La disgregazione del linguaggio nelle storie di Ben Marcus

«Di questo posso solo incolpare il nostro vile desiderio di parlare,
di scrivere, di essere ascoltati».

Per scrivere questo articolo sto usando un computer, cosa piuttosto ovvia, e lo sto facendo basandomi sull’assunto che chiunque sia interessato, in un qualsiasi momento, possa leggere e soprattutto capire ciò che le mie parole, messe in fila una dopo l’altra secondo un ordine convenzionale e analiticamente prestabilito vogliono comunicare.

Cosa c’è di strano in quello che ho appena detto?

Foto di SJ Baren su Unsplash

All’apparenza niente, perché sono tutti concetti assodati; l’unica condizione necessaria e sufficiente perché questo possa accadere è al tempo stesso il fatto che tra tutti diamo più per scontato, e cioè la presenza di un supporto che permetta a me che scrivo e a voi che leggete di capirci.

Ma cosa accadrebbe se un giorno, dal nulla, le parole per come noi le conosciamo e la lingua che ci permette di poter comunicare con gli altri diventassero un’arma con il potere di nuocere fisicamente alle persone, di lacerarle e corroderle dall’interno? Come si trasformerebbe il mondo se tutto d’un tratto venissimo privati della caratteristica che più ci contraddistingue? Lo scheletro di tutte le relazioni che abbiamo intessuto, una volta disossato, perderebbe di consistenza? E infine, il nostro ruolo nella società, in un mondo senza linguaggio e senza la capacità di esprimere se stessi e le proprie posizioni, cesserebbe all’istante o, al contrario, rimarrebbe solo il nocciolo della nostra esistenza, la verità ultima dell’individuo?

«La mancanza di linguaggio, l’assenza di un linguaggio che ci identificasse come individui completi, ci aveva trasformato in una specie di mandria emotiva. Forse una turbolenta vita interiore produceva note dirompenti dentro di noi, ma senza un attrezzo per estrarle, senza un linguaggio per capirle e diffonderle, anche se erano idiozie, si aveva la netta sensazione che tutta quell’impresa avesse perso all’improvviso di senso. Senza un modo di dire le cose, non c’era nemmeno motivo di pensarle».

Quando Ben Marcus inizia a porci queste domande sotto forma di romanzo con L’alfabeto di fuoco e di racconti con la raccolta Via dal mare, entrambi editi Edizioni Black coffee, tornando ad affrontare le stesse tematiche presenti nella raccolta di esordio L’età del fil di ferro e dello spago pubblicata da Alet, la sua intenzione non è certo quella di trovare delle risposte univoche; tutt’altro, l’estremizzazione che viene inscenata attraverso l’ambientazione distopica del romanzo nasce proprio dalla necessità di riflettere sull’importanza che il linguaggio, ma più in generale la comunicazione, riveste nelle nostre vite, e sull’utilizzo che ne facciamo.

La tossicità delle parole descritta da Ben Marcus all’interno de L’alfabeto di fuoco può essere letta come una denuncia dell’abuso che quotidianamente viene perpetrato, basti pensare al fiume di notizie che si rendono disponibili dai nostri dispositivi tecnologici e alla scarsa attenzione cui spesso prestiamo loro; a volte le parole, sebbene lette, non vengono assorbite, ma si limitano a rincorrersi sullo schermo con il tocco delle nostre dita senza lambire i nostri pensieri.

La superficialità è spesso il rovescio della medaglia che ci permette di sopravvivere in una contemporaneità in cui l’informazione fuoriesce in maniera incontrollata.

«I messaggi, quando vengono diffusi, si diluiscono. Anche comprenderli è un compromesso. Il linguaggio uccide se stesso, muore in chi lo ospita. Agisce come un acido sul proprio messaggio. Se non ti interessa più un’idea o una sensazione, trasformala in linguaggio. Sarà di certo l’ultima volta che emerge, la fine che merita. Linguaggio è sinonimo di bara».

Nella stessa misura, la saturazione del linguaggio ha comportato un tracollo del peso specifico della parola; il nostro modo di comunicare si è involuto in funzione del fatto che tutto può essere detto e contraddetto con estrema facilità, a discapito dell’effetto reale, permanente, sulle persone.

Il linguaggio come arma, appunto. Come veleno, come tossina, come epidemia, che può essere usato per danneggiare il prossimo, o per distorcere i fatti, anche solamente per farli assomigliare di più alla versione che immaginiamo corrisponda a quella che gli altri vorrebbero sentire.

«C’erano i medici e c’erano i medici improvvisati, e poi c’era gente come noi, che strisciava nel fango, che snocciolava diagnosi infantili, sperando che con il solo tono della voce, con un atteggiamento autoritario, avrebbe ottenuto qualche trasformazione definitiva della realtà. Forse pensavamo di poter plasmare il mondo in forme piacevoli attraverso le nostre parole».

Il rapporto dell’autore con il linguaggio, che a sua volta si riflette sulla sua visione della scrittura, è in continua evoluzione ma si poggia su basi solide; da anni tiene un corso di scrittura creativa alla Columbia University, dal nome esplicativo “Technologies of the heartbreak”, in cui spiega come la letteratura debba essere capace di smuovere i sentimenti e le emozioni più nascoste delle persone. I nomi degli scrittori proposti da Ben Marcus cambiano di anno in anno, così come cambia la sua esperienza di lettore con il trascorrere del tempo, ma il fulcro delle sue lezioni è l’idea che la scrittura debba riuscire a provocare una reazione nei lettori, e che questa reazione cambi totalmente così come cambia la sensibilità persona a persona.

L’autore sostiene che non si possa scindere in maniera drastica il concetto di letteratura in facile e difficile (in aperto contrasto con le critiche mosse da Franzen a una prosa da lui stesso definita come impegnativa), ma che ogni tipo di prosa abbia la legittimità di esistere in quanto necessaria per toccare i diversi gradi di sensibilità delle persone e che spesso occorra incanalare messaggi analoghi con forme letterarie differenti che possano assecondare sia l’impulso narrativo dell’autore, che la fame di chi di storie si nutre.

Ed è proprio per questo che in Via dal mare, la raccolta appena uscita, Ben Marcus si diverte a giocare con parole e toni molto lontani gli uni dagli altri, ottenendo uno straniamento costante e un climax emotivo che raggiunge l’apice proprio con il racconto che dà il titolo alla raccolta.

Nonostante l’apparente differenza dei racconti racchiusi nel volume, a partire dai primi dalla struttura più classica, fino ad arrivare agli ultimi molto più sperimentali e innovativi, il tema di fondo si conferma essere la riflessione sulla nostra capacità di comunicare.

Il linguaggio, quello fatto di parole – lettere, simboli e fonemi – pronunciate o scritte poca differenza fa, è davvero l’unico modo che permette all’individuo di esprimersi, o è il non detto la forma autentica di un linguaggio tra persone?

«Vorrei poter pronunciare il nome di mio padre. Non conosco la forma verbale più giusta per parlare di lui. Una porzione di tempo sfugge alla mia lingua. Un limite, forse, della mia bocca. È in quella porzione che mio padre si nasconde. Papà potrebbe diventare reale, se imparassi un nuovo linguaggio. Se riuscissi a scavarmi in profondità nella gola, ad allargare il passaggio. Se potessi farmi bastare meno di me stesso, permettendo a lui di essere di più […] Vorrei che il suo nome esistesse in natura. In questo modo potrei puntare un dito verso il cielo e quel gesto indicherebbe lui, meglio di quanto possano fare i suoni che emetto».

Con questi racconti, Ben Marcus ci fa intendere che lo strumento che abbiamo identificato per tutto questo tempo con una delle nostre più grandi risorse, potrebbe rivelarsi una gabbia che ci siamo costruiti da soli; il significato di una qualsiasi parola può essere rovesciato, svuotato e sostituito con uno diverso, più personale, in modo da poterlo adattare al soggetto che lo usa. Basta molto poco, a ben pensarci, per cambiare tutto ciò che riteniamo universalmente valido ed esprimerlo in modo sconosciuto ai più.

Nel racconto Primo amore, infatti, l’autore prende in prestito alcuni concetti dai connotati tipicamente positivi come quelli di casa, bacio, carezze, e li trasforma in tutt’altro.

«Chi voleva consumarci, dunque poteva venire sapere tutto di noi semplicemente guardandoci in bocca o, più opportunamente, eseguendo un’indagine bocca a bocca chiamata bacio […] Nascondiamo una parte del mondo, e questo si chiama deglutizione. Molti degli oggetti migliori, compreso il famoso motore, quell’errore che chiamiamo cuore, sono dentro il corpo. Facciamo a gara a chi riesce a nascondere di più, incamerando fino a scoppiare, cosa che in alcune culture è considerato motivo di vanto. Diciamo di amare qualcuno, a significare che invidiamo la scorta che ha dentro. Mentre dorme allunghiamo la mano verso il suo tesoro, un’operazione di scavo che è la cosiddetta carezza».

Ben Marcus, oltre ad essere scrittore e collateralmente docente alla Columbia University di New York, ha curato anche due antologie di racconti, The Anchor Book of New American Short Stories  e New American Stories, includendo nomi di grande calibro, tra cui quelli di Joy Williams e George Saunders; proprio da quest’ultimo è stata pubblicata un’intervista all’autore (apparsa inizialmente su Granta, adesso è possibile leggerla interamente qui sul sito di Sur), in cui due dei maggiori esponenti della letteratura nordamericana contemporanea si confrontano sull’importanza del racconto come genere letterario e sull’idea di linguaggio e di storytelling.

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