Atlante delle meraviglie per Minimum fax, nel 2020 Danilo Soscia ha pubblicato Gli dei notturni, una nuova raccolta in cui, come ci suggerisce il sottotitolo “Vite sognate del ventesimo secolo”, a fare da fil rouge è il tema del sogno.
L’attività onirica si sa, già da tempo si presta a diventare materia di narrazione per due motivi ben precisi: per lo studio che vi è dietro, e quindi per ciò che il sogno può dire dell’individuo che lo partorisce a livello più o meno inconscio (basti a pensare a Freud con la sua famosissima L’interpretazione dei sogni, ma anche alle opere di Perec o Calvino), svelando talvolta i lati anche più nascosti della persona, e anche perché il sogno stesso – esistendo soltanto nella testa di chi lo ha concepito – può essere condiviso con gli altri solo attraverso il mezzo della narrazione e l’uso della parola.
Il sogno quindi diventa oggetto e soggetto della storia allo stesso tempo, autoalimentandosi e alimentando la sua importanza all’interno della compagine letteraria.

In Atlante delle meraviglie (di cui ho parlato qui) avevamo lasciato l’autore alle prese con la morte; sessanta storie brevi – ma anche “racconti mondo”, da cui il sottotitolo – in cui altrettanti personaggi (uomini esistiti o di fantasia, miti e animali), attraversavano le varie wunderkammer per raccontare una versione alternativa della propria esistenza, in cui eventi spesso tragici rivelavano l’illusorietà della vita e delle scelte fatte; in Gli dei notturni invece i protagonisti sono tutti uomini o donne davvero esistiti e vissuti nel Novecento. Dietro questa scelta si nasconde l’intenzione di indagare un determinato periodo di Storia servendosi di figure appartenenti a quei decenni oggetto di studio, ma anziché attingere a fatti o eventi noti delle loro vite pubbliche (che fanno comunque da cornice alla vicenda) rendendoli il perno centrale del racconto, Soscia decide di analizzarne i sogni, usando la loro stessa presenza per legittimare le narrazioni a loro attribuite, con l’intento di esacerbare fragilità e debolezze, paure e ossessioni, e creare una piccola crepa nell’idea che ne ha la collettività e che li rende ai nostri occhi più simili a degli dei, appunto, che a persone concrete e tangibili.
Per questa naturale caratteristica di essere oggetto e soggetto della narrazione, l’attività onirica si presta facilmente a diventare un espediente che ci permette di capire cosa si nasconda dietro la persona e, con il filtro del sogno, le sue azioni nel mondo in un periodo storico ben definito, il Novecento, per poterlo ricostruire e di conseguenza ricostruire attraverso di essi anche noi stessi, le nostre credenze e i nostri comportamenti, per scoprire se ci sia qualcosa, oggi, che meriti ancora di essere indagato e che ci aiuti a capire meglio chi siamo.

Ero naufraga nella mia camera da letto. Le foto nelle cornici, i bicchieri macchiati di lucidalabbra galleggiavano intorno, e anch’io con loro. Il sogno di un cimitero acquatico fu la mia scatola di incubazione. Poi la marea si abbassò e io sedimentai faccia a terra sul pavimento. Reggevo la curva del ventre, sulle braccia i lividi come pitture di una tribù. Ancora pochi minuti e il sole mi avrebbe scoperto in quella postura ridicola, spogliata e stanca dopo una notte passata a ricordare. Avevo imbastito la trama di tutti gli errori compiuti nella vita, e ne era nato un ricamo in cui ogni toppa traslucida e diseguale conteneva una scheggia mia. Pezzi di bandiera e abiti funebri, il velo da sposa, la veste macchiata dal primo sangue. Un tempo, quando si sopravviveva a un naufragio, si donava la propria tunica al dio del mare in segno di gratitudine, e di resa. Sulla soglia della stanza, scelsi di cedere proprio quella coperta che nel dormiveglia avevo intessuto. Ma il dolore non passò, rimase al mio fianco, a darmi struttura, parole, conforto. A niente era valso sopravvivere alla tempesta.

Perché il sogno di un singolo può essere la Storia

Scegliere di raccontare un secolo come il Novecento – un secolo denso di avvenimenti che vanno dalle più immani tragedie ai più importanti traguardi raggiunti dall’umanità – è un’impresa ardua già in partenza perché significa misurarsi con eventi epocali che trascendono il singolo individuo e spesso anche l’umana comprensione, sia perché è il secolo delle più strabilianti scoperte scientifiche sia perché è anche il contesto in cui la crudeltà ha raggiunto il suo apice; per trattare un secolo del genere è necessario allargare l’obiettivo per catturare la scena in tutta la sua globalità, per poi passare ad analizzare ogni suo infinitesimo dettaglio, col rischio di doversene allontanare per non dover capire o non dover vedere. L’interesse che spinge Soscia alla scrittura di questi racconti è opposto a quello che aveva mosso Tolstoj nell’Ottocento nella stesura di uno dei suoi più importanti capolavori; in Guerra e Pace infatti T. parte dalla tesi che la Storia – ossia l’entità che ingloba tutti gli avvenimenti dal momento zero e che racchiude in se stessa la più completa definizione del termine – non possa essere studiata o analizzata attraverso le azioni dei singoli più illustri: semplicemente essa non viene fatta da eroi o condottieri, bensì dalle masse, e quindi è lo slancio di ciascun individuo, con le sue azioni e ciò in cui crede, che ripetuto n volte dà vita a una moltitudine capace di cambiare il corso degli eventi, e studiare quindi il singolo uomo diventa il mezzo per conoscere cosa si nasconda dietro grandi avvenimenti e quali siano le cause che dall’unità hanno prodotto effetti di portata macroscopica. L’uomo comune, fatto e finito, con la sua moralità e le motivazioni alla base delle sue azioni incarna l’etica dei popoli e le scelte dell’intera umanità, ed è veicolo del reale corso della Storia.

L’universo era saturo di entità diverse da me, pur mostrando arti e organi simili ai miei

In Gli dei notturni Soscia, proprio come aveva fatto Tolstoj, si serve dei singoli per ricostruire la Storia del Novecento, ma al contrario di quanto fatto dallo scrittore russo, non scrive delle persone più comuni, ma, come già accennato, ricorre all’utilizzo di grandi personaggi del periodo, da Buffalo Bill a Cesare Lombroso, da Janis Joplin ad Aldo Moro, ricostruendo sulla base della loro figura biografie inventate che gravitano attorno al sogno oggetto di ogni storia; la realtà in cui i protagonisti dei racconti vengono calati è del tutto falsa quindi, ma anche verosimile.
Danilo Soscia pagina dopo pagina immagina cosa avrebbe potuto celarsi nella fase onirica della loro esistenza e individua per ciascuno di essi uno spazio-mondo immaginario in cui farlo rivivere ed esprimere, tracciando per noi sinusoidi di confessioni e ossessioni, che mettono a nudo tutta la fragilità interiore, che si riscopre essere universale, oltre che personale.
Il fatto che dietro ogni personaggio ci siano pensieri affini e paure che si richiamano l’un l’altra fa sì che traspaia un’interscambiabilità di fondo tra i vari protagonisti; se Sylvia Plath non è davvero Sylvia Plath ma ogni persona che avrebbe potuto pensare come lei, agire come lei e sognare come lei, allo stesso modo ciascun attore della raccolta è una maschera in cui il lettore è portato a riconoscersi.
Ma il sogno per definizione non è reale, descrive una situazione non esistente, e proprio per questo perverso gioco dello scambio attraverso l’utilizzo di storie inventate, si ha l’impressione che ogni personaggio potrebbe verosimilmente aver fatto un sogno come quello appena narrato, e che dietro la maschera di ciascun figurante potrebbe nascondersi il volto della persona cui è attribuito, ma anche quello di qualunque altro della raccolta; o più probabile ancora, dietro ogni maschera potrebbe esserci il riflesso che noi vediamo nello specchio ogni mattina.

Nel racconto che chiude la raccolta (uno dei più belli, da leggere tutto d’un fiato), l’autore affida a Virginia Woolf il compito di rivolgersi apertamente a chi la interroga e vuole analizzare i suoi sogni; a differenza degli altri trentanove personaggi che descrivono di volta in volta a un interlocutore immaginario le proprie visioni notturne senza censura, ma anzi insistendo in dettagli, anche i più imbarazzanti e personali, la Woolf decide di ritrarsi di fronte alle domande che le vengono poste e di smascherare chi la interroga sui suoi sogni.

Chi sei tu, che vieni a chiedermi conto dei sogni che faccio, che pretendi io li riduca in figura come farfalle infilzate su uno spillo o santi asessuati sui vetri di una chiesa. Attorcigliati nelle lenzuola troverai i miei vestiti e il mio cappello. Prendili, e indossali. Voglio vederti salire sul palcoscenico e recitare la mia parte. Ti vedremo arrivare sciancato e insicuro, mentre porti il mio nome. Agiterai le mani come io le agiterei, storcerai il labbro come io lo storcerei, ma non sarai me. Per essere me dovranno accatastarsi i medici e gli infermieri, i cani e gli orsi da circo. Per essere me dovranno esserci i miei occhi e il mio pianto, la mia fame e il mio bene. Senza tutto questo sarai soltanto un patetico lemure. Voglio vederti arrampicare sulle assi con la mia maschera vuota, celebrare la tua umiliazione. […] Tu vuoi che ti confessi i miei sogni, perché? Perché tu possa dire che la scintilla del mio strazio sta tra le pagine di un libro, o in qualche elenco miserabile di sintomi, nelle parole di un sacerdote o un soldato. E invece io ho bisogno che l’oro del mio male non scolori, che il mio nome sia il mio, solo il mio, e chiunque lo pronunci debba tremare, fuggire, inchiodare la speranza alla necessità, a quello che si è senza ragione. […] Mi domando se davvero avresti voluto conoscere i miei sogni. E se poi avessi scoperto che sono identici ai tuoi, gli stessi incubi ingannevoli? Raccontarti i miei sogni significherebbe raccontarti la verità. Ma tu non vuoi, non puoi conoscere la verità.

Se da una parte questi sogni dovrebbero servire a spiegare ciò che il Novecento ha ancora da raccontare, e in un certo qual modo a trovargli un senso, dall’altro l’irrazionalità e la frammentarietà che permeano questi racconti contribuiscono a creare solo un altro punto di vista da cui guardare la Storia, senza che esso sia definitivo o risolutivo; dall’analisi rimane solo la consapevolezza che il passato – e noi con lui – sia ancora una questione irrisolta, e che la chiave di lettura offerta da Soscia sia solo una tra le varie, infinite, possibilità.

Tornai a letto felice di aver compreso che il mondo non esisteva, esisteva invece la possibilità di prevederlo, inventarlo, nel solco di una parabola. Un giorno, forse, lo avrei svelato a tutti. I sogni che facevamo non significavano niente.

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