La Ballata di Buster Scruggs

Racconti e canzoni di una serie antologica

Se penso alle esperienze e al bagaglio della mia vita letteraria non penserei al western. Certo, avevo i soldatini di plastica degli indiani e una volta da bambino mi sono vestito da sceriffo a Carnevale: avevo due pistole di plastica ricaricabili con delle piccole miccette e quando tiravo il grilletto scoppiettavano facendo un sacco di fumo. Certo, ho visto tutti i film di Leone, ma come ho visto Bud Spencer mangiare fagioli in Lo chiamavano Trinità, e come hanno fatto il 99% dei miei coetanei e di altre due generazioni almeno. Ogni tanto gioco a Bang! con gli amici, mi sono fatto la foto da fuorilegge al Villaggio West di Gardaland, una sera vestito da bandito mi sono imbucato a una festa in maschera. So che ci sono i pellerossa e i cowboy, fuorilegge e sceriffi, assalti al treno e alla diligenza, fucili e colt, nel saloon si beve solo whiskey e non si dovrebbe sparare al pianista, ci sono le taglie e i cacciatori di taglie, chi bara a poker finisce male e il becchino è il lavoro più remunerativo del piccolo villaggio polveroso. Posso considerarmi un esperto di western? Non ho neppure letto Meridiano di sangue.

Questa era la mia inclinazione quando ho visto La Ballata di Buster Scruggs e cioè quello che è stato presentato come un film antologico “come i capolavori del neorealismo italiano”, simpatico stratagemma che ha permesso a Netflix e ai suoi creatori di essere distribuiti al cinema, partecipare al Festival di Venezia, vincere il Premio Osella per la miglior sceneggiatura, e infine essere candidati (ed essere pure tra i favoriti) per qualche Oscar. E infatti l’ultima produzione dei fratelli Joel ed Ethan Coen, non è molto diversa da una serie tv antologica della televisione delle origini come Ai confini della realtà, oppure senza andare troppo lontano, da Black Mirror.

Se i fratelli Coen sono liberi di dire che la loro serie è un film allora io sono libero di dire che il loro film è una raccolta di racconti, e se qualcuno ha qualcosa da dire in contrario, questa è la mia rivista e non ho paura di usare un po’ di buon piombo per scacciare quelle strane idee dalla testa di chi ha qualcosa in contrario.


La cornice dei racconti

Nelle serie antologiche, ogni puntata deve essere autoconclusiva e indipendente e se pure ci possono essere collegamenti, temi comuni o un discorso che inizia e si conclude, ogni episodio può essere consumato singolarmente. Quando a scrivere una sceneggiatura sono due autori di razza come i fratelli Coen, non possiamo provare ad avvicinarci al testo come se fosse una raccolta di racconti? Cercare in essi i piccoli dettagli che portano alla rivelazione? E poi La Ballata di Buster Scruggs è un libro.

È infatti un grosso volume il legame più immediato e palese tra i sei episodi. I due registi riprendono il classico tòpos disneyano1 e lo utilizzano come cornice: tutte le sezioni sono prima introdotte dal lento sfogliare delle pagine del libro e da una grande illustrazione a colori con una piccola anticipazione. Il testo della prima e dell’ultima pagina sono addirittura leggibili e possiamo godere di qualche riga dalla scrittura decisamente non banale. Nulla è lasciato al caso e il libro, seppur vecchio e consunto, è molto lontano dalle dime novel2 da cui è nato il genere western, le illustrazioni e la stampa sono di qualità e ogni immagine è protetta da un delicato foglio di carta velina. Non proprio economico, per un libro. E poi c’è la dedica:

To Gaylord Gilpin
Who shared with us these stories,
and many more alike, one night
in camp above the Roaring Fork
‘til approach of morn stained the sky
and our esteem for him stained our trousers,
This Book Is Dedicated3

Se per Walt Disney era soprattutto un modo per mediare e legittimare con l’autorevolezza della carta stampata i suoi rivoluzionari film animati, per i fratelli Coen è l’occasione per mettere subito in chiaro le cose: state vedendo degli episodi, tratti da un vecchio libro scritto di storie western, raccolte tempo prima da un narratore orale. E nonostante l’ironia coprologica sappiamo già che dovremo tenere alta l’attenzione per non farci sfuggire nulla di questa operazione postmoderna e non abbassare l’attenzione, col rischio che anche noi ci si dimentichi di andare in bagno. I sei quadri al primo sguardo sembrano rappresentare le più classiche avventure western, ci sono rapinatori, pionieri, cercatori d’oro, diligenze, indiani cattivi, pistoleri, tutto l’armamentario dell’epica americana vecchio stile, quella appunto fatta per l’intrattenimento popolare che non disdegna neppure i cowboy canterini. La mia preparazione potrebbe essere sufficiente.


The Ballad of Buster Scruggs

All day I’ve faced the barren waste
Without the taste of water, cool water
Old Dan and I with throats burned dry
And souls that cry for water, cool, clear water

Davanti a una Monument Valley così bella da sembrare finta, scenario e scenografia dei grandi film hollywoodiani a partire da Ombre rosse di John Ford, Buster Scruggs interpretato da Tim Blake Nelson canta il classico country Cool Water, canzone scritta nel 1936 dai Sons of the Pioneers4. Ed è proprio la prima ballata a spiegarci come sarà il resto della Ballata di Buster Scruggs: questa non è una canzone del West, è una canzone sul West come se lo immaginavano negli anni ‘30. Non è il vero West, ma è un West mediato e che è passato attraverso duecento anni di storia e cultura americana. E anche prima non è che si sentisse troppo bene. Il Wild West forse è nato nel 1883, quando Buffalo Bill creò il suo show itinerante, una via di mezzo tra un circo, un rodeo e una mostra etnologica. È un Far West finto fatto di scenografie, costumi pacchiani e canzoni anacronistiche, scritte quando il Vecchio West era morto e sepolto.

Per fugare ogni dubbio Buster, vestito di bianco come un damerino, si presenta guardando in camera come in uno show televisivo (o come nel primo western della storia) e l’effetto che fa il verboso protagonista quando entra in un saloon è lo stesso di Marty McFly in Ritorno al Futuro 2, sembra quasi fuori posto in un mondo in cui non viene mai preso sul serio, ma nel quale si muove con naturalezza affascinante, uccide, canta e intrattiene il pubblico con la stessa velocità e abilità. Ma ogni pistolero e ogni star ha poco tempo per brillare, presto infatti arriverà qualcuno di più giovane a soffiarti le luci della ribalta, sotto forma di ragazzotto nero vestito e di armonica armato. Buster Scruggs è finito, e vola in cielo canticchiando sereno. È il primo pungolo, il primo dei tanti livelli nascosti in cui il ragionamento è spostato sull’intrattenimento e su chi lo produce.


Near Algondones

Il secondo episodio si apre con un’altra scena significativa. Un pistolero solitario osserva un edificio, è una banca costruita esattamente in mezzo al nulla. È già chiaro che quello che ci troviamo di fronte è nuovamente un fondale teatrale, se vedremo una commedia o una tragedia non ancora, ma è come se il solitario cavaliere di Cool Water fosse arrivato alla civiltà per trovare finalmente l’acqua. Ma cosa dice il cartello sul pozzo? “BAD WATER”, le premesse sono ottime. Abbiamo anche il tempo di leggere cosa c’è scritto sulla banca: “First Federal Trust Co. of Tucumcari”. Per gli appassionati di Sergio Leone questo nome ricorda qualcosa, è infatti l’argomento della scena iniziale di Per qualche dollaro in più, quando il Col. Douglas Mortimer forza la fermata del convoglio proprio alla stazione di Tucumcari. Solo che la stazione non poteva esistere.

O almeno non poteva esistere nel film, perché non esisteva proprio Tucumcari, la sua presenza nel film è un evidente anacronismo. La città fu fondata nel 1901, due anni dopo l’arrivo della ferrovia. Sì forse la citazione è troppo colta, ma la dice lunga sul livello di esistenza della banca, del cavallo, del suo cavaliere, dell’erba e del cielo sopra: tutto quello che stiamo per vedere è falso. E non è poco. Nonostante questo è impossibile non godersi il bandito James Franco alle prese con un bancario folle, con la giustizia sommaria delle praterie e i continui colpi di scena che salvano il protagonista da morte certa. Ma non basta la fortuna e neppure ravvedersi, la giustizia e la morte nel West non guardano in faccia a nessuno, tutto è preda del caos e della violenza. Non c’è salvezza e nessun buon samaritano verrà a salvarti, quelli che sembrano amici sono traditori e i nativi americani non nascondono nessuna verità profonda e arcaica, non sono molto diversi dal cinismo che li circonda.

Il protagonista, prima di essere impiccato incrocia a lungo lo sguardo di una ragazza, è forse lei a nascondere il segreto e la bellezza della nostra vita miserabile? Buio, applausi, lo spettacolo è finito.


Meal ticket

Ed è uno spettacolo itinerante al centro dell’episodio seguente, quello con più citazioni letterarie dirette della raccolta. L’impresario Liam Neeson porta a spasso per una serie infinita di piccole cittadine di frontiera il suo meal ticket, che in inglese non significa non solo buono pasto ma anche “qualcuno da cui farsi mantenere”, una gallina da spennare. Questo tesoro è un vero e proprio fenomeno da baraccone, interpretato da un eccellente Harry Melling, senza gambe né braccia ma con uno straordinario talento: sa recitare alla perfezione qualsiasi cosa, dalle poesie di Shelley al Discorso di Gettysburg di Lincoln.

And on the pedestal these words appear:
“My name is Ozymandias, king of kings:
Look on my works, ye Mighty, and despair!”

recita lo storpio, sul palco smontabile allestito ogni volta in un cortile sempre più lurido e desolato, mentre il pubblico, prima numeroso e commosso si assottiglia sempre di più. L’impresario si occupa del suo artista con attenzione ma con distacco, lo trucca, lo imbocca, lo aiuta a pisciare, ma la distanza tra i due sembra incolmabile da entrambe le parti, nessuno dei due si rivolge mai la parola. L’artista usa la voce solo sul palco, mentre l’impresario prova a movimentare lo spettacolo con qualche effetto speciale. Ma non serve a nulla, lo spettacolo va sempre peggio, cerca conforto nella bottiglia e canta una simpaticissima canzone tradizionale irlandese che parla di infanticidio e impiccagioni.

They put a rope
Around her kneck
Weila Weila Waila
They put a rope
Around her kneck
Down by the River Saila
5

Questo dovrebbe essere una premonizione sufficiente per quello che accadrà alla fine del racconto, quando l’impresario scopre chi gli ruba il pubblico e acquista da lui una vera gallina dalle uova d’oro, una gallina vera, che a quanto pare sa contare. Niente però può prepararci al crudele finale: ormai inutile, incapace di cambiare il proprio pezzo per adattarsi alla moda aviaria, l’artista deve essere eliminato alla prima occasione utile. Un’altra cinica metafora sul mondo dello spettacolo, raggelata dal terribile sorriso di Liam Neeson.


All gold canyon

Mentre in Italia il genere western si è diffuso soprattutto tramite i film e i fumetti (lasciando da parte un autore anarchico e sui generis come Valerio Evangelisti) negli Stati Uniti già a cavallo del novecento la quantità e la qualità della letteratura western cominciò ad aumentare. E uno dei più grandi autori ad essersi confrontati con il genere è Jack London. Non dovrebbe dunque stupirci se questo episodio è tratto da un suo racconto: All Gold Cañon, pubblicato nel 1905. I fratelli Coen, di fronte a un autore di questa mole procedono con cura inaspettata, con un adattamento di straordinaria fedeltà. In questo caso i dettagli, le piccole differenze, sono ancora più importanti per raccontare la stessa storia da un’altra prospettiva.

Una vallata incontaminata si apre allo sguardo, così perfetta da sembrare un cartone animato, ma la magia dura poco, perché a interromperla sono le note del canto di un uomo.

È Tom Waits, nella parte di un anziano pioniere, per l’esattezza un prospettore, un cercatore d’oro. Con precisione metodica il vecchio comincia a scavare piccole buche nel terreno per verificare la presenza di oro, grazie alla sua esperienza e alle sue conoscenze, guadagnate nel corso di chissà quale vita di fatica. Lui sa che c’è un bel gruzzolo là sotto da qualche parte, lo chiama Mr. Pocket, deve solo avere pazienza e lo troverà. È il sogno americano: se lavori sodo puoi arrivare dove vuoi. London e i fratelli Coen ci cullano, nell’attesa: «There’s a little bit of pulling the rug out from underneath you» dice Joel durante un’intervista. «We get you invested, then shake the floor»6.

E infatti il colpo di scena non tarda ad arrivare, proprio dopo aver finalmente raggiunto il suo Mr.Pocket il cercatore viene aggredito e colpito da un uomo, sbucato fuori dal nulla. Per fortuna l’aggressore è uno sbarbato qualsiasi, e oltre a distrarsi facilmente (lascia la sua arma per arrotolarsi una sigaretta e segue per secondi interminabili un gufo in volo) non è troppo sveglio e il cercatore riesce ad avere la meglio dopo essersi finto morto. È la vittoria dell’esperienza sulla giovinezza e sull’arroganza. Se pensiamo alla lunga carriera di Tom Waits come musicista e autore alternativo e indipendente non possiamo pensare che sia tutto un caso. Un’altra metafora sulla produzione artistica?

– You measly skunk!
– You measly skunk!
[gunshot]
– Camping on my trail! Letting me do all the work!
And shooting me in the back! And shooting me in the back!
[sobs]
[old man groans]
[shouts]
[gasping] You measly skunk. You shot me in the back!
[cries out]
[sobbing screams] It went clean through.
He didn’t hit nothing important.
[sobbing] He didn’t hit nothing important. Nothing important.
[sobs] Just guts7is all you had!


The miner was sobbing and struggling for breath. “Measly skunk!” he panted; “a-campin’ on my trail an’ lettin’ me do the work, an’ then shootin’ me in the back!” He was half crying from anger and exhaustion, He peered at the face of the dead man. It was sprinkled with loose dirt and gravel, and it was difficult to distinguish the features.
“Never laid eyes on him before,” the miner concluded his scrutiny. “Just a common an’ ordinary thief, damn him! An’ he shot me in the back! He shot me in the back!”
He opened his shirt and felt himself, front and back, on his left side.
“Went clean through, and no harm done!” he cried jubilantly. “I’ll bet he aimed right all right, but he drew the gun over when he pulled the trigger–the cuss! But I fixed ‘m! Oh, I fixed ‘m!” His fingers were investigating the bullet-hole in his side, and a shade of regret passed over his face. “It’s goin’ to be stiffer’n hell,” he said. “An’ it’s up to me to get mended an’ get out o’ here.”

Le differenze tra i due brani sono davvero minime, ma eliminando anche solo l’accenno al fatto che non lo avesse mai visto prima ci viene instillato il dubbio che forse i due si conoscessero o avessero un legame di qualche tipo. Il cercatore, riprese le forze, abbandona la valle con il suo prezioso bottino, cantando la stessa canzone di quando è arrivato, riportando la calma nella vallata. Al peccato e alla gloria di Dio, questa volta i Coen sostituiscono una dolce canzone d’amore verso una madre, una Natura apparentemente piena di opportunità ma feroce e sanguinaria, dove solo il più forte sopravvive.

I kiss the dear fingers,
So toil-worn for me,
Oh, God bless you and keep you, Mother Machree8.

Tu’n around an’ tu’n yo’ face
Untoe them sweet hills of grace
(D’ pow’rs of sin yo’ am scornin’!). Look about an, look aroun’,
Fling yo’ sin-pack on d’ groun’
(Yo’ will meet wid d’ Lord in d’ mornin’!).

The gal who got rattled

Come uno specchio, l’unico altro episodio tratto da un’opera letteraria arriva subito dopo. Si tratta del racconto omonimo The gal who got rattled dello scrittore americano di western Stewart Edward White, autore di levatura sicuramente minore rispetto a Jack London e con cui i due registi si sono presi molte più libertà, senza modificare il finale che deve essere piaciuto fin da subito a quei cinici misantropi.

Una coppia di fratelli si è unita alla Oregon Trail con altri pionieri che migrano verso la West Coast, la traversata è piena di imprevisti e uno dei due fratelli muore, lasciando la povera Miss. Longabaugh, giovane donna poco esperta della vita, senza un riferimento seppur fastidioso come il fratello. Fortunatamente Bill Knapp, una delle guide della carovana, mentre prova ad aiutarla ad affrontare le tante piccole difficoltà del viaggio si invaghisce di lei e le propone di sposarla per risolvere un problema economico. Non vuole infatti finire come il suo compagno Mr. Arthur, ormai vecchio e senza una famiglia. La ragazza, interpretata da Zoe Kazan, mentre scopre lentamente la sua individualità senza l’opprimente fratello, accetta e i due sembrano dirigersi verso un futuro radioso, uniti non solo dalla convenienza ma anche da un’effettiva vicinanza di spirito.

Nel racconto originale è Alfred, il rude e timido cowboy di poche parole ma di grande abilità ad avvicinarsi alla giovane ragazza, un’antipatica e supponente ricca cittadina che vuole soddisfare la sete di avventura del suo fidanzato, mentre Billy Knapp è poco più di un nome. Il racconto originale sembra rivolto ad un pubblico che ora noi chiameremmo incel, giovani maschi un po’ misogini e solitari che meditavano una giusta vendetta contro quelle donne che non riconoscevano la loro superiorità.

Le due versioni si riuniscono però nel finale: la ragazza, imprudentemente allontanatasi dalla carovana, viene raggiunta da Alfred/Mr.Arthur nella prateria, proprio quando stanno per arrivare dei pellerossa. Le loro intenzioni sono bellicose, il loro numero eccessivo, la carovana troppo distante. Ma Mr.Arthur sa cosa fare e dopo essere diventato improvvisamente verboso (per una volta sa cosa fare e cosa dire) e prova a difendersi sfruttando le buche dei cani della prateria, avvertendo però la sconvolta ragazza di non farsi catturare viva. Durante uno scontro particolarmente duro il cowboy cade a terra ma riesce comunque ad avere la meglio, la ragazza, convinta di essere perduta, si toglie la vita. Anche in questo caso la lettura è consigliata, soprattutto per vedere come da uno scialbo racconto si possano creare e far crescere dei personaggi di spessore e profondità.

Non ci sono canzoni in questo episodio, ma solo la difficoltà di comunicare, esprimersi e aprirsi agli altri, uno dei temi più cari ai fratelli Coen, nascosto sotto il loro truce realismo. E ce lo ricordano scrivendolo proprio nell’ultima riga, prima di voltare pagina.

Mr. Arthur had no idea what he would say to Billy Knapp.


The mortal remains

Siamo infine giunti alla fine del nostro viaggio e probabilmente sarete stanchi morti, più o meno come i passeggeri della diligenza dell’ultimo episodio. Sì, perché la metafora principale dell’ultimo racconto è proprio il passaggio verso l’aldilà, ma non l’unica. Sì, perché nello splendore teatrale di quest’ultimo brano, gli autori hanno creato un pezzo letterario di straordinario valore. Sì, perché il silenzioso guidatore è La Morte, perché i due cacciatori di taglia si definiscono “mietitori di anime” e perché tutto, dai batacchi dell’hotel alla nebbiolina nell’ultima scena è davvero inquietante. Ma non è tutto.

La prima cosa che sentiamo è una canzone, nuovamente con una perfetta simmetria, la musica è tornata importante in questo ultimo quadro. La canzone è un palese anacronismo. Incisa nel 1908 in Gran Bretagna, Has anybody here seen Kelly?, popolarissima canzone da ballo che racconta di una ragazza che perde il suo accompagnatore nella grande città di Londra e lo cerca dappertutto. La versione contenuta ne La Ballata di Buster Scruggs è impossibile da trovare e probabilmente è stata inventata per l’occasione. A perdersi non è più l’uomo, ma la donna Molly, per colpa delle sue forme provocanti.

I passeggeri della diligenza sono sei e sono impegnati in una discussione filosofica, una di quelle splendide dissertazioni classiche in cui a ogni personaggio è attribuita una posizione e ne discute con gli altri, una forma che ha le sue origini nella Grecia Classica. Il Trapper, un vecchio cacciatore di pelli, sostiene che gli esseri umani siano tutti uguali come i furetti e gli altri animali; Mrs. Betjamen, donna pia e timorata di Dio oltre che moglie di un pastore, sostiene che ci sono due tipi di persone, le persone buone e i peccatori; Renè, un francese giocatore di poker e consumato viveur, afferma con relativismo che ci sono sì due tipi di persone ma sono fortunate o sfortunate. Thigpen e Clarence, i due cacciatori di taglie sostengono giustamente che nel loro lavoro le persone sono vive o morte; Mr. Thorpe non dice nulla, perché è un cadavere sul tetto della diligenza. Vi sembra di avere già sentito questo discorso dei due tipi di persona? Forse perché è una delle battute più comuni del cinema e il più famoso e forse il primo ad utilizzarla fu proprio Sergio Leone, ne Il buono, il brutto e il cattivo.

Durante la discussione Mrs. Betjamen ha un attacco d’ansia e per calmarla Clarence (il meraviglioso Brendan Gleeson) intona una canzone, che nonostante la dolcezza placida che tranquillizza tutti i passeggeri, ci racconta una storia tragica: le note sono familiari9, sono quelle di Streets of Laredo, una delle canzoni country western più famose di sempre, ma le parole sono diverse. Si tratta infatti dell’originale britannica, una ballata di cui si possono rintracciare migliaia di versioni differenti, dall’Irlanda a New Orleans, trasmesse con la tradizione orale: The unfortunate lad. La struttura della ballata rimane sempre la stessa, l’incontro con un giovane uomo morente che chiede gli venga fatto un funerale dignitoso, ma nelle versioni più antiche si specifica chiaramente anche il motivo della morte: la sifilide, per colpa di una donna.

My body is injured
And sadly disordered
All by a young woman
My own heart’s delight
Oh had she but told me
When she disordered me


Nonostante il tono triste e commovente della ballata, è impossibile non cogliere una sfumatura ironica e sfrontata, il soldato se l’è andata a cercare. Cosa possono aver trovato in questa canzone gli autori? La conferma che le storie che ci raccontiamo, ci siano in esse cowboy, pionieri, soldati o cavalieri, sono sempre le stesse anche se sempre diverse, e che tra tutte quelle che ci raccontiamo quelle più vere sono quelle che riescono a cogliere tutte le sfaccettature della realtà.

Prima che la diligenza arrivi alla sua destinazione però, i due cacciatori di taglie hanno ancora tempo di spiegarci qualcosa sul loro lavoro:

– Yes, well, we are a duo, a tandem, a team! They’re so easily taken when they’re distracted, people are. So, I’m the distractor with a little story, a little conversation, a song, a sparkle. And Clarence does the thumping while their attention is on me.
[Clarence] He’s very good, this one. You should see him.
– No, he’s good.
– I can thump.
[man] Mr. Thorpe, up there, a typical case. I told him the story of the Midnight Caller10
[whispers] “Someone is outside, knocking.”
“No, don’t open it, mother. What living thing could be out in such a storm?”
You know the story, but people can’t get enough of them, like little children. Because, well, they connect the stories to themselves, I suppose, and we all love hearing about ourselves, so long as the people in the stories ar us, but not us. Not us in the end, especially. The Midnight Caller get’s him… never me. Il’live forever.
I must say, it’s always interesting watching them after Clarence has worked his art, watching them negotiate… the passage.
[frenchman] Passage?
– From here to there. To the other side. Watching them… trying make sense of it as they pass to that other place… I do like looking into their eyes as they try to make sense of it. I do. I do.
[trapper] Try to make sense of what?
-All of it.
[woman] And do they ever… succeed?
How would I know? I’m only watching!

Ora provate a rileggere questo brano, ma immaginando che Thigpen e Clarence che parlano della Morte siano invece Joel e Ethan Coen che parlano del potere delle storie e dei loro metodi narrativi: uno di loro ci distrae, ci affascina, racconta, mentre l’altro approfittando della nostra distrazione ci sfila il tappeto da sotto le scarpe. Noi esseri umani, non possiamo fare a meno delle storie, perché ci aiutano ad affrontare la paura della morte e noi autori, che guardiamo voi spettatori e lettori cercare di afferrare il senso di tutto quello che abbiamo scritto, non siamo molto diversi da voi che guardate i nostri film, mentre contempliamo l’inesplicabile e terribile meraviglia dell’esistenza.

  1. Potete guardare ad esempio questa splendida raccolta di intro disneyane.
  2. Le dime novel sono un genere di racconti popolari, diffuso negli USA durante la seconda metà del 1800. Il nome è dovuto al basso costo e alla corrispondente bassa qualità. Caratterizzate soprattutto da storie d’azione, erano rivolte ad un pubblico di giovani maschi poco istruiti.
  3. A Gaylord Gilpin / che ha condiviso con noi queste storie, / e molte altre come queste, una notte / accampati sotto la Roaring Fork / finché l’arrivo del mattino macchiò il cielo e la nostra ammirazione per lui macchiò i nostri pantaloni, / Questo Libro È Dedicato. Insomma Gaylord Gilpin, nonostante il suo nome significhi qualcosa come “Allegrotto Stupidone” era così bravo a raccontare storie che i nostri autori hanno dimenticato i loro bisogni corporali.
  4. I Sons of the Pioneers sono una specie di supergruppo country americano, infatti sono ancora in attività, nonostante tutti i membri originali siano morti.
  5. Definita “senza alcun dubbio una delle più inquietanti ballate in lingua inglese” potete leggere a questo link il testo completo di The Cruel Mother
  6. Qui potete trovare tutta l’intervista concessa al Telegraph.
  7. «Just guts its’all you had!» con un tocco veramente raffinato, i fratelli Coen fanno pronunciare queste parole al cercatore mentre si tocca un fianco ma rivolgendosi al cadavere dietro di sè, “guts” infatti significa “budella” ma anche “coraggio”
  8. Qui potete leggere il testo integrale di Mother Machree e ascoltare una sua interpretazione
  9. Sono note familiari anche perché sono quelle del tema introduttivo del film.
  10. La storia del Midnight Caller è un altro esempio di racconto orale, e non è un caso che sia qui. Oltre ad essere un’autocitazione da Il Grinta, è anche una campfire story un racconto partecipativo da fare attorno al fuoco (come tutte le storie di questo “libro” ricordate?) e che serve a spaventare un po’ i bambini.
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