Fiumi, i racconti sull’acqua di M. M. Driessen

In letteratura, così come nelle arti in genere, accade spesso di dover ricorrere all’utilizzo di un espediente narrativo cui far convergere l’attenzione del lettore – o del fruitore – per poi accompagnarlo per mano verso quello che è il centro ultimo dell’opera; un elemento quasi marginale diventa quindi estremamente funzionale ai fini del raggiungimento dell’intento dell’autore. A volte a dover svolgere questo compito è un luogo, questa volta quello che ci interessa è più precisamente un fiume.
In generale il fiume, nella simbologia più classica, rappresenta una catarsi, una purificazione da tutte le impurità; l’acqua che continuando a fluire depura l’uomo che vi è immerso dalle nefandezze della sua anima, proprio per questa sua intrinseca caratteristica di continuum può identificare sia lo scorrere del tempo, e quindi la memoria, ma anche un concetto più ampio di libertà, che è difficile sì da raggiungere, ma anche da ostacolare.

Nel caso della raccolta di Martin Michael Driessen, Fiumi – pubblicata in Olanda nel 2016 e tradotta in italiano da Stefano Musilli per Del Vecchio Editore –, l’autore sceglie tre racconti in cui le vicende ruotino attorno alla presenza di un corso d’acqua: in questo caso il fiume non è soltanto lo sfondo della storia, o un’ambientazione paesaggistica come un’altra, ma è rivestito di un’importanza metaforica fondamentale ai fini della narrazione, non univoca ma che si adatta di volta in volta ai protagonisti che vi sono calati.

Driessen è nato nel 1954 a Bloemendaal, nei Paesi Bassi. Oltre a essere un regista teatrale e un traduttore, nel 1999 ha fatto il suo esordio come scrittore con Gars, a cui sono seguiti Padre di Dio nel 2012 e Een ware held nel 2013. La raccolta di racconti Fiumi gli è valsa l’ECI Literature Prize nel 2016, e il successivo romanzo De Pelikaan è stato selezionato per il Libris Prize; il fatto che Driessen, oltre a essere uno scrittore, sia anche un importante regista di teatro rende la sua scrittura estremamente immaginifica, capace di creare immagini naturali suggestive in alternanza a descrizioni approfondite del mondo interiore dei suoi personaggi, i cui gesti ricordano vere e proprie performance teatrali. La scelta di ambientare tutte e tre le storie su dei fiumi – o a cavallo di essi – contribuisce a dare una valenza ancora più simbolica ai racconti, dove si alternano rispettivamente lenti processi di espiazione, che solo nella migliore delle ipotesi hanno come risoluzione ultima una completa e totale assoluzione, conflitti familiari e velleità di fuga, ma in cui il vero e reale intento dell’autore è un’analisi più profonda dell’individuo; in tal senso la contestualizzazione storica del racconto è del tutto ininfluente, perché il sapore delle vicende narrate è del tutto anacronistica, finalizzata all’indagare come l’essere umano riesce ad adattarsi anche nelle esperienze più estreme senza che esse siano vincolate a un “quando” più preciso.

Nel primo racconto Fleuve sauvage, il protagonista, un attore alcolizzato sull’orlo del baratro coniugale e professionale, affronta una traversata in canoa dell’Aisne (fiume della Francia che dà il nome all’omonimo dipartimento della regione dell’Alta Francia), che inizia come un vero e proprio tentativo di redenzione. Il protagonista si illude che la propria discesa del fiume coincida con l’abbandono del vizio che lo ha reso l’uomo che è oggi – un marito violento, un padre assente e un attore mediocre – senza rendersi conto che la distanza tra l’uomo che vorrebbe essere e quello che è diventato è ormai incolmabile.

Si trovò a guardare dritto negli occhi della giovenca bianca con la testa nera. Erano occhi femminili, di una grandezza e di una profondità insopportabili: l’ultima cosa di cui sentisse la mancanza in quel momento

In questo racconto Driessen gioca abilmente con i concetti di destino e libero arbitrio. Dove finisce il primo e inizia l’altro? Quanto davvero le azioni, mosse da scelte consapevoli, influenzano l’andamento degli eventi? In Fleuve sauvage, di sicuro il racconto più cupo e crudo della triade, la risposta può essere ambivalente: basta che il fiume restituisca come in uno scherzo di dubbio gusto la bottiglia di cui l’uomo si era disfatto, per farlo capitolare: da lì sarà un susseguirsi di scelte tragiche e decisioni sbagliate. La domanda che rimane è: sarebbe potuta andare diversamente o questa fine era, alla luce dei fatti, inevitabile?

– Se devi bere, fallo dove non dai fastidio a nessuno, – aveva detto sua moglie.
– Se devi bere, fallo adesso, – aveva detto il suo agente. – Le tue prove per Banquo non cominceranno prima di settembre.
– Certo che ti presto la canoa e la tenda, – aveva detto suo figlio, – ma non ci vengo con te su quel fiume. Cosa vai a fare, a ubriacarti a morte?

Nel secondo racconto In viaggio per la luna, la vera protagonista è l’amicizia tra i due fluitatori Konrad e Julius, tanto diversi quanto simili; di loro Driessen dice: «Entrambi avevano qualcosa che li distingueva dagli altri. Ma quel qualcosa faceva anche sì che non si conoscessero a vicenda». Proveniente da una famiglia di umili origini il primo, figlio del proprietario della compagnia per cui l’altro lavora il secondo, non è l’estrazione sociale la cosa principale a differenziarli, quanto l’intenzione che sta dietro al loro reciproco bisogno di discendere il Reno.

Mai nella vita aveva camminato tanto, eppure quel pensiero non lo inorgogliva, perché stava procedendo nella direzione sbagliata. Il Rodach scorreva in senso opposto, alla volta delle terre lontane cui Konrad dava suo malgrado le spalle. Lo discesero altre zattere, e il ragazzo le guardò con occhi affranti, come un pellegrino che vedesse qualcuno in viaggio per la meta da lui mai raggiunta. Ogni passo era un passo verso il passato. Il fiume si lasciava dietro i cupi boschi franconi, mentre lui vi faceva ritorno.

Qui il fiume corre parallelamente al loro desiderio di riscatto, ma rappresenta anche la futilità della loro fuga: se alla fine del viaggio, una volta raggiunta la foce nei Paesi Bassi, Konrad si rende conto che la fame di libertà fisica che lo ha spinto durante tutti gli anni della sua crescita è stato soltanto un abile inganno e che il  proprio ritorno a casa – inteso come ritorno a ciò da cui sperava di essere liberato – è ormai inevitabile, per Julius invece quella discesa è una vera propria fuga da se stesso; l’inquietudine derivante dalla consapevolezza di sé, che è incapace di svelare anche al proprio migliore amico, trova pace solo dopo aver raggiunto il mare aperto. Un epilogo che permetterà a entrambi di capire che il fiume non è stato in grado di esorcizzare le proprie paure, né di esaudire i propri sogni di bambini, bensì un traghetto per una maggiore conoscenza di sé e dei propri limiti.

Pierre e Adèle è il titolo del terzo e ultimo racconto di cui proprio Pierre e Adèle sono i protagonisti; la narrazione copre i decenni a cavallo delle due guerre mondiali e descrive la faida familiare che coinvolge i Chrétien e i Corbé all’ombra del fiume Issue; il fiume oltre a fare da sfondo alla storia è anche il confine naturale alle loro reciproche proprietà, un serpente fluido che si snoda anno dopo anno inghiottendo brandelli di terra e creando nuove anse, ed è in questo ultimo racconto un vero e proprio personaggio aggiuntivo che fa e disfa a proprio piacimento, gettando – è proprio il caso di dirlo – benzina sul fuoco.

Ma il problema più grande era che il torrente cambiava corso in continuazione. Ogni nuovo meandro erodeva l’argilla del lato esterno della curva, togliendo terra a una famiglia e dandone all’altra. In genere il torto era compensato da uno sviluppo opposto negli anni successivi, e tirando le somme non c’era una famiglia che nell’arco dei secoli avesse avuto la peggio. Eppure, generazione dopo generazione, sia i Chrétien che i Corbé erano persuasi che la natura li sfavorisse sistematicamente.

Il fiume è la barriera fisica tangibile, atta a separare le famiglie oltre che le loro proprietà, ma al contempo rappresenta un vero e proprio confine psicologico invalicabile che alimenta i pregiudizi, tramandati da generazioni come una scomoda eredità. I due protagonisti, in contrasto con chi l’ha preceduti, riusciranno alla fine a mettere fine a un odio e a una violenza così antichi solo dopo un tragico evento causato dall’uomo, di cui il fiume è solo il veicolo. La loro riconciliazione però è solo il riverbero di una tregua che già da bambini avevano conosciuto attraverso un gioco: saltando contemporaneamente l’uno sulla sponda dell’altro era come se idealmente si scambiassero la terra. Qui, di nuovo, il fiume come espediente per indagare il rapporto umano e di come sia sottile – fluido – il confine tra pregiudizio e reciproca accettazione.

– Se salti tu, salto anch’io! – gridava Adèle, che portava un cappellino di paglia. Aveva il viso impiastrato di succo di bacche.
– No, non si può! – rispondeva Pierre. – Questo lato è nostro!
– Lo so. E questo è nostro. Ma se saltiamo insieme… Il tuo lato diventa mio per un momento, e il mio diventa tuo!
– Ma come si fa? Se mi vede mio padre le prendo.
– Be’, se siamo tutti e due in aria nello stesso istante, e poi io atterro sul tuo lato e tu sul mio, è come se per un attimo ci scambiassimo la terra, no?

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