Il Bianco muove per primo

photo by Jez Timms www.jeztimms.carrd.co

Mettete che in un pomeriggio non meglio precisato di una delle tante primavere dei primi anni duemila, un’adolescente scopra il gioco degli scacchi. Che cominci a scrutare la scacchiera e osservi con occhi dubbiosi il susseguirsi delle mosse, cercando di coglierne il significato apparente o la logica nascosta, affascinata dal quel gesto definitivo che è la mossa di apertura. Da che mondo è mondo “il bianco muove per primo”, lo sanno tutti, lo saprà pure chi, tra voi, avrà iniziato anche una partita soltanto. Ecco. È in quel preciso istante, in quella manciata di secondi in cui le dita prendono la prima pedina e ne decretano il destino, che ha inizio la storia. O per meglio dire, il racconto.

Esiste per me, infatti, una profonda analogia tra quello che è l’inizio di un racconto e l’apertura di una partita, esiste un parallelismo sostanziale tra l’intento dello scrittore nei confronti del lettore e quello che ha il giocatore bianco nei confronti del nero.

Il bianco sceglie il pezzo, o personaggio, cui affidare le fila della narrazione, e lo muove con l’intenzione di dare un proprio ritmo, di impostare il gioco sulla base di una strategia che vuole colpire l’avversario là dove le difese sono abbassate, con l’intento di dare lo scacco matto al Re, ossia quella mossa che lo faccia capitolare.
Chiunque infatti vedesse il gioco come un freddo esercizio di logica o intelletto, sbaglierebbe: gli scacchi sono anche tanta pancia e tenacia, una continua difesa dai colpi che vi può infliggere l’avversario, la tutela del vostro io più profondo.

Un’importante caratteristica degli scacchi è anche l’intrinseca capacità che hanno di farsi metafora e veicolo di un sottotesto che vada oltre le mosse stesse ma che, con esse, risulti non fraintendibile: quella capacità di poter rappresentare qualsiasi lotta o contrasto, di qualunque natura sia, usando riferimenti meramente scacchistici, sapendo che il messaggio riuscirà a passare. Questo aspetto è ben descritto da una tra le tante possibili e affascinanti leggende riguardanti la nascita del gioco, che ci giunge dall’antica India e rappresenta gli scacchi come un mezzo per conoscere verità nascoste.

L’aneddoto inizia con l’assassinio del futuro erede al trono di un regno non meglio identificato dell’India: i consiglieri del regno, cercando un modo adatto per comunicare alla regina la notizia, si rivolgono a un filosofo. Dopo tre giorni di silenzio e meditazione, il filosofo incarica un falegname di scolpire trentadue figurine in legno di colore bianco e nero e di tagliare una pelle conciata a forma di quadrato dove poter incidere sessantaquattro quadrati più piccoli.

Sistemate le figurine sulla scacchiera, il filosofo si rivolge ad un suo discepolo dicendogli: «Questa è una guerra senza spargimento di sangue». Dopo avergli spiegato le regole basilari, i due cominciano a giocare. Presto si sparge la voce di una misteriosa invenzione e la regina in persona convoca il filosofo per una spiegazione. Osservando il filosofo giocare col suo discepolo, al primo scacco matto che segna la fine della partita, la regina comprende il messaggio nascosto nella rappresentazione simbolica e, rivolgendosi al filosofo, dice: «Mio figlio è morto».

Ecco allora che, secondo la leggenda, il gioco diventa emblema di un messaggio. Di una verità che, con l’ausilio di un preciso numero di mosse (tante o poche, non fa differenza, ma sono necessarie) e di una varietà di pedine diverse come ruolo, ma fondamentali per la loro presenza o “sacrificio”, giunge tanto più forte e chiaro, e per questo non dubitabile, alle orecchie o agli occhi di chi riesca a coglierlo.

La peculiarità del gioco degli scacchi, quindi, sta proprio nel suo farsi strumento nelle mani di chi lo maneggi, nel diventare esso stesso storia, proprio per il suo essere inscrivibile e circoscrivibile al racconto stesso. Una potenzialità ampiamente colta e sfruttata nella letteratura, o più in generale nel mondo artistico.

Uno degli esempi più famosi è rappresentato da La novella degli scacchi, in cui Stefan Zweig scrive:

«Conoscevo bene per diretta esperienza la misteriosa attrazione del “gioco dei re”, l’unico fra tutti i giochi escogitati dall’uomo che si sottragga sovranamente alla tirannia del caso e dia la palma della vittoria all’intelletto soltanto, o per meglio dire, a una forma particolare di talento intellettuale. Ma non ci si rende già colpevoli di una limitazione offensiva, nel chiamare gli scacchi un gioco? Non è anche una scienza, un’arte, oscillante fra queste due categorie come la bara di Maometto fra cielo e terra, straordinario legame fra tutte le coppie di opposti; antichissimo eppure eternamente nuovo, meccanico nella disposizione e animato solo dalla fantasia, limitato in uno spazio rigidamente geometrico e insieme infinito nelle sue combinazioni, in continua evoluzione eppure sterile, un pensiero che non conduce a nulla, una matematica che non calcola nulla, un’arte senza opere, un’architettura senza sostanza e nonostante ciò, com’è dimostrato dai fatti, più durevole nella sua essenza ed esistenza di tutti i libri e le opere, l’unico gioco che appartenga a tutti i popoli e a tutti i tempi e di cui nessuno sa quale Iddio l’abbia portato sulla terra per ammazzare la noia, acuire i sensi, avvincere l’anima. Dov’è in esso il principio e dove la fine?»

Zweig compose La novella degli scacchi nel 1941, pochi mesi prima di suicidarsi a Petrópolis, dove era emigrato per fuggire al nazismo. Nato in un Austria nel pieno del fervore artistico, culturale e cosmopolita di fine Ottocento, visse da ebreo gli orrori della Prima guerra mondiale prima e l’avvento del furore Hitleriano poi, che lo costrinse a vedere le proprie opere bruciare per mano dei nazisti.
È perciò interessante pensare che quest’ultimo racconto, assieme all’autobiografia Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, ne rappresenti il testamento letterario e che l’autore abbia scelto di affidare uno dei suoi ultimi messaggi proprio a questo gioco, che si dice essere stato la sua unica distrazione durante il periodo di esilio in Brasile.

La trama è all’apparenza piuttosto semplice. Il tutto si svolge su una nave diretta in America, in un non-luogo che più che descrivere il suo andare-verso sembra sottolineare il suo allontanarsi-da: una deriva metaforica ideologica del continente europeo ed esistenziale dell’autore.
A bordo troviamo il campione mondiale di scacchi Czentovič, un uomo rozzo e incolto che, nonostante la sua straordinaria bravura nel “gioco dei re”, è tratteggiato come ottuso e venale, incapace di pensare il gioco, tanto da portare sempre con sé una piccola scacchiera pieghevole con la quale provare le mosse.

Al campione viene contrapposto il misterioso e sensibile Dottor B., del quale l’autore con un flashback straziante ci descrive la reclusione forzata in una camera d’albergo avvenuta per mano della Gestapo.
Condannato all’alienazione da quel totale isolamento dallo spazio e dal tempo, il Dottor B. finisce con il giocare mentalmente contro se stesso infinite partite di scacchi: il gioco, pur non avendo mai disputato una partita reale, diventa così un rifugio dagli orrori circostanti, ma anche una mania, un’ossessione da cui non riuscirà a guarire.

Il duello scacchistico che scaturisce tra questi due personaggi altro non è che lo scontro tra due diverse culture, tra la vecchia e buona Europa incarnata dal Dottor B. e quella barbara e nuova incarnata invece dal campione, la modernità distruttiva pragmatica e non pensante contrapposta alle ideologie del passato. C’è, però, anche un altro scontro più profondo: quello rappresentato dalla partita psicologica che il Dottor B. gioca contro se stesso, continuamente sul filo del rasoio della pazzia cui il gioco lo aveva condotto in quei lunghi mesi di prigionia.

«Persino i pensieri, per quanto possano essere privi di sostanza, necessitano di un punto di appoggio, altrimenti cominciano a roteare e a girare senza senso su se stessi; anch’essi non riescono a sopportare il nulla.»

Tutto il racconto quindi, pur incentrandosi su questi continui confronti che paiono solo all’apparenza circoscritti alla scacchiera di legno, riesce a trascenderli e a descrivere, attraverso il delirio finale del Dottor B., la resa di un continente intero alla brutalità del nazismo e ai cambiamenti che stanno avvenendo, e la resa dell’uomo Zweig di fronte al crollo dei propri ideali: «Niente esercita sull’animo umano maggiore pressione del nulla».

Infatti, così come il Dottor B. del racconto non riesce a sfuggire al richiamo del nulla, incapace e in preda al delirio di terminare la partita decisiva, Zweig negò a se stesso la possibilità di “cercare una patta”, cioè di scendere ad un compromesso con quella versione contemporanea del mondo e della società in cui non si riconosceva più e che diventava ogni giorno più irrecuperabile.

Il suo rifiuto, uno scacco matto alla vita.

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