Da Flannery O’Connor a Dorothy Parker: Divagazione in bianco e nero

Di Lucia Perrucci

Guardavo Green Book recentemente e mi tornavano in mente due cose: il bello delle gite in macchina con tanto di pollo fritto e quel senso di impotenza davanti a certi atteggiamenti destinati a perdurare nei secoli dei secoli.

Mahershala Ali e Viggo Mortensen in una scena di Green Book (© Eagle Pictures)

Così sono tornata a rispolverare alcuni racconti e a riflettere meglio su un’antica quanto attuale questione: come vive un uomo bianco l’emancipazione di un uomo nero? 1 Non è semplicemente una domanda sul razzismo, bensì su un disagio, uno stare al mondo che non guarisce neanche a distanza di decenni. Per farlo, mi sono fatta aiutare dalle voci di tre grandi autrici americane, la cui provenienza sembrerebbe determinante, ma forse non fino in fondo, e fra qualche riga scopriremo perché. La prima proviene infatti dal cattolico e conservatore mondo del Sud, le altre dalle frenetiche e sbrilluccicanti metropoli del Nord.

Una divagazione, la mia, che si è trasformata in un piccolo tour in cinque tappe, una per ogni racconto scelto. Quindi, caro lettore, ti propongo un giro. Sarò io e non il bel Viggo Mortensen a farti da autista, e faremo esattamente il percorso opposto. Partiremo dal Sud, prenderemo un autobus in compagnia di una donna con un cappello vistoso e di suo figlio, e visiteremo uno di quei paesi pieni di ville diroccate, ex dimore di schiavisti decaduti; saliremo su un treno in compagnia di un nonno e del suo nipotino e faremo sosta ad Atlanta.

Lasceremo pian piano il Sud e cercheremo un alloggio a New York, in un fabbricato ingrigito, abitato da «individui dalla voce stridula» che si sporgono dalle finestre «per guardare altre finestre e altre persone uguali»2, e lo faremo insieme a un anziano padre e a sua figlia. Riposeremo sul pianerottolo giusto un po’, poi usciremo per andare al parco e incontreremo un altro nonno, stavolta però con un nipotino più scuro. Dal parco al palco la distanza è breve, e ci immergeremo languidamente tra le luci newyorkesi, in uno di quei saloni affollati in compagnia di una donna coi papaveri di velluto rosa 3 che ci farà di nuovo chiedere se davvero quella musica, a conti fatti, è destinata a cambiare.

Prima Tappa. Fermata del bus (Punto Omega, Flannery O’Connor

La nostra ipotetica gita non può che iniziare dalla fermata di un bus, come tutte le gite che si rispettano.

Incontriamo subito una donna, accompagnata dal figlio, che con un nuovo (costoso) cappellino sale sull’autobus «una volta tanto…» privo di negri. Una madre, dunque, e suo figlio, binomio ricorrente, simbolico confronto (o scontro) generazionale.

Julian è un intellettuale progressista che si vergogna della madre e disprezza, con compassionevole idiosincrasia, il suo atteggiamento razzista. Professa invece l’uguaglianza tra bianchi e neri ma la sua visione del mondo e dell’umanità è pessimistica, al punto che la sua massima aspirazione nella vita è vivere in un quartiere «senza vicini in un raggio di tre miglia»4. Non crede più nemmeno nelle sue potenzialità e in un futuro migliore (vorrebbe fare lo scrittore e invece vende macchine da scrivere), al contrario della madre che nonostante il suo malessere mantiene una visione ottimistica sul futuro del figlio. «Ci vuole tempo, è il mondo in condizioni disastrose» 5, dice, liberandoli entrambi da una responsabilità che invece appartiene all’epoca in cui sono costretti a vivere. Il che sottolinea subito la radice di questa doppia visione: l’orgoglio di chi si sente superiore e lo struggimento di chi disprezza il concetto di superiorità.

Una superiorità, però, destinata a fallire: quando sale a bordo una donna nera, accompagnata dal suo bambino e con addosso, per la delizia della signora bianca, un cappellino identico al suo, le cose precipitano inevitabilmente. Julian osserva la scena e gode. La madre invece va in crisi. Inizia a giocare col bambino nero per dispetto alla negra che non vuole palesemente avere a che fare con lei. Ma sarà quando la signora regalerà una monetina al bambino che tutto esploderà in un confronto fisico. La donna nera rifiuta la moneta colpendo la bianca che reagisce a quel confronto con una morte interiore (e non solo), ma soprattutto con un inedito pensiero: la sua bambinaia di colore e il suo dimenticato affetto per lei.

Seconda Tappa. Destinazione Atlanta (Il negro artificiale, Flannery O’Connor)

Scendiamo dall’autobus, saliamo su un treno, e ci sediamo accanto ai prossimi compagni di viaggio: un nonno e il suo nipotino. Il signor Head (un nome che lascia pensare a un tizio con una grande padronanza della realtà, uno che ha tutto in testa, che non si perde mai, eppure…) è un sessantenne che vuole mostrare per la prima volta Atlanta al bambino, ma anche fargli capire che la città non è il luogo ideale che immagina.

«Può darsi che non ti piaccia per niente […] è piena di negri». 6.

Già sui sedili del vagone inizia a venir fuori la distanza generazionale che separa anche in questo caso i due consanguinei, resa evidente dai continui battibecchi e dai frequenti litigi. Il nonno considera il nipote un ignorante, un essere che non ha mai visto niente, e in effetti è vero, peccato che per il vecchio significhi fondamentalmente dover piegare a tutti i costi la sua ribellione.

“Cos’era, quello?” domandò il signor Head. «Un uomo», rispose il bambino, con uno sguardo sdegnato come se fosse estremamente stanco di sentire insultare la propria intelligenza. “Che specie di uomo?” insisté il signor Head, con voce incolore. “Un uomo grasso”, precisò Nelson. Cominciava a sospettare che gli convenisse andar cauto. “Non sai di che specie?” domandò il signor Head, in tono decisivo. “Un vecchio”, disse il bambino, ed ebbe l’improvviso presentimento che la giornata non sarebbe stata piacevole, per lui. “Quello era un negro”, annunciò il signor Head, appoggiandosi allo schienale 7.

Una volta scesi dal treno, l’impatto con la città e con il quartiere negro fa perdere al vecchio il senso dell’orientamento, la giusta direzione. Le vie si intrecciano e si ingarbugliano e il vecchio sfoga la sua rabbia per un mondo che non riconosce più sgridando continuamente il nipote per le sue imprudenze. Un labirinto di risentimenti, in un contesto ambientale ostile per le vecchie generazioni. Il culmine è raggiunto davanti alla statua di gesso di un negro, determinante per la definitiva sconfitta dell’uomo, che resta di sasso di fronte a qualcosa che non può più controllare.

Terza Tappa. New York, pianerottolo di un vecchio fabbricato (Il geranio e Il Giudizio, Flannery O’Connor)

Siamo arrivati a New York, ma prima di addentrarci nella grande metropoli facciamo una pausa in uno di quei «fabbricati perfettamente identici, tutti rossi, anneriti e grigi» che un po’ ricordano l’inferno o qualcosa di molto vicino. Questa volta a farci compagnia saranno un padre (Dudley/Tanner) e una figlia. I due racconti della O’Connor per certi versi sembrano gemelli, i personaggi possono apparire come l’estensione l’uno dell’altro e lo schema è quasi lo stesso: un vecchio sudista vive forzatamente al Nord in casa della figlia, è sconvolto dalla città infernale e preda di avvizzite visioni del passato e di un vicinato minaccioso e imprevedibile tanto da rendere il pianerottolo più pericoloso (per il proprio senno) di un campo minato.

L’ambientazione ostile è quindi, di nuovo, subito evidente, soprattutto se paragonata ai paesaggi del Sud che con struggimento e malinconia sono più volte rievocati dalla fantasia del vecchio.

Un desiderio di ritorno, una nostalgia in senso etimologico puro, che si intreccia anche alla mancanza non solo della propria casa ma anche dei propri negri, schiavi o aiutanti che per il vecchio sono più intimi di un parente. Questa vicinanza (accennata nel pieno del suo mistero in Punto Omega) è data però, più che dall’affetto, dall’idea di possesso e di nuovo dalla superiorità che in questo nuovo mondo non ha più valore.

Era noto che lui ci sapeva fare, con i negri. Manovrarli era un’arte. Il segreto consisteva nel dimostrare al negro che la sua intelligenza era battuta in partenza, contro la tua. Allora ti si attaccava per la vita, sicuro di aver trovato il posto giusto 8.

Ma in città le cose vanno diversamente, i negri che incontra sul pianerottolo osano indossare scarpe lucide o portare gli occhiali. È interessante tutto questo accanimento nei confronti dell’abbigliamento. Quasi ricorda il disappunto dei nostri concittadini quando per strada incontrano ragazzi di colore con uno smartphone in mano.

Il distacco generazionale, in questo caso, sembra assumere meno le sembianze di uno scontro. Le figlie cercano di redarguire i padri su come è meglio comportarsi, ma è più un «vivi e lascia vivere», tipico di chi ha imparato a star buono in città, un adeguarsi a farsi gli affari propri (non c’è l’idealismo del figlio progressista di Punto Omega, né siamo davanti al bambino ancora incontaminato e acerbo di Un negro artificiale).

I tempi e il tempo sono scanditi allo stesso modo: è tutta una questione di attesa e di speranza nei confronti di un ritorno. Da una parte si aspetta un geranio, dall’altra il Giorno del Giudizio. E quella pianta che il vecchio pazienta di vedere alla finestra diviene sintomatico di un altro tipo di attesa destinata a fallire (non a caso i due finali hanno un’immagine in comune: i piedi di Tanner,[ a penzoloni nella tromba delle scale, ricordano quel senso di sospensione delle radici del geranio per aria giù nel vicolo).

Quarta Tappa. Parco (Racconta Zagrowsky, Grace Paley)

Lasciamo l’apocalittico pianerottolo della O’Connor e cambiamo registro. Grace Paley ci porta in un parco, in compagnia di un altro nonno bianco e di suo nipote nero. La scena è molto semplice: il nonno lo porta a spasso, ma ogni volta che incontra qualcuno gli viene fatta sempre la stessa domanda:

“Che ci fa con un ragazzino nero?” 9.

La risposta diventa una sorta di confessione, il racconto della vita di Zagrowsky destinato ad allevare un bambino nato dal grembo di sua figlia dopo un rapporto occasionale con un uomo di colore. Scopriamo anche che l’uomo era un commerciante che a suo tempo non si era fatto molti scrupoli in merito al razzismo ma scopriamo anche che è un ebreo a cui la vita non ha fatto sconti.

Diffidenza, accondiscendenza e appartenenza, l’affetto verso il nipote si mischia al fastidio privato dell’interesse altrui, dei risolini e delle parole inutili.

Il tipo di disagio dell’uomo bianco, diventa nel racconto di Grace Paley una sorta di manifestazione rancorosa verso un noi in cui non ci si ritrova più. Un passing intriso di vittimismo discriminatorio nutrito di risentimento e del male più grande in cui ancora sguazziamo ogni giorno, la paura.

“Per cortesia, mi dà una mano a tirarmi su?” 10. Lui fa: Lei mi ha tenuto sotto trecento anni, può starsene lì altri dieci minuti. Io le ho chiesto: Scusa, Nettie, non gli hai detto che stiamo tirando su un ragazzino nero come un chicco di caffè? Guarda che ha ragione, mi fa Nettie, siamo stati noi. Li abbiamo tenuti sotto. Noi chi? Le mie due sorelle e mio padre li hanno fritti per cena a Hitler nel 1944, e tu dici noi?

Quinta Tappa. Un salone affollato (Composizione in bianco e nero, Dorothy Parker)

Entriamo un po’ strattonati in questo affollato salone della borghesia newyorkese, punto di arrivo della nostra peregrinazione. Distingueremo subito l’ultima compagna di viaggio: una donna che smania dal desiderio di conoscere personalmente un cantante di colore e cinguetta in giro il suo sdolcinato apprezzamento.

Non capisco perché diamine non sia socialmente corretto conoscere dei neri. Io non ci trovo niente di male, nossignore. Burton invece… oh, lui è di tutt’altro parere. Beh, sa com’è, viene dalla Virginia, e lei sa bene come sono da quelle parti 11.

Composizione in bianco e nero, è il racconto che subito mi è venuto in mente durante la visione di Green Book. Il nesso è evidente (e anche tanto attuale): è il passaggio visto e rivisto in cui il bianco di turno millanta sostegno, sbandiera stima, sviolina idee, ma fondamentalmente si limita a incollare sulle pareti del perbenismo un manifesto di pura ipocrisia.

Va pazzo per i neri. Non riuscirebbe a sopportare di avere domestici bianchi 12.

Flannery O’ Connor nella sua narrativa perforava la realtà con un pessimismo profondo sulla salvezza dell’uomo, senza fare sconti a nessuno riguardo l’innocenza, neppure a un bambino. Grace Paley costruiva nei suoi racconti matrioske di atteggiamenti, indignazione e accondiscendenza, facendo suo il motto la vita se ne frega, persino delle opinioni. Qui, invece, Dorothy Parker dipinge senza mezzi termini ogni sfumatura dell’animo umano cogliendone a pieno le ambiguità, e mascherando il buonismo (come dovrebbe davvero essere inteso) in mero atto di razzismo con abiti di velluto e ipocrita adulazione.

“Mi è proprio piaciuto – disse lei – non ho il minimo pregiudizio per il fatto che sia nero. Mi sono sentita a mio agio, come con chiunque. Gli ho parlato con la massima naturalezza. Ma posso essere sincera? Ho fatto fatica a rimanere seria. Continuavo a pensare a Burton. Oh, si figuri quando gli dirò che l’ho chiamato ‘Signore’!


Lucia Perrucci ha pubblicato Due sul numero sei di Tre racconti. Per leggerlo puoi scaricare il Pdf della rivista o sfogliarla su ISSU.

  1. La riflessione non è da intendersi dal punto di vista storico, anche perché i racconti citati non seguono una precisa linea cronologica ma spaziano dagli anni ’30 agli anni ’50, richiamando inevitabilmente i giorni nostri.
  2. Il geranio, in Tutti i racconti di Flannery O’Connor, Bompiani, 7 ed. 2015, pag. 6
  3. Composizione in bianco e nero, in Eccoci qui di Dorothy Parker, Astoria, 2013
  4. Punto Omega, in Tutti i racconti di Flannery O’Connor, Bompiani, 7 ed. 2015, pag. 442
  5. ibid
  6. Il negro artificiale, in Tutti i racconti di Flannery O’Connor, Bompiani, 7 ed. 2015, pag. 275
  7. Il negro artificiale, in Tutti i racconti di Flannery O’Connor, Bompiani, 7 ed. 2015, pag. 279.
  8. Il Giorno del Giudizio, in Tutti i racconti di Flannery O’Connor, Bompiani, 7 ed. 2015, pag. 579
  9. Racconta Zagrowsky, in Tutti i racconti di Grace Paley, SUR, 2018, pag. 467
  10. Nella scena la moglie di Zagrowsky chiede aiuto a un uomo di colore…
  11. Composizione in bianco e nero, in Eccoci qui di Dorothy Parker, Astoria, 2013
  12. ibid
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