Il gallo d’oro di Juan Rulfo, racconto lungo o romanzo breve?

Questa è la storia di un racconto scritto alla fine degli anni Cinquanta, diventato il copione di un film negli anni Sessanta, pubblicato come romanzo inedito nell’Ottanta e diventato la trama di una telenovela nel Duemila. Si tratta de Il gallo d’oro di Juan Rulfo, scrittore, sceneggiatore e fotografo messicano, autore di una bellissima raccolta di racconti intitolata La pianura in fiamme (1953) e dell’altrettanto meraviglioso romanzo Pedro Páramo (1955), romanzo che ispirò in parte Garcia Marquez per Cent’anni di solitudine.

El gallo de oro, 1964

Il film

Siamo nel 1956. Un certo Sergio Kogan, produttore cinematografico, si lamenta durante un’intervista rilasciata a un giornale messicano per la scarsità di sceneggiature in circolazione degne di nota; salva solo un racconto che (a suo dire) è stato scritto appositamente per il cinema da Juan Rulfo, Il gallo d’oro, che presto potrebbe diventare un film. Ma non succederà, non ancora. Tre anni dopo, il 9 gennaio del 1959 viene depositato e annotato nel registro della S.T.P.C.  (una sorta di SIAE messicana) la copia carbone non di una sceneggiatura ma di un testo letterario intitolato Il gallo d’Oro. Arriviamo così al 1964, anno in cui esce finalmente nelle sale cinematografiche del Messico l’omonimo film tratto dal racconto di Rulfo, la cui sceneggiatura è stata scritta – a quattro mani – niente di meno che da Carlos Fuentes – giornalista, sceneggiatore e scrittore messicano  – e Gabriel Garcia Marquez – all’epoca noto più come giornalista che come scrittore; la regia fu affidata a Roberto Gavaldón mentre una splendida Lucha Villa canterà e reciterà nella parte di Bernarda, la Caponera.

Il libro

Nel mese di marzo del 1980, dopo un silenzio durato venticinque anni, Juan Rulfo pubblica finalmente un testo inedito che lui stesso definirà un romanzo, Il gallo d’oro. Purtroppo, buona parte della critica letteraria ne parlerà proprio come di un testo nato solo per il cinema, declassandolo a opera minore e non all’altezza dei suoi precedenti e unici due capolavori.

La telenovela

L’ultima bizzarria nata intorno a questo testo ci porta in Colombia dove – nel 2000 – è proprio il personaggio femminile della storia scritta da Rulfo a ispirare La Caponera, una telenovela di grande successo, lunga 146 episodi, prodotta da un’emittente televisiva colombiana, la RTI. In precedenza (1982) era stata prodotta anche una miniserie dalla stessa RTI, ma non raggiunse mai la stessa popolarità.

Il racconto

Perché di questo si tratta, di un racconto sia pure lungo ma pur sempre un racconto, se è vero che in Italia, per dirla con Marco Peano 1,  un racconto è compreso tra l’estremo di una riga e le quaranta/ cinquanta pagine, i fatti narrati convergono tutti verso il finale e nascono da un solo evento significativo, un fatto determinante per l’evoluzione del protagonista, attorno al quale lo scrittore costruisce la sua narrazione su un piano verticale.
Siamo a San Miguel del Milagro, piccolo paese dell’entroterra messicano. Qui vive, insieme alla madre vecchia e malata, Dionisio Pinzón, un giovane, povero, senza arte né parte, che fa lo strillone e introduce i combattimenti dei galli durante la fiera del paese; ‘l’evento significativo’ nel suo caso sarà quello di raccogliere un gallo dorato, sconfitto e malconcio, abbandonato dal suo proprietario al termine di uno di quei combattimenti, salvandolo così da morte certa. Lo porta con sé a casa, se ne prende cura;  la madre di Dionisio peggiora e muore mentre il gallo guarisce, una sorta di scambio tra le due vite. E così Pinzón da strillone diventa proprietario di un gallo da combattimento e va via da San Miguel, in cerca di fortuna. Incredulo, vince i primi combattimenti alla fiera di San Juan, dove assiste per la prima volta ad un’esibizione di Bernarda Cutiño, la Caponera. Lei è l’amante di don Lorenzo Benavides, un ricco proprietario terriero e padrone dei migliori galli da combattimento della zona, il quale si offre di comprare il gallo dorato a Dionisio, ma questi rifiuterà. Si rincontreranno qualche tempo dopo, il gallo di Dionisio nel frattempo è morto in combattimento per cui, non avendo altro da perdere, accetterà di lavorare per un po’ al servizio di don Lorenzo, come allenatore dei suoi galli, e di partecipare in sua vece ai combattimenti che presto scoprirà essere per lo più truccati. La fortuna comincia a girare in suo favore, torna a San Miguel per offrire miglior sepoltura alla madre morta, trascinandosi dietro un feretro. Non riuscendo a rintracciare le sue spoglie nel camposanto, se ne andrà da lì per non tornare mai più, pieno di disprezzo e portando via con sé la bara rimasta inutilizzata, in compagnia di un vecchio conoscente: Secondino Colmenero

[…] los dos marcharon hacia la ausencia, llevando por delante la extraña figura que, como cruz, formaban el ataud y el animal que lo cargaba 2.

Poco dopo rincontrerà Bernarda. Lei ha lasciato don Lorenzo in cerca di quella libertà e indipendenza a cui non sapeva rinunciare. Poserà i suoi occhi sul timido Dionisio, diventeranno amanti, poi marito e moglie e avranno una figlia, Bernarda Pinzón. Per molti anni gireranno insieme tutte le sagre e le fiere di paese, lui vincendo e lei cantando. Dionisio, con Bernarda al suo fianco, non perde mai.

[…] como si la unión de él con la Caponera le hubiera afirmado la suerte y crecido los ánimos, pues siempre se le veía seguro en el juego, tal como si conociera de antemano el resultado 3.

Juan Rulfo

Bernarda si trasforma nel suo talismano e lui diventa sempre più avido; a un certo punto, vincerà perfino la fattoria di don Lorenzo al gioco e sarà proprio questi a fargli capire che non è per bravura che ha vinto tanto ma solo per fortuna, una fortuna che durerà fino a quando avrà la Caponera al suo fianco, così come in passato era stato per lui. Bernarda già da qualche tempo si sente di nuovo in trappola, prigioniera, tenterà la fuga per poi ritornare da Dionisio. Riprenderanno a girovagare insieme fino a quando Bernarda comincerà a essere evitata da tutti i musicisti dei vari paesini. Ormai, ha perso la voce e col suo canto non riesce più ad ammaliare il pubblico dell’arena. Si consola con l’alcol, tornano a Santa Gertrudis, la fattoria appartenuta a Don Lorenzo, e lì si stabiliscono mettendo su una bisca. Dionisio chiede a Bernarda una sola cosa: di essere presente, ogni sera, tutte le sere, sia pure in silenzio, accanto a lui perché sa che solo così impedirà alla fortuna di abbandonarlo. Ma durante una di quelle sere, seduta e in penombra, Bernarda muore senza che Dionisio nemmeno se ne accorga. Lo capirà solo quando perderà ogni suo avere in quell’unica notte, tutto tranne il feretro con il quale, dopo essersi sparato un colpo, verrà sepolto. Il racconto si chiude con Bernarda Pinzón, la figlia ormai cresciuta, che segue le orme della madre e diventa a sua volta una cantante popolare, dando vita a una nuova storia…tutta da scrivere.

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Solitudine, passione, vendetta, magia, tradizione, folclore, realismo, mito materno, una tecnica narrativa che alterna prima e terza persona con maestria, uno stile che disorienta il lettore – perché Rulfo non si cura mai di spiegare ma solo di rappresentare, come tanti fotogrammi in sequenza – conducendolo fra paesi polverosi, fiere chiassose, sagre e canti popolari, mostrandogli una quotidianità fatta di miseria e dell’impossibilità per l’uomo comune di cambiare la propria vita, tanto sarà il destino (o il caso o la fortuna) a decidere per lui, sono questi gli elementi che compongono questo piccolo gioiello ritrovato, più festoso e colorato rispetto alle atmosfere cupe e fantasmagoriche di Pedro Páramo ma ugualmente denso. Al povero Dionisio possiamo solo dire che ‘se ricco ti voleva, povero non ti faceva’!

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  1. Tratto da Il racconto breve, testo compreso nella serie Zoom Academy
  2. “i due si incamminarono verso il nulla, preceduti da una strana figura, una croce, composta dalla bara poggiata sul dorso dell’animale che la trasportava” – traduzione mia, El gallo de Oro di Juan Rulfo, Editorial RM, p. 92
  3. “come se la sua unione con la Caponera avesse rafforzato la sua fortuna e accresciuto la consapevolezza, poiché sembrava un uomo sempre sicuro di sé al gioco, come se conoscesse di già il risultato.” – ibidem, p. 97
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