Il fantasma e la carne di William Goyen

Su Tre racconti vi racconto spesso delle novità editoriali e delle raccolte più interessanti del momento, ma c’è un’altra anima che mi contraddistingue come lettore (come recita anche la mia bio su questo sito), quella dell’appassionato di libri vintage e di infaticabile cacciatore di occasioni nei meandri del mercato dell’usato. È il caso del libro di oggi Il fantasma e la carne di William Goyen, che rientra purtroppo tra quei libri bellissimi ma tristemente fuori dal catalogo degli editori; edito nel 1991 per le furono edizioni Theoria nella traduzione di Ottavio Fatica infatti, non è stato mai più ripubblicato da allora.

Casa tipica del Sud degli U.S.A.
Photo by K. Mitch Hodge on Unsplash


A mettermi la proverbiale pulce nell’orecchio stavolta è stato un saggio della raccolta I demoni e la pasta sfoglia di Michele Mari, in cui l’autore dice di essersi incuriosito a Goyen in quanto considerato, in America, nientemeno che l’erede di William Faulkner e Flannery O’Connor. Entrambi gli autori sono cari alla redazione di Tre Racconti, di Faulkner ha scritto in passato la capa Maria, con un pezzo su Calendimaggio mentre la nostra Paola ha scritto un approfondimento su Flannery O’Connor. Con questa (ottima) premessa non potevo fare a meno di cercare anche io qualcosa dell’autore, e nonostante siano passati quasi trent’anni dall’ultima pubblicazione ho recuperato con facilità una copia de Il fantasma e la carne (sempre benedetto sia il commercio via internet) il titolo che anche Mari ha approfondito maggiormente nel suo saggio.
La quarta di copertina ricorda al lettore italiano che i racconti contenuti ne Il fantasma e la carne compongono la sezione Ghost and Flesh 1947-1952 di I Had a Houndred Mouths. New and selected stories 1947-1983 Il volume che raccoglie tutti i racconti di Goyen (l’altra sezione è stata pubblicata sempre da Theoria con il titolo di Se avessi cento bocche ed è attualmente parimenti irreperibile al di fuori del circuito dell’usato). Assieme al libro mi è arrivata una gradita sorpresa nella forma di due ritagli di giornale, di altrettante recensioni del libro al momento della sua uscita. Gli articoli, di Sandro Onfori per L’Unità (21 novembre 1991) e Fernada Pivano per il Corriere della Sera (1 marzo 1992) entrambi di altissima qualità e che mi hanno fornito un bel po’ di informazioni aggiuntive su William Goyen e la sua opera, e un’idea più chiara di quello con cui stavo avendo a che fare.
Goyen viene fatto rientrare tra gli autori del panorama Southern Gothic quel filone letterario che racconta di un Sud degli Stati Uniti d’America dove dietro la facciata delle ambientazioni bucoliche di un’America arretrata e campagnola si raccontano storie dove abbondano elementi grotteschi e talvolta soprannaturali. Goyen stesso tuttavia non sentiva di appartenere totalmente a questa corrente, rivendicando una poetica diversa per molti aspetti rispetto a quella degli autori canonici di questo tipo di narrativa.

Un elemento che accomuna gli autori più blasonati di questo genere è l’incredibile vividezza dei loro personaggi, tratteggiati sempre in modo impeccabile e dettagliato, spaccati umani che vengono restituiti al lettore con il loro carico di miseria umana e di orrori personali. Storie che fanno rabbrividire ad un livello più profondo e più toccante di un classico racconto horror di genere. Perché il male più oscuro è profondo è quello nascosto nei recessi dell’animo umano. Da questo punto di vista William Goyen non è secondo ai nomi più noti, non manca in nessuna delle sue storie un personaggio che si mostra al lettore in tutta la sua miserabile umanità.
Penso al primo racconto della raccolta, il gallo bianco che ha come protagonista una casalinga, ossessionata allo stesso modo dalla presenza in casa del suocero disabile e di un macilento gallo bianco che le devasta il giardino. La situazione ben presto degenera, la casalinga infatti vorrebbe eliminare il gallo, assimilandolo, quanto meno a livello subliminale, con il molesto suocero. Ma anche il vecchio si identifica con l’animale e arriverà ad uccidere la nuora per proteggerlo, terminando poi la sua vita in un eccesso di follia in cui distruggerà tutta la casa, scatenandosi a bordo della sua carrozzella fino a farsi scoppiare le arterie. Il gallo, che nel racconto fa la sua ultima apparizione nel momento clou, prima del finale, simbolo e portatore della morale del racconto:

Era sparuto e sudicio. Ma aveva un suo splendore. Poiché adesso la sua gloria derivava dall’esser solo e opaco in un mondo di mendico, e per tutte le specie c’è un tempo in cui conoscere solitudine e opacità laddove c’era adunanza e brillantezza, giacché c’è un cambiamento nel modo in cui le creature devono avviarsi all’ultima dimora, qualora la vecchiaia gli tolga l’allegria, la pezzentagine l’eleganza, la solitudine l’amore; e giacché c’è una varietà nel grado di comprensione. Ma per tutte le creature, a qualsiasi grado di comprensione, c’è qualcosa: dolore saggezza o disperazione, il nulla mai. Il gallo bianco avanzava sull’erba.

Dolore, saggezza e disperazione abbondano nelle storie raccontate da questo scrittore. Un altro tema ricorrente nei racconti di William Goyen è quello della follia, il successivo della raccolta, uno dei più belli, si intitola La lettera nella cassapanca di cedro ed è la storia della vita della Vecchia Signora Donna, di Sorella Sammye e di Piccioncino. Donna (chiamata anche Lucille) e Sammye, due donne che portano ognuno il proprio carico di solitudine (la prima vive da sola, in una cittadina vicina a quella in cui è ambientato il racconto, la seconda è abbandonata dal marito perché troppo grassa) si contendono l’affetto di Piccioncino, che è pazza e crede spesso di subire immaginarie angherie. Approfittando della natura di Piccioncino le altre due donne si fingeranno alternativamente fantasmi, sistemandosi nella cantina della casa, fino a giungere ad un compromesso che permetterà a tutte e tre di vivere assieme come una famiglia.

[…] finché anche Sammye morì, lasciando Lucille con troppi fantasmi da sopportare per la carne; e allora lei aprì la cassapanca, tirò fuori la Lettera e se la mise in seno, poi tirò fuori la rivoltella che il signor Purdy le aveva dato tanti anni prima e pose fine all’ultima vita della casa… unendo fantasma a fantasma, la migliore delle famiglie e la più duratura.

Una cosa su cui critici e recensori sono concordi e che Goyen abbia una voce unica, forgiata nel milieu linguistico del Texas, lo Stato di origine dell’autore, e simbolo di una poetica per cui il racconto di una storia vale quanto, se non di più, di quello che viene raccontato. Sandro Onofri nel suo articolo cita un’intervista all’autore in cui lo stesso si definiva come una sorta di tramite di una voce narrante interna: «Chi scrive è fondamentalmente il braccio di un autore che sta più in alto di tutto, dentro lui e dentro l’universo stesso che rappresenta».

Paesaggio del Texas, stato di origine di William Goyen
Photo by Thomas S. on Unsplash


Un’altra intervista, rilasciata nel 1975 a Robert Phillips per The Paris Rewiew è molto interessante per capire qualcosa in più sulla poetica di Goyen. Nell’intervista l’autore ricorda la sua infanzia difficile, segnata dalla figura di un padre tradizionalista e autoritario che considerava la scrittura e la musica (altra grande passione dell’auote) come attività femminili e non adatte a un ragazzo. Seppur riconciliatosi negli anni avvenire col proprio figlio l’infanzia di Goyen è stata all’insegna della frustrazione delle sue ambizioni, e per sua stessa ammissione ha avuto una forte influenza sul suo stile e sulla sua poetica. Calza bene una citazione dal racconto Povera Perrie a questo punto:

Tu piccola creatura tremante già sapevi (come facevi a saperlo) ciò che spezza il cuore; nessuno ha mai dovuto dirti una cosa che tu sapevi già. È a questo scopo che sei stato messo al mondo, per piangere con gli altri, destinato a un mondo di pene, tu eri fatto per la pena.

Non che la vita di Goyen sia stata così tragica, ha avuto infatti numerosi riconoscimenti artistici, anche se è stato spesso considerato uno scrittore per scrittori, di quelli amati dalla critica ma che non fanno breccia nel grande pubblico. Tornando alla musica invece, William Goyen dichiara apertamente di voler scrivere come se componesse, e che per lui la ricerca della musicalità delle frasi è sempre stata un aspetto fondamentale del suo lavoro. Le ambizioni frustrate della gioventù hanno avuto insomma modo di tornare in qualche modo a vivere nel lavoro di scrittore.
A proposito della Southern Gothic e a domanda dell’intervistatore sull’influenza esercitata da William Faulkner, invece Goyen e dichiara che pur stimandolo come scrittore non sentiva di appartenere alla stessa corrente espressiva, definendola troppo southern e identificandosi invece come sud occidentale, rimarcando le sue origini texane, che a suo dire lo hanno tenuto lontano dalle malattie e dai terrori del profondo sud. Anche se a leggere le sue storie si risconta comunque una bella dose di situazioni disturbanti.

Uno degli aspetti che vale la pena segnalare è come Goyen faccia emergere la sua poetica per bocca dei suoi personaggi, in intermezzi non troppo velati ma che si inseriscono in maniera molto naturale nel flusso del racconto. Un esempio dal racconto Fantasma e carne, acqua e terra:

Perché io credo nel raccontare, mentre siamo vivi e ancora in circolazione, quando viene il momento di raccontare io dico sputa fuori, noi dobbiamo raccontare le cose, le cose della nostra vita, le cose che ci sono capitate, le cose che abbiamo immaginato e le cose che sogniamo o ci ossessionano. Perché sai tesoro il momento di chiudere la bocca e di startene in camera tua a muffire e a far la muta, afflitta da un fantasma e legata a una sedia, torna sempre, non ti preoccupare tesoro, quel momento torna sempre.

In conclusione William Goyen è stato sicuramente uno scrittore notevolissimo, che ha fornito al lettore la sua intima e personale visione di quel grande mondo che è Sud degli Stati Uniti. Goyen è stato un’autore unico nel panorama della letteratura del Sud, anzi, del sud ovest come avrebbe detto lui stesso rimarcando la propria specifica appartenenza regionale con orgoglio. Un autore unico come unici sono i racconti che ha scritto. Se riuscite a procurarvelo ve ne raccomando la lettura, confidando nel fatto che qualche editore torni a ricordarsi di lui e a riproporlo al pubblico italiano. Nel frattempo potete fare come ho fatto io, e andare a caccia di libri nel mercato dell’usato, che è sempre ricco di occasioni e, almeno per me, è stato spesso fonte notevole di serendipità.

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