Della Mite di Dostoevskij e altre storie

Due donne, due vite, stessa sorte: una finestra, e all’improvviso un salto nel vuoto. Una premeva un’immagine sacra contro il petto, l’altra portava in grembo un figlio ed era prossima al parto. Entrambe sono realmente esistite e le loro vite sono state sublimate da due artisti diversi: Dostoevskij (1821-1881) e Modigliani (1884-1920), che in comune hanno avuto ben poco.

Il nucleo di questa breve riflessione nasce da un’involontaria associazione mentale di  qualche anno fa, sorta durante la visita di una  mostra allestita a Palazzo Reale dedicata alla collezione Netter e ai pittori maledetti: Modigliani, Soutine e altri. Leggendo le didascalie sotto alcuni ritratti di Modì, scoprii la triste storia d’amore della donna che fu anche la sua ultima musa: quei tratti così dolci e placidi richiamarono subito, nella mia mente, un racconto di Dostoevskij. Infatti, la prima di queste due donne altri non è che la protagonista di uno dei racconti più famosi dell’autore russo, La mite, di cui  non si conosce neppure il nome; la seconda, invece, è la bellissima, giovane e sfortunata compagna di Modigliani, morta a Parigi nel 1920, Jeanne Hébuterne.

Le storie di queste due donne sembrano avere solo l’epilogo in comune, non la motivazione che le ha spinte al suicidio. Tuttavia, entrambe  sono state descritte – o riportate dalle cronache – come persone miti.
Ma che cos’è la mitezza, sinonimo di docilità e mansuetudine? È una virtù ma anche un sostantivo che evoca rassegnazione e sottomissione, una parola il cui contenuto è difficile da definire, difficile da misurare, sempre meno utilizzata, sempre più astrusa, perché una  persona mite è una persona che non si ribella, che non mormora, che non si oppone al proprio destino ma che, con pazienza, ne accetta il compimento, che non alza i pugni contro il cielo, che non disdegna il sacrificio di sé. E in un mondo in cui l’uomo si è convinto di essere l’artefice del proprio destino,  un simile temperamento non ha diritto di cittadinanza.

Queste due donne, compiendo quel gesto estremo, non si sono forse ribellate? Tornando al racconto di Dostoevskij,  esso venne pubblicato per la prima volta nel novembre del 1873 all’interno della rubrica Diario di uno scrittore curata dall’autore per la  rivista “Il cittadino”; nacque da un caso di cronaca che lo aveva colpito particolarmente: una donna si era precipitata dalla finestra con un’icona tra le braccia, compiendo un suicidio senza ostentazione. La mite 1 del racconto è, invece, una giovane che ha da poco compiuto lo stesso gesto e di cui il marito, ormai vedovo, non riesce a darsi una spiegazione:

«…Finalmente lei giace qui – va tutto ancora bene: posso andare da lei a guardarla ogni istante; ma domani che la porteranno via, come farò io a rimanere solo? Adesso lei giace nel soggiorno: hanno messo insieme due tavolini da gioco, mentre la bara la porteranno domani, una bara bianca rivestita di ‘gros de Naples’, ma del resto non volevo parlare di questo… Continuo a vagare per la stanza, tentando di darmi una spiegazione. Ormai sono sei ore che tento una spiegazione, ma non riesco ancora a mettere a punto i miei pensieri.»

Inizia così un lungo monologo interiore (uno dei primi nella storia della letteratura… Freud, Joyce, Proust erano ancora dei fanciulli),  che assomiglia molto a una confessione; davanti alla salma della sua defunta sposa, egli s’interroga sul perché di quel gesto estremo, lui che credeva di  averla ‘salvata’ da un matrimonio combinato con un uomo molto più anziano di lei, lui che era convinto di averle fatto del bene, di averle dimostrato generosità ma anche di averle trasmesso il suo amore, in realtà si rende conto all’improvviso che tra loro si era eretto un muro di silenzio, regnava l’incomunicabilità e quelle sue convinzioni erano solo il frutto di una sua proiezione mentale, di ciò che avrebbe voluto che fosse ma non di ciò che veramente era  stato.

«Perché, perché fin dall’inizio abbiamo sempre taciuto?[…] Vedete, signori, esistono delle idee…cioè, vedete, certe idee espresse, diventate parole, si trasformano in qualcosa di terribilmente stupido. Davvero così stupido che c’è da vergognarsene. E perché? Ecco perché. Perché siamo così superficiali da non sopportare la verità, o che altro ne so io! Ho detto proprio ora ‘il più generoso degli uomini’. Suona ridicolo, eppure era così

È un racconto pieno di disperazione tardiva ma, come scrisse Leonid Grossman, una delle disperazioni più potenti della letteratura universale.2 Infatti, non basterà quel gesto estremo a far comprendere al protagonista il vero motivo che l’ha spinta: quel  bisogno di essere e non di apparire, di libertà e non di cieca sottomissione, perché ciò che lui le aveva offerto in verità era soltanto una diversa forma di schiavitù, un assoggettamento a quel suo piccolo potere, atto a riversare su un’altra creatura le proprie frustrazioni  – ammantate di benevolenza e compassione –  come nella migliore tradizione dostoevskjiana. La mite, in un momento di lucida follia, punterà perfino una pistola alla tempia del marito mentre dorme, ma non premerà il grilletto, preferirà uscire di scena in silenzio e conquistare la sua libertà, significato che lui continuerà a non cogliere.

«Non volle ingannarmi con un mezzo amore, con un quarto d’amore sotto l’aspetto dell’amore. Era troppo onesta, ecco la spiegazione! E io volevo inculcarle nel cuore una visione più ampia ed elevata, ricordate? Un pensiero davvero strano. Sono terribilmente curioso di capire se lei mi stimasse. Non so se mi disprezzasse o meno. Strano e terribile: perché non mi è mai passato per la mente, per tutto l’inverno, che lei potesse disprezzarmi? Ero convinto al massimo grado del contrario, fino a quell’istante in cui mi guardò con ‘severo stupore’.»

Io, io, io…

Modigliani con la moglie Jeanne Hébuterne

L’altra donna, Jeanne Hébuterne, è stata pittrice, compagna e musa di Modigliani, protagonista di una storia d’amore talmente travolgente da condurla, all’alba del giorno successivo a quello della morte del suo uomo, a gettarsi dal quinto piano del palazzo dove abitavano i suoi genitori. Le cronache dell’epoca la descrivono come una donna mite, innamorata, totalmente devota, una donna che aveva tentato di ‘salvare’ Modì, pittore maledetto, alcolista e tubercolotico, senza riuscirci. Ostacolata dalla famiglia, non esitò ad andare a vivere con lui sfidando le convenzioni dell’epoca, ebbero una figlia ma, durante la sua seconda gravidanza, la salute di Modigliani peggiorò: egli non aveva abbandonato nessuno dei vizi e degli eccessi che lo avevano consumato in vita. Povero in canna e dopo un’esistenza costellata di insuccessi artistici, morì fra le sue braccia promettendole, ancora in punto di morte, una nuova vita, un matrimonio, nuove prospettive e ostacoli che avrebbero superato insieme. Morto lui, per Jeanne non ci fu che il vuoto. Era stato un amore totalizzante, assoluto, dunque cos’altro poteva fare per ribellarsi al proprio destino? Era ancora giovane, ma lui non c’era più. Già Goethe aveva scritto del suicidio per amore ne I dolori del giovane Werther, la storia della musa modigliana ce lo conferma.

Ancora due curiosità. Al racconto di Dostoevskij si è ispirato Robert Bresson per il suo film Une femme douce, girato nel 1969, protagonista una giovane e bellissima Dominique Sanda. Alla storia di Jeanne Hébuterne invece è dedicata una stupenda canzone di Patti Smith, Dancing Barefoot, il cui testo ci offre una degna chiusa dell’articolo:

She is benediction
She is addicted to thee
She is the root connection
She is connecting with he

Here I go and I don’t know why
I fell so ceaselessly
Could it be he’s taking over me

I’m dancing barefoot
Heading for a spin
Some strange music draws me in
Makes me come on like some heroine.
[3]3

  1. Tutte le citazioni del racconto La mite sono state tratte dall’edizione “Racconti” di Dostoevskij, Oscar  Mondadori
  2. dall’Introduzione a La mite, edizione Bompiani , 1981
  3. “Lei è una benedizione/lei è dipendente da te/lei è il collegamento radicale/lei si sta collegando con lui

    Vado e non so perché/mi sento così incessantemente/può darsi che lui mi stia perdendo

    Sto danzando a piedi nudi/Roteando/una strana musica mi attira/mi fa sentire come se fossi un’eroina”

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4 comments

  1. Angelo D'andrea says:

    Bell’articolo! Con un linguaggio chiaro esprime idee chiare su un percorso tra letteratura pittura cinema e musica che ha molto senso. Più che una breve riflessione direi riflessione non dispersiva, quindi, breve ma puntuale, sul punto focale.

    • Paola Sabatini says:

      Grazie. D’altronde, la passione per la letteratura quasi sempre porta ad appassionarsi a tutte le altre arti ma, cosa ben più importante, a riflettere costantemente su ciò che da esse possiamo imparare.

  2. Maria Teresa Lezzi Fiorentino says:

    Fantastico! Un articolo molto interessante, con un’attenta analisi della mitezza e un sapiente accostamento delle due figure femminili. Un invito a rileggere Dostoevskij. Grazie

    • Paola Sabatini says:

      Grazie. Dostoevskij rimane uno dei miei autori preferiti, ogni volta che mi capita di leggerlo o rileggerlo è una vera gioia.

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