L’ubicazione del bene, di Giorgio Falco

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Di Francesco Ferrara

Lavoravo. Tre anni fa, circa. Senza orari. Dalle otto del mattino alle otto di sera. Quando lavori per una piccola azienda fai qualunque cosa ti chiedono di fare. Se poi l’azienda è della tua famiglia, peggio ancora. Ero un po’ magazziniere, un po’ impiegato, un po’ rappresentante (che pessimo venditore! Certo, mi bloccava una timidezza innata, ma anche un’assoluta mancanza di talento. Per non parlare, poi, dei miei silenzi imbarazzati di fronte alla solita domanda: ma se ti sei laureato in lettere, perché non fai il professore?). Niente di esaltante, insomma. Mi calavo a forza in un’incolore desolazione con la speranza, un giorno, di uscirne vivo.

Un pomeriggio di tre anni fa un ragazzo con un geco tatuato sul collo mi chiede chi sono. Mi sento abbastanza sicuro della risposta, ma resto in silenzio. Nel riverbero del sole vedo il geco muoversi per andare ad infilarsi nel suo orecchio. «Francesco?», urla. Dico di sì con la testa. «C’è un pacco per te», mi fa lui. «Da parte di chi?». «Amazon», risponde. «Ma quei libri li avrò ordinati due mesi fa», gli faccio io, «nemmeno me li ricordavo più». «Sai com’è, ad agosto in Italia si ferma tutto». «Lo so com’è», dico tra i denti. «E allora? Avrei fretta di andare».

Quattro mesi dopo, alle sei e mezzo del mattino, leggo uno degli incipit più belli della narrativa italiana degli ultimi anni. Il titolo del racconto è Onde a bassa frequenza. Mi fermo, chiudo il libro, osservo la copertina. La scala cromatica va dal bianco al grigio. Uno specchio riflette degli interni domestici uniformi e lineari. Rassicuranti. Al centro dell’immagine, rubato al lessico catastale (e già questo è un piccolo capolavoro), il titolo: L’ubicazione del bene. L’autore è Giorgio Falco. Edizione Einaudi. (Provate a cercarlo, ma lo troverete solo in formato ebook o forse usato, e sarebbe già tanto). Riprendo la lettura del racconto. Inizio a leggere anche il successivo. Dovrei andare a lavoro, che ore sono? Ancora un po’ e poi vado. Leggo il successivo. Sono in ritardo, lo so. Un altro ancora, poi basta. Il cliente mi sta aspettando. Questo è proprio l’ultimo che leggo. Ho un appuntamento. D’accordo, scappo via. Ho almeno un paio d’ore di ritardo.

Cortesforza è il luogo dove vivono i personaggi di Giorgio Falco: è un luogo immaginario, ma a suo modo reale, un sobborgo ordinato a un quarto d’ora dalla Tangenziale Ovest di Milano, un piccolo mondo ovattato in cui sono le automobili dei pendolari a scandire il ritmo delle giornate. Cortesforza è un non-luogo, ma molto simile a tanti chilometri di provincia italiana: la provincia dei tentativi imprenditoriali falliti, dei figli messi in cantiere da coppie annoiate, degli annunci immobiliari lungo la statale, dei marciapiedi vuoti bagnati dalla pioggia e dei centri commerciali.

Il bene è quello immobiliare, ma anche quello morale. Entrambi possono essere acquistati, hanno un prezzo trattabile, sono messi in vendita dagli operatori delle agenzie. Il bene è una casa da ristrutturare, un capannone messo all’asta, una villetta indipendente su tre livelli. Basta un rogito, l’autorizzazione della banca, un mutuo a vent’anni ed è fatta, ecco la felicità. Ma a Cortesforza il bene non c’è. E non c’è neanche la felicità. C’è invece una sottile patina di quotidianità organizzata, sotto la quale vibra la disperazione silenziosa della classe media sempre in ascesa.

Una lei porta a casa un carlino per colmare il vuoto di un figlio che lui non vuole. Paolo, prima del T.S.O., acquista un boa e, insieme al serpente, anche il suo cibo, una scatola da dieci chili di pulcini surgelati. Giovanna, isolata dalla comunità a causa della sua personalità borderline, un giorno mette il suo cane nel forno. Il signor Moriero da quarantasei anni prende a pugni in testa la moglie. C’è da chiedersi perché? Forse non c’è un perché. Forse a Cortesforza c’è l’attaccamento istintivo ad una vita che, guardando bene oltre le finestre identiche delle villette a schiera, non ha nulla di desiderabile, ma nasconde, al contrario, solo un dolore vuoto e una quieta ferocia.

Fa paura, ecco, riconoscersi all’improvviso in uno degli abitanti di Cortesforza, una mattina uguale a tutte le altre, di fronte ad un cliente che, seccato dal tuo ritardo, con lo sguardo indifferente ti sta chiedendo: ma tu, in fondo, perché lo fai? Fa paura anche sorprendersi nel tentativo affannato di tenersi stretta una vita ormai anestetizzata dal lavoro, dalla quale in realtà ci si vorrebbe allontanare. Fa paura ritrovare nei propri atteggiamenti (anche solo per un attimo, non conta) i desideri inutili, la voglia di possedere cose e di abitare case. Tutto ciò fa paura, certo, ma la letteratura serve anche a questo, no? A guardarsi dentro e capirsi. E allora, coraggio.


Francesco Ferrara ha pubblicato Sempre con te sul terzo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

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