Lot di Bryan Washington e il Texas che cambia

La raccolta di racconti dal titolo Lot, esordio letterario di Bryan Washington, classe 1993, e pubblicata nel 2019, è un’opera letteraria che sta perfettamente a suo agio all’interno del dibattito politico che ormai da mesi sta attraversando l’America (e non solo), incentrato soprattutto su temi da sempre caldi, anche perché mai davvero risolti, come razzismo e politiche sull’immigrazione. Non è certo questa la sede adatta ad approfondire questioni di carattere politico che richiederebbero riflessioni ampie e approfondimenti straordinariamente complessi, ma è allo stesso modo importante soffermarsi sui molti spunti che i racconti di Washington offrono al lettore, dati soprattutto dal contesto in cui sono ambientate le storie, con i suoi protagonisti indissolubilmente legati alla città di Houston, Texas, e a tutte le peculiarità che la rendono unica, non solo nel panorama statunitense, ma anche rispetto alle altre grandi città texane.

Anche se nella narrazione Washington non ha intenti politici, non prendendo mai posizione attraverso i suoi personaggi, dai microcosmi di cui leggiamo è possibile capire quando e quanto determinate politiche influenzino, a breve come a lungo termine, le scelte e le vite delle persone, talvolta anche in modo irreversibile. Ed è interessante notare come le cose siano effettivamente più complicate e sfaccettate di quanto l’immaginario comune potrebbe forse suggerire, soprattutto riguardo una delle questioni più divisive del paese, cioè l’immigrazione, tema centrale in uno stato di frontiera come il Texas. 

Il Texas non è il posto più anti immigrati d’America. Se ti ferma la polizia di frontiera, allora vorrà vedere un documento che attesti che puoi legalmente restare negli Stati Uniti, ma vorrà vedere solo quello. Se invece per esempio ti ferma la polizia stradale, perché hai superato i limiti di velocità, o hai una freccia che non funziona, ti verrà chiesta solo la patente. La polizia stradale non può controllare se ti trovi legalmente nel paese o no. 

Parole, queste, prese da una delle puntate che Francesco Costa, giornalista del Post ed esperto di politica americana, ha dedicato al Texas nel suo podcast Da Costa a Costa, poco prima dell’elezione di Trump. Il giornalista prosegue spiegando che, nonostante la maggior parte degli immigrati si presentino negli Stati Uniti con un visto regolare, anche per coloro che dovessero arrivare da irregolari «c’è la possibilità di prendere la patente, iscriversi all’università, comprare una casa, stipulare un’assicurazione e arruolarsi nell’esercito» perché, a patto di lavorare e vivere onestamente, rispettando la legge, nessuno in Texas avrà mai un vero motivo per perseguirti solo per il fatto di essere un immigrato irregolare.

Certo, ora non è più così semplice proprio a causa dell’elezione di Trump, il quale ha da subito deciso di rendere la vita molto più difficile agli immigrati, ma resta un passaggio fondamentale per capire quanto siano state importanti queste condizioni per far sì che il Texas sia diventato lo stato multiculturale, e in un certo senso tollerante, che è oggi, almeno nelle sue grandi città. 

Washington è interessato a raccontare nel dettaglio le vite di chi abita certi quartieri, ed è una narrazione specifica la sua, come dimostra la scelta di intitolare i racconti con nomi di diverse zone della città, sottolineando l’impossibilità di racchiudere sotto un’unica voce e punto di vista l’incredibile diversità di tutti questi luoghi.
Lo fa attraverso uno stile molto vicino al parlato, piuttosto crudo e diretto, dando ritmo e fluidità alla prosa, e facendo anche largo uso di espressioni e parole gergali provenienti nella maggior parte dei casi dallo spagnolo. 
Anche la struttura del libro è di per sé abbastanza particolare: una parte dei racconti ha per protagonisti per lo più immigrati, tra spacciatori e prostitute, intenti a barcamenarsi nel miglior modo possibile in una città che, mai come negli ultimi anni, si sta trasformando con una velocità quasi insostenibile; la restante parte, che rappresenta la spina dorsale delle raccolta, nonché i racconti più intensi e a mio parere meglio riusciti, hanno come protagonista Nicolás, giovane gay figlio di madre nera e padre latinoamericano, che sembra quasi incarnare tutta quella diversità che sempre di più caratterizza Houston. Benché tutti autoconclusivi, questi racconti seguono la crescita di Nicolás, dalla prima adolescenza fino alle soglie dell’età adulta, dopo aver preso il diploma, attraverso i rapporti e le tensioni con i familiari, specialmente la madre e il fratello Javi, e le avventure con amici e amanti occasionali.

Se il Texas è già di per sé una terra che vive immersa nelle contraddizioni, è forse in Houston che queste si manifestano in maniera ancora più evidente. 
Nel suo saggio intitolato Dio salvi il Texas, lo scrittore Premio Pulitzer, e sceneggiatore, Lawrence Wright, dedica un intero capitolo alla storia, passata e recente, di Houston, svelandoci una caratteristica unica in tutti gli Stati Uniti, decisiva per capire il contesto delle storie di Washington.

Houston è l’unica grande città in America senza leggi sull’urbanistica, in particolare sulla zonizzazione (la suddivisione del territorio in aree omogenee). Puoi costruire praticamente tutto quello che vuoi ovunque tu voglia, tranne che nei quartieri indicati come storici. Capita di vedere cose strane come una villetta familiare su due piani vicino ad un ottovolante, o un night club accanto a una galleria di negozi, o una casa fatta di lattine di birra, e spesso spuntano grattacieli solitari nei quartieri residenziali. […] Per molti anni il Texas ha guidato la nazione nel numero di rifugiati accolti. Houston accetta più rifugiati di qualsiasi altra città del paese.

Nei racconti di Washington troviamo, non a caso, persone di diversi ceti sociali e razza, convivere fianco a fianco; in Dio Salvi il Texas Wright presenta naturalmente tutti i dati e le fonti a sostegno del fatto che Houston sia uno dei luoghi più inclusivi al mondo, la cui crescita e benessere sono stati determinati soprattutto dall’alta presenza di etnie diverse.
Per contro, le note più dolenti sono rappresentate da una parte dalla gentrificazione, tipico fenomeno delle città in espansione, che colpisce le fasce meno abbienti, dall’altra i bassi investimenti per l’istruzione, che hanno ricadute molto gravi su un’ampia fetta della popolazione, costituita per la maggior parte da latinos e afroamericani.
Ed è proprio tra le due facce di questa stessa medaglia che restano schiacciati e incastrati i personaggi di Lot. Come Roberto, amico di Nicolás e protagonista del primo racconto, figlio di una famiglia povera con la quale, improvvisamente e senza lasciare spiegazioni, lascia Houston. Il disagio di Roberto, consapevole del fatto che non ci sia posto al mondo che lui possa chiamare davvero casa, è evidente in questo scambio di battute con Nicolás, nel primo racconto:

Una volta ho chiesto a Roberto che ne pensava del Texas. Mi ha guardato per tipo mezz’ora, poi ha detto solo Un altro posto del cazzo.
Poteva andare peggio, ho detto io. Potevi stare a casa tua.
Casa è dove sei quando ti ci trovi, fa Roberto.
Parli a caso, non sai manco che hai detto.
E invece sì, ha risposto, quando sai di non averne una.

Il tema comune di fondo non può quindi che essere quello dell’identità, che si tratti di questioni etniche o di gusti sessuali.
L’omosessualità, i tradimenti del padre, e l’incapacità della moglie di lasciarlo, in un continuo tira e molla che culminerà con l’abbandono da parte di lui della famiglia, passando per la morte improvvisa del fratello arruolatosi nell’esercito, fino alla vendita del ristorante di famiglia in cui Nicolás lavorava come tuttofare, costituiscono gli episodi cruciali che scandiscono i racconti della vita del protagonista, alimentando i conflitti interiori che gli impediscono di liberarsi davvero di quella situazione opprimente e apparentemente senza via di uscita.
L’ultimo racconto è un degno finale per certi versi aperto, in cui Nicolás, preso il diploma e rimasto solo in città dopo la partenza della madre verso la Louisiana, tira le somme e constata il cambiamento del quartiere e della sua città, all’indomani del terribile uragano Harvey, che ha colpito il Texas nel 2017, con la rabbia e la rassegnazione di chi i cambiamenti non li può inseguire, e finisce per guardarli passivamente, nel migliore dei casi, o subendoli, nel peggiore:

Houston sta cambiando muta. La città sparge i suoi peli su tutti i marciapiedi.  Arrivato il bike sharing nel Terzo Ward, e quei cazzo di coffee shop giù per la Griggs. Ci sono tipo quattro baracchini diversi coi negri a smerciare tacos, giusto accanto al barbiere che ti chiede un sessantello per una spuntatina. Certi bianchi hanno ripulito il giardino in cui Miss Contreras piantava le sue erbette e hanno rivangato i pomodori e cementato sopra i semi e adesso vedi questi camioncini che vendono sandwich alle zampe di papera fatti col pane di patate. Ma dopo la tempesta ci hanno sbattuti fuori anche a noi: se non puoi permetterti la ricostruzione te ne vai. […]Se non puoi permetterti di andartene, e non puoi permetterti di rimettere a posto la tua vita, allora quello che devi fare è restare a guardare il tuo quartiere mentre cresce via lontano da te.

E anche le storie che troviamo in Lot, stando all’incredibile fermento che scuote Houston in questi anni, potrebbero essere fin troppo precise nel raccontare lo spirito attuale della città, rischiando, in brevissimo tempo, di diventare istantanee invecchiate troppo in fretta.

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