Non c’è ritorno, di Jim Shepard

Milleottocento chilometri, circa, è la distanza che c’è da casa mia, un paesino vicino Savona, ad Anfield Road, mitico stadio della squadra di calcio del Liverpool. Cercare questa distanza è stata la prima cosa che ho fatto dopo aver letto la prefazione della raccolta di racconti Non c’è ritorno di Jim Shepard. Il feeling con lui è stato istantaneo:

Seguivo i Minnesota Vikings da un anno. Non ho idea del perché. Vivevo nel Connecticut, a duemilacinquecento chilometri dal loro stadio – non si può certo dire che tifassi per la squadra locale. Non conoscevo nessun altro che tifasse per i Vikings, e questo mi rendeva ancora più isolato di quanto non fossi già. Forse era qualcosa nel loro modo di giocare, o di apparire, o qualunque altra cosa avessero colto i miei occhi la prima volta che li avevo visti.

Non c'è ritorno di Jim Shepard
Foto di Keith Johnston su Unsplash

Ho semplicemente pensato: sono io.

Da ragazzino seguivo il calcio ogni volta che potevo, ingolfandomi letteralmente di partite, fino al punto di mettere la sveglia in piena notte per guardare la Copa América, finché un giorno, durante i mondiali di Francia ‘98 quando parteggiavo per l’Argentina, Michael Owen l’attaccante allora diciassettenne dell’Inghilterra, segnò un gol meraviglioso, iconico.
Dove giocava Owen all’epoca? Esatto, nel Liverpool.

Ma un gol, un solo gol di un giocatore a me fino a quel momento sconosciuto, poteva essere una ragione sufficiente per tifare Liverpool per il resto della mia vita? Perché da quel momento in poi ho iniziato a stare male per loro e non per una squadra ligure, e neppure italiana?
La spiegazione è tutta nelle parole di Shepard. Non c’è altro, se non un imbarazzante, irrazionale mal di stomaco e un ingiustificato buio della ragione che persistono dal fischio di inizio al triplice fischio finale.

Il tono della prefazione, che considero a tutti gli effetti un racconto, è intenso, come è ovvio che sia quando si cerca di affrontare in maniera razionale la questione del tifo sportivo: alla fine non ce la fai a metterti lì a dirla bene, parlarne con calma senza richiamare ricordi, delusioni, vittorie, insomma più in generale momenti in ogni caso memorabili perché, anche se cerchi di dare un senso a questa cosa, vieni travolto dalla passione.

Il sentimento che più di tutti ha bisogno di spiegazioni, per se stessi e per gli altri, è il dolore. Come fai a farlo capire che stai davvero soffrendo a chi non è legittimamente interessato o coinvolto e pensa, giustamente, che il termine sia eccessivo e le proporzioni delle cose della vita siano andate completamente a farsi benedire?

Shepard, dall’alto del suo master in dolore sportivo conquistato duramente sul campo – i suoi Vikings persero quattro Super Bowl in sette anni, in definitiva tutti quelli che abbiano mai giocato nella loro storia – si chiede e ragiona di queste cose.

Perché tutti noi tifosi, alcuni più di altri, finita una partita e presa l’ennesima bastonata, abbiamo almeno una volta semplicemente pensato di averne abbastanza di quella tortura a conti fatti inutile, desiderando solo di svegliarsi la mattina successiva in un mondo senza il football o il calcio.
Quante promesse non mantenute fa a se stesso un tifoso, cercando di convincersi che l’anno che verrà sarà quello in cui dopo tutto chi se ne frega di quei quattro miliardari ingrati che corrono per il campo lasciandoti più che altro pieno di ferite ogni fine settimana. Balla colossale. La nuova stagione arriverà puntuale, e noi saremo ancora lì a rifarci quelle stupide promesse.

Shepard dice che la vecchiaia e l’abitudine al dolore, come tanti tipi di dolore, dopo un po’ aiutano a prendere la cosa con più filosofia.
Posso solo dire che lo spero, anche se non ho molta fiducia, dopo aver letto questo aneddoto raccontato proprio da Shepard:

[…] mi tornò in mente un aneddoto del giornalista sportivo Peter Gammons, che aveva seguito le World Series del 1986 tra i Boston Red Sox e i New York Mets. Gammons raccontò di aver assistito allo sconcertante collasso nella sesta partita dei Red Sox con un gruppo di tifosi veterani, che non avevano mai visto i Red Sox vincere le World Series; uno di loro, in lacrime urlò, “Hanno ucciso i nostri nonni e i nostri padri e adesso quei figli di puttana sono venuti a cercare noi”.

In ogni caso, era da tempo che cercavo una raccolta che contenesse racconti a tema sportivo capaci di emozionarmi, che non fossero semplici cronache e reportage di determinati avvenimenti, e neanche biografie di campioni. Sfogliando la collana “Attese” della casa editrice 66thand2nd, di cui avevo già letto i bellissimi Sulla boxe di Joyce Carol Oates, e I mastini di Dallas dell’ex giocatore della NFL Peter Gent, mi è caduto l’occhio sul titolo di Shepard, scoprendo che la raccolta era stata curata e assemblata da Tim Small, attuale caporedattore di Esquire Italia ma anche uno degli originari fondatori di L’Ultimo Uomo, per distacco la migliore rivista di sport e cultura in Italia. Sono quindi andato un po’ sulla fiducia.

Non c'è ritorno di Jim Shepard
Foto di Mario Klassen su Unsplash

Shepard ha grande cura per la ricostruzione delle vicende attraverso un lunghissimo lavoro di documentazione, perché una delle caratteristiche di molti suoi racconti è che le storie e le persone di cui scrive fanno riferimento a fatti realmente accaduti.
La raccolta, infatti, pur essendo piuttosto omogenea nelle tematiche, contiene comunque alcuni notevoli racconti che non hanno nulla a che fare con lo sport. In barca a Lituya Bay è ambientato durante il potentissimo terremoto che colpì l’Alaska nel 1958, mentre il racconto che dà il titolo al libro si svolge durante la catastrofe nucleare di Chernobyl.

Non poteva mancare, ovviamente, un bellissimo racconto sul football americano. Forse il mio preferito, anche perché mi ha subito ricordato una delle più belle serie tv che abbia mai visto, Friday night lights, teen drama in cui si parla di football, amori adolescenziali e della dura e cruda realtà della provincia texana.

Calpesta i morti, scavalca i deboli è non solo il titolo, ma anche uno degli slogan motivazionali che i giocatori di una squadra liceale del Texas hanno sempre ben in vista. È la storia di due difensori, due ragazzi tosti ai quali piace picchiare duro l’avversario, anche se uno dei due è praticamente uno svitato mezzo assassino. Seguiamo le gesta di questo Wainwright attraverso la sgangherata ammirazione che il protagonista ha verso di lui.
L’io narrante sfoga sui campi da football la propria frustrazione non solo verso un destino che non gli ha donato una corsa sufficientemente veloce, ma anche nei confronti della propria famiglia e di un padre che non sa nemmeno dove sia andato a finire.

Mi spostavo spesso in difesa quando sono arrivato. Non ero abbastanza rapido di gambe. A quanto pare il cuore non contava. Così ho iniziato a correre dietro a qualunque running back ci fosse in campo. Se non volevano lasciarmi giocare come running back, avrei punito chiunque lo fosse. […] Allo staff la cosa piaceva, finché un giorno ha smesso di piacergli: “Figliolo, lui è dei nostri”.

Benché lo sport sia a tutti gli effetti materia narrativa pulsante, ricco com’è di vicende incredibili e inimmaginabili da un lato e di perfetti stereotipi letterari dall’altro, è difficile da affrontare proprio perché il suo vero fuoco emotivo si accende e si consuma quando protagonisti e spettatori sono lì, assieme, in quel preciso istante.

La bravura di Shepard sta però nel riuscire a evitare di cadere in quel genere di cronaca un po’ forzata nell’entusiasmo, tipica ad esempio delle autobiografie sportive in cui il protagonista di turno cerca di enfatizzare le emozioni che ha provato con minuziose descrizioni delle azioni decisive e dei propri pensieri minuto per minuto, calandosi non nei panni dei veri protagonisti delle storie, ma negli occhi, e di conseguenza nelle emozioni e riflessioni, di chi ha condiviso quelle storie, o di chi è, talvolta, personaggio secondario in un’intera vicenda. Lo sport è il perno su cui le storie prendono un respiro decisamente più ampio, grazie all’abilità dell’autore nel costruire intorno alla realtà dei fatti una finzione narrativa perfettamente credibile.

È quello che succede in uno dei suoi migliori racconti, L’Ajax non difende mai. Viviamo da dentro la rivoluzione del calcio totale olandese attraverso la vita e l’esperienza nella squadra di Amsterdam di Velibor Vasovic, centrale del Partizan Belgrado che si trasferisce proprio all’Ajax.
Nonostante abbia alzato la Coppa dei Campioni da capitano di quella squadra leggendaria, non compare mai nell’immaginario comune quando si parla dell’Ajax del calcio totale.

È dunque proprio lui, straniero in una rosa che vedeva quasi tutti i suoi giocatori convocati nella nazionale olandese, arrivato dalla rigida Serbia e da un famiglia povera e di lavoratori, forse un po’ dimenticato, la persona ideale per fare da lente su tutti gli altri protagonisti di quegli anni, specialmente Johan Cruijff, il profeta in campo, a cui la penna di Shepard ci fa avvicinare quasi di nascosto, un po’ alla volta, facendocene scoprire genio e intuizioni.

Sono gli occhi migliori per farsi raccontare cosa sono stati quei giganteschi cambiamenti culturali che hanno travolto Amsterdam a partire dal 1966, con i suoi gruppi di giovani che chiedevano più libertà da una parte, e la sua squadra di calcio immarcabile perché troppo rivoluzionaria rispetto al resto del calcio europeo dall’altra.

Vedete, nel 1966 passare da Zagubica a Amsterdam non era un cambiamento da poco. Cos’era la ribellione a Zagubica a quel tempo? I vecchi contadini che accarezzavano i propri asini in pubblico. Un atto di disobbedienza civile era rifiutarsi di togliersi dalla strada dopo essere caduto a terra ubriaco. Ero arrivato a Amsterdam il giorno della Festa della Liberazione olandese e mentre entravo in città all’aeroporto pensai che ci fosse stato un colpo di stato. Una rivoluzione. Un’invasione dallo spazio.

Tutto questo avviene in una manciata di anni, perché a partire dal 1973 quell’incredibile squadra inizierà a smantellarsi. L’Olanda ha l’ultima occasione di richiamare tutti quei protagonisti insieme, ai mondiali del 1974, per prendersi una Coppa del mondo che sembrava già vinta. Arrivata liscia in finale, vincerà invece la Germania Ovest, ma l’azione che porta inizialmente in vantaggio gli olandesi, al secondo minuto di gioco e senza che i tedeschi sfiorino nemmeno mai il pallone, è il testamento di quella rivoluzione calcistica da cui ancora oggi pescano tutti a mani basse.
Vasovic, attraverso l’enorme cambiamento della propria vita, ci racconta il calcio che cambia, dentro alla storia che cambia.

A unire i puntini di tutti quei cambiamenti ci ha pensato lo scrittore inglese David Winner nel suo imprescindibile, per tutti gli appassionati, Brilliant Orange. Il genio nevrotico del calcio olandese.

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