Cose semplici e banali, come un vecchio racconto di Manuel Agnelli

Manuel Agnelli racconti

Questo non è l’articolo che avreste dovuto leggere oggi. O, meglio: non è quello che avrei dovuto scrivere. Il fatto è che, mentre vagavo in rete alla ricerca dell’ispirazione giusta per cominciare quell’altro, sono finita tra le righe di una nota che avevo condiviso su Facebook nel 2012. La nota è un racconto di Manuel Agnelli. Mi è venuto in mente che quel racconto è stato anche uno dei primi post che ho pubblicato sul mio blog personale, sempre nel 2012, e questo vuol dire – ho pensato – che mi piaceva parecchio. Così l’ho riletto.

Un po’ di contesto, prima. 

Chi è Manuel Agnelli? Anzi: chi non è Manuel Agnelli? Agnelli è un musicista, un cantante e un produttore discografico, uno scrittore e un conduttore. Provocatore seriale per vocazione, ha partecipato a Sanremo nel 2009 ed è stato giudice del programma X Factor per tre stagioni consecutive. Ha ideato e organizzato il Tora! Tora!, un festival musicale itinerante dedicato all’alternative music, attivo dal 2001 al 2005. Soprattutto, Manuel Agnelli è il fondatore e il frontman degli Afterhours, un gruppo milanese indie rock nato nel 1986. Se il nome vi ricorda una canzone dei Velvet Underground, siete sulla strada giusta. 

Gli Afterhours incidono un paio di dischi in inglese, poi passano all’italiano con Germi, un album del 1995 che contiene 14 tracce di pura sperimentazione: una combinazione di punk e grunge, con derive noise e rimandi psichedelici. La sperimentazione avviene anche sul piano testuale: Manuel, autore dei brani fin dagli esordi, si lascia influenzare da William Burroughs e scrive le sue canzoni utilizzando la tecnica del cut-up

Germi 1 è la cornice di tracce che faranno la storia degli Afterhours; canzoni come Ossigeno e Strategie sono i classici pezzi che, anche dopo trent’anni di storia, i fan attendono durante ogni concerto.

A dare maggior visibilità a Germi è Mina, che nel 1997 2 sceglie una delle canzoni migliori dell’album – una delle canzoni migliori di sempre, secondo me – e la interpreta per inserirla nel disco Leggera: Dentro Marilyn degli Afterhours diventa Tre volte dentro di me di Mina, e la bellezza diventa meraviglia. Così li ho conosciuti io. 

La formazione ha subìto diversi cambiamenti, tant’è che quelli di Wikipedia hanno pensato che fosse necessario riassumere i vari passaggi in una tabella. Allo stato attuale, gli Afterhours sono: Manuel Agnelli, Roberto Dell’Era, Rodrigo D’Erasmo, Fabio Rondanini, Stefano Pilia e, a fasi alterne, Xabier Iriondo. Anche la casa discografica non è la stessa dei primi tempi: dalla Toast Records alla Vox Pop, ora il gruppo è passato alla Universal Records. Manuel Agnelli resta l’unico punto di riferimento, la stella polare del progetto Afterhours. Intorno al gruppo, gravitano una serie di artisti che abbracciano una certa idea di fare musica; dalle band con sonorità più affini, come quelle dei Marlene Kuntz, Marta sui tubi e Le luci della centrale elettrica, a cantanti come Eugenio Finardi, Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, la stessa Mina e Patty Pravo.

Già nel 1985, una razionalissima Michiko Kakutani – oggi critica letteraria tra le più autorevoli in circolazione – ci avvertiva di non confondere musica e letteratura perché «[…] testi come Lay, Lady, Lay, Blowin’ in the Wind e persino Like a Rolling Stone sembrano molto più banali come poesie in prosa che come canzoni. 3» 

Se è vero che una canzone non è un racconto, – non in senso formale, almeno – è anche vero che la distanza che separa l’una dall’altro è parecchio sottile. Non è un caso che le due forme d’espressione s’influenzino a vicenda. Molti musicisti, poi, hanno scritto testi letterari – al netto di autobiografie, quindi racconti, romanzi e poesie – che si sono rivelati abbastanza validi. I primi autori che mi vengono in mente sono Leonard Cohen, Patti Smith e Nick Cave.

Dopo il contesto, l’oggetto.

Il meraviglioso tubetto è una raccolta di racconti scritti da Manuel Agnelli, pubblicata nel 1999 da Ultrasuoni con il titolo I racconti del tubetto. Nel 2000, Mondadori acquista i diritti del libro e rilancia la raccolta nella collana Piccola biblioteca Oscar insieme a un CD inedito degli Agnelli Clementi, un progetto collaterale che Manuel aveva avviato insieme all’amico Emidio Clementi dei Massimo Volume. La raccolta è fuori catalogo, dettaglio che rende questo articolo – il racconto di un racconto di un libro di vent’anni fa – ancora più inutile; una volta all’anno, giorno più, giorno meno, una copia appare su ebay a una somma che supera di dieci volte il prezzo di copertina. 

«Il libro è una raccolta dei sentimenti che turbavano il mio periodo post-adolescenziale» ammette Manuel Agnelli, e a chi allude una certa impronta bukowskiana, risponde che legge di tutto, da Catullo a Dostevskij, ma ciò che davvero lo ispira sono i giornali trash come Novella 2000. 

Fuori dai giochi, i racconti del giovane Manuel sono prove impacciate di scrittura introspettiva. Nello stile riversa parte di quello che è, molta parte di quello che vuole dimostrare di essere. Agnelli ha dichiarato diverse volte che la musica l’ha salvato da una timidezza inespugnabile. Di contro, infatti, i racconti accolgono un linguaggio diretto e schietto; specifico, di solito nell’accezione più anatomica del termine. 

Molti li avevo dimenticati; rileggerli è stato come avvolgere un lungo nastro. Alcuni meritavano di essere dimenticati. Altri, invece, continuano a suscitarmi un’insolita tenerezza. Anche se non ho le ali non vuol dire che non ti ami, per esempio; una storia in cui già il titolo suggerisce l’immediatezza – la banalità, pure – dei contenuti. Sono storie brevi, talvolta brevissime, e semplici, senza troppi livelli da interpretare. Assurde e destrutturate, come Glicine del Cosmo, oppure esplicite per il solo gusto di esserlo, come Il meraviglioso tubetto («Un bel dì presi a masturbarmi davanti allo specchio» e così via).

Il racconto migliore resta quello che, a distanza di anni, mi colpisce ancora. Seimila caratteri appena, per un brano che è un frammento più che una vera storia. La scena si svolge nella periferia di Milano, in una sera d’inverno. Manuel e quattro amici, cinque giusti costretti in un vecchio maggiolone, decidono di andare alla centrale idroelettrica di Bereguardo. Il testo è contaminato della cultura pop di quegli anni – le canzoni, i libri, i film – e i personaggi sono pervasi da un senso di alienazione condiviso. Si sentivano diversi. Ci sentivamo diversi. Diversi da chi, poi? 

Eravamo belli. Molto belli. Forse anche un po’ nazi a crederci e a determinare una razza superiore ed eletta. O forse eravamo solo un po’ froci e non lo sapevamo.

È il racconto di un’epifania, la scoperta di una verità che consegna al protagonista un sentimento indigesto, radioattivo come il riflesso della raffineria sulla neve. È un momento immenso e carico di nostalgia, quando sopraggiunge la consapevolezza che si vivrà una volta soltanto. Non parlerà al vostro cuore adulto, non vi renderà il sapore della letteratura più impegnata. Il finale chiude un cerchio troppo perfetto, anche se la conclusione non poteva essere molto lontana. È ingenuo, eppure, nonostante questo, forse proprio per questo, così giusto. 

La domanda che Manuel rivolge ai suoi amici, con l’urgenza e l’arroganza che appartengono solo a quell’età, è: Morireste per me? Questo è il titolo del racconto, e il minimo che posso fare, adesso, per farmi perdonare l’intervento un po’ atipico, è copiarlo anche qui e condividerlo con voi.


Nelle notti di luna piena, quando c’era l’aria limpida, potevi vedere in lontananza al termine della pianura la raffineria di San Martino. Tutta illuminata e così lontana sembrava una metropoli americana e le sue ciminiere altissime e fumanti la Los Angeles di Blade Runner. Avevamo questo maggiolone Volkswagen grigio e pesante che chiamavamo “la Bismarck” come la corazzata tedesca, e quando la notte era abbastanza luminosa prendevamo la statale da Magenta verso Novara larga, dritta, placida e leggermente in discesa, per poter vedere meglio l’orizzonte anche di notte. La pianura era immensa a destra e a sinistra e noi eravamo veramente dentro lo schermo di un cinema.

All’inizio degli anni 80 c’erano solo dark e paninari. Esseri neri, malinconici, tristi e un po’ patetici ed imbecilli ormonali, allampadati e vestiti da paracadutisti in borghese. Noi non eravamo né gli uni né gli altri. Avevamo un nostro codice morale, un nostro linguaggio e un nostro abbigliamento. Ci eravamo volutamente chiamati fuori da quella mediocrità e ci crogiolavamo nel nostro eroico e volontario isolamento dalle leggi della società. Troppo giovani e buoni per essere dei reietti. Troppo veri, naturali e coerenti per essere solo degli adolescenti che giocano. Eravamo felici di vivere quella che si sarebbe poi trasformata nella tragedia della nostra vita: l’ebbrezza di essere dei diversi. Ma allora stavamo bene.

Una volta ad Arona un poliziotto ci aveva fermati e guardando incredulo il modo indefinibile con il quale ci vestivamo aveva chiesto:

– Ma da dove venite? 

E Riccardo con un sorriso dolce aveva risposto:

– Bzzz… bzzz… da Marte. Conosce?

E giù tutti a ridere, anche il poliziotto. Ma era una tragedia. Solo che non lo sapevamo ancora. Stefano era il più bello, aveva gli occhi azzurro trasparente, lo sguardo dolce e un’eleganza naturale. Poz era il più malinconico, ma qualsiasi cosa facesse gli riusciva bene. Riccardo era il più indipendente e furbo di tutti noi. E Roberto aveva un senso dello humour così sottile che ancora rimane la cosa che mi manca di più in assoluto. Poi c’ero io, il predicatore del gruppo, l’uomo che metteva sempre tutti alla prova per poterne rimanere deluso. Cinque giusti. Pigiati nel maggiolone con le bottiglie di birra vuote, “i cadaveri”, che nel baule suonavano una danza balinese ad ogni curva. E così, in una di queste notti mentre andavamo verso la raffineria ascoltando per lo più Los Angeles’s stories dei Gun Club o i Wall of woodoo, io ero solito domandare serio:

– Morireste per me? 

E tutti ridevano e mi pigliavano per il culo. Tutti tranne Roberto. Eravamo belli. Molto belli. Forse anche un po’ nazi a crederci e a determinare una razza superiore ed eletta. O forse eravamo solo un po’ froci e non lo sapevamo. Comunque la raffineria di San Martino di notte era uno spettacolo anche da vicino. C’erano le case degli ingegneri e degli operai tutt’attorno che la facevano assomigliare ad un centro commerciale nella città del futuro. E noi percorrevamo lenti, in macchina, le stradine asfaltate e recintate che passavano attraverso i depositi e le ciminiere. Così, vivendo solo di quello, come quando uno rimane nell’abitacolo all’autolavaggio, sotto i rulli e gli spruzzi. Una giostra. Inebriante. 

Una sera d’inverno l’aria era particolarmente pulita e luminosa e decidemmo di andare dalla raffineria alla centrale idroelettrica di Bereguardo. Era appena nevicato e per il riflesso della luna sulla neve sembrava quasi giorno. Qualcuno doveva aver piazzato le luci di un set cinematografico lungo i cinquanta chilometri che stavamo percorrendo. Arrivammo alla centrale e rimanemmo senza fiato. Era ancora più bella della raffineria. La luce tendeva al blu, e la neve prendeva colori diversi a seconda di quello che le veniva proiettato sopra. Di fianco alla recinzione scorreva un canale coloratissimo e fumante. Sapevo che sarebbe successo ma rimasi zitto sino a che a qualcun altro non venne la stessa idea:

– Facciamoci un bagno!

Naturalmente dissi subito:

– Siete pazzi! Coglioni! L’acqua è gelata e forse è anche radioattiva! Sicuramente è inquinatissima! Ci lasciamo le penne!

E tutti risero e cominciarono e spogliarsi in mezzo alla neve. Ma io dovevo fare il guardiano del gregge e tentai di dissuaderli per dieci minuti buoni, poi finalmente Riccardo entrò per primo, seguito da tutti gli altri. Era un inferno dantesco e anch’io a tratti rimasi affascinato dalle luci, dall’atmosfera, dal silenzio e dal loro coraggio. Sguazzavano felici di quella coglionata, mentre io dalla sponda gridavo:

– Siete degli imbecilli! Andiamocene prima che ci scoprano! Vi prenderete tutte le malattie di questo pianeta! E forse anche altre sconosciute! E forse morirete! 

E fu allora che Riccardo mi disse piano, a bassa voce mentre nuotava nell’acqua radioattiva:

– Tu non sei libero se hai paura di morire. Stiamo facendo l’unica cosa che ci è permesso fare. Tu non sai fare neanche questo. lo morirei per questa coglionata… 

Poi si fermò aggrappandosi ai rami che sporgevano dalla sponda e aggiunse:

– Ma non morirei per te. 

Continuai a inveire come se non avessi sentito le sue parole ma non pensavo più a quello che dicevo. Stavo male. Di un dolore rabbioso e grottesco. Come quando scopri che gli altri avevano ragione e tu non ci avevi neanche pensato. Riccardo mi aveva dimostrato che il suo amore per me era vero, non un’amicizia post-adolescenziale idealizzata. Non la mediocrità che stavo sentendo io per loro. 

In Rumble fish di Francis Ford Coppola il padre di Mickey Rourke dice all’altro figlio, Matt Dillon:

– Tu non sei come tuo fratello. Tu non hai lo stesso tipo di sofferenza. Lui ha il talento per fare tutto e non ha le possibilità per fare niente. 

Per anni mi sono domandato se il mio senso di colpa nei loro confronti fosse dovuto al fatto di non averli amati in modo disinteressato, come loro facevano con me, oppure era perché ho sempre saputo che loro avevano un talento più grande del mio, ma ero io, solo io, ad avere le possibilità. Poi ho deciso di smettere di chiedermelo. Ma la loro maledizione aveva delle ali enormi. Veloci. Nere. Ho sempre fatto finta di niente ma le sento abbracciarmi affettuose e calde da dietro. Sono qui e vigilano perché io non m’innamori più di nessuno così profondamente. 4


  1. Dal 6 marzo di quest’anno, Germi è anche un laboratorio culturale: un luogo «di contaminazione, un incubatore musicale». È un esperimento personale e sociale, a detta di Manuel, uno spazio – in via Cicco Simonetta 14/A a Milano – dove creare nuove forme espressive. Il 26 marzo, Germi ha ospitato Emidio Clementi (di lui avevamo già parlato in questo articolo).
  2. Nel 1997, gli Afterhours pubblicano il quarto album, Hai paura del buio?, che conferma e consolida il successo ottenuto dalle prove precedenti; più eclettico di Germi, Hai paura del buio? accoglie tracce indelebili come Pelle, Male di miele e Rapace. L’ultimo album del gruppo, l’undicesimo, è Folfiri o Folfox, uscito nel 2016. È una prova più matura, che si discosta parecchio dalle atmosfere del passato (cosa che ha suscitato parecchi dibattiti tra vecchi e nuovi fan), anche se un cambio di tendenza si era avvertito già nell’album precedente, Padania, che ha coinciso con l’abbandono di due membri storici del gruppo: Giorgio Prette, il batterista, e Giorgio Ciccarelli, il chitarrista.
  3. Note to self: la Kakutani non ha mai letto un testo di Fabrizio De André.
  4. Roberto era un amico di Manuel Agnelli, morto di overdose poco più che ventenne. Per lui, “un fiore d’oppio in porcellana e roccia”, Manuel ha scritto Oceano di gomma, a proposito di poesie in prosa: «Oceano di gomma è dedicata a Roby, un mio amico che non c’è più. Io che c’ero ancora, non sapevo chi fosse più reale tra noi due. Mi ero perso […]».

    Chi di noi due è reale? Tu non sei più vivo e io non sono mai stato capace di amare.

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