Freeman’s, una rivista per superare i confini

Il mondo visto dall’alto rivela il proprio volto.[1]

Quando mi chiedo quale dovrebbe essere oggi il ruolo di una rivista letteraria, la risposta che mi do ha spesso a che fare con la parola investimento, che a sua volta ha una stretta connessione con la parola scelta. Parlo di investimento in termini letterari, ma anche etici e umani, perché il valore di un progetto come può essere una rivista è influenzato soprattutto dalla direzione che scegliamo di dargli.

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Certo, le nostre scelte dipendono da fattori estremamente soggettivi: rispondono al tipo di persona che si è, ai nostri interessi o inclinazioni, ma se alla base c’è un’idea forte per cui valga la pena prendersi dei rischi, il risultato si differenzia inevitabilmente dal resto, in un panorama letterario piatto e sempre uguale a se stesso.

Questo è esattamente il caso di Freeman’s – Scrittori dal futuro, pubblicato in Italia grazie a Edizioni Black Coffee, rispettivamente primo numero nell’edizione italiana e quarto in quella americana, della rivista letteraria di cui John Freeman è al contempo fondatore, critico ed editor. Dopo essere stato l’ex-direttore della rivista Granta e l’executive editor di Literary Hub, aver pubblicato Come leggere uno scrittore (dove ha raccolto le interviste ad alcuni dei più grandi scrittori, tra cui Roth, Wallace, DeLillo) e aver curato due antologie incentrate sul tema dell’ineguaglianza in America, nel 2015 John Freeman ha fondato questa rivista con un’idea chiara e precisa in testa, e alle intenzioni sono seguite scelte editoriali di estrema importanza etica e morale.

Se i primi tre numeri ruotano intorno a un nucleo tematico comune (“famiglia”, “casa” e “arrivo”) e riportano opere, seppur inedite, di autori già affermati, in questo numero Freeman ha mescolato le carte e riscritto le regole del suo stesso gioco, mosso dall’ambizione di creare una raccolta eterogenea in cui gli autori, più o meno sconosciuti al pubblico americano, possano rappresentare il futuro della letteratura, senza differenza di genere (scegliendo forme letterarie che vanno dal reportage al racconto, dalle poesie ad estratti da un romanzo), sesso, età o identità nazionale.

John Freeman
John Freeman by Deborah Tresiman

Nel concreto, il fine ultimo di questa antologia è offrire una scelta che sia il più variegata possibile, per dimostrare che, nonostante queste voci provengano da luoghi e soggetti infinitamente lontani gli uni dagli altri, il flusso che ne deriva è univoco e la coralità comunica nell’unica lingua capace di parlare a chiunque di noi, perché, proprio come «la bellezza non ha passaporto»[2], neanche la letteratura lo ha: cosa può esserci quindi di più adatto di una rivista per abbattere le barriere culturali, garantendo uno spazio dove poter leggere anche chi è molto lontano da noi?

Il pensiero di Freeman è molto chiaro: «leggere è un atto politico»[3], nella misura in cui «immettere nella nostra testa qualcosa che è stato scritto da qualcun altro ha qualcosa a che fare con il potere»[4]. Diventa perciò quasi necessario tentare di scardinare quei confini culturali e nazionali che ancora oggi rendono così difficile per un uomo leggere autrici donne, o per un americano leggere uno scrittore vietnamita.

Abbiamo una sola vita, un solo corpo e condividiamo gli spazi comuni con altre persone, quindi è fondamentale avere la capacità di immaginare di essere qualcuno che non siamo noi e la tecnologia che più di tutte ci aiuta in questo non è la realtà virtuale, ma sono i libri. La mia speranza con questo numero, visto che gli scrittori vengono da più di venti paesi, è rendere quel salto dal tuo corpo al corpo di un altro più facile.[5]

In un’intervista tenuta a Fahrenheit, su Rai Radio 3, (che vi consiglio di andare a recuperare nella sua interezza), quando viene interrogato su quale sia l’elemento che accomuni gli autori presenti in questo numero della raccolta, all’apparenza così distanti l’uno dall’altro, John Freeman risponde con la parola migration. Molti di loro infatti sono scrittori nati in un luogo e vissuti in un altro; il loro punto di vista è perciò il punto di vista di persone, prima che autori, che hanno provato sulla propria pelle diversità di prospettiva e cultura e conosciuto concetti come l’ingiustizia o il pregiudizio, e li hanno saputi rielaborare, senza mai rinunciare a quel bagaglio personale presente fin dalla nascita.

Da adulti leggiamo in maniera diversa. Il mondo che ci circonda e le persone che ne fanno parte hanno da tempo ricevuto un nome, un’etichetta. Col passare degli anni la nostra vita acquisisce peso, parte del quale, stranamente, deriva dalla perdita.[6]

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Le nostre radici, che rappresentano una delle più grandi ricchezze, diventano con il passare degli anni una pesante zavorra, perché tutto ciò che pensiamo e vediamo è filtrato dalla consuetudine; l’abitudine vizia l’età adulta, indirizzando le nostre scelte e preferenze, nella lettura come nella vita, verso ciò che è noto e familiare e che quindi rappresenta automaticamente l’unica versione possibile del mondo e della verità in esso racchiusa.

L’errore che non dobbiamo fare è illuderci che la fortuna di essere nati in luoghi privilegiati possa concederci il lusso di non ascoltare ciò che altre voci, che hanno vissuto esperienze totalmente diverse dalla nostra, potrebbero raccontarci; il loro punto di vista, mischiandosi col nostro, potrebbe generare nuove consapevolezze.
Freeman, con questo numero, ci offre sia l’opportunità di ascoltare, che il luogo per farlo.

Dissi: Da dove vengo io si muore per mano di nemici stranieri e traditori locali in giorni che la Storia non si prende il disturbo di registrare. Dissi: Da dove vieni tu lottate per ciò che ci ha rovinati con un ardore che solo coloro le cui lotte non sono ancora diventate rovine possono esprimere.[7]

La scelta di Black Coffee di tradurre e presentare questa rivista al pubblico italiano, scelta che non può che essere apprezzata soprattutto perché portata avanti da una casa editrice che si occupa di sola narrativa Nordamericana, è supportata da una splendida intervista di Francesca Pellas (pubblicata sul sito in due parti Parte 1 e Parte 2), che permette di conoscere meglio la persona dietro questo progetto.

La storia del mondo è fatta di migrazione e movimento. Migrano gli uomini e migrano le parole. C’è una cosa, però, che un grande scrittore è capace di fare – non importa dove è nato, in che lingua scrive, quali confini reali o immaginari ha attraversato, o se si sia davvero spostato: in ogni sua pagina troveremo qualcosa di potente che non sappiamo da dove viene. Qualcosa che parlerà alla nostra cartografia interiore: alle città invisibili che ci vivono dentro, a ciò che abbiamo lasciato in altre parti di mondo, al dolore, alla paura, alle ferite, alla gioia, all’amore che abbiamo dato e a quello che avremmo potuto dare, a ciò che ci ha aperti e consumati, rovinati oppure salvati, alle vite che non abbiamo vissuto e alla speranza che tutto quanto abbia un senso. Questo fa la letteratura: ci parla dal centro della terra.[8]

freeman's scrittori dal futuro rivista

L’universalità della letteratura può aiutarci a conoscere la realtà per com’è, perché più punti di vista sono leggibili, più il diaframma si apre e fa entrare luce.

Niente è facilmente raggiungibile senza impegno e costanza, niente che implichi la mancanza di ovvietà è privo di rischio, ma scegliere con cura e forte consapevolezza su cosa scommettere è già un chiaro indice del valore che c’è alla base di un intero progetto.

Il punto non è quanti dei 29 autori scelti per Freeman’s siano ora o rappresenteranno realmente il futuro della scrittura (se Diego Enrique Osorno con i suoi reportage, Elaine Castillo con i romanzi, o Ocean Vuong con le sue poesie): il punto è che se tra di loro ce ne fosse anche solo uno con cui trovare un punto di contatto, una voce che comunicando con noi o chiunque altro faccia nascere il bisogno di un approfondimento, la rivista avrebbe comunque raggiunto il suo scopo.

Penso che le riviste letterarie debbano correre dei rischi, perché sono pensate per essere l’avanguardia della letteratura. Devono pubblicare una scrittura che suonerà strana, persino brutta, prima che se ne riconosca la bellezza. Gli editori al contrario non possono correre molti rischi, invece, perché non sono fatti per stare troppo al passo con i tempi. Ecco perché gran parte di ciò che viene pubblicato dai grandi editori suona… familiare, o “buono” in un modo che non disturba. Di questi tempi, però, la realtà è familiare o sicura? Dobbiamo farci scuotere un po’ dalla letteratura, per sentire ancora cosa vuol dire essere vivi. È sempre stato così, nelle arti.[9]

Concludo con una citazione tratta da Oltre il confine di Cormac McCarthy, mai così puntuale, mai così attuale.

Il mondo non ha un nome, disse. I nomi dei cerros e delle sierras e dei deserti esistono soltanto sulle carte geografiche. Diamo loro un nome per non perdere l’orientamento. Tuttavia, quei nomi li abbiamo coniati proprio perché avevamo perso l’orientamento. Non si può perdere il mondo. Siamo noi il mondo. Ed è perché questi nomi e queste coordinate sono frutto della nostra nominazione che non ci possono salvare. Non sanno ritrovare per noi il cammino perduto. Tuo fratello è nel luogo che il mondo ha scelto per lui. Sta dove deve stare. Eppure, quel luogo che ha trovato se lo è anche scelto. È una fortuna non indifferente.[10]

 


[1] Tratto da Freeman’s – Scrittori dal futuro

[2] Tratto da Freeman’s – Scrittori dal futuro

[3] Tratto da Freeman’s – Scrittori dal futuro

[4 Tratto da Fahrenheit – John Freeman, Rai Radio 3

[5] Tratto da Fahrenheit – John Freeman, Rai Radio 3

[6] Tratto da Freeman’s – Scrittori dal futuro

[7] Tratto da [33] di Athena Farrokhzad, Freeman’s – Scrittori dal futuro

[8] Tratto dall’introduzione di Francesca Pellas all’intervista a John Freeman pubblicata sul sito di Black Coffee.

[9] Tratto da L’arte di riconoscere un’Elena Ferrante. Intervista a John Freeman, pubblicata su Forbes Italia.

[10] Tratto da Oltre il confine di Cormac McCarthy, Einaudi.

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