Il lavoro artigianale del traduttore. Intervista a Giulia Zavagna

Secondo José Saramago, se gli scrittori alimentano la cultura nazionale, i traduttori danno alla letteratura un carattere universale. Eppure talvolta ce ne dimentichiamo, dando per scontato che il libro che stiamo leggendo sia stato concepito così come ci appare sulla pagina.

Per tenere a mente il concetto e alimentare la riconoscenza, ho scritto a Giulia Zavagna, traduttrice e redattrice editoriale; le ho chiesto dell’ultimo libro che ha tradotto, L’ospite e altri racconti di Amparo Dávila, un’autrice messicana dallo stile inafferrabile. Giulia mi ha parlato delle gioie e dei dolori del traduttore, degli strumenti di lavoro e delle peculiarità del mestiere. A chiudere il cerchio: super lettori, minacce invisibili e Italo Calvino.

Per descrivere il genere a cui appartengono i racconti di Amparo Dávila sono stati utilizzati diversi aggettivi: fantastico, orrore, terrore, insolito, strano, fino al perturbante teorizzato da Sigmund Freud. Premesso che le etichette non aiutano perché tendono a escludere più che a includere, come lo definiresti tu?

Credo che definire l’opera di Amparo Dávila sia complesso proprio perché in qualche modo rientra in tutte le etichette che menzioni, eppure al tempo stesso a nessuna corrisponde completamente. Non si può negare che questi racconti siano accostabili al fantastico, a un’ispirazione a tratti gotica, se vogliamo, eppure nella quasi totalità dei casi manca l’elemento soprannaturale, così come manca un ribaltamento opposto, che dia una spiegazione del tutto realistica a quello che sta succedendo.

Sono convinta che la complessità e la meraviglia di questi testi stia proprio nel fatto che si muovono sul confine di vari generi codificati, senza abbracciare mai completamente una definizione, un’etichetta appunto: i narratori sono spesso inaffidabili, in preda al delirio o a forme di pazzia, e in molti casi l’intero racconto si regge su ciò che l’autrice decide di non rivelarci. Ecco, dal punto di vista della traduzione mantenere quel fondamentale margine di non detto, cercare lo stesso grado ambiguità che caratterizza il testo originale, senza cedere alla tentazione di chiarire troppo, è stata forse la cosa più difficile.

Sebbene non fosse un’attivista in senso stretto, alcune storie di Amparo Dávila sono considerate espressione di un certo femminismo. Sei d’accordo con questa lettura?

Assolutamente sì: come spesso accade, si tratta di una lettura a posteriori, che ha tra l’altro contribuito a riportare in auge una scrittrice che per lunghi anni era stata dimenticata. Eppure mi sembra un’interpretazione del tutto plausibile, a partire dal fatto che molti dei suoi racconti affrontano tematiche come il corpo, la sessualità (o la repressione di questa), il ruolo della donna nella società borghese. Penso a racconti come La cella, La colazione, o ancora L’ospite – uno dei suoi testi più famosi –, che vedono come protagoniste donne assolutamente normali, in un contesto domestico e privato che però non ha nulla di rassicurante, anzi spesso rasenta l’incubo.

Se pensiamo che questi racconti sono stati scritti in Messico tra la fine degli anni Cinquanta e la fine gli anni Settanta, è quasi inevitabile leggerci una rappresentazione della condizione della donna all’epoca. Eppure, come ben dice Alberto Chimal nella prefazione al volume, questo non è che uno degli aspetti di un’opera che ha messo in crisi intere generazioni di critici, proprio per il suo essere così densa, evocativa, sfuggente a qualunque classificazione.

Amparo Dávila e Julio Cortázar erano amici. Lui le ha dato consigli di scrittura, lei gli ha dedicato un racconto (Il funerale). A proposito di Julio, del quale hai tradotto alcuni testi, pensi che ci siano delle corrispondenze tra la sua scrittura e quella di Dávila?

Sì, in tempi non sospetti ho avuto la fortuna di curare l’edizione italiana dell’epistolario di Cortázar, che contiene alcuni splendidi scambi con altri scrittori, fra cui una giovanissima Amparo Dávila. Dopo aver letto Tiempo destrozado, la prima raccolta di Dávila, pubblicata nel ’59, Cortázar le scrive: «solo pochi racconti nascono con la giusta vitalità, con quel diritto a perdurare nella memoria che è la loro terribile forza e la loro più grande bellezza» (Julio Cortázar, Carta carbone, edizioni SUR). A partire da quel momento tra i due è nata una bella amicizia, le cui radici credo si possano trovare nella stima reciproca, e in una certa affinità letteraria, penso a Poe o a Leonora Carrington.

Alcuni racconti di Dávila, risentono senz’altro degli echi e delle suggestioni cortázariane, su tutto mi viene in mente l’uso del non detto in un testo come Casa occupata di Cortázar, uno dei racconti più celebri di sempre. Tuttavia, da lettrice, trovo che i meccanismi narrativi siano diversi; in Dávila c’è meno costruzione, più materia viva, per dirlo in qualche modo, e anche per certe tematiche affrontate – la pazzia, la morte – mi sembra che i due autori si discostino un po’. L’universo di Dávila è al tempo stesso più domestico e cupo, e forse per questo a tratti più inquietante.

Che differenza passa tra Giulia traduttrice a Giulia lettrice? I tuoi racconti preferiti corrispondono a quelli sui quali hai lavorato con più entusiasmo? 

Ti direi che succede proprio così, e invece pensandoci credo che sia avvenuto esattamente il contrario: i racconti che mi hanno dato più filo da torcere (in questo caso senz’altro Frammento di un diario, L’ospite, Alta cucina e Óscar, giusto perché non posso citarli tutti!), sono quelli a cui ora sono più affezionata. È molto difficile conservare le primissime impressioni di lettura dopo aver passato così tanto tempo su un testo, quindi è possibile che le mie preferenze di oggi non siano le stesse di un anno fa.

E qui mi permetto un piccolo aneddoto, perché sull’entusiasmo con cui ho affrontato questo libro ha influito molto anche il periodo che stavo (che tutti stavamo) vivendo: dopo una prima stesura iniziale, ho svolto il grosso del lavoro durante i mesi di lockdown. Alla difficoltà di concentrazione dei primi giorni è ben presto subentrata una strana forma di immedesimazione: lavoravo ai racconti di Amparo Dávila – che spesso parlano di minacce invisibili, impalpabili, eppure del tutto reali – e quando spegnevo il computer era come trovarsi comunque dentro una delle sue storie. È stato stranissimo, oggi direi un regalo.  

Quando non è possibile un confronto diretto con l’autore per risolvere eventuali dubbi interpretativi, come si può ovviare al rischio di una traduzione ‘infedele’? 

Ammetto che mi vengono un po’ i brividi di fronte a questa definizione: le sfumature sono così tante ed elaborate, che il concetto di fedeltà/infedeltà mi sembra del tutto superato, preferisco eventualmente ragionare in termini di perdita, visto che nell’economia di un testo può spesso capitare di dover scegliere a quale interpretazione, a quale sfumatura della lingua affidarsi, di fronte all’impossibilità di rendere una certa ambiguità o un certo doppio senso, per esempio.

In ogni caso, è vero, ogni volta che posso cerco di discutere con gli autori i passaggi più spinosi dei testi a cui sto lavorando. Questa volta non è stato possibile, per ovvie ragioni (l’autrice è mancata a fine aprile, a 92 anni, altro sottile dettaglio cupo che chissà quali effetti avrà avuto sull’ultima stesura…), ma sono stata fortunata perché la mole di opere critiche su Amparo Dávila è davvero sconfinata, quindi ho cercato di approfondire in questo modo. Come in altri casi, poi, ho avuto la possibilità di consultare anche le altre traduzioni esistenti, in questo caso il volume The Houseguest and Other Stories, uscito per New Directions nella traduzione di Audrey Harris e Matthew Gleeson. Che sia per chiarire un dettaglio, per trarne ispirazione o per discostarmene, trovo sempre molto utile fare questo tipo di letture incrociate, quindi cerco di approfittarne ogni volta che se ne presenta l’occasione.

Stephen King consiglia agli scrittori esordienti di avere in mente un lettore ideale al quale rivolgersi. Per il traduttore funziona allo stesso modo? 

Immagino di sì, anche se forse non esattamente allo stesso modo. È come se il traduttore stesso fosse una sorta di superlettore, banalmente per la quantità di volte che affronta il testo, lo legge, lo rilegge, lo seziona, lo interpreta, lo riscrive, lo fa decantare, lo rilegge, lo rivede, lo rilegge ancora. Prendo in prestito il titolo di una famosa conferenza di Calvino: «Tradurre è il vero modo di leggere un testo».

È ovvio però che questo non avviene in una bolla inespugnabile, ma in un contesto ben preciso, in cui il traduttore ha molti più interlocutori di quanto si possa immaginare: credo che avere in mente un «lettore ideale» per un traduttore significhi lavorare pensando contemporaneamente all’autore del testo, all’editore che lo pubblicherà e al lettore che infine lo avrà tra le mani.  

Esiste qualcosa di simile a un “processo creativo del traduttore”? Quali sono gli strumenti di lavoro che utilizzi? 

Per me la traduzione è un lavoro del tutto artigianale, un mestiere che come tutti prevede certe tecniche e pratiche virtuose che si vanno affinando con il tempo, e certi strumenti che si imparano a maneggiare sempre meglio. Senz’altro all’interno di questo processo rientrano migliaia di decisioni che possiamo definire come l’apporto creativo del traduttore, ma per quanto mi riguarda non lo avvicinerei in alcun modo all’approccio autoriale, il mio è più l’atteggiamento di chi si mette al servizio del testo e dell’autore, per poi idealmente sparire dietro questi a lavoro ultimato.

Gli strumenti indispensabili mi sembrano da anni sempre gli stessi: quella famosa «stanza tutta per sé», nella quale infilo anche condizioni contrattuali idonee, tempi giusti, che permettano la cura giusta; ovviamente tutti i dizionari, glossari, tesauri possibili, e una curiosità che spinge a passare ore intere sulle loro pagine; le letture più varie e un’incertezza più salda a ogni nuovo libro che si affronta, e per incertezza intendo una precisa abitudine a mettere in dubbio tutto, anche i riferimenti più banali.

Come pensi che sia percepita la figura del traduttore all’interno della filiera editoriale? È cambiato qualcosa negli ultimi anni?

Il solo fatto che qui stiamo parlando di traduzione così nel dettaglio mi sembra un ottimo segno. Purtroppo la strada da fare a livello di tariffe e contratti è ancora lunga: non esiste un albo professionale, il compenso a stralcio è spesso molto inferiore alle tariffe medie degli altri paesi europei, nella quasi totalità dei casi non sono previste royalties per i traduttori. Su tutti questi aspetti rimando gli interessati al sindacato Strade, che sta facendo un grandissimo lavoro in questo senso.

L’impressione, tuttavia, è che in questi ultimi anni si stiano creando sempre più spazi dedicati a ogni figura della filiera editoriale, e il traduttore non è escluso, anzi: sono molte le iniziative rivolte sia agli addetti ai lavori sia al pubblico generico, e le occasioni di aggiornamento professionale si moltiplicano. Mi sembra che in generale ci sia maggior consapevolezza da parte dei lettori, che sempre più spesso sono informatissimi e curiosi. Da parte mia, è un piacere poter contribuire anche solo minima parte a creare un dialogo intorno alla traduzione e intorno ai libri, quindi ne approfitto per ringraziarti dell’opportunità.

Giulia Zavagna è nata nel 1986 a Santa Margherita Ligure e vive e lavora a Roma. Traduce narrativa e saggistica dallo spagnolo. Dal 2014 lavora per SUR in qualità di editor e redattrice. È docente di traduzione, revisione e scouting editoriale presso la Scuola del libro.

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