Le formiche di Boris Vian

Pillole di surrealismo dalla Parigi del secolo scorso

Le formiche di Boris Vian è una raccolta di racconti, edita da MarcosyMarcos in un agile volumetto dalla copertina rossa che raffigura un pesce intento a godersi, con tanto di  soffice guanciale, un pisolino all’interno di un lavandino. L’inizio di questo 2018, complici i sonnacchiosi giorni di ripresa dal capodanno, ha fruttato scoperte inaspettate e mi ha portato a fare la conoscenza di un sacco di autori interessanti. Uno dei più sorprendenti tra questi è stato certamente il signor Vian, che ha saputo regalarmi qualche ora di intrattenimento piacevolissimo.

Boris Vian le formiche
Immagine by emkanicepic via Pixabay

Classe 1920, Boris Vian viene definito dalla Wikipedia inglese con il bellissimo termine di polimath che con una perifrasi, brutta come tutte le perifrasi, possiamo tradurre più o meno come: esperto di diversi campi dello scibile umano. Oltre ad essere uno scrittore Vian è stato infatti un valente trombettista jazz e paroliere di numerose canzoni, traduttore, autore di lavori teatrali. Membro del Collège de Pataphysique, ma anche attore, inventore e ingegnere. Tra un impegno e l’altro trovò pure il tempo di aprire un locale dove si radunavano artisti, letterati e musicisti. Uno di quelli che tanto sono cari all’immaginario collettivo della Parigi dei primi anni del Novecento.

Se siete lettori di Tre racconti la probabilità che conosciate gli Scratchreaders, il gruppo di lettura fondato dalla nostra titanica capa, è piuttosto alta. Se non li conoscete invece, conosceteli. In compagnia di questi valentissimi compagni abbiamo occupato il mese di gennaio con la lettura di Tutto il ferro della Torre Eiffel romanzo di Michele Mari che ha come protagonista proprio la Parigi degli anni di Boris Vian. Approfitto della felice coincidenza (le coincidenze non esistono, direbbe sempre la capa) per proporvi una citazione da Mari che calza a pennello per introdurre il lavoro letterario di Vian.
A interrogarsi sul mondo editoriale è Robert Denoël, l’editore di Louis-Ferdinand Céline. Un autore che quando pubblicava qualcosa non passava propriamente inosservato:

Pubblichi un tale il tal anno, sei un mostro! Gronda sangue quel testo, come hai potuto! Corruttore! Traditore del popolo! Lo pubblichi trenta, cinquant’anni dopo, bravo! Si doveva! Un classico del Novecento, e che diamine! Con tutti i servigi della filologia, bravo editore! […] Mah… Chissà se ci sarà tempo perché si rivoltino ancora le cose, se verrà il giorno in cui, proprio perché reietti, i miei libri avranno un valore superiore ai tomi della Plèiade…[1]

Le analogie tra le preoccupazioni di Denoël e la carriera letteraria di Vian sono molte. Il nostro Autore infatti scrisse diverse opere, accolte tiepidissimamente da pubblico e critica e tutte caratterizzate dal più totale insuccesso dal punto di vista commerciale.

La notorietà arriva nel 1945, quando in Europa impazza la moda per gli hard boiled americani. Vian, convinto di poter fare meglio degli autori d’oltre Pacifico, scrive in soli quindici giorni Sputerò sulle vostre tombe pubblicato inizialmente con lo pseudonimo di Vernon Sullivan e che costa al suo autore un fiume di critiche e l’accusa di corruttore della pubblica morale. Nel 1946 Vian inizia a frequentare stabilmente i circoli letterari della capitale francese, in compagnia di personaggi come Simone de Beauvoir, Albert Camus e Jean-Paul Sartre. Per quest’ultimo in particolare Vian prova profonda stima tanto da farlo comparire come personaggio nel suo La schiuma dei giorni. Dal canto suo Sartre, con la grazia che spesso lo ha contraddistinto, prova a fregargli la moglie.

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Jean-Paul Sartre, Boris Vian, Michelle Léglise, Simone De Beauvoir

I racconti che compongono Le Formiche, sono cinici, satirici e surreali, uniti tra loro da un umorismo nero che l’autore usa per descrivere con occhio distaccato fatti a volte terribili. Il nonsense la fa da padrone in più di una scena, ed è lo strumento che Boris Vian usa per spiazzare il lettore e per imporre brusche sterzate narrative alle sue storie. Il titolo della raccolta viene dal primo dei racconti, che narra in maniera satirica e distaccata quello che può essere facilmente riconosciuto l’arrivo degli Alleati nella Francia occupata. Il soldato protagonista non sembra eccessivamente turbato dagli orrori che lo circondano, e mentre è intento a cercare di salvarsi la pelle registra fedelmente quanto accade:

Arrivavano pallottole un po’ dappertutto, e a me non piace il disordine così tanto per. Siamo balzati in acqua, ma era più profonda di quanto sembrasse, sono scivolato su una tolla di conserva. Il tizio appena dietro di me si è ritrovato tre quarti del volto spazzati via da un ananas in transito, ho tenuto la tolla in ricordo. Ho messo i brandelli del volto nell’elmetto e glieli ho dati, lui se n’è ripartito per farsi curare, mi sa tanto che non ha imboccato la strada giusta, è entrato in acqua fino a dove non si toccava e non credo proprio che sul fondo ci veda abbastanza bene per non perdersi.[2]

Le formiche del titolo sono quelle che tutti noi conosciamo, quelle che vengono ai muscoli quando restano troppo tempo nella stessa posizione, e che hanno un loro ruolo all’interno del racconto. Tutti  i racconti della raccolta sono ambientati in Francia, molti a Parigi. Spesso vengono messe in scena situazioni paradossali, ma Boris Vian ci tiene a rassicurare il suo pubblico, le storie sono: “totalmente reali, perché me le sono inventate da capo a piedi”. Oltre a qualche piacevole ora di divertimento alla fine della lettura quello che resta è il ricordo di una moltitudine di personaggi che con le loro stravaganze si conquistano un posto sicuro nel cuore del lettore. Cinici e distaccati, menefreghisti un po’ sadici, anime derelitte, timidi patologici e distruttori impenitenti. Come se dovesse scrivere uno spettacolo teatrale Vian mette in scena un circo di personaggi tutti assolutamente caratteristici e che sanno bene come catturare l’attenzione di chi legge. Su tutte mi resterà impressa a lungo la figura del Maggiore, un personaggio che come un novello Rodomonte fa la sua comparsa sulla scena solo per distruggere tutto quello che trova sul suo cammino. Psicologicamente ma anche fisicamente:

Allora la sagoma del Maggiore, furioso perché non faceva parte del racconto, si drizzò dietro di lui e lo prese per il colletto, con le spalle sollevate, le braccia tese, la testa in avanti. André gesticolava qualche centimetro al di sopra del parapetto e gridava: «Mi lasci!» Ma era il solo a sapere che era stato il Maggiore a sollevarlo, perché questi si era appena reso invisibile.[3]

Come fai a non ricordarti di un personaggio così? Che come se saltasse da una pagina all’altra del libro va a insinuarsi in un racconto non suo e in un’altra linea narrativa. Per di più offeso per non essere stato nominato.
Ecco, i racconti di Boris Vian sono tutti così: deliranti, divertenti e assolutamente geniali. Se amate il genere non potete perderveli.

 


[1] Michele Mari, “Tutto il ferro della Torre Eiffel”, Einaudi, 2002 (pp. 63-64).

[2] Boris Vian, “Le formiche” in “Le formiche”, MarcosyMarcos, 2013 (p. 9)

[3] Boris Vian, “La nebbia” in op. cit. (pp. 171-172)

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