Joseph Roth. I suoi racconti, i suoi coralli

Provo una certa irritazione ogni volta che Joseph Roth, autore austriaco dell’ultimo periodo asburgico, viene confuso con Philip Roth, quello americano. Sia perché anagraficamente distanti – quando il primo moriva, l’altro aveva solo sei anni -, sia perché pur avendo avuto cognome, origini ebraiche e mestiere in comune, tali elementi hanno avuto un peso decisamente diverso nella biografia di ciascuno. E mentre di Philip ne parliamo e ne scriviamo sempre, soprattutto in prossimità del conferimento annuale del Premio Nobel per la letteratura, di Joseph non ce ne rammentiamo quasi mai, purtroppo. Dunque, eccomi qua a rendere omaggio e merito ad uno degli autori che hanno reso ricca e universale la letteratura mitteleuropea del primo Novecento, insieme a Canetti, Kafka, Musil, Schnitzler e Zweig.   

Joseph Roth
Un ritratto di Joseph Roth

Joseph Roth è stato giornalista, oltre che scrittore, e metà della sua produzione ne è la testimonianza; l’altra metà è composta di romanzi, saggi, novelle, racconti e poesie. Mi sono accostata a lui, per la prima volta, alcuni anni (decenni?) fa, quando da giovane studentessa universitaria, figlia di emigranti italiani rimpatriati cresciuta nel Nuovo Mondo, cercavo nelle mie letture quegli autori capaci di raccontare mondi perduti, società sgretolate, esili forzati, case dimenticate a cui non si poteva fare più ritorno. Li sentivo vicini, amici, provavo la loro stessa nostalgia, il loro stesso smarrimento, e leggerli mi era di grande conforto. Poi, gli anni sono passati, io sono cresciuta, e alcuni amici li ho dimenticati.

Poche settimane fa, insieme ad alcuni scratchreaders, ho riletto per combinazione uno dei suoi romanzi più famosi, La Cripta dei Cappuccini. Be’… è stato come ritrovare un vecchio amico che non è cambiato affatto, rimasto giovane e al tempo stesso saggio, così come lo avevo lasciato. Non ricordavo molto né delle sue storie né del suo stile, ma ricordavo di aver provato una bella sensazione quando lo avevo letto in passato: quella di poter credere nei miracoli. Solo chi ci crede veramente riesce a trasmettere ad un lettore una tale sensazione, la stessa che ho ritrovato nei giorni scorsi sfogliando, come fossero vecchi album di fotografie, tutti i libri che di lui possiedo. E così, subito dopo le vicende della famiglia Trotta, ho rispolverato una vecchia raccolta di racconti, otto in tutto, scritti da Joseph Roth nel corso di vent’anni, pubblicata in Italia per la prima volta da Adelphi negli anni settanta e intitolata Il mercante di coralli.

J. Roth è stato uno scrittore dallo stile generoso: ognuno di questi racconti, infatti, ruota intorno ad un personaggio e di ciascuno ci offre, sia pure in poche pagine, un passato che spiega il presente e che talvolta lascia intravedere un futuro, un insieme di storie utili a comporre quella grande casa con molte porte e molte stanze che Roth nella vita reale aveva perduto, in seguito al crollo dell’Impero Asburgico guidato dall’Imperatore Francesco Giuseppe, nel 1918.

I suoi personaggi abitano quella porzione di mitteleuropa che, sotto la guida degli Asburgo, racchiudeva popoli, religioni e tante lingue diverse, avvezza a coltivare le proprie radici senza rinunciare alla propria cultura, ad esprimere il proprio credo qualunque esso fosse, a preservare le proprie tradizioni identificandole con la terra in cui si è cresciuti e con il contesto in cui si è stati amati, educati e sorretti, cioè, la famiglia, a venerare il proprio imperatore, ad accettare, infine, lo smarrimento e la nostalgia conseguenti alla caduta della monarchia austro-ungarica.

Il castello di Schönbrunn (Vienna), residenza dell’imperatore Francesco Giuseppe

Tuttavia, i personaggi creati da Roth non sono degli eroi, ma un campionario di varia umanità. Anton Wanzl, in L’allievo modello, è ambizioso e falso, per tutta la vita offrirà di sé un’immagine contraria – di rettitudine e fedeltà -, aspettando di svelare finalmente se stesso in modo grottesco, tra le pareti della sua bara, con una risata, ridendo forte della credulità degli uomini e della stupidità del mondo. La piccola Fini, invece, protagonista de Lo specchio cieco, è l’immagine di chi crede ciecamente nelle false promesse di una vita migliore, per poi ritrovarsi sola e abbandonata, per di più senza poter fare ritorno a casa. In Aprile, la storia di un amore, un io narrante racconta una strana vicenda amorosa, dai toni vagamente surreali, che condurrà il protagonista a maturare la decisione di fuggire e di salpare verso New York, più per sottrarsi alle proprie responsabilità che per un sincero desiderio di scoperta.

Poi c’è Il capostazione Fallmerayer (uno dei miei racconti preferiti), di lui scopriremo che «distrusse la sua vita che, del resto, mai sarebbe stata brillante – e forse neanche a lungo andare felice – in un modo sorprendente»… il dottor Showronnek testimone, nel racconto Trionfo della bellezza, di ciò che seduzione e bellezza possono far ottenere e di ciò che la gelosia può invece distruggere, metafora di una società decadente… il conte Morstin, fedele al sovrano decaduto e a Il busto dell’imperatore, che una volta rimpatriato al termine della Grande Guerra, si domanda se quella sia davvero ancora la sua patria, poiché in realtà «si sente il cadavere di se stesso» ed è fermamente convinto che non sia «della politica mondiale che il popolo vive – e in ciò si differenzia simpaticamente dai politici, ma della terra che coltiva, del commercio che esercita, del mestiere che sa fare. Eppure, vota alle elezioni, muore nelle guerre, paga le tasse all’erario». Il conte rimarrà talmente fedele al suo passato da lasciare disposizioni testamentarie affinché la sua salma venga sepolta accanto alla fossa in cui giace il busto (non il corpo) di Francesco Giuseppe, busto rimosso dal giardino di casa sua per ordine delle democratiche autorità cittadine e sepolto non lontano da lì.

Ma è sugli ultimi due che vorrei soffermarmi: Nissen Piczenik – protagonista de Il leviatanoe Andreas Kartakquello de La leggenda del santo bevitore.

Il primo è un mercante di coralli, rispettato da tutti, «un ebreo di pelo rosso, la cui barbetta caprina color rame faceva pensare a una varietà di alga rossigna e conferiva a tutta la persona una sorprendente somiglianza con un dio marino». Un uomo convinto che i coralli fossero minuscoli animali marini che «solo per accorta modestia si fingevano alberi e piante, così da non essere attaccati o divorati dai pescecani». Piczenik è nato e cresciuto in pieno continente ma anela al mare e farà di tutto per trasferirsi laddove sente che il suo destino si potrà compiere, compreso imbrogliare i propri clienti vendendo loro coralli di plastica. Perderà tutto: clienti, denaro e moglie.

Alla fine, conscio di essere stato raggirato da un ciarlatano suo concorrente, di aver accettato di vendere chincaglieria pur di avere maggiori guadagni e di non aver più nulla da perdere, parte in un giorno d’aprile dal porto di Amburgo alla volta del Canada ma, pochi giorni dopo la partenza, la nave affonderà. Ma di lui non diranno mai che è annegato, solo che è «tornato dai suoi coralli, sul fondo dell’Oceano dove si torce il potente Leviatano».

Questo racconto, pubblicato per intero dopo la sua morte, è una struggente metafora di ciò che in vita Joseph avrebbe desiderato: ritornare in patria, dal suo imperatore, lui che era nato nel 1894 sotto l’Impero asburgico ed è morto in esilio dopo l’avvento del nazismo, nel 1939.

E se II Leviatano è una metafora, La leggenda del santo bevitore è una sorta di premonizione. Andreas Kartak, il protagonista, è un vagabondo che vive sotto i ponti lungo la Senna. Un giorno, incontra un misterioso benefattore che gli porge duecento franchi e che lui si impegnerà a restituire la domenica successiva, non allo stesso donatore ma come obolo da versare alla statuetta della piccola Santa Teresa di Lisieux – santa a cui l’ignoto benefattore è molto devoto -, che si trova nella cappella di Santa Maria di Batignolles.

Da quel momento in poi, prende il via un susseguirsi quasi ininterrotto di miracoli, il vagabondo sente di essere stato toccato dalla grazia ma non per questo inizierà a condurre una vita sana e proba, anzi, spenderà ogni franco in donne, alcol e cibo, rimandando di domenica in domenica la restituzione promessa fino a quando, colto da improvviso malore mentre si sta recando finalmente in chiesa, si accascia e viene trasportato di peso fino ai piedi della piccola statuetta della santa, dove poco dopo morirà. Il racconto si conclude con questa frase: «Conceda Dio a tutti noi, a noi bevitori, una morte così lieve e bella». Un auspicio personale?

Joseph Roth era un uomo di fede, nato ebreo ma morto cattolico, dopo essersi convertito al cristianesimo. Roth nella sua vita beveva, viaggiava e scriveva senza sosta. Un giorno, mentre era seduto al tavolino di un caffè parigino, dove spesso annotava i suoi pensieri, si è accasciato all’improvviso, morendo quattro giorni dopo.

Un passaggio sotto un ponte sulla Senna (Matt J Herring su Flickr)

A raccontarlo è Cees Nooteboom nel suo libro Tumbas, libro dedicato alle tombe di poeti e pensatori, tra cui figura quella di Joseph Roth. Riporta anche alcuni versi composti da Roth stesso proprio lì, in quel caffè, ora scolpiti in una targa ricordo:

Un’ora è un lago,
un giorno un mare,
la notte un’eternità,
il risveglio l’orrore dell’inferno,
l’alzarsi una lotta per la chiarezza.

Joseph Roth è stato un “mercante di coralli” che amava i suoi coralli, e i coralli erano le sue storie, nate dal suo vigile occhio osservatore, avvezzo a distinguere il vero dal falso, come un buon mercante deve saper fare.

Joseph Roth è stato un gran bevitore, a modo suo “santo” poiché credeva nei miracoli ed era convinto che all’interno di un miracolo non c’è nulla di cui ci si possa stupire.

Joseph Roth è stato un uomo d’onore anche se senza indirizzo, come il suo personaggio Andreas Kartak, costretto a vagare da un paese all’altro senza mai poter far ritorno a casa.

Mi auguro che alla fine Dio gli abbia concesso ciò che desiderava e che abbia trovato requie almeno nella patria celeste in cui credeva.


Nota: tutte le citazioni in corsivo sono tratte da Il mercante di coralli, Adelphi, 1981. Tranne quella di Nooteboom tratta da Tumbas, Iperborea, 2015

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